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Conclusione

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Esplora l’incanto di Altrove, un luogo celato tra i sogni e la nebbia della leggenda, dove ogni passo rivela una storia sospesa nel tempo.
Testi tratti dal libro Pagliara Dei Marsi dalle origini ai tempi moderni (Testo a cura del Prof. Don Ezio Del Grosso)
Concludendo questa parte, mi pare appropriato il “canto” che Cornelio Di Marzío tesse su Pagliara. Definisce il suo paesello: “Altrove”, rifugiandovisi col cuore e con la mente in un momento di nostalgia, mentre si trovava all’estero per motivi di lavoro. In quel canto stampa il suo animo di figlio devoto della sua terra, facendone un testamento e ricordando una storia realistíca. Con lo stesso animo e intento, credo utile riportare il testo integrale onde evitare una perdita irrimediabile. Altrove: (45) “Altrove è un paese piccolo, una località perduta e non ci sono carte che la segnino, né atlanti che la registrino. Non è indicata neppure nelle celebri carte geografiche del Vaticano nè tra i ghirigori delle mappe dei Veneziani. Naturalmente e per le stesse ragioni, si cercherebbe invano sulle guide tedesche o in quelle del Touring Club, come sarebbe fatica sprecata consultare un orario delle ferrovie o un prontuario di navigazione. Altrove non è segnato in nessun itinerario; non lo conosce nessuno. E’il paese della Fata Morgana: si avvicina se camminiamo si allontana se restiamo fermi, ma in tutti i casi, non ci si arriva mai. Eppure c’è: è fatto della materia stessa dei nostri sogni e lo conoscono, tra gli altri, alcuni emigrati che sono in Pensylvania, qualche pastore errabondo per la campagna romana, alcuni poveri legnaioli delle montagne di Abruzzo e qualche nomade impenitente. Ci sono nati e vissuti: vi hanno sofferto o goduto: vi hanno seppellito i loro morti; se ne ricordano. Ma forestieri che vi capitino con ceste e bauli, inglesi che vi arrivino con binocoli e Kodaks, spie che vi si indugino guardinghe e denarose, mai. Assolutamente mai. La via della civiltà e del commercio passa distante e il paese resta nascosto dagli olmi e dalle vite degli orti: se qualche commerciante da lontano si volta non può scorgere i tetti oltre il verde degli alberi; non può indovinare case sotto la tessitura dei pampini che s’arrampicano su per le pareti. Non sì vede nulla come nulla videro, una volta, tanto tempo fa, armati di sciabole e lucenti d’elmi, i Saraceni quando invasero la contrada per devastarla. Una Madonna coprì di nebbia le case, nascose nel verde le abitazioni e i mussulmani passarono oltre. Oggi, allo stesso modo, non scoprono nulla i commercianti ed i Saraceni che passano. C’è una Madonna che vela di dolcezza e di poesia le case, tanto che solo i devoti le vedono; tanto che solo i derelitti le scoprono. Allora, devoti e derelitti prendono un sentiero scosceso, a volte gonfio di fango, tal altre polveroso e fiancheggiato da siepi di rose canine, e camminano. Trovano una fontana, qualche croce fra le siepi, qualche immagine di santo inchiodata tra le foglie degli alberi. Poi, più su, un prato ed un campo di grano verde; poi un orto ed un fienile: si arriva. Ecco, s’incontrano case brunite dalla pioggia; tetti verdi di muschio e di ruggine: finestre aperte perché il sole canti nelle case e il vento vi scorrazzi dentro come un padrone borbottante. E’Altrove. Il paese avrà, come si diceva negli antichi censimenti, forse 75 fuochi e saranno, forse, duecentocinquanta le persone che l’abitano. Non c’è un sindaco; non c’è un ufficio di posta: manca la caserma. L’acqua sgorga naturalmente sotto certi scogli bruni d’inverno e di primavera; si stanca d’estate tanto che ne resta solo un filo esile e tenue per non far morir di sete i bambini di quei settantacinque fuochi. Ma Colui che mitiga il vento secondo la lana dell’agnello, ha fatto nascere più giù un fiume che disseta le greggi, lava i piedi degli asini e la faccia dei pastori ferrigni. Di posta, quando ce n’é, la porta da un paese vicino una donna (Mariannina – n.r.), nascondendola tra il petto prospero ed il durissimo busto; ma se qualcuno, domani, leggesse e riferisse a voce tutte le notizie che giungono di fuori e strappasse le lettere, in Altrove forse nessuno si urterebbe e pochi si meraviglierebbero. In Altrove, segreti non ce ne sono, e uffici pubblici, dogane, registri, tribunali, neppure. C’è in Altrove un maestro elementare (Francesco Di Marzio – n.r.) che è anche consigliere e legale; che è anche ingegnere e medico. Lo chiamano per i testamenti e per le divisioni; lo interpellano per le vertenze familiari; ne chiedono il consiglio negli affari dubbi; lo ascoltano nelle controversie giuridiche. C’è in Altrove, al posto di una caserma, un prete (don Urbano – n.r.) che vive come un vecchio patriarca, in una sua linda casetta, senza servi e senza compagni. Legge il suo breviario, dice le sue orazioni e lavora per la sua chiesa. Inchioda le tavole del soffitto; imbianca i muri dì una cappella appartata tra i campi, rattoppa i mantici dell’organo rosi da qualche topo solitario. D’estate lega le viti alle pergole e i piselli alle frasche. La sera insegna il latino ai chierichetti, legge il giornale ai contadini; assiste e benedice i moribondi. Di sera, quando gli agricoltori tornano dai campi e i legnaioli dai monti, gli uomini si riuniscono intorno ad un tavolo e parlano di raccolti senza odii e giudicano di eventi senza presunzione. A volte, spintivi dal vino o dall’estro, parlano anche di cose strane che i profanì non sanno o di cose belle che i più piccoli non conoscono: poemi, favole e politica. Ma i discorsi sono interrotti da uno stornello di pastore o da una risata di mulattiere: canto e risata che affogano in un bicchiere di vino e nella malinconia della sera. Allora si fà un poco di silenzio, tanto che si oda un muggire di giovenche o un abbaiare di cani: tanto che basti perché si avverta il dilagare delle onde di una campana o l’affogare di un’eco sonnolenta. Poi uno scoppio innamorato di risa,un canto e un richiamo. In Altrove se un vecchio muore, tutto il paese tace e tutti i bambini s’impauriscono. Il morto viene coricato sopra un tavolo e vestito col camice d’una confraternita: sui piedi, aperto, mettono il libro dell’Evangelo. Mentre al lume tremulo delle candele o delle lampade ad olio vegliano i parenti, vengono le donne a pregare e gli uomini a dire: “perdonamì se qualche volta ti ho fatto del male e Iddio salvi te”. Poi, quando tutto il popolo è passato, il morto si trasporta a spalla, con un pellegrinaggio triste e lungo, in una chiesetta solitaria tra i campi, accanto alla quale si stende un cimitero erboso, con tante croci di legno. Se si nasce, se un riso più ingenuo o un pianto inconsapevole allegra il pallore di una giovane madre, si recano in Altrove le offerte di rito e si dicono le parole propiziatorie convenute: “Dio che te lo ha dato, te lo benedica”. Se la grandine si avvicina, tutte le campane urlano spaurite e se un cristiano muore, tutte piangono senza fine. In Altrove in Altrove Strano paese, perduto tra la valle del Liri e i monti della Maiella; paese addossato ad un monte, abbuiato dalle querce e pieno dì brusii; colmo di leggende e di ombre, mèta di desideri e di rimpianti. L’esule che è di Altrove, conosce la sua torre distrutta, le sue mura spezzate e tutti i campi e tutte le loro piante. Se ode per le vie rumore di sassi o di bestie, frìnire di cicale nei meriggi o singhiozzare di gufi la notte, sa di quali superstizioni tremino le ragazze o di quali spaventi i bimbi. E la sera, quando è lontano pensa ai cieli sereni di Altrove, arabescati di grappoli di stelle e pieni di luci; sogna i suoi uomini seduti intorno ai focolari antichi, con le cappe alte e affumicate e lì rimpiange come patriarchi di un tempo senza data. Quelle stelle e quei patriarchi gli ridono in cuore, sempre, mentre il ricordo della tua pace, o Altrove, fatta di verde e di silenzio, eternamente ed inutilmente brama che lo disseti. La tua requie è un orologio senza ticchettii; un’estasi senza risvegli, raramente interrotta dal canto di un pianoforte che, dalla casa più alta e più bianca, cantava una volta a squarcia gola tutte le sere. Allora i bambini sulla piazza fermavano i cavalli di canna; aprivano attoniti la bocca, rossa di sangue e di salute, e sgranavano gli occhi. Le donne si voltavano, interrompevano la calza o torcevano il capo greve sotto i fasci di erba e gli uomini, ascoltando attoniti un attimo, risospingevano poi i muli per la via o i buoi per i solchi. Dalla casa più alta, un nomade allora faceva dire alle sue dita tutta la sua passione senza fondo, tutta la sua irrequietezza senza scampo. E le note come scintille sfuggite da un ferro rovente percosso, correvano per i campi e tra gli alberi a riferire di distanze e di echi, senza capire, attendeva pacato la notte. Le note poi si smorzavano lentamente e i campi tornavano silenziosi. Solo forse vi restava un ronzio profondo di campane o un rantolare di tuoni lontani. Poi abbrividendo, scossa da qualche lume acceso o svegliata da qualche canto perduto che s’interrompe, calava, come la nebbia, mortale la notte e si addormentava in pace”.La descrizione è un vero testamento, un commovente canto nostalgico in cui Cornelio Di Marzio si definisce esule dimostrando un animo “libero” pur essendo inserito nel meccanismo epocale. Per i tanti motivi accennati, il giorno 11. 8. 1991, sulla rivista “Radar ~ Abruzzo – anno XX n’ 7/8 ottobrenovembre”, lanciai l’idea di un concorso letterario su Cornelio Di Marzio. E’ auspicabile che le giovani generazioni riprendano la proposta senza appiattirsi in rigetti aprioristici né accettazioni a occhi chiusi. La ricerca della verità è bella se scevra da condizionamenti irriverenti e offensivi alle intelligenze. Vorrei che si cominciasse a parlare di Di Marzío letterato prescindendo dalla sua biografia politica. La stessa cosa che si comincia a chiedere su tutt’altra sponda per un altro abruzzese illustre, Ignazio Slione, negli ultimi anni finito nell’occhio del ciclone per le rivelazioni sulla sua collaborazione con il regime fascista.

Il canto di Cornelio Di Marzio su Pagliara evoca l’immagine di un paesino invisibile, definito “Altrove”, un luogo che sfugge a ogni registrazione geografica e vive solo nei ricordi di chi vi è nato e cresciuto. Descritto come un paese dimenticato, Altrove rimane occultato tra l’azzurro dei cieli e il verde degli alberi, senza alcuna presenza di commercializzazione o curiosità turistica. Le storie di chi ha vissuto qui parlano di passione e di nostalgia, custodendo la memoria di una cultura semplice ma densa di significato.

Malgrado la sua apparente invisibilità, Altrove è alimentato da una comunità coesa e viva, fatta di legami autentici. La descrizione di Cornelio Di Marzio porta alla luce la figura di un maestro, Francesco Di Marzio, che ricopre vari ruoli, e di un prete, don Urbano, entrambi elementi fondamentali per la vita sociale e spirituale del paese. La vita quotidiana è segnata da scambi di saggezza e dal supporto reciproco, in un contesto dove le tradizioni vengono conservate con dedizione.

In Altrove, ogni morte è un evento che porta l’intera comunità a fermarsi in segno di rispetto. La descrizione del funerale, dove la comunità si raccoglie intorno al defunto, oltre a sottolineare l’importanza dei riti, mette in evidenza la solidità dei legami affettivi. Qui, la bellezza e la dolcezza della vita trovano spazio in un contesto di storie piene di leggende e ricordi, in cui la presenza divina si manifesta nel quotidiano.

L’identificazione di Altrove come un simbolo di un’esistenza che sfida il tempo e lo spazio è rappresentativa della resilienza culturale della Marsica. Il richiamo alla giovinezza e alla bellezza di un passato che non può essere dimenticato risuona attraverso le generazioni. Ignazio Silone, come Cornelio Di Marzio, esemplifica la lotta per preservare una memoria viva, ricca di autentica umanità, di fronte all’inevitabile scorrere del tempo.

Riferimento autore: “Pagliara Dei Marsi dalle origini ai tempi moderni” a cura del Prof. Don Ezio Del Grosso.

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Il canto di Cornelio Di Marzio su Pagliara evoca l’immagine di un paesino invisibile, definito “Altrove”, un luogo che sfugge a ogni registrazione geografica e vive solo nei ricordi di chi vi è nato e cresciuto. Descritto come un paese dimenticato, Altrove rimane occultato tra l’azzurro dei cieli e il verde degli alberi, senza alcuna presenza di commercializzazione o curiosità turistica. Le storie di chi ha vissuto qui parlano di passione e di nostalgia, custodendo la memoria di una cultura semplice ma densa di significato.

Malgrado la sua apparente invisibilità, Altrove è alimentato da una comunità coesa e viva, fatta di legami autentici. La descrizione di Cornelio Di Marzio porta alla luce la figura di un maestro, Francesco Di Marzio, che ricopre vari ruoli, e di un prete, don Urbano, entrambi elementi fondamentali per la vita sociale e spirituale del paese. La vita quotidiana è segnata da scambi di saggezza e dal supporto reciproco, in un contesto dove le tradizioni vengono conservate con dedizione.

In Altrove, ogni morte è un evento che porta l’intera comunità a fermarsi in segno di rispetto. La descrizione del funerale, dove la comunità si raccoglie intorno al defunto, oltre a sottolineare l’importanza dei riti, mette in evidenza la solidità dei legami affettivi. Qui, la bellezza e la dolcezza della vita trovano spazio in un contesto di storie piene di leggende e ricordi, in cui la presenza divina si manifesta nel quotidiano.

L’identificazione di Altrove come un simbolo di un’esistenza che sfida il tempo e lo spazio è rappresentativa della resilienza culturale della Marsica. Il richiamo alla giovinezza e alla bellezza di un passato che non può essere dimenticato risuona attraverso le generazioni. Ignazio Silone, come Cornelio Di Marzio, esemplifica la lotta per preservare una memoria viva, ricca di autentica umanità, di fronte all’inevitabile scorrere del tempo.

Riferimento autore: “Pagliara Dei Marsi dalle origini ai tempi moderni” a cura del Prof. Don Ezio Del Grosso.

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