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Avezzano è rasa al suolo e così pure i paesi limitrofi. Gli edifici pubblici sono tutti distrutti e si calcola che appena ottocento persone siano salve, la maggior parte di esse è ferita. I primi particolari, così come furono diffusi dalla stampa, rivelano un drammatico affresco della situazione. È da notare come nessuna delle prime notizie provenga direttamente da Avezzano: per buona parte della giornata del 13 gennaio fu strappata al resto del mondo, non dava né riceveva notizie. Un testimone racconta: «Io ero ad Avezzano ed aspettavo il treno proveniente da Cèlano che doveva portarmi a Tagliacozzo e poi a Roma. Erano le 7,25 precise. Alcuni minuti dopo si è inteso un rombo terribile come un grande tonfo, lontano dapprima e poi via via avvicinandosi. Intanto la terra ha cominciato a tremare, non era più possibile stare in piedi. Io mi sono lanciato fuori dalla tettoia in mezzo alla linea e in quel breve tratto ho camminato come un ubriaco. Appena sono stato fuori dalla tettoia, questa è rovinata. Sono salvo per miracolo. Questo crollo è sembrato il segnale della rovina di tutti i fabbricati dentro e fuori la stazione», racconta un’altra persona testimone del disastro.
Della stazione non sono rimasti in piedi che il casotto della ritirata e il rifornitore dell’acqua, non quello nuovo in cemento armato, ma quello vecchio, che pareva dovesse cadere ad ogni istante. Se dentro Avezzano è avvenuta la stessa cosa che alla stazione, Avezzano non deve essere più che un’immane rovina. Il Mattino del 14 gennaio 1915 riporta che non ci si rese conto immediatamente dell’accaduto, inizialmente ritenendo che si trattasse del crollo improvviso dello stabilimento. In un attimo, l’apparente tranquillità di Avezzano si trasformò in terrore, e con rassegnazione si rilevò che tutto era scomparso.
In un altro resoconto, si apprende che a Tivoli, dalla linea dell’Abruzzo, sono pervenute le prime gravi notizie dalla stazione di Avezzano. Era impressionante la mancanza di informazioni sul treno numero 611 che doveva giungere alle ore 8,19. Alle ore 7,30, il capostazione aveva ricevuto un dispaccio ad Avezzano in cui si segnalava un ritardo di sessanta minuti; ma il treno non era ancora giunto. Da allora non si ebbe più notizie, e ben presto si apprese che la stazione era crollata.
Molti feriti furono trasportati all’Ospedale, compreso il guardia merci Pietro Rosati, colpito da una trave mentre cercava di fuggire. Fra le testimonianze, un altro ferito esclamò: «Avezzano è tutta spianata». Il Corriere della Sera del 14 gennaio 1915 riporta che i treni carichi di feriti, curati dalle suore di San Vincenzo ad Arsoli, rivelano una tragedia umana profonda. La gente viaggiava tra l’ansia e la speranza di riabbracciare i propri cari, mentre apprendevano notizie devastanti.
Ad Arsoli, un centinaio di feriti giacevano sui sedili delle vetture o a terra, per lo più feriti non gravemente. Un padre, arrivato con il figlio da Roma, scoprì che l’altro figlio, Antinori, giaceva sotto le macerie. Al triage di Tagliacozzo, i soccorritori confermavano la completa distruzione di Avezzano e altri paesi. Le notizie di morti e feriti si accumulavano, mentre il lavoro di soccorso iniziava con grande difficoltà.
Ad Avezzano, il disastro era inimmaginabile. Mucchi di macerie coprivano gli impiegati tra cui il capostazione Antonio Fiorentino, che aveva perso la moglie e era rimasto ferito. Molte autorità locali perirono nel disastro, portando a un grave impoverimento della dirigenza della città. E mentre si tentava di recuperare le vittime, le notizie gongolavano sul numero crescente di feriti. Le enti locali e il governo provinciale si mobilitarono per inviare soccorsi e assistenza, con la collaborazione attiva di medici e militi della Croce Rossa.
Ristabilito il servizio telegrafico, il deputato Sipari inviò un disperato appello per soccorsi urgenti. Le città circostanti come Cèlano, Pescina e Trasacco si dicevano gravemente danneggiate. Si stimava che i paesi distrutti nella Marsica fossero numerosi, causando un’agitazione e preoccupazione generalizzate. La paura dell’ammassamento di vittime sotto le macerie era palpabile, come anche l’urgenza di fornire aiuti e risorse.
La situazione era disperata. Nonostante gli sforzi dei soccorritori, i mezzi erano inadeguati e c’erano insufficienze nei materiali necessari per i salvataggi. Storie toccanti di bambini e uomini intrappolati si diffondevano tra gli abitanti in cerca dei propri cari. Dalla Val Fùcino e con l’aiuto di soldati, si proseguiva nel difficile compito di estrazione dal caos creato. Avezzano era ormai un monumento al dolore e alla distruzione.
Nonostante tutto, vi era chi continuava a sperare nella ricostruzione. Già si avviavano i primi interventi per la costruzione di una nuova stazione accanto all’antica, e si lavorava per i nuovi edifici municipali, segno della resilienza e della determinazione degli abitanti. Mentre la città veniva riconfigurata dall’inferno, la fiducia nell’apertura di un nuovo capitolo si riaccendeva nei cuori di chi era rimasto.
La rinascita di Avezzano era già intuibile, poiché la sua posizione strategica e l’importanza come nodo ferroviario rimanevano irrinunciabili per il futuro della regione. I superstiti di questa tragedia si preparavano a riprendere in mano le redini delle loro vite, promettendo un futuro di speranza e ricostruzione, pur con il profondo dolore per le perdite subite.
Tratto da: Corriere della Sera, 14-1-1915.
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