Nella località Civita di Oricola si trovano i resti della colonia romana di Carsioli o Carseoli, il cui nome è legato all’umbra Carsulu, confusa nella lettura delle fonti medievali. La radice mediterranea “cars” significa “roccia”, simile al friulano Carso e per i popoli italici Carricini. La fortunosa campagna militare del 304 a.C., guidata dal console romano Sempronio Sofo, portò alla conquista di ben 31 oppida degli Equi interni abruzzesi. Roma fondò due colonie militari durante il 303 a.C.: Alba Fucens e Carsioli. Gli Equi tentarono di riprendere queste posizioni nel 302 a.C., ma vennero respinti.
L’arrivo di 4.000 coloni romani a Carseoli fu ostacolato dai Marsi, preoccupati per l’accerchiamento del loro territorio da parte di Roma, ritardando così l’insediamento coloniale, che avvenne solo nel 298 a.C. dopo la pacificazione dei Marsi ad opera del dittatore Marco Valerio Massimo. Quest’ultimo sconfisse i bellicosi Fucensi nel 302 a.C., permettendo la fondazione della colonia. Già nel 307 a.C., Valerio, in qualità di censore, insieme a Caio Giunio Bubulco, avviò i lavori per la realizzazione della Via Valeria, che collegava Tibur (Tivoli) con Carsioli e Alba Fucens.
La storia della colonia è segnata anche dalla seconda guerra punica, quando, nel 209 a.C., si rifiutò, insieme a Alba Fucens e altre città, di fornire aiuti a Roma. Per questa scelta, fu punita duramente al termine del conflitto. Nel 168 a.C., la colonia divenne sede di prigionia e confino per gli oppositori di Roma, come il re Bitis di Tracia, alleato di Perseo di Macedonia, anch’esso prigioniero a Alba Fucens.
All’inizio del I secolo a.C., la colonia si schierò apertamente per Roma durante il bellum Marsicum, portando alla presa e distruzione da parte degli insorti italici guidati da Poppcedius Silo. Sul fiume Toranus o Tolenus, il console romano Rutilio Lupo fu sconfitto e ucciso l’11 giugno del 90 a.C. con circa ottomila militi romani. Con la successiva ricostruzione in età Giulio-Claudia,Carsioli divenne municipium, retto da quattuorviri, e fu iscritta alla tribù Aniensis e parte della Regio IV (Sabina et Samnium).
Scarse le attestazioni nelle fonti riguardanti la città in età imperiale. Ovidio, costretto a percorrere spesso la via che la collegava alla nativa Sulmo, descrisse il clima freddo e la fertilità del suolo. Raccontò anche l’episodio della «vulpem Carseolana», che incendiò le messi, provocando l’intervento delle autorità. Questo episodio, va inteso come un rituale magico per purificare e fecondare i cereali.
La ricchezza delle messi di Carseoli è confermata da Columella e Plinio il Vecchio, quest’ultimo narrando la storia del cavaliere romano M. Anneius Carseolanus, che diseredò il figlio. Le iscrizioni locali confermano la presenza della gens Anneia a Carsioli. Durante l’età imperiale, vi erano attestazione delle corporazioni di dentrophori (boscaioli) e fabri tignuarii (falegnami), evidenziando lo sfruttamento delle foreste circostanti, una delle principali risorse economiche della zona.
Recenti studi sulla divisione agraria romana nella Piana del Cavaliere hanno individuato, fra Poggio Cinolfo e Rocca di Botte, i limiti della centuriatio, risalente alle fasi iniziali di impianto della colonia. Un’iscrizione menziona Arcadio Onorio e Stilicone, rivelando l’interesse dell’autorità imperiale per la città in età tardoantica. Anche se non citata, Carsioli assunse un ruolo strategico nelle operazioni della guerra gotico-bizantina negli anni 537-538.
Durante il medioevo, l’area si contraddistinse per la presenza di numerose chiese di diversi ordini monastici, specialmente al monastero di Subiaco, con la chiesa di San Pietro. Questo monastero possedeva gran parte del vecchio centro urbano, confermato da papa Nicolò I in una bolla tra l’858 e l’867. Nella cronaca sublacense, la città viene anche nominata “Sala civitas che vocatur Carseolis”, termine collegato a un centro fiscale di età carolingia.
La rilevanza del luogo è dimostrata dalla presenza dei Conti dei Marsi, tra cui Rainaldo I e II, e dalla pieve di Sancte Mariu in Carseolo, spesso confusa con Santa Maria in Cellis, che divenne sede della diocesi carseolana tra il 1050 e il 1056. La diocesi si estendeva da Pomperano a Oricola e verso Capistrello.
In età angioina, la sede urbana iniziò a perdere importanza in favore del castello di Celle (l’attuale Carsoli), mentre la chiesa di Sancta Maria de Civita rimase la pieve principale fino a diventare un semplice beneficio nel Seicento. Tra le chiese documentate sono presenti: San Pietro per i monaci sublacensi, la pieve di Santa Maria con le cappelle di San Andrea e San Leonardo, e la chiesa di San Biagio.
La riscoperta dell’area si deve a Febonio nel Seicento, seguito da Holstenius. Nel 1905, Pfeiffer e Ashby condussero un primo esame della topografia del luogo. Gli scavi regolari della Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo, diretti da Maria Teresa Onorati, Sandra Gatti, Sandra La Penna e Silvano Agostini, partirono solo nel 1982 e 1987.
L’abitato di Carsioli occupava il sistema collinare tufaceo della Civita di Oricola, situato nella Piana del Cavaliere. I resti della città sono visibili su tre alture, con una quota massima di 637 metri e un circuito murario in opera quadrata in pietra tufacea. Dalla Via Valeria si staccava un diverticolo al 43° miglio, documentato da un miliario con iscrizione di Nerva, per raggiungere una delle porte della città.
Le iscrizioni rivelano la presenza di una Curia, una Basilica, un arco e porticati del Foro, mentre i culti noti sono riferibili a Cerere, Vesta, Giunone, Marte, Ercole e Mens. Anche se scarse le strutture emersi, all’inizio del Novecento erano visibili segni di mura, terrazzamenti in opera poligonale, resti di un tempio e un acquedotto.
Attualmente, sull’altura più a nord del nucleo urbano, sono evidenti terrazzamenti in opera poligonale con una cisterna e strutture in opera cementizia tardoantiche e post-romane. Le foto aeree mostrano la presenza di un teatro e di un anfiteatro, mentre una struttura imponente in pietra è riconosciuta come un tempio, sebbene la sua interpretazione rimanga dibattuta. Gli scavi della Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo hanno riportato alla luce i resti di un edificio pubblico e di un santuario sul colle di San Pietro.
Sottolineabile è il rinvenimento di frammenti ceramici precedenti all’impianto coloniale, confermando la presenza di un precedente centro fortificato degli Aequiculi dell’area. L’edificio pubblico, identificabile in parte, presenta murature in blocchi di tufo orientate da nord a sud-est, una canalizzazione e un pozzetto sacrificale, databile alla fine del IV secolo e all’inizio del III secolo a.C., continuando a essere utilizzato fino agli inizi del IV secolo d.C..
Il santuario, situato sull’altura di San Pietro, ha rivelato strutture di terrazzamento in opera cementizia, decorate con camere semiellittiche, indicando un riordino dell’area cultuale nel corso dell’età giulio-claudia, mentre la fornace circolare ha restituito frammenti ceramici di ex voto, databili dal VI al IV secolo a.C., confermando la presenza di un’area sacra fin dalle prime fasi della vita della colonia.
Delle strutture medievali rimangono solo scarse tracce in superficie; saranno necessari scavi regolari per riportarle alla luce, insieme alle strutture precedenti.
Riferimento autore: Marsica Guida storico-archeologica (Testi a cura del Prof. Giuseppe Grossi).