Nei testi tratti dal libro Trasacco e i suoi tesori, curati da Don Evaristo Evangelini, si evidenziano i valori artistici della Basilica di Trasacco, in particolare l’Ambone, un pezzo significativo che merita considerazione a parte. Questo elemento non solo riassume secoli di storia locale, ma rappresenta anche le varie fasi di sviluppo della scultura nel corso del Medioevo. Per inquadrare adeguatamente il pezzo nella sua epoca storica, è utile richiamare le caratteristiche essenziali delle epoche precedenti e contemporanee.
Sebbene non si possa parlare di scultura bizantina in Italia, il secolo IX segna un risveglio generale dell’arte, articolato in due distinti gruppi: uno al Nord sotto Carlo Magno e uno al Sud con l’Imperatore Ottone I. Durante questo periodo, l’arte inizia a compiere i primi passi verso una forma di espressione tipicamente occidentale. Tuttavia, è alla fine del secolo X che si registra un passaggio decisivo, con l’abbandono delle forme bizantine per abbracciare le espressioni vive e dinamiche della vita quotidiana.
Il mancato avveramento della leggenda del Mille contribuì a una rinnovata attenzione verso i valori terreni e la personalità umana. Il passaggio dalla scultura bizantineggiante a quella romanica non fu immediato, ma piuttosto un processo graduale. Negli inizi del IX secolo, in effetti, si possono ancora riscontrare le tracce dell’arte precedente. L’Ambone di Trasacco è una testimonianza sorprendente di questa transizione, poiché pur appartenendo a una scuola locale della fine del secolo XI, porta con sé un richiamo alla tradizione.
La tematica dell’Ambone è quella tradizionale e presenta una chiara accentuazione bizantina. I simboli degli Evangelisti sono comuni in molte altre sculture dello stesso periodo, ma la figura centrale dell’Agnello assume un significato particolare, in quanto generalmente scomparirebbe a favore della Persona di Cristo Salvatore. Questo particolare si ricollega alle molteplici raffigurazioni del simbolo visibili nella Basilica. Infatti, oltre all’Agnello, recuperato tra i calcinacci durante i restauri e che doveva formare una delle chiavi di volta della navata centrale, è possibile ammirare la maggior parte delle chiavi di volta delle navate laterali, che riproducono lo stesso simbolo con caratteristiche simili.
La relazione tra questa scultura e le chiavi di volta offre la possibilità di stabilire il secolo preciso di esecuzione, grazie al rinvenimento del numero MIC (1099) in una di esse. Le scannellature ornamentali, pur nelle loro linee arabesche di pregevole effetto, sono riempite di rudimentale mosaico, per quel poco che ne è rimasto. Questo HORROR VOCUI, ovvero la mania di riempire i più piccoli spazi della scultura, riflette un’arte barbarica; non si riscontrano tali dettagli nemmeno nell’arte bizantina lineare né in quella romanica, che invece tendeva alla ricerca del volume e dello spazio.
Un aspetto particolare è rappresentato dalla forma della Croce, sorretta dal piede destro dell’Agnello, che appare a coda di rondine, simile alle classiche croci carolinge, segno di un influsso di una tradizione artistica anteriore. Tali forme di croce possono essere osservate non solo all’interno della Basilica, ma anche sulle facciate della Torre, riportandoci tutte allo stesso periodo storico, ovvero la fine del secolo XI.
Importante è anche la stella a sei raggi, stemma dei Conti dei Marsi, abitanti di Trasacco. Dopo aver messo in evidenza questi aspetti dell’influsso artistico precedente e contemporaneo al Mille, è tempo di focalizzarsi sugli iniziali tentativi che collocano il pezzo tra le prime espressioni dell’arte romanica. In primo luogo, si osserva la ricerca del movimento: ciascuno dei vari simboli non ha più una posizione statica, ma trasmette vitalità, pensiero e un’eloquente espressività. Presi nel loro insieme, formano una rappresentazione perfetta, colma di armonia, dove tutto si intreccia in un’unità espressiva.
Riflettendo sull’atteggiamento dei quattro Evangelisti, si nota che tutti hanno le ali aperte e sono in pieno volo, diretti con forza verso l’Agnello. Quest’ultimo, posto al centro, volge il corpo verso due Evangelisti mentre la testa si rivolge agli altri due, quasi a richiamarli a sé. La visione dell’Agnello, compagno mansueto e vittima sulla Croce, fa deporre ai quattro simboli ogni senso di potenza e orgoglio. L’Aquila, con gli artigli, trattiene il Vangelo e inchina la testa; il Leone, ruggente ma ammansito, prega; il Toro, impetuoso, guarda estasiato mentre stringe il Vangelo con le zampe anteriori; l’Angelo, puro Spirito, mostra una riverente genuflessione al Verbo incarnato, come un gesto di negazione rispetto al NON SERVIAM di Lucifero.
Lo sforzo drammatico del movimento suggerisce una ricerca del volume, un intendimento che sarebbe superfluo in una rappresentazione musiva bizantineggiante. L’intento dell’artista di evidenziare i corpi dei cinque soggetti dallo sfondo è chiaro, impiegando tecniche semplici ma efficaci. A parte la perforazione della pietra nei contorni delle figure, il rilievo emerge ulteriormente dalla colonnina corinzia in primo piano e da un ornamento mosaico, che si curva dietro la colonnina e le figure, creando un effetto di continuo movimento.
Non ci si trova ancora all’apice dell’arte romanica, dato che lo sfondo risulta ancora abbozzato, ma il progresso rispetto all’arte precedente è tangibile. Da notare infine un elemento comune alle sculture classiche di questo periodo: le pieghe a canne che ricoprono la testa e le vesti dell’Angelo adorante, in analogia con le opere del grande Antelami (1170). Durante lo stesso periodo dell’Ambone, risultano significativi i due leoncini che si trovano sulla porta della casa di Di Tullio, vicino alla Basilica, e che un tempo le appartenevano. Anche l’altro leoncino, incastonato nella casa di Leone Pasquale, testimonia la qualità artistica del tempo.
Alla luce di quanto esposto, l’opera assume un altissimo valore. Non sorprende quindi che i rapaci aquilani avessero tentato di appropriarsene, giustificando il loro interesse con la banale scusa di voler prendersi cura della scultura per una esposizione internazionale a Parigi. Per fortuna, però, le autorità locali, a causa di una brutta esperienza precedente, rispedirono i tentativi di appropriazione a mani vuote e con le ossa rotte.
Riferimento autore: Don Evaristo Evangelini.