Una breve riflessione: troppe volte, oggi forse ancora come ieri, assistiamo alla distruzione di documenti e di testimonianze lasciati da coloro che ci hanno preceduto. Le opere di chi è vissuto prima di noi vengono cancellate, utilizzandole in modo improprio, non conservandole, rubandole. Se da un lato recriminiamo a enti pubblici o privati di non tutelare il patrimonio avuto in eredità dai nostri “avi”, dall’altro assistiamo al saccheggio di testimonianze architettoniche o manoscritte, di opere d’arte o di reperti archeologici da parte di cittadini comuni, illusi di avere in mano chissà quali importanti e preziosissimi oggetti e convinti che, quando si presenterà l’occasione, potranno fare un ottimo affare. Si frantumano pagine di raccolte rare, si distaccano pezzi di affreschi, magari solo per souvenir, si va allo “sterro”, non allo scavo, di “cocci” ritenuti di grande valore.
Sovente ci si imbatte in siti archeologici stravolti e depredati nella maniera più rozza da mani di persone bramose di possedere qualcosa che a loro appare come pezzo unico e pregiato. Esse non si rendono conto minimamente che, così facendo, stanno sminuzzando reperti in sé insignificanti e senza valore, ma che assumono somma importanza per chi, con competenza e capacità, sa collocarli nella giusta dimensione diacronica, contribuendo alla conoscenza del passato in maniera scientificamente esatta.
C’è anche da dire che talvolta si scava per passione e per “amore”, ma senza la necessaria preparazione è certamente meglio lasciare tutto sottoterra. In altre parole, nell’indagine si deve saper documentare il minimo indizio per poter ricostruire l’intera struttura della Storia. Rimanendo nel campo più strettamente archeologico, non è da dimenticare quanto notoriamente asseriva R. E. Mortimer Wheeler: “l’archeologo non scava oggetti ma esseri umani”. Scavare significa dunque toccare con mano ciò che altri uomini hanno creato, costruito e pensato, con la loro esperienza e conoscenze.
Fortunatamente, l’idea dell’ “antico” come oggetto di rispetto e di studio comincia, anche se solo da pochi anni, a farsi strada nella mente dei non addetti ai lavori, e sempre più persone sono attente a custodire e valorizzare tutto ciò che può essere testimonianza di civiltà passate.
Interessante a tal proposito è l’appassionato e lungo articolo dell’archeologo in azione: Antonio Cederna. Le sue osservazioni spaziano dalla critica dello stato in cui versavano i magazzini dei nostri musei alla difficoltà di reperimento di fondi per la ricerca archeologica, dal come effettuare seriamente uno scavo alla descrizione dei luoghi e della gente durante il lavoro archeologico nel sito. L’articolo, apparso nel 1952, riguarda la cronaca dello scavo sul luogo dove era Chieti, precisamente un bronzetto votivo rinvenuto a Carsoli, dove è stata individuata una stipe votiva.
Cederna, tra i pochi illustri archeologi che si siano interessati alla zona gravitante la Piana del Cavaliere, ricostruisce un vivace e colorito quadro della situazione locale nei primi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Carsoli è a meno di cento chilometri da Roma. Distrutto quasi completamente nell’ultima guerra, è stato ricostruito con brutti edifici, ai lati della strada provinciale coi soliti platani che lo attraversa rumorosamente. La posizione è bella, tra colline e un’ampia valle con un magro torrente, dominata da un castello medioevale in cima a un poggio, pretesto a favole di tesori nascosti.
Parlando degli abitanti del paese, Cederna osserva che “alcuni sono molto ricchi e in fama di avari”, altri lavorano la loro poca terra, e i disoccupati sono molti e sperano di trovare un lavoro a Roma. Le ragazze delle famiglie più cospicue studiano a Roma e passano l’estate a Carsoli, nella noia più impenetrabile, incerte della loro vocazione. Le altre sono maestre o studiano per diventarlo, e anch’esse si annoiano e sospirano la grande città.
Tornando poi al lavoro più specificamente archeologico, Cederna continua: “Occorre quindi esplorare sistematicamente il terreno là dove s’era scavato per caso, nella speranza di trovare quei dati stratigrafici, topografici, cronologici che solo uno scavo attento può produrre”. Egli ricorda i mali, ancora oggi presenti, riguardanti gli scavi: “Una piaga dell’archeologia in generale sono gli scavi clandestini o fatti da incompetenti”. Quando la legge arriva, le pene sono esorbitanti; quando non arriva, ed è il caso più frequente, tutto finisce nella rete degli antiquari e gli oggetti antichi cominciano il loro lungo viaggio.
Per il lavoro preparatorio sul luogo dove era stato individuato il deposito votivo, Cederna prende contatto con il sindaco e successivamente con l’attuale proprietario del fondo, nipote dell’antico scopritore, il quale ha un’idea eccessiva del proprio indennizzo. Si va sul campo e un vecchio melo, a quanto ci dice il proprietario, è stato piantato da suo zio in memoria e sul luogo dell’antica fortunata scoperta.
Il lavoro vero e proprio di scavo, sotto la sua direzione, viene eseguito da quattro “sterratori” da lui ingaggiati dopo una breve trattativa. “Il primo sentimento che si prova quando si comincia a scavare è simile alla vergogna”. Il lavoro comporta l’interazione con l’ambiente circostante, e i movimenti degli operai sembrano goffi, quasi una caricatura del lavoro dei campi. Per buona fortuna nessuna curiosità mostrano i carrettieri seduti sui loro carri di letame, mentre passano sulla strada verso il paese.
A un certo momento, la punta del piccone dà un suono più nitido e il lavoro diventa più risoluto. A sessanta centimetri di profondità, la terra si fa chiara e dura, e gli operai cominciano a sudare e a bere l’acqua del fiasco. Quando ormai la prima giornata di scavo è giunta quasi al termine, senza che nulla di interessante sia affiorato, un ex prigioniero degli inglesi grida improvvisamente: “è maschio, è maschio!” brandendo in alto un giovinetto di bronzo, nudo, alto circa dieci centimetri. È un indizio eloquente di storia politica e militare.
Lo scavo è giunto allo strato antico, colmo di oggetti di bronzo, di ferro, di ceramica, rivelando anche a Carsoli la pietà degli antichi Italici. Negli giorni successivi, il lavoro prosegue e non intervengono solo gli “sterratori”, ma anche un paio di ragazze di Carsoli che provvedono con buon garbo a lavare le numerose terracotte. Dopo la diffusione della notizia dello scavo, dal paese si avvicinano i curiosi che rivolgono infinite domande.
La gente si meraviglia del lavoro degli antichi e racconta strane leggende, tra cui quella del consueto matto del paese che mormora di uno scrigno di marenghi, offrendo una piantina disegnata sulla scatola di cerini. Cederna, nell’illustre articolo, fornisce indicazioni non solo su come scavare, ma anche su come pulire con attenzione il materiale dissotterrato, catalogarlo e conservarlo.
Pur rendendosi conto che quasi sicuramente tutto il materiale “andrà a finire nelle vetrine di un museo di provincia, dove entreranno ben pochi visitatori”, Cederna fa trasparire la sua passione per i reperti, che sono testimoni di una civiltà antica vissuta non certo nella ricchezza, ma sicuramente con una “pietas” comune a molte popolazioni del centro Italia. La situazione di rispetto verso le testimonianze storiche è migliorata, ed è opportuno ricordare le parole di un insigne archeologo contemporaneo, Andrea Carandini, che sottolinea: “Se i nostri monumenti vanno in rovina non è solo per i terremoti, l’inquinamento e la mancanza di denaro, ma anche per una incapacità degli uomini a cooperare ed operare scientificamente, organizzativamente e praticamente”.
Riferimento autore: L’illustrazione del medico, 115, Novembre 1952, pp. 1317. Antonio Cederna.