Per chi ci è nato, non possono esserci motivi particolari di attaccamento alla propria terra. Vi è nato e basta: è detto tutto e per tutti, perché a tutti lo conferma la propria esperienza. In quelli che poi, per motivi di lavoro, dovettero lasciarla, alla causa primordiale d’amore naturalmente se ne aggiungono altre. La nostalgia consiste in questo: questa malattia, dai caratteri dolci e struggenti, i miei conterranei, così numerosi come emigranti, la conoscono bene. Quanti sono quelli che l’hanno vissuta una vita intera, l’hanno sentita diventare pungente a poco a poco sempre di più, e si sono sentiti felici alla fine, quando, col sudato gruzzolo, sono tornati nella terra natale solo per morirvi, ma guariti dalla nostalgia. Ricordo, non è cosa di molti anni fa, il contadino di Cappadocia, tornato vecchio al nido natio, spirato sulle pietre della piazza del paese mentre salutava i primi parenti e amici. Chi può dire il sentimento che accompagnava l’anima del poverino nell’attimo in cui lasciava il corpo per librarsi finalmente nella libertà degli spazi immensi?
Quanti sono veramente i misteri che corrono tra la terra e il cielo! In ogni modo, nella vita di chiunque è un sentimento sempre nobile l’attaccamento alla propria terra. Chi lo trasforma, di volta in volta, in opere e azioni che la onorano, la fanno crescere in prosperità, ordine e bellezza, nobilita la propria vita, contribuendo a quella eterna nel ricordo dei propri cari e amici. Più bello è poi l’amore di cui parlo se non è legato a grandi cose, a gesti che scuotono la curiosità delle folle. Ritrovare l’amore alla propria terra perché coincide con un dolore che non ci lascia mai è una bellezza profonda, che non si corrode col tempo. Ritrovare lo stesso amore in un’amicizia che abbiamo apprezzato, quando ci legava a una persona viva, ma che ora ci lega ancora di più ora che non è più tra noi, ci porta a sfiorare altezze morali che danno un senso all’esistenza stessa.
Fatti di questo genere, nel labirinto della mia memoria, ce ne sono più d’uno, e ne godo, mentre la mia memoria conserva gelosamente gli stessi, scartando le insolenze del nostro tempo. Tra i fatti di cui ho accennato c’è Umberto Sclocchi: un ricordo colmo d’umiltà, libero da ogni peso materiale, collocato semplicemente in una camera che gli faceva da dormitorio, studio e ricevimento. Fredda dapprima, nei giorni in cui inizialmente lo conobbi, si riscaldò poi, ma anche a fatica, dalla poesia, derivando dalla vendita della prima edizione delle sue poesie.
Devo raccontare come venni in contatto con lui. Umberto era nato a Pescina il 26 agosto 1927; dopo le elementari, credo che la famiglia si trasferisse a San Benedetto dei Marsi, per un impiego che suo padre ebbe presso quel Comune. San Benedetto dei Marsi, la cittadina ripuaria del Fùcino, divenne così la sua vera patria. Vi giunse quando gli anni giovani cominciavano appena a schiudersi alle sensazioni più vive e più valide: amicizie, piccole esperienze di vita paesana, desideri e aspirazioni, tutto rimase vivo nella sua coscienza nei lunghi anni dell’infermità, sempre naturalmente legato allo sfondo di San Benedetto.
Dopo la guerra, non poté non interessarsi a quanto accadeva nella vasta plaga agricola del Fùcino: Torlonia, dunque, andava via e la terra veniva assegnata ai suoi diretti coltivatori. Per realizzare la vasta trasformazione ad Avezzano, venne istituito l’Ente Fucìno. Il giovane Umberto vi trovò una sistemazione come commesso. Il 5 settembre 1954, mentre tornava in paese sulla sua motoretta, cadde e lì per lì pareva che non fosse accaduto niente di eccezionale. Invece, una vita stava lì stroncata per sempre, rotto quel corpo, nella sua spina dorsale. Cominciò così la via crucis degli ospedali.
Davanti ad Umberto, perennemente disteso nel lettino, si pose il lento scorrere dell’esistenza, le brevi parentesi dell’uso della sedia a rotelle, uno sguardo all’aperto, il saluto a un amico e le frequenti visite degli amici. Malato, seppe conservare amicizie e rapporti vari, si fece una piccola biblioteca, poi venne la compagnia della radio e poi della televisione. Ma i giorni non passavano senza lasciare traccia. Nella mente e nel cuore cominciò il lavorio insistente della riflessione, il tentativo di conoscere chi siamo e cosa siamo, e lentamente le conclusioni malinconiche lasciavano il posto a un nuovo sentimento che cominciava a premere dentro, avvertendo la necessità di venire alla luce.
Non posso ricordare il giorno in cui ricevetti la sua prima lettera. Mi raccontava la sua vicenda, allegava una poesia. Andai a conoscerlo. L’impressione che ricevetti è quella cui ho accennato all’inizio: un’immagine di un giovane disteso in un letto, in un ambiente modesto ma lindo, con alcuni amici che gli tenevano compagnia. Quando entrai, gli amici si alzarono, salutarono Umberto e ci lasciarono soli. Accanto a lui c’era anche la sorella Luisa, la creatura dolce e rassegnata, che aveva lasciato la vita religiosa per assistere il fratello infermo.
La nostra prima conversazione fu disinvolta e fraterna. Parlammo di tante cose, importanti e non importanti, tanto per conoscerci, e il discorso giunse a parlare di poesia. Candidamente mi chiese come si scrivono le poesie. Continuammo a parlare, facendo confusione, ma alla fine, sforzandoci a riscrivere, venne fuori “Il Pallone”: Branchi di monelli, creature rumorose, volti gioiosi della scuola alla libera uscita! Sulla pista stradaiola, capelli al vento, dagli dietro al pallone! Con essi è il mio cuore e il ricordo d’anni lontani, quando, sano, della folla fui idolo anch’io!
Riflessi chiedendogli se si sentisse in quelle parole. Così ama i ragazzi, si ritrova in essi? Mi rispose con un lento sì, manifestando che il suo compito sarebbe consistito nel trovare le parole, mentre la poesia ce l’aveva dentro. La poesia era legata al susseguirsi delle stagioni, ritratta da un’osservazione significativa: Si scioglie la neve nella mia valle, nell’aria si sente il respiro della primavera; avanza lenta con passi di colori e profumi. Torna la rondine sotto il vecchio tetto e si dispera; il nido lo ruppero con fionde i fanciulli per gioco. Quanto valore assume quella disperazione della rondine, quando per gioco i fanciulli ruppero il nido.
Nella meditazione e nella rassegnazione non poteva essere assente il senso religioso e il malato che vedeva lontano l’ultimo bagliore del sole. Una preghiera nasceva dalla sua anima: che sola m’aiuta a sopportare / la vita. Cominciano a mordere i ricordi, e il lettore non ha bisogno di parole per intendere il profondo struggimento: Poter tornare indietro, di nuovo arrampicarmi sulle falde del monte alla sorgente del fiume! Oppure: Oh, dissetami con l’eco dei ricordi, Fontevecchia! E Fontevecchia appare in mezzo alla verzura, che si fa sempre più bruna per l’incalzare della sera.
Il poeta ricorda: Maestose in processione avanzavano le fanciulle del Fùcino con l’anfore in capo. Qualcuna sfuggiva sotto i platani… E viene il rimpianto: Oh Fontevecchia, perché tanto tempo è passato? La differenza tra una mente che si limita a constatare e una che vuol comprendere la ragione dei misteri tra la terra e il cielo è palpabile. Si colma di tenerezza il sentimento del poeta, quando tra i ricordi affiora quello della madre: tenerezza ma anche pudore, santità e venerazione. Nemmeno Pascoli ebbe note così delicate: Da che la vita mi respinge, dal cielo, madre mia, più vicina ti sento…
Ma errerebbe chi credesse assente nella poesia di Umberto Sclocchi i dolori degli altri e la giusta comprensione. La poesia La Bettola è un bozzetto di vita incisivo: la bettola sta all’insegna del Morrone, circondata da odore di stallatico e concime. I bifolchi vi sostano: A breve distanza mi osservano ed io li osservo: di chi è più grama la vita? Poi uno di essi, alla mia direzione, leva il bicchiere e grida: Non prendertela! Infame è per tutti, e gli altri assentono col dondolio dei capi.
In altri momenti, la comprensione dei sacrifici altrui è più serena, come nella preghiera del contadino: Pure questo sereno cielo, questa infinita pace sempre nuovo ardore infondono… Il trenino della mia valle, tra i tanti versi che ricordano la fatica comune, è un piccolo gioiello a sé: tuf tuf del trenino nella lunga valle… Le bietole sono il suo carico; se arranca, se sbuffa, se lacera col fischio la volta del cielo, non penso a immagini poetiche, ma al fratello contadino!
Col passare del tempo, la corrispondenza e le visite a Umberto si consolidarono, e quei frutti di amicizia si moltiplicarono. Mi ritrovai tra le mani un bel grappolo di componimenti poetici. Umberto sperava ch’io prendessi una decisione e io, contemporaneamente, cominciai a fare qualche progetto. Lessi le poesie ai miei alunni del liceo classico e a una classe seconda liceale proposi di raccogliere prenotazioni fra lettori e di prepararci per la pubblicazione.
Incontrai l’editore Loffredo di Napoli, con cui ero in contatto. L’editore si offrì di mettere a disposizione la carta a prezzo di costo. Stabilimmo il prezzo di vendita a mille lire per mille copie. Calcolando l’incasso, all’autore sarebbe pervenuto un guadagno pari al costo del modesto impianto di riscaldamento tanto necessario alla sua abitazione. Era la primavera del 1969: il liceo fece tutto con entusiasmo, e certamente fu un pomeriggio particolare quando Umberto vide giungere a casa sua i miei ragazzi sventolando (faccio per dire) l’assegno.
Fu un successo. Non alludo alla critica, ma al consenso dei lettori a quella poesia semplice e valida, che nasceva dalle radici stesse dell’esistenza. Silone la definì poesia esile, ma non usò l’aggettivo giusto. La poesia di Umberto Sclocchi è il contrario di una poesia esile: è casta, pudica, e per questo forte, consolatrice e vera. Non insiste su un tema solo, lo sfiora al più e lascia poi alla comprensione dei lettori il resto. Chi legge può sentire il valore di parole come Ma sono di quella strana razza che resiste ai colpi…
Il professor Angelo Melchiorre voleva spiegare, in un articolo sul Tempo del 12-4-69, i motivi per cui lo aveva colpito l’iniziativa degli alunni del liceo Torlonia. Scrisse: Mi è parso la miglior forma di contestazione nei confronti di una società che spesso dimentica o disprezza la poesia… I giovani del Torlonia hanno «scoperto» una poesia semplice, chiara e sincera, e il significato profondo del dolore in chi da esso partiva per dare un senso a tutta la sua vita.
Seguirono riconoscimenti in vari concorsi e il premio della cultura da parte della Segreteria della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel febbraio 1973, l’iniziativa degli studenti del liceo di Avezzano fu ripresa da un gruppo di insegnanti elementari di San Benedetto dei Marsi, e il volumetto uscì in seconda edizione per l’editrice Eirene. Durante una serata ufficiale fu presentato al pubblico di Avezzano nel teatrino di Don Orione. Umberto Sclocchi, presente nella sua sedia a rotelle, non credeva ai suoi occhi, e fu questa forse la sua ultima gioia.
La salute di Umberto riprese a peggiorare. Nei primi giorni del gennaio 1976 fu ricoverato nell’Ospedale di Pescina. Appena lo seppi andai a trovarlo. Era una mattina fredda, ma col cielo limpido e sereno. Lo trovai in una stanza discretamente accogliente, assistito da medici e personale amorevole. Ma egli non si faceva più illusioni; sapeva che il grande viaggio era già iniziato. Rimanemmo soli e stringendo la sua mano, mi disse: Fà che qualcuno si ricordi di me. Povero Umberto! Morì l’8 gennaio, qualche giorno dopo la mia visita, e non in Ospedale. Voleva tornare a casa. San Benedetto onorò le esequie del suo caro figlio adottivo con una partecipazione piena e profondamente commovente. Durante la Messa funebre, l’insegnante Ivana De Nicola lesse alcune liriche di Umberto, e la moltitudine di San Benedetto era lì più ad onorare un santo o un poeta.
Il corteo si fermò per un ultimo saluto attorno a una Croce al centro della strada di San Benedetto. Nascosto tra la folla, posai gli occhi sulla finestra della stanza dell’infermo e ricordai: Dentro la solitaria stanza vagano senza posa i sogni, come branchi di cavalli allo stato brado…
Tratto da: [fonte/autore].