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I Giornali Dell’Epoca

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Avezzano devastata: un terremoto trasforma la città in un campo di rovine, lasciando sopravvissuti e feriti in uno scenario apocalittico.

Avezzano e i paesi limitrofi furono devastati il 13 gennaio 1915 da un tremendo terremoto che rase al suolo edifici pubblici e privati. Solo circa ottocento persone sopravvissero, molte delle quali ferite. I primi rapporti dall’area furono allarmanti: chi era presente descrisse il rombo iniziale della scossa, seguito da un tremore che distrusse rapidamente la stazione e i suoi dintorni. Persino il castello e la chiesa, simboli della città, scomparvero, riducendo Avezzano a un cumulo di macerie. La mancanza di comunicazione durante le prime ore contribuì a ingigantire la paura e la confusione.

Le notizie giunsero gradualmente, e le stazioni circostanti iniziarono a ricevere i treni cimitero carichi di feriti: tra loro, Pietro Rosati, colpito durante il collasso della stazione. Altre testimonianze evidenziarono l’assenza di soccorsi immediati, mentre a Cèlano e Pescina si registravano ulteriori danni e perdite. Molti erano ignari della gravità della situazione e in cerca di notizie sulle persone care; la frustrazione cresceva insieme al dolore.

Le autorità locali, tra cui il sottoprefetto De Terzi e il sindaco Giffi, perirono nel disastro, mentre la città affrontava l’immediata crisi di rifugiati e feriti. Il deputato Sipari riferì la necessità di aiuti straordinari, comparando il disastro di Avezzano a quello di Messina. La devastazione si estese alla Marsica, coinvolgendo paesi come Magliano, Collarmele e Trasacco, mentre le operazioni di soccorso venivano ostacolate dalla mancanza di risorse e dal caos.

Malgrado il dolore e la perdita incontenibile, la comunità iniziò a mobilitarsi per la ricostruzione. La nuova stazione e la sede del Municipio iniziarono a sorgere, segnando l’inizio della rinascita di Avezzano. Il fervore dei superstiti si unì alla volontà di ricostruire, con l’auspicio che Avezzano potesse tornare a brillare come un centro vitale della Marsica. L’opera di ricostruzione implicò la determinazione collettiva di far rivivere la città, mantenendo viva la memoria dei suoi abitanti e delle sue tradizioni.

Tratto da: Corriere della Sera.

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Avezzano è rasa al suolo e così pure i paesi limitrofi. Gli edifici pubblici sono tutti distrutti e si calcola che appena ottocento persone siano salve, la maggior parte di esse è ferita. I primi particolari, così come furono diffusi dalla stampa, rivelano un drammatico affresco della situazione. È da notare come nessuna delle prime notizie provenga direttamente da Avezzano: per buona parte della giornata del 13 gennaio fu strappata al resto del mondo, non dava né riceveva notizie. Un testimone racconta: «Io ero ad Avezzano ed aspettavo il treno proveniente da Cèlano che doveva portarmi a Tagliacozzo e poi a Roma. Erano le 7,25 precise. Alcuni minuti dopo si è inteso un rombo terribile come un grande tonfo, lontano dapprima e poi via via avvicinandosi. Intanto la terra ha cominciato a tremare, non era più possibile stare in piedi. Io mi sono lanciato fuori dalla tettoia in mezzo alla linea e in quel breve tratto ho camminato come un ubriaco. Appena sono stato fuori dalla tettoia, questa è rovinata. Sono salvo per miracolo. Questo crollo è sembrato il segnale della rovina di tutti i fabbricati dentro e fuori la stazione», racconta un’altra persona testimone del disastro.

Della stazione non sono rimasti in piedi che il casotto della ritirata e il rifornitore dell’acqua, non quello nuovo in cemento armato, ma quello vecchio, che pareva dovesse cadere ad ogni istante. Se dentro Avezzano è avvenuta la stessa cosa che alla stazione, Avezzano non deve essere più che un’immane rovina. Il Mattino del 14 gennaio 1915 riporta che non ci si rese conto immediatamente dell’accaduto, inizialmente ritenendo che si trattasse del crollo improvviso dello stabilimento. In un attimo, l’apparente tranquillità di Avezzano si trasformò in terrore, e con rassegnazione si rilevò che tutto era scomparso.

In un altro resoconto, si apprende che a Tivoli, dalla linea dell’Abruzzo, sono pervenute le prime gravi notizie dalla stazione di Avezzano. Era impressionante la mancanza di informazioni sul treno numero 611 che doveva giungere alle ore 8,19. Alle ore 7,30, il capostazione aveva ricevuto un dispaccio ad Avezzano in cui si segnalava un ritardo di sessanta minuti; ma il treno non era ancora giunto. Da allora non si ebbe più notizie, e ben presto si apprese che la stazione era crollata.

Molti feriti furono trasportati all’Ospedale, compreso il guardia merci Pietro Rosati, colpito da una trave mentre cercava di fuggire. Fra le testimonianze, un altro ferito esclamò: «Avezzano è tutta spianata». Il Corriere della Sera del 14 gennaio 1915 riporta che i treni carichi di feriti, curati dalle suore di San Vincenzo ad Arsoli, rivelano una tragedia umana profonda. La gente viaggiava tra l’ansia e la speranza di riabbracciare i propri cari, mentre apprendevano notizie devastanti.

Ad Arsoli, un centinaio di feriti giacevano sui sedili delle vetture o a terra, per lo più feriti non gravemente. Un padre, arrivato con il figlio da Roma, scoprì che l’altro figlio, Antinori, giaceva sotto le macerie. Al triage di Tagliacozzo, i soccorritori confermavano la completa distruzione di Avezzano e altri paesi. Le notizie di morti e feriti si accumulavano, mentre il lavoro di soccorso iniziava con grande difficoltà.

Ad Avezzano, il disastro era inimmaginabile. Mucchi di macerie coprivano gli impiegati tra cui il capostazione Antonio Fiorentino, che aveva perso la moglie e era rimasto ferito. Molte autorità locali perirono nel disastro, portando a un grave impoverimento della dirigenza della città. E mentre si tentava di recuperare le vittime, le notizie gongolavano sul numero crescente di feriti. Le enti locali e il governo provinciale si mobilitarono per inviare soccorsi e assistenza, con la collaborazione attiva di medici e militi della Croce Rossa.

Ristabilito il servizio telegrafico, il deputato Sipari inviò un disperato appello per soccorsi urgenti. Le città circostanti come Cèlano, Pescina e Trasacco si dicevano gravemente danneggiate. Si stimava che i paesi distrutti nella Marsica fossero numerosi, causando un’agitazione e preoccupazione generalizzate. La paura dell’ammassamento di vittime sotto le macerie era palpabile, come anche l’urgenza di fornire aiuti e risorse.

La situazione era disperata. Nonostante gli sforzi dei soccorritori, i mezzi erano inadeguati e c’erano insufficienze nei materiali necessari per i salvataggi. Storie toccanti di bambini e uomini intrappolati si diffondevano tra gli abitanti in cerca dei propri cari. Dalla Val Fùcino e con l’aiuto di soldati, si proseguiva nel difficile compito di estrazione dal caos creato. Avezzano era ormai un monumento al dolore e alla distruzione.

Nonostante tutto, vi era chi continuava a sperare nella ricostruzione. Già si avviavano i primi interventi per la costruzione di una nuova stazione accanto all’antica, e si lavorava per i nuovi edifici municipali, segno della resilienza e della determinazione degli abitanti. Mentre la città veniva riconfigurata dall’inferno, la fiducia nell’apertura di un nuovo capitolo si riaccendeva nei cuori di chi era rimasto.

La rinascita di Avezzano era già intuibile, poiché la sua posizione strategica e l’importanza come nodo ferroviario rimanevano irrinunciabili per il futuro della regione. I superstiti di questa tragedia si preparavano a riprendere in mano le redini delle loro vite, promettendo un futuro di speranza e ricostruzione, pur con il profondo dolore per le perdite subite.

Tratto da: Corriere della Sera, 14-1-1915.

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Ospitalità e servizi

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Avezzano è rasa al suolo e così pure i paesi limitrofi. Gli edifici pubblici sono tutti distrutti e si calcola che appena ottocento persone siano salve, la maggior parte di esse è ferita. I primi particolari, così come furono diffusi dalla stampa, rivelano un drammatico affresco della situazione. È da notare come nessuna delle prime notizie provenga direttamente da Avezzano: per buona parte della giornata del 13 gennaio fu strappata al resto del mondo, non dava né riceveva notizie. Un testimone racconta: «Io ero ad Avezzano ed aspettavo il treno proveniente da Cèlano che doveva portarmi a Tagliacozzo e poi a Roma. Erano le 7,25 precise. Alcuni minuti dopo si è inteso un rombo terribile come un grande tonfo, lontano dapprima e poi via via avvicinandosi. Intanto la terra ha cominciato a tremare, non era più possibile stare in piedi. Io mi sono lanciato fuori dalla tettoia in mezzo alla linea e in quel breve tratto ho camminato come un ubriaco. Appena sono stato fuori dalla tettoia, questa è rovinata. Sono salvo per miracolo. Questo crollo è sembrato il segnale della rovina di tutti i fabbricati dentro e fuori la stazione», racconta un’altra persona testimone del disastro.

Della stazione non sono rimasti in piedi che il casotto della ritirata e il rifornitore dell’acqua, non quello nuovo in cemento armato, ma quello vecchio, che pareva dovesse cadere ad ogni istante. Se dentro Avezzano è avvenuta la stessa cosa che alla stazione, Avezzano non deve essere più che un’immane rovina. Il Mattino del 14 gennaio 1915 riporta che non ci si rese conto immediatamente dell’accaduto, inizialmente ritenendo che si trattasse del crollo improvviso dello stabilimento. In un attimo, l’apparente tranquillità di Avezzano si trasformò in terrore, e con rassegnazione si rilevò che tutto era scomparso.

In un altro resoconto, si apprende che a Tivoli, dalla linea dell’Abruzzo, sono pervenute le prime gravi notizie dalla stazione di Avezzano. Era impressionante la mancanza di informazioni sul treno numero 611 che doveva giungere alle ore 8,19. Alle ore 7,30, il capostazione aveva ricevuto un dispaccio ad Avezzano in cui si segnalava un ritardo di sessanta minuti; ma il treno non era ancora giunto. Da allora non si ebbe più notizie, e ben presto si apprese che la stazione era crollata.

Molti feriti furono trasportati all’Ospedale, compreso il guardia merci Pietro Rosati, colpito da una trave mentre cercava di fuggire. Fra le testimonianze, un altro ferito esclamò: «Avezzano è tutta spianata». Il Corriere della Sera del 14 gennaio 1915 riporta che i treni carichi di feriti, curati dalle suore di San Vincenzo ad Arsoli, rivelano una tragedia umana profonda. La gente viaggiava tra l’ansia e la speranza di riabbracciare i propri cari, mentre apprendevano notizie devastanti.

Ad Arsoli, un centinaio di feriti giacevano sui sedili delle vetture o a terra, per lo più feriti non gravemente. Un padre, arrivato con il figlio da Roma, scoprì che l’altro figlio, Antinori, giaceva sotto le macerie. Al triage di Tagliacozzo, i soccorritori confermavano la completa distruzione di Avezzano e altri paesi. Le notizie di morti e feriti si accumulavano, mentre il lavoro di soccorso iniziava con grande difficoltà.

Ad Avezzano, il disastro era inimmaginabile. Mucchi di macerie coprivano gli impiegati tra cui il capostazione Antonio Fiorentino, che aveva perso la moglie e era rimasto ferito. Molte autorità locali perirono nel disastro, portando a un grave impoverimento della dirigenza della città. E mentre si tentava di recuperare le vittime, le notizie gongolavano sul numero crescente di feriti. Le enti locali e il governo provinciale si mobilitarono per inviare soccorsi e assistenza, con la collaborazione attiva di medici e militi della Croce Rossa.

Ristabilito il servizio telegrafico, il deputato Sipari inviò un disperato appello per soccorsi urgenti. Le città circostanti come Cèlano, Pescina e Trasacco si dicevano gravemente danneggiate. Si stimava che i paesi distrutti nella Marsica fossero numerosi, causando un’agitazione e preoccupazione generalizzate. La paura dell’ammassamento di vittime sotto le macerie era palpabile, come anche l’urgenza di fornire aiuti e risorse.

La situazione era disperata. Nonostante gli sforzi dei soccorritori, i mezzi erano inadeguati e c’erano insufficienze nei materiali necessari per i salvataggi. Storie toccanti di bambini e uomini intrappolati si diffondevano tra gli abitanti in cerca dei propri cari. Dalla Val Fùcino e con l’aiuto di soldati, si proseguiva nel difficile compito di estrazione dal caos creato. Avezzano era ormai un monumento al dolore e alla distruzione.

Nonostante tutto, vi era chi continuava a sperare nella ricostruzione. Già si avviavano i primi interventi per la costruzione di una nuova stazione accanto all’antica, e si lavorava per i nuovi edifici municipali, segno della resilienza e della determinazione degli abitanti. Mentre la città veniva riconfigurata dall’inferno, la fiducia nell’apertura di un nuovo capitolo si riaccendeva nei cuori di chi era rimasto.

La rinascita di Avezzano era già intuibile, poiché la sua posizione strategica e l’importanza come nodo ferroviario rimanevano irrinunciabili per il futuro della regione. I superstiti di questa tragedia si preparavano a riprendere in mano le redini delle loro vite, promettendo un futuro di speranza e ricostruzione, pur con il profondo dolore per le perdite subite.

Tratto da: Corriere della Sera, 14-1-1915.

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