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Chiesa Madonna Delle Grazie

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Scoprite gli affreschi unici di Pietrasecca, dove arte e storia si fondono in un dialogo visivo che attraversa secoli e tradizioni culturali.

Gli affreschi nella chiesa di S. Maria a Pietrasecca di Carsoli, legati ai confratelli lepini, si trovano in un centro che ha vissuto un’importante evoluzione. Nel tardo Quattrocento, Pietrasecca e Tufo passarono dal governo degli Orsini di Tagliacozzo a quello dei nobili di Collalto. Questi ultimi rivendicavano la loro autonomia sia dal papa che dal re di Napoli, sostenendo la propria influenza sulla regione del Cicolano.

Prima del 1497, gli Aragonesi privarono i signori del loro potere, affidando la giurisdizione ecclesiastica ai Maccafani di Pereto, vescovi dei Marsi. Nella profonda abside della chiesa si trova una teofania singolare, con la Vergine incoronata dal Figlio e circondata da un alone di angeli, con tintinnio di tamburelli e trombe che evocano l’allegrezza del cielo. Questi affreschi, con la loro complessa iconografia, mostrano una fusione di tradizioni artistiche, simili a quelle del maestro di Farfa e del cantiere pontino, riflettendo gli scambi culturali dell’epoca.

La scena presenta un paesaggio ricco, un contadino che ara i campi e figure che evocano virtù come la Fede e la Carità, rappresentate in simmetria. Il tamburo dell’abside ospita l’arcangelo Michele, pronto a premiare le anime in sella, un tema iconografico che successivamente influenzerà la produzione artistica nella regione. Riconosciamo figure bibliche come le virtù e gli apostoli, tra cui San Rocco, mentre lo stile dei pittori locali, che lavoravano con una palette luminosa, rimanda a radici artistiche antiche espressivamente ricche.

Questi affreschi rivelano un notevole intreccio di influenze e pratiche artistiche, collocandosi tra il Quattrocento e i primi anni del nuovo secolo. La documentazione artistica e i legami con il cantiere abruzzese rendono Pietrasecca un luogo di grande rilevanza per la storia dell’arte in Marsica, permettendo anche un approfondimento delle leggende legate a figure come Pipino, il presunto fondatore del comune, e le tradizioni carolinge che continuano a vivere nel ricordo collettivo.

Riferimento autore: Pittori di frontiera (Testi a cura di Paola Nardecchia).

Si legano direttamente sul piano compositivo agli affreschi lepini quelli pressoché inediti nella tribuna della chiesa di S. Maria (poi S. Maria delle Grazie) a Pietrasecca di Carsoli, arroccata su un ripido sperone rivolto all’autostrada A24, ma discosta dalla Tiburtina-Valeria e dai maggiori transiti per il Reatino. Il centro passò, con la vicina Tufo, nel tardo Quattrocento dal governo Orsini di Tagliacozzo a quello dei signori della vicina baronia di Collalto, che dominavano parte del Cicolano bagnato dal Salto, a cavallo dei monti Carseolani, rivendicando con orgoglio una discreta autonomia dal papa e dal re di Napoli.

Gli Aragonesi tolsero loro il potere prima del 1497, affidandolo ai Savelli, mentre i Maccafani della vicina Pereto, vescovi dei Marsi, conservavano sul territorio la giurisdizione ecclesiastica. Campeggia nella profonda abside una teofania, più complessa e meno armoniosa di quella pontina. La Vergine è incoronata dal Figlio alla presenza del Padre, avvolto in un alone popolato di serafini dalle simboliche tinte rosso e verde. La scena campeggia in un vasto clipeo contornato da una doppia fascia che marca con colori e spessori diversi il passaggio dei gradi angelici.

Dapprima cherubini a sei ali su un fondo giallo, poi putti isolati o affrontati, raccolti in preghiera o con le palme in mano, intramezzati da terne di angeli abbigliati che portano libri aperti, battono tamburelli o suonano trombette per animare con un’allegra melodia la beatitudine del cielo. Si irradia anche un nastro alveolato con lunghi raggi serpentinati, analogo a quello che il Maestro di Farfa dipinse nel cenobio sabino intorno all’Immacolata Concezione.

Ai lati, infine, presso due astri a luce bianca, allusivi forse al vaticinio dell’Incarnazione pronunciato da Balaam, svolazzano su nuvole terne di angeli musicanti. Il paesaggio è ridente, gustosa la scena di un contadino che ara i campi con i buoi al giogo, con i consueti promontori lacustri, alberi sullo sfondo e raccolti borghi fortificati, appena segnati con il pennello. E poi conservata una delle due figure maschili dai lunghi capelli biondi giacenti in posa specchiata su un fianco, forse associate a due virtù alate, che sedute in simmetria poggiano i piedi su di loro.

Una dovrebbe essere la Fede, coronata da un serto vegetale e vicina a un gruppo di angeli, di cui uno ha la sfera armillare; l’altra è la Carità, che riceve l’omaggio di una corona, accoglie le primizie della terra e ha un bambino in braccio. Domina nel tamburo (assai logoro) l’arcangelo Michele, con la spada sguainata e la bilancia a due piatti, di cui uno pende vistosamente da un lato per premiare un sottostante defunto, sdraiato su una lettiga.

Questo ha uno scettro in mano e poggia il capo su un cuscino a rullo di gusto orientale, che lo caratterizza come persona di riguardo. Potrebbe essere Pipino, figlio di Carlo Magno, che una leggenda locale dice fondatore di Pietrasecca, figura che poteva meritare un giudizio particolare. Tema che nel secondo Quattrocento ebbe un discreto successo iconografico insieme a quello universale, combinato a volte all’Incoronazione della Vergine Maria.

Glorificata in cielo, siede in trono nel tamburo e porta in mano un calice per attestare il mistero salvifico del Figlio, che a sua volta regge il candelabro per la face della vita. Sotto il gruppo giace una figura (di difficile lettura), forse un vescovo defunto, la mitria logora sul capo. Ai lati vi sono i tradizionali angeli con gli strumenti della Passione di Cristo e gruppi di apostoli, precisati da un’epigrafe assai frammentaria.

Riconosciamo Bartolomeo, con il coltello del martirio, e Giacomo maggiore, con il bastone da viandante, ma ci sono anche Pietro, con le chiavi del Regno, Paolo, con la spada della fede, e Giovanni Battista, con il cartiglio dell’Agnus Dei; s. Rocco, invece, con la piaga sulla coscia, avvicina più direttamente i fedeli nell’estremità destra del tamburo. L’opera è pregevole perché documenta in modo quasi intatto le fresche ed esuberanti doti del pittore, che utilizza i colori come fossero acquerelli.

L’ambiente era illuminato in origine da una sola finestra (poi tamponata), sul cui imbotte tornano a monocromo due ibridi affrontati già visti in diverse cornici a Cori. Infine, una sequenza di riquadri in prospettiva illude sulla profondità di un vano, spunto che il pittore riprenderà a Marcetelli, sviluppando forse soluzioni del Maestro di Farfa. È invece eccellente per effetto illusionistico l’alta zoccolatura della parete a finte specchiature marmoree policrome con punta centrale, di un tipo già visto a Cori.

Molti sono dunque i contatti con il cantiere pontino: si vedano la capigliatura e la barba di Dio e del Figlio, le pose e le tipologie degli angeli con i tamburelli in mano e le trombe, che ricordano anche quelli dipinti dal Maestro di Farfa sul portico del paradiso nella collegiata sermonetana. I paesaggi, inoltre, ricordano quelli dipinti dal maestro sabino nel santuario della Madonna dei Bisognosi, ma a ben vedere le chiome degli alberi e i pochi arbusti sono resi come a Cori.

Le virtù, infine, richiamano quelle dipinte dal maestro di Farfa nel castello di Sermoneta. Tutto ciò porta a collocare i nostri affreschi tra il cantiere abruzzese e l’intervento del 1507 a Cori, ove la composizione è più ampia e più sorvegliato il programma figurativo. Saremmo quindi fra la fine del Quattrocento e i primi anni del nuovo secolo.

Riferimento autore: Pittori di frontiera (Testi a cura di Paola Nardecchia).

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Si legano direttamente sul piano compositivo agli affreschi lepini quelli pressoché inediti nella tribuna della chiesa di S. Maria (poi S. Maria delle Grazie) a Pietrasecca di Carsoli, arroccata su un ripido sperone rivolto all’autostrada A24, ma discosta dalla Tiburtina-Valeria e dai maggiori transiti per il Reatino. Il centro passò, con la vicina Tufo, nel tardo Quattrocento dal governo Orsini di Tagliacozzo a quello dei signori della vicina baronia di Collalto, che dominavano parte del Cicolano bagnato dal Salto, a cavallo dei monti Carseolani, rivendicando con orgoglio una discreta autonomia dal papa e dal re di Napoli.

Gli Aragonesi tolsero loro il potere prima del 1497, affidandolo ai Savelli, mentre i Maccafani della vicina Pereto, vescovi dei Marsi, conservavano sul territorio la giurisdizione ecclesiastica. Campeggia nella profonda abside una teofania, più complessa e meno armoniosa di quella pontina. La Vergine è incoronata dal Figlio alla presenza del Padre, avvolto in un alone popolato di serafini dalle simboliche tinte rosso e verde. La scena campeggia in un vasto clipeo contornato da una doppia fascia che marca con colori e spessori diversi il passaggio dei gradi angelici.

Dapprima cherubini a sei ali su un fondo giallo, poi putti isolati o affrontati, raccolti in preghiera o con le palme in mano, intramezzati da terne di angeli abbigliati che portano libri aperti, battono tamburelli o suonano trombette per animare con un’allegra melodia la beatitudine del cielo. Si irradia anche un nastro alveolato con lunghi raggi serpentinati, analogo a quello che il Maestro di Farfa dipinse nel cenobio sabino intorno all’Immacolata Concezione.

Ai lati, infine, presso due astri a luce bianca, allusivi forse al vaticinio dell’Incarnazione pronunciato da Balaam, svolazzano su nuvole terne di angeli musicanti. Il paesaggio è ridente, gustosa la scena di un contadino che ara i campi con i buoi al giogo, con i consueti promontori lacustri, alberi sullo sfondo e raccolti borghi fortificati, appena segnati con il pennello. E poi conservata una delle due figure maschili dai lunghi capelli biondi giacenti in posa specchiata su un fianco, forse associate a due virtù alate, che sedute in simmetria poggiano i piedi su di loro.

Una dovrebbe essere la Fede, coronata da un serto vegetale e vicina a un gruppo di angeli, di cui uno ha la sfera armillare; l’altra è la Carità, che riceve l’omaggio di una corona, accoglie le primizie della terra e ha un bambino in braccio. Domina nel tamburo (assai logoro) l’arcangelo Michele, con la spada sguainata e la bilancia a due piatti, di cui uno pende vistosamente da un lato per premiare un sottostante defunto, sdraiato su una lettiga.

Questo ha uno scettro in mano e poggia il capo su un cuscino a rullo di gusto orientale, che lo caratterizza come persona di riguardo. Potrebbe essere Pipino, figlio di Carlo Magno, che una leggenda locale dice fondatore di Pietrasecca, figura che poteva meritare un giudizio particolare. Tema che nel secondo Quattrocento ebbe un discreto successo iconografico insieme a quello universale, combinato a volte all’Incoronazione della Vergine Maria.

Glorificata in cielo, siede in trono nel tamburo e porta in mano un calice per attestare il mistero salvifico del Figlio, che a sua volta regge il candelabro per la face della vita. Sotto il gruppo giace una figura (di difficile lettura), forse un vescovo defunto, la mitria logora sul capo. Ai lati vi sono i tradizionali angeli con gli strumenti della Passione di Cristo e gruppi di apostoli, precisati da un’epigrafe assai frammentaria.

Riconosciamo Bartolomeo, con il coltello del martirio, e Giacomo maggiore, con il bastone da viandante, ma ci sono anche Pietro, con le chiavi del Regno, Paolo, con la spada della fede, e Giovanni Battista, con il cartiglio dell’Agnus Dei; s. Rocco, invece, con la piaga sulla coscia, avvicina più direttamente i fedeli nell’estremità destra del tamburo. L’opera è pregevole perché documenta in modo quasi intatto le fresche ed esuberanti doti del pittore, che utilizza i colori come fossero acquerelli.

L’ambiente era illuminato in origine da una sola finestra (poi tamponata), sul cui imbotte tornano a monocromo due ibridi affrontati già visti in diverse cornici a Cori. Infine, una sequenza di riquadri in prospettiva illude sulla profondità di un vano, spunto che il pittore riprenderà a Marcetelli, sviluppando forse soluzioni del Maestro di Farfa. È invece eccellente per effetto illusionistico l’alta zoccolatura della parete a finte specchiature marmoree policrome con punta centrale, di un tipo già visto a Cori.

Molti sono dunque i contatti con il cantiere pontino: si vedano la capigliatura e la barba di Dio e del Figlio, le pose e le tipologie degli angeli con i tamburelli in mano e le trombe, che ricordano anche quelli dipinti dal Maestro di Farfa sul portico del paradiso nella collegiata sermonetana. I paesaggi, inoltre, ricordano quelli dipinti dal maestro sabino nel santuario della Madonna dei Bisognosi, ma a ben vedere le chiome degli alberi e i pochi arbusti sono resi come a Cori.

Le virtù, infine, richiamano quelle dipinte dal maestro di Farfa nel castello di Sermoneta. Tutto ciò porta a collocare i nostri affreschi tra il cantiere abruzzese e l’intervento del 1507 a Cori, ove la composizione è più ampia e più sorvegliato il programma figurativo. Saremmo quindi fra la fine del Quattrocento e i primi anni del nuovo secolo.

Riferimento autore: Pittori di frontiera (Testi a cura di Paola Nardecchia).

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