Testi tratti dal libro “Collarmele (ieri…e…oggi)” (Testi a cura di Don Francesco Tudini).
La Madonna delle Grazie, nei documenti ecclesiastici, è detta “chiesa rurale”, ossia chiesa di campagna. Questa dicitura conserva ancora, rimanendo “fuori dell’abitato”, anche se è ormai stata raggiunta dalle nuove costruzioni. La chiesa della Madonna delle Grazie sorge sull’area del tratturo a nord di Collarmele. È verosimile che sia stata costruita, oltre che come luogo di devozione, anche per offrire un posto dove sostare per i pellegrini che si recavano in santuari più noti, seguendo la via della transumanza. Oltre a essere una costruzione artistica, questa chiesa è quindi un segno di fede e di religiosità e di uno speciale amore per i pellegrini.
La Madonna, affrescata sull’altare maggiore con l’ampio manto che la ricopre, esprime l’amore grande che il popolo cristiano collarmelese ha sempre nutrito, attraverso i secoli, e che nutre tuttora verso di lei. Non è un’immagine nata dalla riflessione biblica, ma ispirata dalla pietà popolare e si richiama alla più antica preghiera mariana, composta nel II – III secolo: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, o santa madre di Dio…!”. Le prime raffigurazioni della Madonna con il manto spiegato per offrire rifugio e protezione ai suoi fedeli si riconnettono al titolo di “Madre della Misericordia”, sorto nel secolo X nel famoso monastero di Cluny. La Madonna delle Grazie e la Madre di Misericordia sono due titoli correlativi e complementari, di cui il primo è la conseguenza del secondo: la Madonna, che come madre sente compassione delle miserie umane, si fa volentieri interceditrice presso Dio.
Altare di San Michele.
“Scoppiò una guerra nel Cielo: da una parte Michele e i suoi angeli, dall’altra il drago e i suoi angeli. Ma questi furono sconfitti e non ci fu più posto per loro nel cielo; ed il drago fu scaraventato fuori” (Apocalisse, 12, 7 – 9a). Di qui la tradizione che raffigura l’arcangelo San Michele come giovane guerriero che vince il drago, simbolo del male. Con il suo nome, che significa “chi come Dio”, egli ricorda a tutte le creature che mettersi al posto di Dio è una tentazione diabolica, che va repressa. La strada per arrivare a Dio è stata insegnata da Gesù: è quella del servo fedele. Michele aveva anche una bilancia, rubata alcuni anni fa, e questo simbolo è tradizionale: San Michele è visto dalla devozione popolare come colui che pesa il bene ed il male degli uomini. Ed è per questo che la liturgia dei defunti lo invoca, perché accompagni i morti nella “luce eterna”.
San Rocco.
L’apostolo degli appestati, San Rocco, la cui predicazione di San Bernardino, attenta ai bisogni del prossimo, lo rende affine nell’apostolato. Un chiaro segno di ciò lo si ha dalla constatazione che, anche nelle nostre parti, la presenza di San Bernardino ha trovato spazio là dove già esisteva la devozione e l’imitazione di San Rocco. San Rocco nacque a Montpellier, in Francia, intorno all’anno 1300 e fu il pellegrino per eccellenza. Egli viene raffigurato in tenuta da viaggio: cappello largo, mantello fino a mezza gamba, e il bastone con appesa la borraccia per l’acqua. Come tanti altri “romei”, egli decise di recarsi a Roma a venerare la tomba dei principi degli apostoli.
Durante il viaggio, era solito fare sosta presso i santuari che incontrava, per ristorare la mente e lo spirito. Tuttavia, non era sufficiente un viaggio ad esprimere la sua fede, come non era stata esauriente la sua elargizione ai poveri della sua eredità, prima di intraprendere il pellegrinaggio: egli volle dare la vita per il bene del prossimo. Durante il viaggio, si dedicò al servizio degli appestati, ma contrasse egli stesso la malattia e con la gamba dolorante si fermò presso Piacenza, lungo il Po, dove si sfamava con il cibo procurato da un cane randagio, che compare sempre nelle raffigurazioni del Santo. Nella chiesa della Madonna delle Grazie ce n’è uno che raffigura anche San Rocco.
Sant’Antonio da Padova.
È uno dei santi più popolari, sia per il suo potere taumaturgico sia per l’eloquenza. Nacque a Lisbona, in Portogallo. Fernando era il suo nome di battesimo e divenne sacerdote tra gli Agostiniani. Affascinato dagli ideali francescani, dopo aver visto i corpi di cinque martiri di quest’Ordine, desiderò anche lui entrare tra i Mendicanti, chiedendo di andare missionario in Marocco. Qui contrasse una malattia e fu rimbarcato. La nave che lo trasportava, per una tempesta, fu sballottata verso la Sicilia, dove egli vi approdò e vi rimase sino al 1221, l’anno in cui il superiore lo portò ad Assisi.
Qui conobbe San Francesco, di cui rimase affascinato. Predicò con frutti di conversioni a Rimini e a Verona, compiendo ovunque numerosi miracoli. Morì ad Arcella, presso Padova, all’età di 36 anni. Gli elementi presenti nell’iconografia di questo santo sono il giglio e la Bibbia. Il primo rappresenta l’ideale cristiano della purezza, mentre il secondo è il simbolo della sapienza teologica, che gli ha meritato, da parte di Pio XII, il titolo di dottore “Evangelico”.
San Nicola da Bari.
Vescovo di Mira, in Asia Minore, visse al tempo dell’imperatore Costantino Magno (sec. IV d.C.). Il suo culto in Italia è legato alla traslazione delle sue ossa a Bari il 9 maggio 1087. In tutta Europa, egli è ricordato e venerato per i tanti miracolosi doni fatti soprattutto ai bambini. Ecco perché il 6 dicembre, giorno della sua festa, è invalso l’uso di distribuire ai bambini molti e ricchi doni. È un dato certo della critica che Babbo Natale sia derivato da San Nicola, e il cappuccio dovrebbe essere un uso traslato della mitria vescovile. Infatti, il Babbo Natale della tradizione nordica si chiama Santa Claus, e tale nome deriva da Nicola, tramite il termine tedesco Nicolaus. Il vescovo di Mira è passato alla storia come simbolo di generosità e di affetto, di cui Natale ha la sua tangibile espressione.
San Sebastiano.
È una delle figure, come pure quella di San Nicola, che risultano affrescate sulle pareti del santuario della Madonna delle Grazie. Sebastiano divenne martire durante la persecuzione di Diocleziano. Si dice che sia nato a Milano da padre narbonese. Fu nominato cavaliere dallo stesso imperatore, e Sebastiano accettò la nomina per avvicinare e confortare i Cristiani condannati. Quando Diocleziano scoprì che egli era un cristiano, ordinò che venisse saettato dai suoi arcieri. L’iconografia l’ha sempre raffigurato come un giovane con le mani legate dietro la schiena, nudo e trafitto dalle frecce come un cervo mansueto.
Madonna del Rosario.
Questo affresco ha certamente un riferimento alla famiglia dei Colonna, presente nella chiesa sotto vane Torme. Nel maiolicato della facciata è bene visibile lo stemma di questo illustre casato: le lettere M e C, che sono le iniziali di Marcantonio Colonna, vincitore della battaglia di Lepanto il 7 Ottobre 1571. La vittoria fu attribuita alla preghiera del Santo Rosario e, da quella data sino ai nostri giorni, si celebra la memoria della Madonna del Rosario o della Vittoria. La preghiera del Rosario è nata dalla devozione del popolo, che volle imitare l’uso dei vassalli, che offrivano ai sovrani corone di fiori in segno di sudditanza. Con i misteri del Rosario, i Cristiani intendono offrire alla Madonna una triplice “corona di rose”, per ricordare la sua gioia, i suoi dolori e la sua gloria, nel partecipare ai misteri della vita del suo figlio divino. Le 150 Ave Maria, che formano la triplice corona, imitano i 150 salmi della Bibbia, recitati dai sacerdoti nella liturgia delle Ore.
Altri affreschi.
Nel santuario si possono ammirare altri affreschi che rappresentano le scene della passione e della morte in croce di Gesù Cristo. Molto probabilmente, tali affreschi sono stati realizzati perché i santi raffigurati erano già presenti nella devozione popolare. Ad esempio, San Sebastiano e San Rocco hanno avuto una propria Cappella votiva fino agli inizi di questo secolo. La cappella di San Sebastiano era ubicata lungo la Via Madonna delle Grazie e quella di San Rocco nei pressi delle attuali scale della Stazione ferroviaria. Nei documenti, la chiesa di San Sebastiano è detta “sepolcrale”: evidentemente doveva essere la cappella del cimitero dedicata a questo santo, per analogia con le catacombe presso Roma, che portano il suo nome. Infatti, i documenti in archivio, per la sepoltura dei defunti, riportano diciture diverse a seconda del periodo: fino all’anno 1880, si legge “… cuius corpus tumulabitur in Ecclesia Sancti Sebastiani in parvulormm speciali sepulcro”; per gli adulti, “… cuius c.t. (cemeterium) in Ecclesia Sepulcrali, vulgo dicta Camposanto”. Con molta probabilità si parla dello stesso luogo, avente due reparti: uno per i bambini e l’altro per gli adulti. Dal luglio 1880, si legge “… cuius corpus tumulabitur in loco adhibito uti Camposanto retro Ecclesiam Ruralem Mariae Gratiarum e partis occidentis”; e dal 19 maggio 1896, “… cuius corpus tumulabitur in novo Camposanto”.
Altre notizie.
San Nicola ha tuttora una località del paese su cui sorgeva, secondo la tradizione, un convento. La devozione a San Nicola e a San Michele deriva dai legami della stessa Marsica con la regione Puglia, a motivo del fenomeno della transumanza. Il santo che non avrebbe un aggancio locale è Sant’Antonio da Padova, ma la sua fama così universale ne giustifica ampiamente la presenza. Sulla figura del “gallo”, elemento rimasto di un affresco andato distrutto, qualsiasi congettura rimane del tutto gratuita. In questa chiesa, dice il parroco Don Francesco, si conserva un piccolo sarcofago in legno, che contiene delle ossa umane. Il defunto parroco Don Emilio Martorelli le attribuisce ad un certo Filippo, che visse a Collarmele, dedicandosi alle opere di religione e curando il decoro della chiesa. Ancora oggi, una località del Colle Vecchio porta il suo nome.
Riferimento autore: AAVV, Collana Discorsi e Panegirici.