La costruzione è uno degli elementi del paesaggio umanizzato e riflette i caratteri propri del territorio in cui si trova inserita. L’abitato di Villavallelonga presenta la caratteristica disposizione sul dorso delle colline e, in relazione al suo sviluppo, consente di individuare tre diversi periodi edificatori. Fino al 1806, anno di eversione della feudalità, si trovano strutture all’interno delle mura difensive che hanno delimitato il nucleo originario, denominato La Villa. Un successivo periodo di espansione avviene extra moenia, fuori dalle mura, fino al terremoto del 1915. Infine, l’ultimo periodo è caratterizzato dalla costruzione delle casette asismiche.
I primi due periodi sono i più interessanti, poiché documentano le dimore in pietra, accentrate e compatte, che si adattano sul pendio di Colle Quaresima. Mancano piante regolari e strutture organiche, ma i caratteri esterni ed interni presentano tratti di significativa originalità. La compressione del nucleo storico testimonia la ricerca di spazi abilitati anche al di sopra dei vicoli. Si possono osservare archi di sostegno e di raccordo fra casa e casa, sui quali sono addossati corridoi e anditi. Gli sporti, o androni, sorreggono le case come sorelle, sviluppando autentici tunnels, concepiti come archi di passaggio pubblico per il collegamento delle varie contrade attraverso rapide scorciatoie.
In origine, tale struttura doveva assolvere una funzione difensiva, mentre in tempi recenti si sono evidenziati vantaggi per la stabilità edilizia, poiché mantengono unite le facciate del caseggiato. Numerosi sono gli accessi a porticcioli di abitazioni, che si sbarrano con i bracciuoli; alcuni ingressi presentano ancora sul fianco una feritoia, utilizzata per difendere la porta da eventuali assalitori, come in via Capocrace, 4. Molti portali sono decorati con pietre e capitelli lavorati, che rimandano alla tradizione benedettina, quando le badie dovevano essere centri fortificati, luoghi di lavoro e di preghiera.
Le strutture più arcaiche della dimora rurale italica si ritrovano di solito nel solo piano inferiore della casa, con realizzazioni semicilindriche o a botte. Questi elementi sono stati inseriti nella roccia tramite scavi stretti e allungati, che corrispondono agli ambienti rustici, come la stalla e il fienile, in modo che la statica dell’edificio non ne risentisse. Anche le terrate, o cantine, sono state realizzate con una particolare tecnica costruttiva: dopo lo scavo, lo spazio veniva riempito con legna, per fungere da sostegno e armatura; successivamente, si ricopriva con pietre legate da rena e calce, e dopo alcuni mesi si toglieva la legna, permettendo di utilizzare lo spazio.
Un elemento tipico per il collegamento delle case in pendio è la cordonata, una scala con rampe distanziate e con alzata dei gradini che consente il transito dei quadrupedi. Le terrate prendono luce da finestrelle che si aprono lungo la cordonata o in caratteristici violetti, con scalini ripidi. I camini, invece, sono sempre collocati sui muri esterni; i tetti scendono con un solo piovente, inclinato e spesso in comune. Le finestre sono piccole e asimmetriche, mentre le scale sono brevi all’esterno per evitare l’ingombro dei vicoli e delle cordonate, presentando un maggiore sviluppo all’interno del fabbricato.
Una maggiore accentuazione della scala esterna si osserva quando il caseggiato tende ad aprirsi in qualche minuscola piazzetta, con gradinate che sembrano scale di appoggio provvisorio, utili durante le forti nevicate invernali. Il corpo delle mura difensive era traforato da profonde occhiaie di spioncini e feritoie di avvistamento. Nei vicoli, in assenza delle fogne, scorrevano gli scoli delle acque piovane e di rifiuto, che penetravano anche all’interno dei fabbricati attraverso appositi condotti scoperti, per poi defluire in altri vicoli sottostanti.
Il tipo di dimora più diffuso è quello dell’edificio unitario realizzato sul pendio, con l’abitazione sovrapposta alla stalla, seguendo l’inclinazione del terreno. L’abitazione, però, non era comunicante con la stalla, per isolare la cucina, di solito ubicata al primo piano, e le camere dei piani superiori. Un particolare accorgimento consisteva nella previsione di cateratte, botole con coperchio ribaltabile, ricavate sul pavimento e utilizzate in situazioni di emergenza, specialmente durante l’inverno, quando il manto nevoso durava almeno 55 giorni.
In relazione alle condizioni topografiche del terreno, si osservano soluzioni strutturali interessanti, come l’abitazione giustapposta in un lato dell’edificio diverso da quello nel quale si aprono gli ambienti rustici. Si conservano, quindi, due tipi di accesso da una stessa strada in debole pendio, ma generalmente i rustici e le abitazioni sono serviti da strade diverse, collocate su livelli paralleli e collegate tra loro. Il nucleo storico dell’abitato ha forma ellittica ed è caratterizzato da un agglomerato compatto, limitato da una cerchia di case alte e massicce, come la casa torre, per soddisfare il bisogno di protezione.
Lo sviluppo dell’abitato si è orientato in più direzioni, mantenendo il modo di costruire in aderenza, legato ai tempi antichi delle invasioni e delle razzie, al baluardo dei castelli e delle fortezze, e agli eventi briganteschi e feudali. Nell’ultimo periodo, relativo alla costruzione delle casette asismiche in muratura e con solo piano terreno, colpisce il singolare geometrismo della pianta, legata alle misure di emergenza adottate dopo il terremoto marsicano. Gli abitanti hanno sopperito alla disattenzione dei pubblici poteri, intervenendo con azioni individuali non coordinate per migliorare e ampliare le provvisorie dimore condotte in locazione.
Di recente, con il riscatto delle casette, è iniziato un processo di ristrutturazione delle mansarde, con il consolidamento delle strutture. Tuttavia, la profonda diversificazione con l’abitato del centro storico segna un punto di contrasto e un ostacolo per la partecipazione unitaria nella definizione degli indirizzi di sviluppo e progresso del paese. Dalle casette asismiche vanno distinte le ricostruzioni e realizzazioni condotte al di fuori del centro storico, le quali hanno riprodotto il sistema edilizio con gli stessi caratteri strutturali e funzionali.
Fra gli elementi tipici del borgo medioevale si registra la scomparsa della grande fontana feudale, sostituita da una piazza con un piccolo parcheggio. Inoltre, si sono ridotte le cordonate adatte al passo degli animali e, purtroppo, vengono eliminate le decorazioni in pietra dei portali e delle finestre, che spesso conservavano autentiche testimonianze e reperti archeologici di incalcolabile valore storico e culturale. Sulle chiavi degli archi in pietra, poste al di sopra delle porte, si trovano ancora scolpiti simboli significativi: un’accetta per la bottega del taglialegna, una tenaglia per la bottega del maniscalco, un calice per l’abitazione del clero, o altri simboli per le famiglie appartenenti alle varie congreghe.
In via Carminaro al n. 49, si osserva la raffigurazione di una mano sopra un libro, con accanto una penna e un calamaio, che in passato identificava la casa dello scrivano, al quale la maggior parte degli abitanti doveva ricorrere per le prestazioni professionali di leggere e scrivere. Un motivo di sollievo proviene dall’assenza di moderni insediamenti artificiali realizzati in altri centri del Parco, in totale dispregio delle caratteristiche ambientali e naturalistiche.
L’abitato, sviluppatosi in lunghezza, ha reso difficoltosa la razionale dislocazione dei servizi della comunità, accrescendo i problemi e le difficoltà nella realizzazione di un dignitoso ambiente di vita che conservi i valori della cultura tradizionale (fisici, storici, etnici, sociali, economici), nei quali è impressa la forma vitale dei suoi abitanti. Strettamente connesse alle forme dell’abitato sono le vicende della popolazione, ricostruibili a partire dal XV secolo.
Le principali fonti sono costituite dalle numerazioni dei fuochi, dagli stati di anime, dalle prime rilevazioni degli abitanti e dai censimenti. La prima statistica, relativa al Regno di Napoli, fu ordinata nel 1444 da Alfonso I d’Aragona, basandosi sul computo, per scopi fiscali, dei nuclei familiari denominati fuochi, in sostituzione delle collette gravanti sulla rendita. Tale numerazione, un vero e proprio censimento di beni e persone, prevedeva la descrizione nominativa del capofuoco e di ogni convivente, segnalando età, stato civile e mestiere.
La rilevazione era svolta da un personaggio delegato dal Governo, affiancato dai deputati dell’Università (Comune). Un rapporto costante tra fuochi fiscali e popolazione non fu mai stabilito, ma gli studiosi di storia demografica adottarono un numero medio di cinque persone per ciascun fuoco, calcolando così il numero complessivo degli abitanti. I dati, riportati in Appendice, si riferiscono all’intera Vallelonga per consentire l’analisi comparata del popolamento dei suoi tre centri e la segnalazione dei fenomeni di maggiore interesse.
Dai dati statistici sui fuochi emergono oscillazioni che si riflettono sulle vicende demografiche, spiegabili con le condizioni di vita, gli eventi bellici, le epidemie, i movimenti migratori e le politiche governative. Due fenomeni meritano di essere evidenziati. Il primo è relativo al notevole incremento della popolazione, osservabile confrontando i dati del 1443, 1447 e 1479 con quelli del 1522-1545.
Al basso popolamento registrato nella prima metà del Quattrocento, segue un significativo sviluppo demografico, che inizia soltanto alla fine dello stesso secolo e si protrae nel Cinquecento. Significativo è anche il passaggio dalla tassazione unitaria di Collelongo e Rocca di Cerro nel Quattrocento alla distinzione fiscale di tali luoghi nel Cinquecento, probabilmente a causa della nuova denominazione di Villa Collelongo per Rocca di Cerro.
Il secondo fenomeno può essere osservato confrontando la numerazione del 1648 con quella del 1658, punti di riferimento rispettivi prima e dopo la peste del 1656-57. Il terribile flagello, diffusosi nel Regno di Napoli, ha fatto registrare una notevole oscillazione nel computo dei fuochi, tanto che le popolazioni colpite dal morbo hanno subito un significativo calo. Villavallelonga passò da 140 a 84 famiglie, Trasacco da 200 a 79, e, considerando altri centri vicini, Luco dei Marsi da 220 a 147, Ortucchio da 100 a 55 e Lecce dei Marsi da 280 a 144.
Ciò che colpisce è che, a differenza degli altri centri, la popolazione di Collelongo non solo non diminuì, ma fece registrare un aumento, passando da 139 a 150 famiglie. Questo fatto portò gli abitanti a nominare S. Rocco, protettore della peste, quale patrono del paese, festeggiandolo solennemente il 16 agosto di ogni anno, in sostituzione di S. Arcangelo, antico patrono. Con la seconda metà del XVIII secolo, venne abbandonato il sistema focolare e nel Regno si avviò il computo individuale con il sistema degli stati di anime, portando a un miglioramento dell’attendibilità dei dati, poiché i registri venivano annualmente aggiornati.
Le informazioni sulla consistenza della parrocchia venivano inviate alla cancelleria vescovile e ai deputati locali, incaricati della formazione del catasto, garantendo così una prova circa l’effettiva situazione della popolazione. Dagli stati di anime alle prime rilevazioni degli abitanti, il passo fu breve, permettendo un conteggio più accurato della popolazione residente. I dati demografici divennero regolari con la proclamazione del Regno d’Italia, eseguiti normalmente con scadenza decennale, rendendo le notizie più precise e distinguendo fra popolazione presente e residente.
La differenza tra abitanti residenti e presenti fornisce un dato percentuale di assenze, ossia il numero di abitanti al momento del censimento risultati in altro Comune o all’estero per motivi di lavoro. Risulta che Villavallelonga è stata maggiormente interessata da questo fenomeno, passando dal 29% del 1861 all’1% nel 1951, per poi risalire fino al 16% nel 1971. Analogamente, Collelongo passa dal 19% nel 1861 al 3% nel 1951, per poi risalire leggermente fino al 6% nel 1971.
Infine, Trasacco ha registrato percentuali sempre inferiori al 10%, grazie al maggiore impegno degli abitanti nella coltivazione delle terre fucensi. I dati complessivi sulla popolazione evidenziano, invece, il fenomeno dello spopolamento montano; nell’ultimo trentennio del secolo scorso, tutti e tre i centri della Vallelonga hanno fatto registrare un incremento di popolazione, mentre nel secolo corrente si osserva uno spopolamento dei centri montani, interrotto solo dall’incremento durante il periodo fascista.
Tra i fattori economici dello spopolamento si possono individuare l’eccessivo frazionamento della proprietà, la crisi della pastorizia transumante, le restrizioni nello sfruttamento boschivo e la scarsità delle fonti accessorie di guadagno. La comparazione dei dati fra i tre centri permette di accertare che il maggiore popolamento si è registrato a Collelongo nel 1861 e nel 1871, a Villavallelonga nel 1881 e nel 1891, e a Trasacco dal 1901 fino ad oggi. La lettura complessiva dei dati demografici e la proiezione longitudinale mostrano un significativo alternarsi fra i centri montani e quello riparo.
Un ulteriore contributo alla coscienza della popolazione è fornito dalla specificazione del sesso e dello stato civile. Dall’analisi risulta che nei tre centri prevalgono sempre le femmine sui maschi, tranne a Trasacco, dove nel 1971 si registrò una leggera prevalenza di maschi. Riguardo la condizione di stato civile, si osserva una prevalenza di vedovi sui vedove, mentre è più complessa la situazione per i coniugati e celibi-nubili. A Villavallelonga, si avverte una prevalenza delle nubili sui celibi, mentre nel 1861 i coniugati erano meno della metà delle coniugate. In Collelongo, invece, si riscontrano più nubili che celibi nel 1861, e più celibi che nubili nel 1971; in quest’ultima data, le coniugate sono circa un terzo dei coniugati.
Dalle percentuali si evince un andamento demografico peculiare per ciascun centro. Collelongo risulta essere il centro più equilibrato, mentre le variazioni dei coniugati e dei celibi in Villavallelonga e Trasacco risultano significative.
Riferimento autore: Storia di Villavallelonga (Testi del prof. Leucio Palozzi).