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Guglielmo Marconi

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Marconi rivela il panorama di distruzione ad Avezzano: una città ridotta a polvere, sopravvissuti disperati e soccorsi impossibili.

Il 15 gennaio 1915, Guglielmo Marconi, appena arrivato da Avezzano con il Re Vittorio Emanuele, racconta degli orrori incontrati in visita alla città devastata. Marconi riferisce che il Re ha visitato luoghi colpiti da terremoti in Italia sin dalla giovinezza, ma non aveva mai assistito a una devastazione simile a quella di Avezzano, dove i sopravvissuti sono ridotti a un drammatico 2-3% della popolazione, rispetto a Messina, che ha salvato circa un terzo dei suoi abitanti.

Marconi descrive Avezzano come una città spianata, in cui non rimane alcun muro in piedi. A differenza di Messina, dove alcuni edifici, pur danneggiati, mantenevano apparenti facciate intatte, Avezzano è ridotta a macerie. La disperazione regna tra i sopravvissuti, i quali abbandonano ogni tentativo di recupero dei corpi per concentrarsi nel salvataggio dei vivi intrappolati.

La catastrofe è di proporzioni tali che Marconi sostiene che nessuna organizzazione avrebbe potuto fornire soccorsi immediati. I soccorritori sono pochi, e le richieste di aiuto dalle macerie rimangono inascoltate. Richiama l’attenzione su due alunne rimaste bloccate sotto un pianoforte nella scuola per ragazze, che si sono salvate per due giorni prima che qualcuno potesse liberarle.

Marconi cerca di organizzare gruppi di soccorso per spegnere i numerosi incendi che divampano tra le macerie, consapevole che alcuni abitanti potrebbero essere stati bruciati vivi. La mancanza di attrezzature adeguate aggrava la situazione. Infine, un apprendista carrettiere riesce a informare l’esterno del disastro, utilizzando un telegrafo improvvisato. Le sue notizie di Avezzano arrivano a Roma per prime il 17 gennaio 1915.

Tratto da: Ernesto Salvi.

Come in una città maciullata, vi Q sono più morti che a Messina. Il 15 gennaio, Guglielmo Marconi, che è appena arrivato da Avezzano sul treno con il Re Vittorio Emanuele, dice che le parole sono insufficienti per descrivere gli orrori di cui è stato testimone. La città è stata assolutamente spianata e quelli che sono sfuggiti alla morte nel disastro sono ora ridotti alla miseria. Il Re Vittorio Emanuele ha riferito a Marconi di aver visitato tutti i luoghi colpiti da terremoti in Italia sin da quando era bambino, ma che questo evento ha superato ogni altro, incluso quello di Messina. Il Re ha dichiarato che i sopravvissuti di Avezzano sono soltanto il due o tre per cento della popolazione, mentre a Messina un terzo degli abitanti si era salvato.

Nel descrivere i danni subiti da Avezzano, il signor Marconi ha affermato: «Avezzano ha assolutamente cessato di vivere». A Messina, alcuni edifici, specialmente quelli del lungomare, apparivano ancora intatti poiché le facciate avevano resistito mentre gli interni erano crollati. Non è così ad Avezzano: non è rimasto in piedi nessun muro. Sembra che la città sia stata ridotta in polvere da una gigantesca macchina. La gente di Avezzano, secondo Marconi, ha abbandonato ogni sforzo per estrarre i cadaveri dalle macerie e si sta concentrando nel cercare di salvare i sepolti vivi.

La catastrofe è di tali vaste proporzioni, ha aggiunto Marconi, che nessuna organizzazione umana avrebbe potuto portare soccorsi immediati. La gente è disperata nella propria impotenza di prestare aiuto a coloro le cui voci si odono provenire dalle macerie. «Durante il primo giorno dopo il disastro», ha continuato Marconi, «i soccorritori erano così pochi da non poter persino provare a scavare nei posti nei quali provenivano invocazioni di aiuto, tanto da dover piantare paletti qua e là in punti simili con la speranza di poter ritornare più tardi con forze adeguate per tirar fuori le persone imprigionate». Tuttavia, quando i soccorritori sono veramente arrivati, la maggior parte di quelle voci era stata ridotta al silenzio e i paletti erano lì soltanto ad indicare i luoghi dove giacevano i corpi delle vittime.

Lo stesso Marconi ha sentito da sotto le rovine della scuola per ragazze le voci di due alunne che imploravano aiuto. Le ragazze sostenevano di non essere rimaste ferite; erano state salvate da un pianoforte sotto il quale erano cadute, il quale aveva fatto da scudo contro le mura dell’edificio scolastico. Soffocate dalla polvere e infreddolite, erano rimaste per due giorni senza mangiare. Nonostante gli sforzi per liberarle, le ragazze erano ancora prigioniere quando Marconi ha lasciato Avezzano.

Prima di partire, il signor Marconi ha riferito di essersi sforzato di organizzare piccoli gruppi di persone per estinguere i fuochi che si erano sviluppati in diversi punti tra le macerie, fiamme che avevano senz’altro bruciato vive alcune delle vittime rimaste intrappolate. La difficoltà nello spegnere le fiamme era acuita dall’insufficienza di pompe.

Un apprendista carrettiere è stata la prima persona a dare la notizia di Avezzano all’esterno. È riuscito a tornare in città pochi momenti dopo la scossa, e ha incontrato un ferroviere. I due hanno sistemato un telegrafo su un carro merci e lo hanno collegato a un filo che era rimasto intatto. Utilizzando lo strumento, il ferroviere, che è un telegrafista, è riuscito a raggiungere Roma. I due hanno mandato per primi le notizie del disastro il 17 gennaio 1915.

Tratto da: Ernesto Salvi.

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Come in una città maciullata, vi Q sono più morti che a Messina. Il 15 gennaio, Guglielmo Marconi, che è appena arrivato da Avezzano sul treno con il Re Vittorio Emanuele, dice che le parole sono insufficienti per descrivere gli orrori di cui è stato testimone. La città è stata assolutamente spianata e quelli che sono sfuggiti alla morte nel disastro sono ora ridotti alla miseria. Il Re Vittorio Emanuele ha riferito a Marconi di aver visitato tutti i luoghi colpiti da terremoti in Italia sin da quando era bambino, ma che questo evento ha superato ogni altro, incluso quello di Messina. Il Re ha dichiarato che i sopravvissuti di Avezzano sono soltanto il due o tre per cento della popolazione, mentre a Messina un terzo degli abitanti si era salvato.

Nel descrivere i danni subiti da Avezzano, il signor Marconi ha affermato: «Avezzano ha assolutamente cessato di vivere». A Messina, alcuni edifici, specialmente quelli del lungomare, apparivano ancora intatti poiché le facciate avevano resistito mentre gli interni erano crollati. Non è così ad Avezzano: non è rimasto in piedi nessun muro. Sembra che la città sia stata ridotta in polvere da una gigantesca macchina. La gente di Avezzano, secondo Marconi, ha abbandonato ogni sforzo per estrarre i cadaveri dalle macerie e si sta concentrando nel cercare di salvare i sepolti vivi.

La catastrofe è di tali vaste proporzioni, ha aggiunto Marconi, che nessuna organizzazione umana avrebbe potuto portare soccorsi immediati. La gente è disperata nella propria impotenza di prestare aiuto a coloro le cui voci si odono provenire dalle macerie. «Durante il primo giorno dopo il disastro», ha continuato Marconi, «i soccorritori erano così pochi da non poter persino provare a scavare nei posti nei quali provenivano invocazioni di aiuto, tanto da dover piantare paletti qua e là in punti simili con la speranza di poter ritornare più tardi con forze adeguate per tirar fuori le persone imprigionate». Tuttavia, quando i soccorritori sono veramente arrivati, la maggior parte di quelle voci era stata ridotta al silenzio e i paletti erano lì soltanto ad indicare i luoghi dove giacevano i corpi delle vittime.

Lo stesso Marconi ha sentito da sotto le rovine della scuola per ragazze le voci di due alunne che imploravano aiuto. Le ragazze sostenevano di non essere rimaste ferite; erano state salvate da un pianoforte sotto il quale erano cadute, il quale aveva fatto da scudo contro le mura dell’edificio scolastico. Soffocate dalla polvere e infreddolite, erano rimaste per due giorni senza mangiare. Nonostante gli sforzi per liberarle, le ragazze erano ancora prigioniere quando Marconi ha lasciato Avezzano.

Prima di partire, il signor Marconi ha riferito di essersi sforzato di organizzare piccoli gruppi di persone per estinguere i fuochi che si erano sviluppati in diversi punti tra le macerie, fiamme che avevano senz’altro bruciato vive alcune delle vittime rimaste intrappolate. La difficoltà nello spegnere le fiamme era acuita dall’insufficienza di pompe.

Un apprendista carrettiere è stata la prima persona a dare la notizia di Avezzano all’esterno. È riuscito a tornare in città pochi momenti dopo la scossa, e ha incontrato un ferroviere. I due hanno sistemato un telegrafo su un carro merci e lo hanno collegato a un filo che era rimasto intatto. Utilizzando lo strumento, il ferroviere, che è un telegrafista, è riuscito a raggiungere Roma. I due hanno mandato per primi le notizie del disastro il 17 gennaio 1915.

Tratto da: Ernesto Salvi.

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