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Atti Dei Ss. Rufino E Cesidio Della Chiesa Di Trasacco, Fine Del X Secolo.

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Trasacco celebra i martiri Rufino e Cesidio, eroi della fede che sfidarono torture e magia, trasformando persecutori in convertiti con il loro coraggio indomito.
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Trasacco, un centro fondato da antiche tradizioni, è legato al culto di Rufino e Cesidio, martiri del III secolo. Questi, durante la persecuzione del proconsole Andrea, rifiutarono di sacrificare agli dei pagani e furono costretti a nascondersi in caverne nei pressi di Amasia. Qui, armati di fede, continuarono a pregare e incoraggiare i cristiani a mantenere la loro devozione. La loro cattura segnò un momento cruciale, in cui, interrogati dal proconsole, ribadirono la loro fede in Gesù Cristo, dichiarando di non praticare arti magiche e affermando la verità della Santissima Trinità.

Il dialogo tra il proconsole e i santi martiri culminò in un confronto acceso. Nonostante le minacce di tortura, Rufino e Cesidio rimasero fermi, affermando che avrebbero continuato a proclamare la loro fede. Estremi torturatori non poterono scalfire la loro determinazione; così, il proconsole decise di ricorrere a stratagemmi e lusinghe, cercando persino l’aiuto di due donne maghe, Nicea e Aquilina, per piegarli. Ma queste, impressionate dalla luce divina emanata dai martiri, si convertirono e chiesero il battesimo.

Il battesimo di Nicea e Aquilina rappresentò una vittoria della fede cristiana. Entrambe, desiderose di conoscere il vero Dio, furono illuminate e si unirono ai martiri nel loro cammino di sofferenza. Silone e Alessandro, altri due soldati, si unirono al coro crescente di conversioni, esprimendo la loro ammirazione per la fede in Rufino e Cesidio.

Con il penoso trascorrere del tempo, il proconsole, colpito da eventi straordinari tra cui la guarigione di un paralitico, giunse a un incontro ravvicinato con la fede; si convertì e riconobbe Gesù Cristo come il suo Salvatore. Con coraggio, pubblicamente dichiarò la sua adesione al cristianesimo, scatenando la furia del popolo di Amasia, il quale cercava di incastrare i martiri e colpire il proconsole per il suo tradimento. Nonostante la violenza delle polemiche, i martiri Ramosalandirono, sollecitando la costruzione di chiese e la persistenza nelle pratiche cristiane.

Il tragico epilogo si consumò con la cattura dei martiri e la condanna a morte. Il 11 agosto, rifiutando di piegarsi alle leggi degli uomini, furono decapitati, donando per sempre i loro corpi alla terra di Assisi. Le loro spoglie, miracolosamente incorrotte, divennero oggetto di venerazione, richiamando numerosi devoti. Con imponenti significati, i corpi rimasero esposti e vennero onorati da animali che si rifiutarono di toccarli, segno della sacralità del martirio. Questo episodio si erige a simbolo della perseveranza della fede cristiana nel cuore della Marsica.

Riferimento autore: “Rufino e Cesidio”, testi a cura di Don Evaristo Evangelini.

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Testi tratti dal libro “Rufino e Cesidio”

(Testi a cura di Don Evaristo Evangelini)

Come abbiamo più volte ricordato nella prima parte di questa ricerca, esistono due redazioni degli Atti trasaccani, l’una seguita dal Baronio, l’altra seguita dal Febonio e pubblicata dai Bollandisti. Riportiamo la seconda, omettendo le varianti della prima che, ad eccezione del luogo del martirio, sono insignificanti.

Abbiamo ritenuto opportuno narrare a tutti i fedeli e a gloria del Signor nostro Gesù Cristo le trionfali lodi dei Martiri e i vittoriosi monumenti dei Santi Rufino, Cesidio e compagni, i quali al tempo dell’empissimo imperatore Massimino, versando il loro sangue per il nome di Cristo, conquistarono la palma della gloria perenne e le corone dell’encomiabile vittoria. In quei tempi burrascosi si verificò una durissima persecuzione contro i cristiani e per legge fu stabilito che se ogni cristiano non offriva sacrifici agli dèi, senza processo doveva subire la pena di morte. Onde avvenne che il beato Rufino e Cesidio, riunita una moltitudine di cristiani, fuggendo, si nascosero tra le caverne non lontane dalla città di Amasia e lì rimasero, passando abitualmente il tempo vegliando e pregando notte e giorno.

Nella stessa città vi era un proconsole di nome Andrea, il quale esercitava questa carica per ordine imperiale ed era inimicissimo al nome cristiano. Come un leone ruggente che gira cercando chi divorare, così, degrignando i denti contro l’ovile dei Santi, pensava a come dovessero fiaccarsi i corpi dei Santi sotto i suoi sbranamenti e stremati con vari tormenti morissero.

Perché la luce non può rimanere nascosta nelle tenebre, avvenne in un certo giorno che il beato Rufino e Cesidio furono catturati dai pagani e furono portati alla presenza del proconsole Andrea, ai quali il proconsole disse: “Ci è stato riferito che voi siete imbevuti di arti magiche e non volete inchinarvi agli dèi onnipotenti. Per la salute dell’imperatore Massimino e per la grandezza e clemenza del dio Apollo, se disprezzate i loro nomi ripudiandoli e non offrite il sacrificio dell’incenso, i vostri corpi sperimenteranno ogni genere di tormenti e per i diversi patimenti vi saranno tolte le gioie di questa vita”. I beatissimi Rufino e Cesidio, rispondendo, dissero: “Noi in nessun modo siamo stati educati negli inganni della malefica arte, ma, cristiani fin dalla culla, crediamo in Dio creatore di tutte le cose, nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo che procede dall’uno e dall’altro; e confessiamo il vero Dio Uno nella Trinità e Trino nell’Unità e nella confessione adoriamo il Figlio unigenito di Dio, il quale è stato concepito dallo Spirito Santo, è nato da Maria Vergine, la quale fu vergine prima del parto e vergine restò dopo il parto”.

Disse pertanto il proconsole: “Come dite che fu vergine prima del parto e che restò vergine dopo il parto?” I beati Rufino e Cesidio risposero: “Vedendo Dio Padre che tutto il mondo era perduto, ebbe pietà del genere umano, mandò suo Figlio in terra, entrò nell’utero della vergine, per apparire a noi visibile indossò la carne umana senza il seme del peccato e uscì per la porta chiusa; e di nuovo la porta era chiusa, indicando la Vergine che restò vergine dopo il parto. Fu posto nel presepio, fu annunciato dall’Angelo, fu mostrato ai pastori, fu adorato dai Magi, restò a conversare con gli uomini per trenta anni e si rivelò vero Dio con molti miracoli. Per primo in Cana di Galilea ricavò il vino dall’acqua, liberò dalla febbre il figlio del Centurione, risuscitò la figlia del capo della sinagoga e il giovane portato fuori della porta della città, richiamò dal sepolcro Lazzaro già morto da quattro giorni. Infine, dopo molti miracoli, sopportò la fine violenta di morte per liberarci dall’impero della morte”.

Mentre queste ed altre molte parole proferivano con fermo coraggio, il proconsole rispose: “Cessino ormai le ambiguità delle vostre parole e senza esitare accogliete i nostri consigli e riflettete sulla vostra salvezza non disprezzando i nostri dèi, ma sacrificando; diversamente vi farò morire nei tormenti”. I Santi Martiri rispondendo dissero: “Per la forza del nostro Signore Gesù Cristo non abbiamo paura delle tue minacce, perché queste oggi si accendono, ma domani vengono meno e perciò trama con i tormenti quello che vuoi, perché poco pensiamo ad obbedire ai tuoi comandi e valutiamo per niente il culto degli idoli”.

Allora il proconsole, mosso fortemente ad ira per queste parole, comandò alla guardia del corpo di fracassare con sassi le bocche di tutti e due; subito i ministri del diavolo incominciarono a fracassare le loro bocche e tra gli stessi tormenti così con chiara voce dicevano i Santi: “Cristo, Dio clemente, spezza i vincoli della morte per poterti innalzare devoti cantici di lode”. In verità i Santi Martiri restavano incolumi, così da non morire percosse affatto. Allora il proconsole comandò di rinchiuderli in una prigione privata per riflettere con quali tormenti e con quali lusinghiere persuasioni li potesse ricondurre al culto dei suoi dèi.

Vi erano pertanto nella stessa città due turpissime donne istruite nell’arte magica, capaci di distogliere le menti degli uomini dalle loro convinzioni. Il proconsole comandò che si presentassero davanti al suo cospetto e con tali parole cercò di allettare i loro animi: “Se con le vostre dolcissime persuasioni indurrete Rufino e Cesidio al culto degli dèi, voi sarete grandi e ricchissime sulla terra e da me riceverete abbondantemente una infinita quantità di oro e di argento”. Allora Nicea ed Aquilina, allettate dalle promesse del proconsole, cercarono di mettere in pratica la di lui pestifera esortazione. Entrando pertanto nel carcere dove erano tenuti rinchiusi i Santi di Dio, furono ricreate dalla fragranza di tanto odore che sembrava essere lì la soavità di ogni balsamo. Ad essa seguì la pienezza di tanto splendore che, per la grandezza di tanta luce, caddero per terra, così che non poterono rialzarsi per quasi mezz’ora. Avvicinatisi pertanto i beatissimi Martiri, dissero: “Alzatevi, sorelle, non vogliate temere”. Quelle, dunque, subito alzatesi e prese da grande sbigottimento, stavano in piedi ammutolite.

Di poi Rufino e Cesidio, interrogandole, dissero: “Di dove siete?” Quelle, pertanto, rispondendo dissero: “Siamo vostre serve e donne di questa città; il proconsole ci ha mandato per esortarvi con lusinghe e raggiri fino al punto di piegare il consenso del vostro animo al suo desiderio.

Chiediamo, dunque, che ci facciate partecipi della vita eterna; noi infatti confessiamo lo stesso Dio Omnipotente dalla cui luce siamo state illuminate, per la cui grazia siamo state fatte salve; il quale ci chiamò dalle tenebre dell’ignoranza alla sua ammirabile luce”. I Martiri di Cristo, sentendo le parole di Nicea e Aquilina, alzarono al Signore questa preghiera per supplire l’ignoranza di quelle: “Dio onnipotente, creatore di tutte le cose, immetti in esse lo spirito della vita eterna e rafforza in esse il fondamento della vera fede, perché ti conoscano, ti lodino, ti adorino e ti glorifichino, perché tu sei Dio benedetto nei secoli dei secoli. Amen”. E rivoltosi il beato Rufino alle donne, disse: “Quali sono i vostri nomi?” Una delle due disse: “Una di noi si chiama Nicea, l’altra Aquilina e fino ad ora ci siamo dedicate al culto degli dèi e ai piaceri del meretricio”. Il Santo Cesidio disse: “Volete ricevere la vera luce che illumina il corpo e l’anima?” Tutte e due, ciò udendo, dissero: “Noi non desideriamo, dissero, nulla di terreno, nulla di carnale, ma Cristo nel quale credete voi, suoi Ministri. Per lo stesso vi supplichiamo di non ritardare ad illuminarci con il lavacro della rigenerazione eterna”.

Allora il beato Rufino e Cesidio comandarono di portare l’acqua e, benedicendo il fonte del sacro lavacro, consacrarono le due con l’acqua del santo battesimo e, insegnando loro tutto ciò che riguarda la vita eterna, diedero questi salutari avvertimenti: “Voi dunque, serve di Cristo, quando starete davanti ai Re e a dei principi, non vogliate aver paura di pensare come rispondere. Vi sarà suggerito, dice il Signore, in quel momento, ciò che dovete dire”. E subito tornate al proconsole, si fermarono davanti al suo cospetto. Il proconsole, appena le vide, parlò loro con questi discorsi: “Allora quelli che si sono ribellati agli dèi, si decidono di offrire sacrifici ai nostri dèi?” Nicea ed Aquilina risposero: “Con quale audacia presumi pronunciare tale bestemmia da definire dèi gli idoli manufatti e da attribuire la divinità al legno e alla pietra? Non hai letto Davide che dice: ‘I simulacri dei gentili sono argento e oro, opere delle mani degli uomini; simili a loro diventino chi li fanno e chi in loro confidano’?”

Il proconsole rispose: “Come vedo, siete sedotte dagli inganni di Rufino e di Cesidio“. Risposero le serve di Cristo: “Non siamo sedotte, ma ricondotte alla vera fede e alla luce inestinguibile che illumina ogni uomo che ricerca la vita eterna”. A quelle che dicevano ciò ed altro di simile, due dei soldati, Silone e Alessandro, prorompendo ad alta voce, dissero: “Vi è dunque un’altra vita al di là di questa?” Le serve di Cristo risposero: “E che vita è questa che si vive? Gli umori la corrompono e la dissolvono, le tristezze la consumano, i cibi la gonfiano, i digiuni la indeboliscono, l’agitazione l’abbrevia, la sicurezza la stordisce. Questa vita non teme di ingannare i suoi amatori: ai golosi prepara l’ingordigia, ai bevitori subito insinua l’ebbrezza; chi desidera darsi a questa vita, dopo il dissolvimento del corpo caduco, lo conduce ad uno sterminio senza fine. Ma in quell’altra vita giammai si consente di aver fame, di avere sete, di languire, di avere alcuna angustia; ma ivi sempre risuonano le melodie dei santi, ivi il cinnamomo e il balsamo germogliano ramoscelli odoriferi, ivi il coro angelico davanti al trono di Dio esprime cantici nuovi e adora Colui che vive nei secoli”.

Mentre le serve di Cristo dicevano ciò e molt’altro, i predetti soldati Silone e Alessandro con voce distinta dissero: “Uno è il Dio, quello dei cristiani, che queste sue serve predicano; lui adoriamo e lodiamo che tanti e tali favori concede ai suoi adoratori”. E subito si portarono ai loro piedi e baciavano le loro ginocchia e implorando dicevano: “Vi supplichiamo per Colui nel quale credete di farci conoscere come siete state purificate dalla sozzura degli idoli”. Allora Nicea ed Aquilina, riesaminando tutto lo svolgimento dei fatti accaduti, si accinsero ad esporre con ordine come raggiunsero il mistero del battesimo per mezzo dei beati Martiri.

Ciò udito, Silone e Alessandro corsero insieme al carcere e, gettatisi ai piedi dei santi Rufino e Cesidio, con voce distinta dicevano: “Santissimi e beatissimi Martiri di Cristo, scongiurando vi preghiamo di purificarci col fonte del battesimo e di rinnovare l’immagine dell’uomo spirituale; e come Nicea e Aquilina sono state illuminate e fatte salve con l’onda della santa rigenerazione, così anche noi desideriamo essere purificati da voi, essere lavati dalle sozzure degli idoli e credere nel Dio che voi predicate come servi di Cristo”. Rispondendo pertanto i beatissimi Martiri dissero: “Se credete in Dio Padre Onnipotente e in Gesù Cristo suo Figlio Unigenito, Signore nostro, che nacque e patì, e nello Spirito Santo, senza dubbio meriterete di ottenere tutto ciò che chiedete”. Quelli, dunque, dissero: “Già una volta vi abbiamo detto che crediamo perfettamente in Cristo e che vogliamo solo essere battezzati per purificarci dalle impurità dei peccati”. Nello stesso momento il beato Rufino comandò di far venire dell’acqua e, benedicendola, li battezzò nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e li confermò nella fede di Cristo.

Nello stesso giorno si portarono dal proconsole e dissero: “Ascolta, o proconsole, e sappi di certo che noi siamo cristiani e non serviremo più oltre gli dèi manufatti”. Allora il proconsole, mosso ad ira, comandò che si portassero davanti a lui Nicea e Aquilina e disse loro: “Ecco come mutate le menti degli uomini con i raggiri dell’arte magica e insegnando una settaria superstizione, le allontanate dal culto degli dèi; scegliete dunque una delle due: o compite sacrifici agli dèi con le vostre mani, oppure sottoporrete le vostre carni a diversi e acerrimi tormenti perché per la difesa degli dèi e della sicurezza dello Stato vi farà morire con la più grande vergogna”. Le sante serve di Dio dissero: “Nel modo più assoluto disprezziamo i tuoi tormenti con i quali credi di piegarci alla tua volontà e rigettiamo con animo intrepido le tue minacce, perché ti aspetta l’eterna morte”. Il proconsole, pertanto, temendo di essere beffato dalle donne, comandò che fossero denudate e fossero a lungo flagellate davanti al suo cospetto e tanto lungamente le fece fiaccare con le sferzate fino a quando non rimanesse nelle loro membra alcun residuo sano.

Il giorno seguente furono ricondotte al cospetto del proconsole e così restarono in piedi incolumi nel corpo come se non apparissero nelle loro membra i colpi del flagellatore. Disse loro il proconsole: “Come vedo, fiduciose nei vostri malefici, disprezzate le minacce ed evadete ogni tormento”. Allora inflisse contro di loro la pena di morte dicendo: “Comandiamo che Nicea e Aquilina siano decapitate perché non obbediscono ai nostri comandi e non vogliono sacrificare agli dèi”. Pertanto, emanata la condanna a morte, i soldati le condussero fuori le mura della città di Amasia, non lontano un miglio. Decapitate dai carnefici, con la palma del martirio raggiunsero i regni celesti.

Il giorno seguente il proconsole, sedendo sulla tribuna, si fece presentare Silone e Alessandro e con tali parole parlò loro: “Ma perché, cari soldati, siete caduti in tanta demenza da dimenticare gli dèi immortali e scegliere i tormenti corporali? State dunque attenti, riflettete più diligentemente e ascoltate i miei discorsi perché adoriate gli dèi propiziatori e li plachiate con i soliti sacrifici. Sappiate dunque che voi soccomberete crudelmente sotto atrocissime pene e alla fine morirete con la decapitazione se rifiutate di genuflettere davanti agli dèi”. Risposero i soldati di Cristo: “Senti, o proconsole, se ti sembra retto e giusto sperimentare la divinità dei vostri dèi; spedisci le tue guardie del corpo per tutta la città perché, dietro tuo comando, tutta la città si riunisca a questo spettacolo e ordina che ti sia portato in mezzo alla folla un paralitico e dai maghi siano invocati uno per uno i tuoi dèi sul paralitico portato. Se all’invocazione dei nomi dei tuoi dèi ci sarà il ritorno della salute, è degno che si adorino dagli uomini, ma se ciò non riusciranno a compiere e all’invocazione del Signore nostro Gesù Cristo l’infermo si ristabilirà, ciò comporterà che tu, abbandonati gli errori, sarai adoratore verissimo della verissima divinità”.

Allora il proconsole e il popolo unanimi acconsentirono a queste proposte e comandarono che si conducesse un paralitico nel foro della città. Tutta la città accorse a quello spettacolo. Comandò dunque il proconsole ai suoi maghi di invocare uno per uno i nomi dei loro dèi affinché davanti agli occhi di tutti procurassero ogni rimedio salutare all’infermo presente e per questo fino a che punto apparisse falso o verissimo il risultato della loro clemenza. Allora i predetti maghi, ubbidendo ai comandi del proconsole, invocavano i nomi dei loro falsi dèi uno per uno. Ma né la divinità di Giove con i suoi balenamenti, né Apollo con i suoi vaticinii e canti, né il Sole con i suoi splendori e le sue luci valsero ad apportare all’infermo il conforto della sanità. Allora il proconsole, mosso ad ira e pervaso da rossore, disse: “Ora Silone ed Alessandro affrontino la presente prova e sotto i nostri occhi conferiscano al presente paralitico i rimedi della salute con l’invocazione del loro Dio”. A questo comando i soldati di Cristo si avvicinarono alla barella e, prostrati a terra, innalzarono al Signore questa preghiera: “O Dio, Re immenso, che i cieli e la terra adorano, concedi a noi servi ciò che imploriamo con puro cuore. Conferisci il dono della sanità al misero infermo, perché a tutti sia noto che tu sei il Dio della salvezza. Ecco, ti preghiamo, soccorri noi poverelli fino al punto che i presenti credano che puoi tutto, tu che senza fine governi tutto il mondo per sempre”. Allora dissero al paralitico: “Nel nome di Cristo, alzati e con i tuoi piedi torna a casa tua e loda il Figlio di Dio creatore di tutte le cose, che ti formò dalla terra a sua immagine”. Nello stesso momento il paralitico si alzò in piedi e tornò a casa sua con i suoi piedi glorificando l’Onnipotente Dio con voci di lode.

Pertanto il proconsole, visto questo miracolo, subito balzò dal posto in cui sedeva, dirigendosi con passo svelto al carcere dove erano tenuti carcerati i beatissimi Martiri e, prostratosi ai loro santissimi piedi, si esprimeva con queste ripetute invocazioni: “Vi prego, vittoriosissimi atleti di Cristo, di degnarvi acconsentire alle mie richieste fino al punto che, come dietro i vostri consigli furono illuminati Silone e Alessandro, così meriti di essere illuminata l’ignoranza della mia cecità. Perché oggi senza dubbio ho conosciuto la vera e immutabile luce che illumina ogni uomo che viene al mondo”.

I beati Rufino e Cesidio, rispondendo, dissero: “Se crederai con tutto il tuo cuore, potrai essere illuminato nel cuore e nell’anima”. Rispose il proconsole: “Senza dubbio io credo nel Dio che voi predicate con la parola di salvezza e desidero avanzare nella sua certissima conoscenza”. Allora il beato Rufino e Cesidio si prostrarono a terra e innalzarono al Signore questa preghiera: “Salve, o Cristo Re, Dio gloriosissimo, infondi nel cuore di questo proconsole l’amore della vita eterna, affinché ripudiati i culti idolatrici, per mezzo suo sia manifestata agli altri increduli l’onnipotenza della tua divinità e ti conoscano come loro vero Creatore che senza fine regna in eterno”. Nello stesso momento fu portata l’acqua e, benedicendola, Rufino disse al proconsole: “Credi in Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra”? Rispose il proconsole: “Credo”. “E in Gesù Cristo suo Figlio unigenito, nostro Signore, nato da Maria Vergine?” Rispose: “Credo”. “E nello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio?” E rispondendo egli: “Credo”. Rufino lo battezzò nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E mentre si rialzava dall’acqua, incominciò a dire ad alta voce: “Uno è il Dio, quello dei cristiani in cielo e in terra”.

Pertanto, il giorno seguente il proconsole, tornato al palazzo, comandò che tutto il popolo convenisse ad un pubblico spettacolo e, formatasi l’adunanza, parlò con tali parole: “Illustri commilitoni, ascoltate con molta attenzione le mie parole. Sappiate dunque con la massima certezza che i dogmi cristiani mi hanno conquistato e che io adoro in modo esclusivo e con fede verissima Cristo, il Figlio di Dio e che non mi appresto più oltre ai sacrifici degli dèi. Pertanto, spedite una vostra delegazione al vostro imperatore e affrettate a fargli sapere ciò, perché spedisca da queste parti i suoi procuratori che abbiamo a cura i suoi ordini e le sue disposizioni, perché da oggi in poi non potrà ricevere il conforto della mia obbedienza: posseggo ormai il vero e perpetuo Signore del corpo e dell’anima. Infatti io ho conosciuto l’Onnipotente Re dei Re di ogni cosa, il quale con la sua parola eternamente governa il mondo e il cui regno è eterno”. Pertanto il popolo, ascoltando, fu acceso dal più grande furore e mosso ad ira, spedì per tutta la città degli investigatori per catturare i servi di Dio Rufino e Cesidio e bruciarli vivi. Ma i soldati di Cristo, presi da terrore, si abbandonarono subito a precipitosa fuga e, rifugiandosi nelle altre parti dei Marsi e nascondendosi nel luogo detto Trasacco, ivi incominciarono a costruire una chiesa e a persistere giorno e notte in lodi e canti spirituali e ad offrire assiduamente offerte e sacrifici a Dio Onnipotente.

Il popolo della città di Amasia si preoccupò di spedire celermente dei messaggeri all’imperatore per riferire il tradimento del proconsole e con maliziose accuse incolpare i Santi di Dio e con tali discorsi suscitare l’ira dell’imperatore contro i beatissimi Servi di Dio: “Sia a conoscenza della tua affettuosa clemenza che il proconsole Andrea, da poco rinunciando alla carica proconsolare, ha oltraggiato il servizio militare e seguendo i consigli degli uomini Rufino e Cesidio, ha disprezzato i sacrifici dei nostri dèi e si è fatto verissimo cristiano e con altri cristiani vive nella Provincia dei Marsi“. Ciò udito, l’iniquissimo imperatore riunì molti soldati e comandò ai littori che si portassero al più presto nel territorio di Trasacco. Venendo pertanto i soldati dell’imperatore nel territorio di Trasacco, subito entrarono in chiesa, dove i beatissimi Martiri offrivano sacrifici per la redenzione del mondo. Presi pertanto il beato Rufino con altri Martiri, li condussero a Roma e, fattolo sapere all’imperatore, li portarono al suo cospetto. Tra essi collocarono il proconsole Andrea.

L’imperatore, desiderando conquistare il suo animo con dolcissimi discorsi, proferì il seguente esordio di interrogazione: “Carissimo proconsole, quale stoltezza ti è sorta nel tuo cuore da abbandonare la venerazione degli dèi e prendere il nome di cristiano? Dunque non cadere nell’errore di tanta stoltezza, perché accecato dalle tenebre dell’ignoranza abbandoni il fiore della gioia del mondo”. A queste parole, Andrea, nobile atleta di Cristo, rispose: “Sino adesso sono rimasto avvolto nelle tenebre del paganesimo, ma prendendo il sentiero della vera luce, già inizio a scuotere la caligine di questo mondo e a vedere una luce inestinguibile”. L’imperatore rispose: “Per qual motivo la segui e non ti vergogni di manifestarla davanti a me?” Andrea rispose: “Fino a questo momento sono stato nelle tenebre dell’errore e della perfidia, né mi ha giovato sentirne la mancanza, perché ho adorato idoli sordi e muti ed ho ignorato il Dio Onnipotente che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che in essi esiste; ma, appena conosciuta la verità, subito mi sono liberato dalla cecità dell’uomo interiore”.

Dimmi, Andrea, disse l’imperatore, da quali seduttori e maestri hai imparato a disprezzare i nostri dèi ed hai iniziato ad amare e a venerare non so quale Dio? Se dunque acconsentirai ai comandi imperiali, offrendo sacrifici agli dèi immortali, ti farò ricco di grandi e speciali doni e onori per godere questa vita con ogni gioia e bene; diversamente soffrirai molti supplizi per il disprezzo degli dèi e, finalmente, con la morte lascerai le gioie della vita”. A queste parole, il soldato di Cristo, con animo intrepido, disse: “Secondo il tenore della tua interrogazione, ascolta il discorso della mia risposta: Da veri maestri istruito, sono stato edotto a prontamente lasciare le tenebre dell’errore e i raggiri della suggestione e ad entrare nello stato della rettitudine. Ecco, questo è il mio maestro verissimo, dietro la cui esortazione e istruzione ho dissipato le tenebre della perfidia e sono arrivato alla conoscenza della vera luce”.

Allora l’imperatore disse: “Dicci il suo nome e il suo ministero e quale Regione li spedi al nostro cospetto”. Il soldato di Cristo, Andrea, rispose: “Se vuoi conoscere il suo ministero, sappi che egli è vescovo, che il suo nome è Rufino e che è un buon cittadino della città di Amasia. Questi altri due che si vedono in piedi in tua presenza, si chiamano Silone e Alessandro, che insieme a noi sono cristiani e sono rinati col battesimo del sacro fonte”. L’imperatore disse loro: “Ascoltate di buon grado i miei consigli e, adorando gli dèi, offrite loro i sacrifici e sarete illustri e famosissimi in ogni mia giurisdizione”. Risposero dunque i beatissimi Martiri: “Noi adoriamo Dio Onnipotente che con la sua parola creò tutto dal nulla, la cui Maestà non ha inizio né ha fine nei secoli. Lui ogni giorno onoriamo e adoriamo e gli offriamo il sacrificio di lode. Respingiamo ogni altro dio fuori di lui, per la cui forza e aiuto disprezziamo ogni genere di tormenti come la spazzatura delle piazze”. Allora l’imperatore, mosso ad ira, comandò che si rinchiudessero in carcere per riflettere con quali pene punirli e con quale tormento dovessero affrontare la morte. Pertanto i ministri della iniquità, ubbidendo ai comandi del tiranno, li gettarono in carcere incatenati.

Ma Cesidio, figlio del beato Rufino, nello stesso giorno della cattura dei beati Martiri nella terra di Trasacco, fuggì per il monte dove c’era la sua chiesa, nella quale il beato Rufino si dedicava giorno e notte alla preghiera incessantemente. Il giorno seguente, tornato in sé, piangendo amaramente, disse così: “Viva Dio, perché non ho agito bene! Preso dalla paura della morte, ho abbandonato il beatissimo padre e ho perduto la palma del martirio”. E piangendo e lamentandosi ad alta voce, pervenne a Roma dove il beato Rufino con i predetti Martiri era tenuto in carcere e finalmente, con sollecitudine, andò al carcere ed entrato, si prostrò con la faccia per terra davanti ai piedi del beatissimo Rufino e, abbracciate le sue ginocchia, implorava il perdono.

Al quale il beatissimo padre disse: “Ritorna, o figlio, al luogo che abbiamo consacrato e offri all’Onnipotente Dio le quotidiane offerte fino a che, per il trionfo del martirio, potrai entrare negli atrii del regno dei cieli”. Rispondendo, Cesidio disse: “Perché soffrire il ritardo del martirio e non professare pubblicamente che io sono cristiano?” Il beato Rufino rispose: “Ancora non è giunto il tempo della tua chiamata ed intanto si innalzi al Signore l’incenso delle tue preghiere fino a quando, per il trionfo del martirio, conquisterai il premio del regno dei cieli”. Pertanto il beato Cesidio, confortato dai consigli del beatissimo padre, ritornò nella sua residenza e, restando in continuazione nella chiesa che San Rufino aveva consacrato, non cessava di rendere all’Onnipotente Dio con veglie e preghiere il dovere del servizio.

Passati invero quindici giorni, l’imperatore Massimino comandò che fosse presentato davanti al suo cospetto Andrea e con tali esortazioni gli disse: “Ascoltami, o Andrea, è tempo che abbandoni le regole della tua stoltissima religione e adorando l’invittissimo dio Sole offra i venerabili sacrifici affinché, avanzato nei gradi e ricolmo di ricchezze, elevato sopra tutti, riabiti il palazzo del proconsole e ottenga i diritti di quelli che, dopo di me, sono potenti”. Il soldato di Cristo, Andrea, rispose: “A che giova, o imperatore, guadagnare gli onori di questo mondo e, appena dopo intervenendo la morte, apprestarsi ai perpetui tormenti? Ascolta il Signore che nel Vangelo dice: ‘A che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi reca danno alla sua anima’?” L’imperatore rispose: “Per gli dèi immortali! Se con mente ostinata non obbedirai ai miei ordini e non adorerai gli dèi, morirai tra diversi tormenti”. Al quale il soldato di Cristo disse: “In virtù del Signor mio Gesù Cristo, non pavento i tuoi tormenti, perché questa temporale prova col tempo subito finisce, ma la tua eterna distruzione non finirà mai”. Allora l’imperatore, preso da grandissimo furore, disse ai carnefici: “Sospendetelo nell’aculeo e dilaniatelo con staffili di ferro e sottostia a tali supplizi finché muoia”. Pertanto i ministri del diavolo, accesi di furore, dilaniarono le sue carni, come era stato loro comandato, tanto che a tutti i presenti apparivano chiaramente le costole scarnificate; così tra lo stesso tormento mortale rese la santa anima raccomandata al Signore.

Nello stesso periodo di tempo risiedeva nella città di Assisi un proconsole chiamato Aspasio il quale sollevò una ribellione contro lo Stato Romano e macchinò di annientare la potenza romana. Mosso ad ira per questa ribellione, l’imperatore e tutto il popolo romano, riunito un forte esercito, assediò la predetta città per un anno e mezzo. Pertanto i cittadini, fiaccati dalla guerra e dall’assedio, si consegnarono all’autorità imperiale e così con l’uccisione del proconsole la città fu liberata dalla devastazione romana. L’imperatore poi, sottomessa la città, dimorò ivi un anno e cinque mesi.

Nei quali giorni l’imperatore comandò che i beati Rufino, Silone e Alessandro fossero condotti incatenati davanti al suo cospetto, ai quali parlò dicendo: “Siete voi che con le arti magiche raggirate le menti degli uomini e con maligne persuasioni li allontanate dal culto degli dèi?” I beati Rufino e Silone e Alessandro, rispondendo all’unanimità, dissero: “Noi non siamo maghi, ma verissimi cristiani e richiamiamo i cuori traviati degli uomini dal culto degli idoli al loro Creatore, che regna nei cieli, e dimostriamo che egli è il vero Dio, per la cui volontà si regge tutto ciò che è in cielo e in terra e per il di cui dominio, forza e disposizione sussistono le creature visibili e invisibili. Lui dunque adoriamo, predichiamo e con tutto il cuore amiamo; al contrario, stimiamo una nullità gli idoli manufatti perché non possono prestare aiuto né a sé né agli altri, ma producono ai loro adoratori soltanto una eterna morte”. Disse loro l’imperatore: “Queste sono parole vuote e superflue. Adorate il dio Sole e sarete onorabili e illustri davanti al mio cospetto. Ma se rifiutate di piegarvi ai sacrifici degli dèi, perirete con diversi e raffinati supplizi”. I Santi Martiri, rispondendo, dissero: “Già siamo fortificati nell’amore di Cristo, né siamo sedotti dagli allettamenti, né abbiamo paura delle minacce; fai quello che vuoi, perché in nessun modo adoriamo gli idoli sordi e muti”.

Allora l’imperatore, ricolmo di grandissimo furore, comandò che si accendesse una fornace, perché ivi si bruciassero i Santi, dicendo: “Adesso si vedrà se il vostro Dio cesserà di liberarvi dalle mie mani”. Essendo i servi di Cristo pervenuti alla fornace, elevarono al Signore questa preghiera: “Signore Gesù Cristo, assisti noi tuoi servi mentre siamo nel pericolo del fuoco e, come facesti uscire illesi i tre fanciulli dalla voragine della fornace, così che nemmeno un capello delle loro teste rimanesse bruciato e dimostrasti ad un re straniero che tu sei Dio degno di lode, così degnati di rivelare la tua divinità a tutti i presenti perché tutti conoscano che tu sei il solo Dio che regna nei secoli dei secoli”. Allora le guardie, prendendo i Martiri di Cristo, li gettarono nella fornace mentre lodavano Gesù Cristo, l’Onnipotente Signore. Ed ecco un angelo del Signore stette in mezzo a loro e li confortò con queste esortazioni dicendo: “Non vogliate

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