La “Pittura medievale in Abruzzo fino al termine del XIII secolo” fu l’argomento della tesi di laurea discutita nel décembre 1969 da Valentino Pace. La dedicataria di questi scritti è stata correlatrice di questa tesi, mentre il relatore era il Prof. Géza de Francovich. Pertanto, l’argomento che intendiamo affrontare in questo omaggio è una testimonianza di pittura medievale abruzzese ancora inedita. Anche se non si tratta di una testimonianza di particolare rilevanza qualitativa, offre comunque punti d’interesse e rappresenta un nuovo tassello nel variegato panorama della pittura di quest’area regionale, collocabile verosimilmente nella seconda metà del XIII secolo.
Non esistono informazioni documentarie sul sito in questione, né emergono dati informativi precisi dal “monumento” stesso. Ci riferiamo a una grotta situata nel Carseolano, a poco meno di mezz’ora di cammino dall’abitato di Colli di Monte Bove, lungo il tracciato della moderna strada statale Tiburtina Valeria, che da Roma conduce in Abruzzo. La grotta, nota come grotta di Sant’Angelo di Monte Bove, è legata alla devozione degli abitanti dei paesi vicini, i quali credono che da essa emanerebbe il sangue di martiri e che nasconda nel muro la treccia della Madonna.
La grotta si compone di un vano d’accesso la cui conformazione geologica è stata in parte modificata dall’intervento umano, rendendola simile a una navata. Da essa si apre una cappella absidale, costruita in pietra e intonacata, decorata con affreschi sia sulla facciata esterna che sulla parete di fondo. Antistante si colloca un altare in pietra, anch’esso intonacato. Sulla parete sinistra della cappella, una gradinata in pietrame conduce alla parte alta dell’antro.
La campagna pittorica si estende idealmente sull’arco absidale e sulla parete di fondo dell’abside. Sull’arco absidale, l’immagine centrale raffigura la Madonna col Bambino, seduta su un trono con cuscino e con un alto dossale a cuspide. Incoronata, offre il seno di destra al Figlio, il cui gesto di benedizione verso la Santa a Lui di fronte risulta di grande interesse. Con la sinistra, il Bambino tiene un rotolo della Legge. La Madonna è vestita con abiti blu e rosso scuro, ornati da un gallone sopra l’orlo inferiore. Le tre aureole, giallo ocra, mostrano differenze: quella della Madonna è perlinata, mentre quella di Cristo è crucigera.
Sopra gli spioventi del dossale, è iscritto in lettere greche il termine “Madre di Dio” (Meter Theou). Alla sinistra del gruppo centrale e simmetricamente alla destra, vi sono due Sante, entrambe con una cuffia in testa che lascia scoperte le chiome raccolte con eleganza. Le vesti delle Sante sono di un giallo ocra, decorate con orbicoli e losanghe, e corredate da galloni che richiamano il manto della Vergine. Entrambe si rivolgono verso il gruppo divino con una mano aperta, mentre con l’altra stringono un fiore di giglio, simbolo del loro stato verginale. Nonostante dovessero essere identificate da tituli latini, solo alcune lettere sono ancora leggibili, risultando incomprensibili.
Alle estremità del gruppo, vi sono S. Michele Arcangelo e S. Biagio. Il primo è riconoscibile per la sua iconografia, caratterizzata da ali larghe e dall’asta con cui trafigge il demonio, mentre il secondo è identificato dalle vesti e dagli attributi della sua dignità vescovile.
Le figure sono delineate su riquadri con un sottile orlo bianco, al di là del quale sfuma un fondo blu intenso, decorato qua e là con piccoli gruppi di puntini bianchi, mentre la parte bassa è gialla. Il tutto è incorniciato da una fascia decorativa tridimensionale che si distingue per un profilo gradinato bianco e per una più ampia bordura rossastra. Sull’area destra dell’arcangelo, sono ancora visibili tracce di pittura in un peonacchio trapezoidale sotto S. Biagio, che presenta un volatile dal lungo collo su fondo giallo ocra.
Sulla parete di fondo, un affresco rappresenta il busto di Cristo benedicente, purtroppo rovinato in parte. In questo clipeo blu, contornato da figure di angeli, ognuno con un fiore di giglio, si può notare che gli angeli sono di dimensioni inferiori rispetto a Cristo. L’ala di ciascun angelo contorna il clipeo, e si ha l’impressione che le figure stiano oltrepassando i margini della composizione.
Questa rappresentazione conferisce al gruppo divino un aspetto di regalità, accentuato dalla corona sulla Madonna. Tale idea di sacralità e regalità affonda le radici nel V secolo, suggerendo che l’immagine della Madonna allattante, benché con referenze iconografiche bizantine, non è colta in atteggiamenti estranei all’umanità. Infatti, mentre allatta, il Cristo-Bambino benedice una Santa e regge il rotolo della Legge, unendo così le valenze umane e divine del soggetto.
Il gruppo divino è accompagnato dalle due vergini che fungono da mediatori della visione celeste. S. Michele presenta una posa iconografica canonizzata, mentre S. Biagio, pur senza il titolo, si mostra nella sua dignità. Il dipinto, sebbene semplice, riesce a trasmettere un forte messaggio devozionale tramite un disegno sobrio e un’armonia di colori calibrati e ornamentazioni.
Il dipinto sulla parete di fondo assume la funzione di un “dossale” o “tavola d’altare”, conferendo al suo formato e alla posizione sopra l’altare un’importanza particolare, sebbene non nelle scelte tematiche. Analizzando le caratteristiche della cappella, si evidenzia come la costruzione risponda a esigenze devozionali del periodo.
Il tempo dell’esecuzione degli affreschi può essere collocato nella seconda metà del Duecento. La Madonna allattante, come tema, è molto diffuso in questo periodo, ben visibile nelle opere di vario tipo e qualità dell’Abruzzo e in altre regioni. In contrasto, il Lazio e Roma mostrano una minore diffusione di tali rappresentazioni.
In conclusione, gli affreschi, pur modesti, sono completi di elementi iconografici e tematici connessi alla devozione e preghiera locale. Attraverso le scelte pittoriche, questi lavori si allineano al contesto artistico e culturale del tempo, mostrando un linguaggio visivo sensibile e ben calibrato.
Riferimento autore: Valentino Pace.