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(Luigi Venturini)

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Luigi Venturini, poeta marsicano, tra melodia e dialetto: un viaggio nella tradizione popolare della sua terra attraverso versi perduti e ritrovati.

Luigi Venturini (1887-1964), originario di Tagliacozzo, dopo aver completato gli studi classici, si trasferì all’estero per insegnare italiano nel Lussemburgo. Ritornato in patria, visse a Pescina e poi a Pescara, dove iniziò una lunga e intensa attività poetica, scrivendo circa 300 composizioni, molte delle quali andarono disperse poiché le annotava su foglietti volanti. Solo nel 1950 iniziò a raccoglierle, limitandosi però al triennio 1927-1930. Nel 1972, grazie al Circolo G. Mameli e alla cura di Gaetano Blasetti, fu pubblicata una nutrita antologia delle sue canzoni e poesie, che evidenziò la sua tematica genuinamente paesana e popolare, in linea con la tradizione della poesia dialettale melodica. Qui si possono ritrovare motivi amorosi, naturali, spunti scherzosi e malinconici, oltre a questioni morali e politico-sociali.

I risultati stilistici di Venturini sono dignitosi, ma risentono talvolta di una certa improvvisazione. Nello stesso ambito, si possono citare i versi di GINO SEBASTIANI (1883-1959) e GAETANO PELUSO (1893-1970), entrambi di Avezzano. La Sebastiani, che visse a Roma, aveva una padronanza maggiore della tessitura metrica, mentre Peluso, pur essendo un autodidatta, mostrava un sentimento più ricco, spaziando dal patetico all’umoristico e perfino al moralistico.

Un contributo basilare alla poesia della Marsica è fornito da LEONARDO FECCHIA (1889-1965), le cui opere sono state raccolte nel volume “Le rime de Furefuricchie” (1964) curato da R. Panza e O. Giannangeli. Fecchia si cimentò anche in versi italiani, ma i suoi scritti dialettali trasmettono un’immagine vivida della vita cittadina, ironizzando e descrivendo paesaggi, mostrando una certa sensibilità verso gli orti e le vigne.

Contrariamente a molte opinioni, Umberto Postiglione (1893-1924), originario di Raiano, non deve essere considerato un poeta istintivo. Formatosi sotto la guida dello zio Alfonso, con un diploma di ragioniere, emigra in America nel 1910 per varcare il mondo del lavoro, tornato in Italia dopo la Prima Guerra Mondiale, dedicò la sua vita all’insegnamento, mirando a educare una “Gente Nuova”. Tuttavia, la sua vita fu spezzata da una polmonite. Nonostante la scarsa produzione poetica, le sue otto poesie, tra cui il gioiello “A na rinnele”, sono considerate tra le più significative della poesia abruzzese, vive di una malinconia profonda, riflettendo la sua essenza di uomo e poeta.

Tratto da: [fonte/autore].

Luigi Venturini (1887-1964), originario di Tagliacozzo, dopo aver completato gli studi classici, trascorse un periodo all’estero, dove insegnò italiano nelle scuole del Lussemburgo. Rientrato in patria, si stabilì nel suo paese natale e, dopo il 1952, a Pescara, presso una nipote. La sua intensa attività poetico-musicale si esplicò in circa 300 composizioni, quasi tutte musicate « ad orecchio ». Gran parte della sua opera andò dispersa, poiché scriveva i versi su foglietti volanti. Solo nel 1950, pensò di raccoglierli e riordinarli, ma si limitò al triennio 1927-1930. Nel 1972, gracias all’interessamento degli amici del Circolo G. Mameli e a cura di Gaetano Blasetti, fu pubblicata una ricca antologia delle sue canzoni e poesie. Questa raccolta offre un panorama sufficiente per evidenziare la tematica autenticamente paesana e popolare di Venturini, in linea con la migliore tradizione della poesia dialettale di gusto melodico.

Accanto ai motivi dell’amore e della natura, i suoi testi presentano spunti scherzosi o malinconici, allusioni maliziose e situazioni sia tristi che umoristiche. Affiorano anche ragioni morali e tematiche politico-sociali. I risultati stilistici della sua opera sono per lo più dignitosi, ma risentono di una certa improvvisazione e non rifuggono da forme italianizzanti.

In un contesto simile, si possono considerare i versi di Gino Sebastiani (1883-1959) e di Gaetano Peluso (1893-1970), entrambi di Avezzano. Sebastiani, insegnante di lettere, si esercitò anche in romanesco durante il suo lungo soggiorno a Roma. Conosceva bene i segreti della tessitura metrica e la tecnica della trascrizione segnica. D’altro canto, Peluso si dimostrò più ricco di sentimento, capace di spaziare dal patetico con “Je prime amore” all’umoristico con “L’annata secca”, fino a esplorazioni paesaggistiche come “Je Suroiane” e perfino a interrogativi moralistici con “Agli cococciari”.

La produzione del sulmonese Leonardo Fecchia (1889-1965) si distingue anche per gli esiti formali. La sua raccolta, intitolata “Le rime de Furefuricchie” (1964), fu curata da R. Panza e O. Giannangeli. Fecchia si esercitò a lungo sia in versi italiani che in dialettali, riuscendo a lasciare una certa impronta, descrivendo la vita della città con uno sguardo critico e ironico. Le sue opere esprimono il sogno di evasioni da caseggiati a orti e vigne, come visto attraverso gli occhi di un cronista sensibile.

Contrariamente a quanto si è a lungo pensato, Umberto Postiglione (1893-1924) non è un poeta istintivo. Nato a Raiano, crebbe sotto l’influenza dello zio Alfonso Postiglione, conosciuto come « un apostolo delle Scuole rurali » (A. Silveri). Dopo aver conseguito il diploma di ragioniere, emigrò in America nel 1910, dove intraprese diverse occupazioni, dall’operaio di vetrerie e fonderie al sindacalista e bibliotecario. Rientrato in Italia subito dopo la prima guerra mondiale, conseguì l’abilitazione magistrale e si dedicò all’insegnamento, sognando di educare una « Gente Nuova », capace di vivere liberamente.

Purtroppo, il suo sogno durò poco, poiché morì giovanissimo a causa di una violenta polmonite. Aveva appena preparato un sussidiario di cultura regionale, “La terra d’Abruzzo e la sua gente”, pubblicato a un anno dalla sua morte, quasi contemporaneamente a un volume commemorativo curato da Vincenzo Marchesani. Questo conteneva un profilo biografico, lettere, scritti vari e otto poesie dialettali, le uniche rimasteci. Anche se la sua produzione in versi è limitata, riteniamo che quelle otto poesie possano essere annoverate tra le più vere e sofferte, se non tra le meglio rifinite di tutta la poesia abruzzese.

Tra queste, spicca “A na rinnele”, che, pur essendo influenzata da memorabili suggestioni leopardiane, vive di vita propria. Quest’opera racchiude un’aura di struggente malinconia, che sembra rappresentare l’essenza del Postiglione uomo e poeta.

Tratto da: [fonte/autore].

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Luigi Venturini (1887-1964), originario di Tagliacozzo, dopo aver completato gli studi classici, trascorse un periodo all’estero, dove insegnò italiano nelle scuole del Lussemburgo. Rientrato in patria, si stabilì nel suo paese natale e, dopo il 1952, a Pescara, presso una nipote. La sua intensa attività poetico-musicale si esplicò in circa 300 composizioni, quasi tutte musicate « ad orecchio ». Gran parte della sua opera andò dispersa, poiché scriveva i versi su foglietti volanti. Solo nel 1950, pensò di raccoglierli e riordinarli, ma si limitò al triennio 1927-1930. Nel 1972, gracias all’interessamento degli amici del Circolo G. Mameli e a cura di Gaetano Blasetti, fu pubblicata una ricca antologia delle sue canzoni e poesie. Questa raccolta offre un panorama sufficiente per evidenziare la tematica autenticamente paesana e popolare di Venturini, in linea con la migliore tradizione della poesia dialettale di gusto melodico.

Accanto ai motivi dell’amore e della natura, i suoi testi presentano spunti scherzosi o malinconici, allusioni maliziose e situazioni sia tristi che umoristiche. Affiorano anche ragioni morali e tematiche politico-sociali. I risultati stilistici della sua opera sono per lo più dignitosi, ma risentono di una certa improvvisazione e non rifuggono da forme italianizzanti.

In un contesto simile, si possono considerare i versi di Gino Sebastiani (1883-1959) e di Gaetano Peluso (1893-1970), entrambi di Avezzano. Sebastiani, insegnante di lettere, si esercitò anche in romanesco durante il suo lungo soggiorno a Roma. Conosceva bene i segreti della tessitura metrica e la tecnica della trascrizione segnica. D’altro canto, Peluso si dimostrò più ricco di sentimento, capace di spaziare dal patetico con “Je prime amore” all’umoristico con “L’annata secca”, fino a esplorazioni paesaggistiche come “Je Suroiane” e perfino a interrogativi moralistici con “Agli cococciari”.

La produzione del sulmonese Leonardo Fecchia (1889-1965) si distingue anche per gli esiti formali. La sua raccolta, intitolata “Le rime de Furefuricchie” (1964), fu curata da R. Panza e O. Giannangeli. Fecchia si esercitò a lungo sia in versi italiani che in dialettali, riuscendo a lasciare una certa impronta, descrivendo la vita della città con uno sguardo critico e ironico. Le sue opere esprimono il sogno di evasioni da caseggiati a orti e vigne, come visto attraverso gli occhi di un cronista sensibile.

Contrariamente a quanto si è a lungo pensato, Umberto Postiglione (1893-1924) non è un poeta istintivo. Nato a Raiano, crebbe sotto l’influenza dello zio Alfonso Postiglione, conosciuto come « un apostolo delle Scuole rurali » (A. Silveri). Dopo aver conseguito il diploma di ragioniere, emigrò in America nel 1910, dove intraprese diverse occupazioni, dall’operaio di vetrerie e fonderie al sindacalista e bibliotecario. Rientrato in Italia subito dopo la prima guerra mondiale, conseguì l’abilitazione magistrale e si dedicò all’insegnamento, sognando di educare una « Gente Nuova », capace di vivere liberamente.

Purtroppo, il suo sogno durò poco, poiché morì giovanissimo a causa di una violenta polmonite. Aveva appena preparato un sussidiario di cultura regionale, “La terra d’Abruzzo e la sua gente”, pubblicato a un anno dalla sua morte, quasi contemporaneamente a un volume commemorativo curato da Vincenzo Marchesani. Questo conteneva un profilo biografico, lettere, scritti vari e otto poesie dialettali, le uniche rimasteci. Anche se la sua produzione in versi è limitata, riteniamo che quelle otto poesie possano essere annoverate tra le più vere e sofferte, se non tra le meglio rifinite di tutta la poesia abruzzese.

Tra queste, spicca “A na rinnele”, che, pur essendo influenzata da memorabili suggestioni leopardiane, vive di vita propria. Quest’opera racchiude un’aura di struggente malinconia, che sembra rappresentare l’essenza del Postiglione uomo e poeta.

Tratto da: [fonte/autore].

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