Testi tratti dal libro “Trasacco prima di Roma”
Testi a cura di Don Evaristo Evangelini
In tempi remoti, il letto del lago Fùcino era più alto di quella vasta e fertile pianura ricavata dal suo prosciugamento. Gli immensi detriti scaricati dai vari piccoli fiumi che si gettavano nel lago dovevano teoricamente farlo innalzare, ma al contrario, questo è andato sempre più abbassandosi a causa di un fenomeno che i geologi chiamano “sostegno manco”, ovvero l’assestamento della base non compatta e instabile. Con il letto più alto, il lago abbracciava una superficie maggiore e buona parte dei terreni rivieraschi era un tempo incorporata nel lago stesso.
Non abbiamo documentazione precisa su dove giungessero le acque intorno al V o IV secolo a.C., ma possiamo verificarlo dalle falde estratte nella perforazione di pozzi artesiani lungo la linea Trasacco-Luco, a distanza di un chilometro dall’ex lago. In tutte le perforazioni effettuate, alla profondità di circa 4 metri, inizia ad estrarsi terra biancastra, di color cenere, identica al terreno del Fùcino. Questo è un chiaro indicativo che le acque una volta arrivavano fino a quel punto. Il terreno sovrastante è certamente il risultato di accumuli causati da ripetute alluvioni catastrofiche.
Tracciando una retta tra i vari pozzi perforati, ci si avvicina al luogo dove fu rinvenuta l’ara al dio Fùcino, che il grande archeologo Theodor Mommsen indica col nome di Palaritto. Nessuna mappa antica e neppure quella dell’Istituto Geografico Militare, così particolareggiata, riporta la contrada trasaccana con questo nome. Questo porta a suggerire che Mommsen possa aver indicato il luogo dell’ara al dio Fùcino eretta al cospetto del lago o, più probabilmente, aver tradotto in latino la parola dialettale Pretraritta = Pietradritta, con cui viene indicato il posto medesimo.
La seconda derivazione della contrada, che si trova in fondo all’attuale Via Candelecchia, ha origine da una colonna di pietra conficcata nel terreno, rovinata dal tempo e dalle intemperie, essendo di natura calcarea. Questa pietra è rimasta, chissà da quanti secoli, come un mistero, utilizzata come punto d’appoggio dai ragazzini quando giocano a “zompa cavallo”. Forse un tempo era una pietra miliare; comunque, l’alone di mistero va slowly svelandosi negli ultimi tempi.
Nel V o IV secolo a.C., periodo in cui viene riportata l’epigrafe N. 2, la zona costituiva un magnifico belvedere per i genuini Marsi, con alle spalle la ubertosa pianura e davanti le acque cristalline del Fùcino. È logico supporre che solo qui potesse sorgere un’ara al dio Fùcino. Si considerino i nomi che a tutt’oggi conservano le contrade confinanti: a Nord i Paduli dal latino PADULAE = Palude, a Ovest Panzano, che significa Pantano, e a Est la depressione di Fondone, il cui significato è meglio espresso dalla dicitura dialettale Funnone, che indica grande profondità, dato che l’ordinario funno significa proprio “profondo”.
In realtà, nei recenti scavi per il nuovo acquedotto, in tale località sono emerse varie stratificazioni alluvionali, suggerendo che il letto originale del torrente fosse molto più basso e che tutte le acque della Valle Transaquana scorressero verso il lago attraverso questa via naturale. Il fenomeno alluvionale ha avuto ripercussioni anche per l’abitato di Supino.
Attualmente, il fossato Di Rosa attraversa questo centro italico, ma le abitazioni sono costruite a ridosso delle sponde del torrente, e megalitiche mura interrate lo attraversano dall’alto verso il basso, suggerendo che ciò che oggi è il letto del torrente era un tempo un luogo abitato. Paduli, Panzano, Fondone: luoghi dove l’acqua arrivava o risiedeva quando il lago era in tumulto, e sopra questi si ergeva dolcemente la contrada Palaritto, parte di una zona più ampia chiamata Colletrone.
È solo in questo contesto che, ribadiamo, poteva sorgere un tempio al dio dell’acqua, con le sovrastrutture elementari che richiede un centro religioso. Il tempo sta gradualmente svelando parte delle meraviglie sepolte. È nota a tutti la scoperta in loco di un ricco quanto antico tesoro aureo, che ha trasformato le condizioni economiche di una famiglia del paese.
Molte persone che frequentano il posto nelle tiepide giornate invernali per giocare a bocce affermano, con grande sensibilità, di percepire ‘vuoti’ sotto il terreno. È importante notare che di recente sono state rinvenute tombe antichissime lungo Via Candelecchia, principalmente nelle adiacenze della Pretraritta.
Riportiamo quanto annotato in un diario personale il 26-06-1971: “Altre due tombe antichissime sono state rinvenute oggi durante lo scavo della rete idrica in Via Candelecchia, vicino alla Pretraritta, davanti alla casa dei Marolo, dove erano state fatte scoperte in precedenza. Secondo testimonianze di persone presenti, inclusi bambini, in tali tombe sono stati rinvenuti vari oggetti preziosi: lacrimatoi, anforine, vasellame fittile, oggetti in bronzo… Da notare che l’ultima tomba a Ovest è orientata verso Nord e in linea con la strada di Chiaffino; ciò fa supporre che l’antica strada passasse per queste parti…”.
Anche la stampa regionale si è occupata della scoperta: “Ieri a Trasacco, durante i lavori di scavo per la messa in opera delle tubature per la nuova rete fognante, in Via Candelecchia sono venute alla luce alcune tombe romane che, a detta di esperti del luogo, risalirebbero al secondo secolo dopo Cristo. I lavori sono stati temporaneamente sospesi… All’interno delle tombe sono stati trovati oggetti vari dell’epoca, tra cui vasellame in argilla di pregevole fattura, monete e alcune armi. Si tratta quindi di reperti archeologici di notevole importanza, la cui destinazione è attualmente sconosciuta…” (Il Messaggero).
Se queste tombe possano risalire al II secolo d.C. è da verificarsi; comunque anche i reperti archeologici trovati nella necropoli rinvenuta più verso il centro abitato sembrano datarsi allo stesso periodo. Questo non cambia la nostra tesi, anzi la conferma secondo il detto latino: “per viam religiones et sepulcra”: lungo le vie si erigevano templi e sepolcri. Via Candelecchia, nell’antichità, costituiva un tratto di una via circonfucense, comunicando con i centri degli antichi Marsi, partendo da quella che doveva poi chiamarsi Valeria.
La diramazione iniziava da Alba, passava sotto il Salviano, toccava Angizia, affiancava il Vallone Fermentino presso il Casale Floridi, proseguiva quindi verso il Colle del Santuario di Candelecchia per giungere alla Valle Transaquana, da cui si diramava ancora per raggiungere Supino a Sud e Archippe a Est. Per raggiungere Archippe, la via doveva necessariamente passare per la contrada Palaritto, dove appunto fu eretto il tempio al dio Fùcino con la relativa ara. Osservando attentamente, si può notare che tutta la diramazione circonfucense si sviluppava a un’altezza costante, intorno ai 700 metri sul livello del mare.
È necessario considerare questa altezza costante e ricordare che il lago Fùcino talvolta faceva degli “scherzi”, straripando per ampie zone, come ricorda Giulio Ossequiente nel libro dei Prodigi: “M. Aemilio et C. Hostilio Mancino cos. Lacus Fucinus per quinque milia passum quoquoversum inundavit.” Sotto il Consolato di M. Emilio e di Caio Ostilio Mancino (136 a.C.) il lago di Fùcino straripò ovunque per 5.000 passi, cioè 7390 metri.
Ne deriva che ai tempi a cui ci riferiamo, V o IV secolo a.C., non poteva esistere alcun centro abitato nei pressi del lago a un’altitudine di 700 metri sul livello del mare, né ragionevolmente più in alto. Non Avezzano a 698 metri nella parte superiore, che risentiva maggiormente del flusso e riflusso delle acque essendo l’unico sbocco verso il fiume Salto, né Ortucchio a 680, né Marruvio a 670, non Luco (nella sua area attuale) a 680. Il luogo più comodo, naturale e sicuro per una stabile dimora era la Valle Transaquana, con i monti a protezione; e la contrada Palaritto a 696 metri formava l’estremo limite della zona asciutta, con observed dell’ira delle acque del dio Fùcino.
Il tempietto con l’ara votiva fu certamente innalzato nel V o IV secolo dagli antichi Marsi, arroccati nei castelli fortificati in mezzo alle nostre montagne, quando l’agricoltura era quasi impossibile per la natura dei luoghi e la pesca costituiva una fonte sostanziale di sostentamento. In Ercole esprimevano il loro spirito guerriero, nel dio Fùcino la loro necessità di acqua. Gli abitanti di Vittorito o Bettorica, di Troia, di Rocca d’Acero, di Mesula; quelli di Castulo, di Moscuso, di Sclavo; quelli insediati nella Giostra sui monti al confine tra Trasacco e Collelongo, venivano a sciogliere voti per ottenere favori.
Se molti centri degli antichi Marsi rimangono ancora sepolti nell’oblio, tanta luce proviene dagli scavi archeologici effettuati nell’ultimo centro nominato: la Giostra d’Amplero. Si legge nella relazione del Prof. Letta: “La campagna del 1970, completando l’esplorazione dell’edificio N. 1 e proseguendo la ricerca, ha portato a concreti elementi cronologici e ha confermato in maniera definitiva che tutta la zona, con le strutture identificate e con altre non segnalate, costituisce una vasta area sacra, con una lunga e continua frequentazione e fasi costruttive, inizio per lo meno alla fine del IV secolo a.C.”. La pulitura dell’unica moneta rinvenuta nel 1969 nello scavo dell’edificio N. 1 e delle tre rinvenute nel 1970 tra l’edificio N. 2 e quello circolare ha confermato definitivamente questi dati: tutte le monete rinvenute risalgono al III secolo a.C., e una sembra anzi del IV secolo a.C.
Così, dopo tanto tempo in silenzio, la terra inizia a parlare. Gli abitanti di Supino, adagiati nella Valle Transaquana, venivano anche al tempio del dio Fùcino prima e dopo che la vita tra i monti cominciava a perdere significato. Le guerre sannitiche erano terminate e fra Marsi e Romani era stato stipulato un rispettoso patto, con i Marsi che avevano ottenuto in regalo la cittadinanza romana, benché senza diritto di voto. Altre ragioni spingevano gli abitanti degli antichissimi castelli montani a scendere a valle, come la crescente scarsità d’acqua a causa di fenomeni sismici, la progressiva importanza dell’agricoltura sulla caccia e la ricerca di terreni più fertili, la maggiore razionalità nella pastorizia e, non ultima, l’attrattiva di un’esistenza meno disumana e più confortevole.
Riferimento autore: Don Evaristo Evangelini.