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(Antonio Marso)

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Scopri la storia nascosta di Antonio Marso, tra pseudonimi e origini misteriose, nel cuore abruzzese della Marsica.

Le origini di Antonio Epicuro, figura di spicco del Rinascimento italiano, sono avvolte da una certa ambiguità storica. Sebbene alcuni studiosi del XIX secolo abbiano messo in dubbio la sua origine abruzzese, il soprannome di “Epicuro Napoletano” non fornisce una prova decisiva della sua nascita fuori dalla Marsica. Infatti, analogamente a Benedetto Croce, noto filosofo considerato “napoletano”, Antonio Marso nacque e crebbe in Abruzzo, precisamente in un contesto diretto dalla tradizione locale.

La tradizione afferma che il nome di battesimo di Antonio fosse Antonio o Marcantonio, e il suo collegamento con i Marsi è evidente nel suo epiteto. Nonostante il termine “Epicuro” potesse essere un soprannome scelto per motivi ideali o conferitogli al suo arrivo a Napoli, la schiera di testimonianze storiche suggerisce che fosse nato in un castello abruzzese. Scipione Ammirato sottolinea la sua natura solare, descrivendo come fosse stato etichettato “Epicuro” per la sua indole vivace.

La vita di Antonio Marso è segnata da un inizio umile: secondo gli studi di Giovanni Pagani, nasce intorno all’anno 1472 da una famiglia contadina a Avezzano. La sua educazione è probabilmente influenzata dalla chiesa collegiata di San Bartolomeo, che offrì opportunità formative. Riconoscente verso la famiglia Felli, nella quale trovò aiuto per approdare a Napoli, Antonio iniziò a insegnare lettere latine e si guadagnò rapidamente una reputazione come poeta.

Nel 1523, presentò la sua opera “Cecaria”, che segnò l’inizio della tragicommedia, ottenendo un grande successo. Questa opera e il suo seguito “Luminaria” rappresentarono innovazioni notevoli nella scena teatrale italiana. Non solo fu un pioniere in questo genere, ma il Palmarini lo riconobbe anche per l’introduzione di versi sentenziosi, definiti “Imprese”. Nel 1535, le sue opere conquistarono l’imperatore Carlo V, che lo rese ancora più noto e gli conferì prestigiose onorificenze.

Antonio Epicuro morì a Napoli nel 1555, lasciandosi alle spalle un’importante produzione letteraria e un’eredità nella cultura umanistica. La sua poesia e il suo contributo al teatro rimasero impressi nella storia, divenendo oggetto di ammirazione nel tempo. Il suo allievo Bernardino Rota incise sul suo sepolcro una dedica affettuosa, testimoniando l’impatto duraturo del poeta.

Tratto da: Luigi Settembrini, “Lezioni di letteratura italiana”.

Stando alle illazioni personali di alcuni studiosi dell’otto e novecento, si dovrebbero nutrire seri dubbi circa il nome e la patria d’origine di questo illustre umanista e poeta. Tuttavia, nessuno è riuscito a dimostrare che il soprannome « Epicuro Napoletano », quale appare nelle edizioni cinquecentesche della « Cecaria », costituisca una prova decisiva della sua nascita al di fuori della regione abruzzese. Anche Benedetto Croce, ad esempio, passa per « il filosofo napoletano », eppure è noto che egli nacque in Abruzzo, precisamente nella Marsica.

È risaputo che, per una consuetudine seguita largamente in ogni luogo e in ogni tempo, figure di una certa notorietà vengono indicate spesso col nome del paese natio o con quello della regione da cui provengono o, infine, con quello del regno a cui appartengono. Non vi è, dunque, alcuna solida ragione d’invalidare tutta una tradizione di testi e manoscritti, risalente ai tempi del Nostro, dalla quale si desume facilmente che Antonio (o Marcantonio) dovette essere il suo nome di battesimo. L’epiteto Marso o dei Marsi sta a indicare la sua patria d’origine. « Epicuro Napoletano » è una sorta di pseudonimo scelto da lui per motivi ideali o dato da altri quando divenne celebre nella sua patria di adozione.

Non si allontana forse dal vero Scipione Ammirato, anche lui letterato e umanista, quando scrive che Antonio « nella sua giovinezza più per esser lieto et sollazzevole che per non credere fu cognominato Epicuro ». Irrefutabile è la precisazione del Quadrio, che dipende dall’Ammirato: « Antonio Epicuro, nato in un Castello d’Abruzzo, che per essere uomo sollazzevole fu chiamato Epicuro, e per esso, venuto giovine in Napoli, e quivi vissuto, si chiamò anche l’Epicuro Napoletano ».

Accennando inoltre alle qualità fisiche e morali del Nostro, il Quadrio riferisce, attingendo sempre alla medesima fonte, una notizia tanto strana quanto interessante: « … essendo egli uomo di fattezze assai bello, e oltre a ciò d’animo regio, nonché nobile, soleva dire, motteggiando di sé egli stesso, essere impossibile, ch’egli fosse nato d’uomo di basso affare; ma che stimava di fermo sua madre essersi impacciata con Virginio Orsino, di cui era vassallo; e così essere stato generato ». Non essendo controllabile questa notizia, si deve credere piuttosto che Antonio Marso ebbe oscuri natali anche per linea paterna.

Che Antonio Marso provenisse da umilissima famiglia è confermato anche da un breve, recente studio di Giovanni Pagani, il quale ha creduto di poter portare nuova luce sulla vita del Nostro affermando che « Antonio Epicuro nacque in Avezzano intorno all’anno 1472 da una famiglia di contadini a nome Pacchione ». Si specifica che la famiglia abitava nella contrada Vicenna, dove si trovavano alcune terre della chiesa collegiata di San Bartolomeo, date a coltivare alla stessa famiglia, per cui l’abate della Collegiata non doveva essere estraneo all’educazione di Antonio.

Se fosse reperibile il « vecchio libro della Parrocchia », da cui furono tratti gli appunti di cui parla il Pagani, non ci sarebbero dubbi circa il cognome e il paese d’origine di Antonio Marso. Man mano che ci si allontana dalla conferma di tali dettagli, ci contenteremo di rivendicarne l’origine marsa, lasciando nell’incertezza l’indicazione del « castello » che potrebbe essere quello di Avezzano, Tagliacozzo o di altra città della Marsica.

Sappiamo che, « venuto giovane in Napoli, insegnò le lettere latine a Bernardino Rota, scolare degno di tanto maestro ». La fama di dotto umanista fu ben presto accompagnata da quella di gran poeta, come si rileva da un apprezzamento del Sannazaro che dice: « Ma a guisa di un bel sol fra tutti radia / Epicuro, che ’n sonar zampogne e cetere / Non troverebbe il pari in tutta Arcadia ». Nel 1523 fece rappresentare un’opera drammatica dal titolo « Cecaria » o « Dialogo di tre ciechi », con la quale diede l’avvio al genere della tragicommedia.

L’opera ottenne strepitoso successo per tutto il secolo. Seguì subito dopo la « Luminaria » o « Illuminazione dei tre ciechi », che fu poi stampata come un secondo atto della prima opera. Ma un altro genere letterario trovò in lui l’iniziatore o, per lo meno, il perfezionatore. Palmarini evidenziò che l’Epicuro “pose in moda certi motti sentenziosi che esprimendo insieme ad allegorie figurate l’indole bellicosa, letterarie ecc. furono dette « Imprese »”.

Molte dovette scriverne, ma più nota d’ogni altra fu quella dedicata all’imperatore Carlo V D’Asburgo, disceso in Italia ed entrato in Napoli nel 1535. I versi soddisfecero molto l’imperatore, se è vero che il nostro poeta divenne « molto caro » a lui, al punto che poté indurlo a concedere l’onorificenza cavalleresca a Tiberio Felli, nobile avezzanese e suo protettore di un tempo.

Dal 1531 al 1538, Antonio Marso fu incaricato di dirigere le Dogane nella provincia di Terra di Lavoro e del Molise. Intorno al 1545 scrisse un’altra opera teatrale intitolata « Mirzia », che definì « favola boscareccia » e che segnò un passo decisivo nella tradizione del dramma pastorale. È merito di Palmarini averla ritrovata nel 1887 presso la Biblioteca Alessandrina di Roma. L’opera, pur essendo tecnicamente più pregevole, non ebbe la fortuna della « Cecaria ».

Una significativa aggiunta alla fama di Antonio Marso è dovuta alla sua produzione nel campo della poesia lirica, di cui ci restano dodici sonetti, cinque canzoni, quattro madrigali e tre capitoli, oltre a una piccola raccolta di componimenti in latino, per lo più epigrammi. Antonio Marso morì nel 1555 a Napoli, dove aveva trascorso quasi tutta la sua vita, e fu sepolto nella Reale Chiesa di Santa Chiara.

Sulla sua tomba, il discepolo Bernardino Rota, anche lui poeta, fece incidere le seguenti parole: « Antonio Epicuro Musarum alumno Bernardinus Rota primis in annis posuit socio moritur octuagenarius unico sepulto filio. I nunc et diu vivere miser cura MDLV ».

Giudizi critici di Luigi Settembrini affermano che « Antonio Epicuro fu uno di quegli abruzzesi buoni, belli e pieni di versi che si fanno voler bene da tutti. Egli era figliuolo di poveri genitori, ma lieto e sollazzevole fu cognominato Epicuro… » Altri studiosi, come Benedetto Perotti, indicano che « il componimento più meritevole di essere ricordato in questa storia è la Cecaria di Antonio Epicuro, che può considerarsi come una specie di pastorale, ed anche come il primo tentativo di cotal genere che ebbe origine nel sedicesimo secolo ». Benedetto Croce descrive « L’Epicuro » come una delle voci di una letteratura amorosa e voluttuosa, che, nell’Italia del Rinascimento, fiorì e si elevò nel panorama culturale del tempo.

Tratto da: [fonte/autore].

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Stando alle illazioni personali di alcuni studiosi dell’otto e novecento, si dovrebbero nutrire seri dubbi circa il nome e la patria d’origine di questo illustre umanista e poeta. Tuttavia, nessuno è riuscito a dimostrare che il soprannome « Epicuro Napoletano », quale appare nelle edizioni cinquecentesche della « Cecaria », costituisca una prova decisiva della sua nascita al di fuori della regione abruzzese. Anche Benedetto Croce, ad esempio, passa per « il filosofo napoletano », eppure è noto che egli nacque in Abruzzo, precisamente nella Marsica.

È risaputo che, per una consuetudine seguita largamente in ogni luogo e in ogni tempo, figure di una certa notorietà vengono indicate spesso col nome del paese natio o con quello della regione da cui provengono o, infine, con quello del regno a cui appartengono. Non vi è, dunque, alcuna solida ragione d’invalidare tutta una tradizione di testi e manoscritti, risalente ai tempi del Nostro, dalla quale si desume facilmente che Antonio (o Marcantonio) dovette essere il suo nome di battesimo. L’epiteto Marso o dei Marsi sta a indicare la sua patria d’origine. « Epicuro Napoletano » è una sorta di pseudonimo scelto da lui per motivi ideali o dato da altri quando divenne celebre nella sua patria di adozione.

Non si allontana forse dal vero Scipione Ammirato, anche lui letterato e umanista, quando scrive che Antonio « nella sua giovinezza più per esser lieto et sollazzevole che per non credere fu cognominato Epicuro ». Irrefutabile è la precisazione del Quadrio, che dipende dall’Ammirato: « Antonio Epicuro, nato in un Castello d’Abruzzo, che per essere uomo sollazzevole fu chiamato Epicuro, e per esso, venuto giovine in Napoli, e quivi vissuto, si chiamò anche l’Epicuro Napoletano ».

Accennando inoltre alle qualità fisiche e morali del Nostro, il Quadrio riferisce, attingendo sempre alla medesima fonte, una notizia tanto strana quanto interessante: « … essendo egli uomo di fattezze assai bello, e oltre a ciò d’animo regio, nonché nobile, soleva dire, motteggiando di sé egli stesso, essere impossibile, ch’egli fosse nato d’uomo di basso affare; ma che stimava di fermo sua madre essersi impacciata con Virginio Orsino, di cui era vassallo; e così essere stato generato ». Non essendo controllabile questa notizia, si deve credere piuttosto che Antonio Marso ebbe oscuri natali anche per linea paterna.

Che Antonio Marso provenisse da umilissima famiglia è confermato anche da un breve, recente studio di Giovanni Pagani, il quale ha creduto di poter portare nuova luce sulla vita del Nostro affermando che « Antonio Epicuro nacque in Avezzano intorno all’anno 1472 da una famiglia di contadini a nome Pacchione ». Si specifica che la famiglia abitava nella contrada Vicenna, dove si trovavano alcune terre della chiesa collegiata di San Bartolomeo, date a coltivare alla stessa famiglia, per cui l’abate della Collegiata non doveva essere estraneo all’educazione di Antonio.

Se fosse reperibile il « vecchio libro della Parrocchia », da cui furono tratti gli appunti di cui parla il Pagani, non ci sarebbero dubbi circa il cognome e il paese d’origine di Antonio Marso. Man mano che ci si allontana dalla conferma di tali dettagli, ci contenteremo di rivendicarne l’origine marsa, lasciando nell’incertezza l’indicazione del « castello » che potrebbe essere quello di Avezzano, Tagliacozzo o di altra città della Marsica.

Sappiamo che, « venuto giovane in Napoli, insegnò le lettere latine a Bernardino Rota, scolare degno di tanto maestro ». La fama di dotto umanista fu ben presto accompagnata da quella di gran poeta, come si rileva da un apprezzamento del Sannazaro che dice: « Ma a guisa di un bel sol fra tutti radia / Epicuro, che ’n sonar zampogne e cetere / Non troverebbe il pari in tutta Arcadia ». Nel 1523 fece rappresentare un’opera drammatica dal titolo « Cecaria » o « Dialogo di tre ciechi », con la quale diede l’avvio al genere della tragicommedia.

L’opera ottenne strepitoso successo per tutto il secolo. Seguì subito dopo la « Luminaria » o « Illuminazione dei tre ciechi », che fu poi stampata come un secondo atto della prima opera. Ma un altro genere letterario trovò in lui l’iniziatore o, per lo meno, il perfezionatore. Palmarini evidenziò che l’Epicuro “pose in moda certi motti sentenziosi che esprimendo insieme ad allegorie figurate l’indole bellicosa, letterarie ecc. furono dette « Imprese »”.

Molte dovette scriverne, ma più nota d’ogni altra fu quella dedicata all’imperatore Carlo V D’Asburgo, disceso in Italia ed entrato in Napoli nel 1535. I versi soddisfecero molto l’imperatore, se è vero che il nostro poeta divenne « molto caro » a lui, al punto che poté indurlo a concedere l’onorificenza cavalleresca a Tiberio Felli, nobile avezzanese e suo protettore di un tempo.

Dal 1531 al 1538, Antonio Marso fu incaricato di dirigere le Dogane nella provincia di Terra di Lavoro e del Molise. Intorno al 1545 scrisse un’altra opera teatrale intitolata « Mirzia », che definì « favola boscareccia » e che segnò un passo decisivo nella tradizione del dramma pastorale. È merito di Palmarini averla ritrovata nel 1887 presso la Biblioteca Alessandrina di Roma. L’opera, pur essendo tecnicamente più pregevole, non ebbe la fortuna della « Cecaria ».

Una significativa aggiunta alla fama di Antonio Marso è dovuta alla sua produzione nel campo della poesia lirica, di cui ci restano dodici sonetti, cinque canzoni, quattro madrigali e tre capitoli, oltre a una piccola raccolta di componimenti in latino, per lo più epigrammi. Antonio Marso morì nel 1555 a Napoli, dove aveva trascorso quasi tutta la sua vita, e fu sepolto nella Reale Chiesa di Santa Chiara.

Sulla sua tomba, il discepolo Bernardino Rota, anche lui poeta, fece incidere le seguenti parole: « Antonio Epicuro Musarum alumno Bernardinus Rota primis in annis posuit socio moritur octuagenarius unico sepulto filio. I nunc et diu vivere miser cura MDLV ».

Giudizi critici di Luigi Settembrini affermano che « Antonio Epicuro fu uno di quegli abruzzesi buoni, belli e pieni di versi che si fanno voler bene da tutti. Egli era figliuolo di poveri genitori, ma lieto e sollazzevole fu cognominato Epicuro… » Altri studiosi, come Benedetto Perotti, indicano che « il componimento più meritevole di essere ricordato in questa storia è la Cecaria di Antonio Epicuro, che può considerarsi come una specie di pastorale, ed anche come il primo tentativo di cotal genere che ebbe origine nel sedicesimo secolo ». Benedetto Croce descrive « L’Epicuro » come una delle voci di una letteratura amorosa e voluttuosa, che, nell’Italia del Rinascimento, fiorì e si elevò nel panorama culturale del tempo.

Tratto da: [fonte/autore].

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