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Chiesa Santo Stefano Nel 1951

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Dalla distruzione alla rinascita: come la Chiesa di Santo Stefano di Civita d’Antino ha riabbracciato il suo splendore storico grazie a un eccezionale restauro.

Prima della ricostruzione, la Chiesa di Santo Stefano si presentava in gravi condizioni; il terremoto del 13 gennaio 1915 aveva ridotto il campanile e i muri perimetrali a un cumulo di macerie, sebbene gran parte degli affreschi di Giuseppe Cesari, noto come il Cavalier d’Arpino, fosse rimasta intatta. Senza una copertura provvisoria, il tempio fu abbandonato per oltre tre decenni all’inclemenza degli agenti atmosferici, subendo ulteriori danni da eventi sismici e intemperie, con la porta principale sbarrata e circondata da vegetazione incolta.

Il parroco Don Giovanni Fabriani non riuscì a ottenere l’intervento dello Stato a causa di difficoltà burocratiche e della legge inadeguata sul terremoto, che limitava il contributo statale per la ricostruzione delle chiese. Fu grazie all’impegno del cittadino On. Arnaldo Fabriani e alla collaborazione con il Genio Civile e la Soprintendenza aquilana ai Monumenti, che si riuscì a ottenere il supporto necessario. Importante fu anche l’apporto della Soprintendenza ai monumenti dell’Aquila, in particolare di Dott. Umberto Chierici e Dott. Antonio De Dominicis, che resero possibile la rinascita della Chiesa, rispettando le linee architettoniche originali e arricchendola con opere d’arte moderna.

Il fonte battesimale è una pregevole pila settecentesca, mentre all’interno si può ammirare una scultura in bronzo di Pio Iorio. Nel 1959, l’Associazione Pro-loco avviò un’imponente decorazione pittorica, affidata al pittore Pasquale Di Fabio, realizzando in olio diverse opere sulla vita di San Lidano. Le decorazioni successive, eseguite ad affresco, illustreranno eventi biblici e scene significative, come il Battesimo di Cristo e la Pentecoste.

Il progetto, sotto la supervisione dell’Associazione Pro-loco e in particolare del Presidente On. Arnaldo Fabriani, ha portato anche al restauro di tre pale d’altare e al deposito di oggetti sacri da parte della Soprintendenza, tra cui un Crocifisso settecentesco e diverse statuine in legno. Infine, si prevede un ulteriore restauro della copertura della Chiesa per prevenire infiltrazioni d’acqua, garantendo così la conservazione di questo importante luogo di culto per le future generazioni.

Riferimento autore: La Chiesa di Santo Stefano in Civita d’Antino, a cura di Don Gaetano Squilla.

Testi tratti dal libro La Chiesa di Santo Stefano in Civita d’Antino

(Testi a cura di Don Gaetano Squilla)

Prima che si procedesse alla ricostruzione, la Chiesa si presentava come può vedersi dalle fotografie qui riprodotte. Interamente scomparso il campanile e i muri perimetrali della Chiesa, smozzicati e ridotti a modesta altezza, contenevano a fatica l’enorme cumulo di macerie costituite dalla caduta della cupola, del tiburio e del cornicione. Il terremoto del 13 gennaio 1915 l’aveva certo danneggiata gravemente, ma gli affreschi che la tradizione orale attribuiva a Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino (1660-1740), erano salvi in buona parte. Se, in attesa dei lavori sostanziali, si fosse provveduto a una copertura provvisoria dello squarcio provocato dalla caduta di una campana sulla cupola, il danno del terremoto forse si sarebbe potuto ridurre a modeste proporzioni.

Invece, il tempio rimase interamente abbandonato all’inclemenza delle stagioni dal 1915 al 1950. Le crepe e le brecce ingrandirono; caddero dorature, stucchi, affreschi, intonaci. Altri terremoti, anche se meno violenti, e le intemperie provocarono i crolli finali. La vecchia porta verdastra era sbarrata e gravida dalla gran mole di macerie che la premeva dall’interno. Sul lato maggiore della piazza si affacciavano, tra grossi cespi d’ortiche, lussureggianti piante di sambuco. Erano scomparsi anche i piccioni selvatici che innumeri avevano scelto per casa la Chiesa.

L’intervento dello Stato, che il parroco Don Giovanni Fabriani non era riuscito ad ottenere per difficoltà burocratiche e soprattutto per la insufficiente legge sul terremoto, che limitava il contributo dello Stato per la ricostruzione delle Chiese solamente al 50% della spesa, potette aversi finalmente, grazie all’interessamento tenace e appassionato del civitano On. Arnaldo Fabriani e alla collaborazione fattiva e intelligente del Genio Civile, della Soprintendenza aquilana ai Monumenti e del Comune di Civita.

Si deve soprattutto alla collaborazione della Soprintendenza ai monumenti dell’Aquila (Dott. Umberto Chierici e Dott. Antonio De Dominicis) se la Chiesa parrocchiale, singolare esempio di arte barocca nella regione, poté risorgere nello stesso luogo, con le stesse linee architettoniche originali, abbellita da opere d’arte moderna e da un arredamento nuovissimo. Il fonte battesimale è costituito da una bella e originale pila settecentesca, trasportata qui di lontano loco, e nel vano campeggia una interessante e vigorosa scultura in bronzo di Pio Iorio, autore delle formelle della Via Crucis che decorano le pareti della Chiesa. I candelabri degli altari, secenteschi, sono in gran parte frutto di un minuto e paziente lavoro di restauro.

Nell’autunno del 1959, per iniziativa dell’Associazione Pro-loco, si è iniziata l’imponente decorazione pittorica dell’intera Chiesa per opera del pittore Pasquale Di Fabio. Il lavoro è in corso. Finora sono state eseguite ad olio quattro figurazioni, relative alla vita di S. Lidano, sui quattro scomparti dell’abside. Le scene rappresentano: S. Lidano che, giovanetto, lascia Civita e la casa paterna per recarsi al monastero ai Montecassino; S. Lidano che, nel fulgore della giovinezza, segna ai frati manuales il tracciato per la bonifica pontina; S. Lidano che, in abiti pontificali, parla ai contadini che affluiscono alla Chiesa di S. Cecilia, da lui edificata nella piana di Sezze Romano; S. Lidano morente che benedice la bonifica attuata e la terra ricca di messi.

Le successive decorazioni saranno eseguite tutte ad affresco e comprenderanno una Pentecoste, un Battesimo di Cristo nel fiume Giordano, una Crocifissione, una Natività, quattro figurazioni sulla presenza di Cristo nel mondo operaio, e cioè: il Signore che esce per chiamare al lavoro gli uomini; la seconda chiamata; la paga agli operai… a tutti la stessa paga; la pesca miracolosa; angeli oranti.

Alla lunga, faticosa e intelligente opera di preparazione dei disegni, dei bozzetti, dei cartoni, l’affettuosa assistenza materiale e morale nel delicato periodo di esecuzione dell’impegnativo e grandioso ciclo pittorico, presiede a fianco del giovane e bravo pittore, dedicatosi come per voto a questo importante lavoro e fiducioso più che nelle proprie forze, indubbiamente considerevoli, nell’alto della Provvidenza, il Presidente dell’Associazione Pro-loco, On. Arnaldo Fabriani.

Bisogna aggiungere che dei vecchi dipinti che ornavano la Chiesa, tre sono ritornati al loro posto dopo un accurato restauro, e precisamente le seguenti pale d’altare: la lapidazione di S. Stefano (dipinto secentesco); La Madonna del Rosario (dipinto settecentesco); la Maddalena (mediocre dipinto di un decoratore ai primi di questo secolo).

La Soprintendenza ai monumenti dell’Aquila ha concesso in deposito alcuni oggetti sacri di buona fattura, che contribuiscono anch’essi a rendere più bella e preziosa la suggestiva Chiesa, come un grande Crocifisso settecentesco, due statuine in legno pure del ‘700, due cibori, di cui uno del 1500, e due belle croci d’argento. Si sta pensando anche a un restauro della copertura della Chiesa che, forse per la sua leggera pendenza, permette pericolose infiltrazioni di acqua.

Riferimento autore: Don Gaetano Squilla.

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Testi tratti dal libro La Chiesa di Santo Stefano in Civita d’Antino

(Testi a cura di Don Gaetano Squilla)

Prima che si procedesse alla ricostruzione, la Chiesa si presentava come può vedersi dalle fotografie qui riprodotte. Interamente scomparso il campanile e i muri perimetrali della Chiesa, smozzicati e ridotti a modesta altezza, contenevano a fatica l’enorme cumulo di macerie costituite dalla caduta della cupola, del tiburio e del cornicione. Il terremoto del 13 gennaio 1915 l’aveva certo danneggiata gravemente, ma gli affreschi che la tradizione orale attribuiva a Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino (1660-1740), erano salvi in buona parte. Se, in attesa dei lavori sostanziali, si fosse provveduto a una copertura provvisoria dello squarcio provocato dalla caduta di una campana sulla cupola, il danno del terremoto forse si sarebbe potuto ridurre a modeste proporzioni.

Invece, il tempio rimase interamente abbandonato all’inclemenza delle stagioni dal 1915 al 1950. Le crepe e le brecce ingrandirono; caddero dorature, stucchi, affreschi, intonaci. Altri terremoti, anche se meno violenti, e le intemperie provocarono i crolli finali. La vecchia porta verdastra era sbarrata e gravida dalla gran mole di macerie che la premeva dall’interno. Sul lato maggiore della piazza si affacciavano, tra grossi cespi d’ortiche, lussureggianti piante di sambuco. Erano scomparsi anche i piccioni selvatici che innumeri avevano scelto per casa la Chiesa.

L’intervento dello Stato, che il parroco Don Giovanni Fabriani non era riuscito ad ottenere per difficoltà burocratiche e soprattutto per la insufficiente legge sul terremoto, che limitava il contributo dello Stato per la ricostruzione delle Chiese solamente al 50% della spesa, potette aversi finalmente, grazie all’interessamento tenace e appassionato del civitano On. Arnaldo Fabriani e alla collaborazione fattiva e intelligente del Genio Civile, della Soprintendenza aquilana ai Monumenti e del Comune di Civita.

Si deve soprattutto alla collaborazione della Soprintendenza ai monumenti dell’Aquila (Dott. Umberto Chierici e Dott. Antonio De Dominicis) se la Chiesa parrocchiale, singolare esempio di arte barocca nella regione, poté risorgere nello stesso luogo, con le stesse linee architettoniche originali, abbellita da opere d’arte moderna e da un arredamento nuovissimo. Il fonte battesimale è costituito da una bella e originale pila settecentesca, trasportata qui di lontano loco, e nel vano campeggia una interessante e vigorosa scultura in bronzo di Pio Iorio, autore delle formelle della Via Crucis che decorano le pareti della Chiesa. I candelabri degli altari, secenteschi, sono in gran parte frutto di un minuto e paziente lavoro di restauro.

Nell’autunno del 1959, per iniziativa dell’Associazione Pro-loco, si è iniziata l’imponente decorazione pittorica dell’intera Chiesa per opera del pittore Pasquale Di Fabio. Il lavoro è in corso. Finora sono state eseguite ad olio quattro figurazioni, relative alla vita di S. Lidano, sui quattro scomparti dell’abside. Le scene rappresentano: S. Lidano che, giovanetto, lascia Civita e la casa paterna per recarsi al monastero ai Montecassino; S. Lidano che, nel fulgore della giovinezza, segna ai frati manuales il tracciato per la bonifica pontina; S. Lidano che, in abiti pontificali, parla ai contadini che affluiscono alla Chiesa di S. Cecilia, da lui edificata nella piana di Sezze Romano; S. Lidano morente che benedice la bonifica attuata e la terra ricca di messi.

Le successive decorazioni saranno eseguite tutte ad affresco e comprenderanno una Pentecoste, un Battesimo di Cristo nel fiume Giordano, una Crocifissione, una Natività, quattro figurazioni sulla presenza di Cristo nel mondo operaio, e cioè: il Signore che esce per chiamare al lavoro gli uomini; la seconda chiamata; la paga agli operai… a tutti la stessa paga; la pesca miracolosa; angeli oranti.

Alla lunga, faticosa e intelligente opera di preparazione dei disegni, dei bozzetti, dei cartoni, l’affettuosa assistenza materiale e morale nel delicato periodo di esecuzione dell’impegnativo e grandioso ciclo pittorico, presiede a fianco del giovane e bravo pittore, dedicatosi come per voto a questo importante lavoro e fiducioso più che nelle proprie forze, indubbiamente considerevoli, nell’alto della Provvidenza, il Presidente dell’Associazione Pro-loco, On. Arnaldo Fabriani.

Bisogna aggiungere che dei vecchi dipinti che ornavano la Chiesa, tre sono ritornati al loro posto dopo un accurato restauro, e precisamente le seguenti pale d’altare: la lapidazione di S. Stefano (dipinto secentesco); La Madonna del Rosario (dipinto settecentesco); la Maddalena (mediocre dipinto di un decoratore ai primi di questo secolo).

La Soprintendenza ai monumenti dell’Aquila ha concesso in deposito alcuni oggetti sacri di buona fattura, che contribuiscono anch’essi a rendere più bella e preziosa la suggestiva Chiesa, come un grande Crocifisso settecentesco, due statuine in legno pure del ‘700, due cibori, di cui uno del 1500, e due belle croci d’argento. Si sta pensando anche a un restauro della copertura della Chiesa che, forse per la sua leggera pendenza, permette pericolose infiltrazioni di acqua.

Riferimento autore: Don Gaetano Squilla.

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