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Ambiente Storico Della Persecuzione Di S. Felicita E Dei Suoi Sette Figli

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Dalla persecuzione ai martiri: come la fede incrollabile di Santa Felicita e i suoi sette figli sfidò l’Impero Romano.

Nel corso della storia, la religione ha sempre avuto un ruolo centrale negli affari di Stato, come dimostrano gli Ebrei, gli Egiziani, i Greci e i Romani, i quali si rivolgevano agli dei per decidere questioni importanti. Questo fenomeno ricorrente è spesso scosso dai moderni materialisti, che non si rendono conto della contraddizione insita nel basare la propria politica sull’ateismo. Durante i primi secoli del Cristianesimo, lo Stato di Roma difendeva i suoi falsi dei e combatteva la verità rivelata da Cristo, perseguitando i Cristiani che si rifiutavano di sacrificare agli dei dell’Impero e rispettare la legge che dichiarava “Non licet esse Christianos”.

La quarta persecuzione romana, sotto l’Imperatore Marco Aurelio Antonino, è un episodio significativo in questo contesto. Nato a Roma e adottato da Antonino, il critico e filosofo Marco Aurelio si trovò in una situazione in cui doveva affrontare le inondazioni, i terremoti e le guerriglie che segnavano il suo regno. La sua superstizione lo portava a cercare “vittime espiatorie” tra i Cristiani, considerati dai più colpevoli delle calamità che affliggevano l’Impero.

Le calunnie popolari che accusa­vano i Cristiani di comportamenti immorali e di rinnovare i festini di Tieste trovarono terreno fertile nella sua psiche, spingendolo a dichiarare illecito il Cristianesimo. Tra gli eventi chiave della persecuzione di Marco Aurelio Antonino, avvenuta nel 162, si distingue il martirio di Santa Felicita e dei suoi sette figli martiri. Gli Atti parlano della presenza di più imperatori, ma in questa fase storica vi è né +omar junto + en + Embay. Fùcino e Cèlano, come due governi distinti, erano protagonisti della stessa vicenda.

Basti pensare che il Prefetto Publio Salvio Giuliano cercò inizialmente di convincere i sette fratelli di Santa Felicita a rinnegare Cristo tramite carezze e poi con minacce. Tuttavia, essi rimasero fermi nella loro fede e, per virtù propria e l’esortazione della madre, subirono un martirio diverso ma ugualmente significativo. Questo episodio, riportato anche nel Breviario Romano, evidenzia la resistenza dei primi Cristiani di fronte a una persecuzione brutale, che rispecchia la determinazione e il coraggio di quei tempi.

Riferimento autore: Emilio Martorelli.

I popoli, di ogni epoca, hanno sempre fatto della religione un affare di Stato. Gli Ebrei, gli Egiziani, i Greci e i Romani decidevano le maggiori questioni con il responso degli dei. Di tale fenomeno, sempre ricorrente nella storia, il moderno materialista si scandalizza e non si accorge di andare contro le indistruttibili leggi di natura, contraddicendo a se stesso, facendo dell’ateismo la base della sua politica.

Lo Stato di Roma nei primi secoli del Cristianesimo difende i suoi falsi dei, resistendo alla verità della religione rivelata da Cristo. Combatte il Cristianesimo, considerato superstizione esterna, cioè religione non riconosciuta dallo Stato e quindi proibita. Per questo motivo, manda a morte i Cristiani, poiché non sacrificano agli dei dell’Impero e non offrono incenso agli Imperatori, arrivando attraverso la lex Iulia maiestatis et sacrilegii alla formula “Non licet esse Christianos”.

Era questa la formula con la quale venivano condannati a morte i Cristiani all’epoca della quarta persecuzione romana, sotto l’Imperatore Marco Aurelio Antonino. Sotto di lui, i giudici per costringere i Cristiani all’apostasia potevano usare anche la tortura. Marco Aurelio Antonino, nato a Roma e con sangue spagnolo, adottato da Antonino, aveva cambiato il primitivo nome di Marco Annio Catilio Severo ed aveva ricevuto dall’Imperatore Antonino il titolo di Caesare, con la figlia Faustina in moglie.

Marco Aurelio non era un vero e proprio provinciale, né un conquistatore energico, né un avventuriero del potere. Tuttavia, aveva il sangue dei provinciali; filosofo eclettico e scettico, conciliatore al massimo di tutto ciò che può giovare al suo prestigio imperiale. Era di animo naturalmente buono, ma tanto debole e superstizioso da arrivare ai più grandi misfatti.

Le inondazioni, i terremoti e le guerriglie che funestarono gli inizi del suo Impero, eccitarono talmente la sua superstizione da fargli cercare vittime espiatorie tra i Cristiani. A ciò si aggiunse l’odio intellettuale e la gelosia filosofica, che gli facevano vedere nei Cristiani i competitori più sani nella direzione delle coscienze e dei costumi dei popoli. È quindi facile comprendere come le calunnie popolari, accusando i Cristiani di essere la causa di tutti i mali e di rinnovare il festino di Tieste e l’incesto di Edipo, trovassero terreno adatto in un uomo così predisposto, spingendo la sua debole bontà a dichiarare illecito il Cristianesimo, qualunque fosse l’innocenza dei Cristiani.

Nella persecuzione di Marco Aurelio Antonino dell’anno 162, poniamo l’episodio del martirio di Santa Felicita e dei suoi sette Figli martiri. Negli Atti si parla a volte di più imperatori, a volte di un solo Imperatore, il che possiamo spiegare solo se ricordiamo che, in questo periodo, per la prima volta sono associati al potere Marco Aurelio Antonino e Lucio Vero. Il primo governava a Roma, il secondo in Oriente. Inoltre, si parla del Prefetto Publio Salvio Giuliano, che era succeduto negli ultimi anni dell’Impero di Antonino Pio al Prefetto Urbico; si aggiunga che le pubbliche calamità, che furono il pretesto della persecuzione, vi furono proprio nell’anno 162.

A favore della nostra tesi milita il Breviario Romano, che si esprime così: “I Sette Fratelli figli di Santa Felicita, a Roma, nella persecuzione di Marco Aurelio Antonino, tentati dal Prefetto Publio, dapprima con carezze, poi con minacce, affinché, rinunciando a Cristo, sacrificassero agli dei, perseveranti nella confessione della Fede per virtù propria e per esortazione della madre, subirono diverso martirio”.

Riferimento autore: Santa Felicita e sette figli M. M. Protettori di Collarmele, a cura di Emilio Martorelli.

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I popoli, di ogni epoca, hanno sempre fatto della religione un affare di Stato. Gli Ebrei, gli Egiziani, i Greci e i Romani decidevano le maggiori questioni con il responso degli dei. Di tale fenomeno, sempre ricorrente nella storia, il moderno materialista si scandalizza e non si accorge di andare contro le indistruttibili leggi di natura, contraddicendo a se stesso, facendo dell’ateismo la base della sua politica.

Lo Stato di Roma nei primi secoli del Cristianesimo difende i suoi falsi dei, resistendo alla verità della religione rivelata da Cristo. Combatte il Cristianesimo, considerato superstizione esterna, cioè religione non riconosciuta dallo Stato e quindi proibita. Per questo motivo, manda a morte i Cristiani, poiché non sacrificano agli dei dell’Impero e non offrono incenso agli Imperatori, arrivando attraverso la lex Iulia maiestatis et sacrilegii alla formula “Non licet esse Christianos”.

Era questa la formula con la quale venivano condannati a morte i Cristiani all’epoca della quarta persecuzione romana, sotto l’Imperatore Marco Aurelio Antonino. Sotto di lui, i giudici per costringere i Cristiani all’apostasia potevano usare anche la tortura. Marco Aurelio Antonino, nato a Roma e con sangue spagnolo, adottato da Antonino, aveva cambiato il primitivo nome di Marco Annio Catilio Severo ed aveva ricevuto dall’Imperatore Antonino il titolo di Caesare, con la figlia Faustina in moglie.

Marco Aurelio non era un vero e proprio provinciale, né un conquistatore energico, né un avventuriero del potere. Tuttavia, aveva il sangue dei provinciali; filosofo eclettico e scettico, conciliatore al massimo di tutto ciò che può giovare al suo prestigio imperiale. Era di animo naturalmente buono, ma tanto debole e superstizioso da arrivare ai più grandi misfatti.

Le inondazioni, i terremoti e le guerriglie che funestarono gli inizi del suo Impero, eccitarono talmente la sua superstizione da fargli cercare vittime espiatorie tra i Cristiani. A ciò si aggiunse l’odio intellettuale e la gelosia filosofica, che gli facevano vedere nei Cristiani i competitori più sani nella direzione delle coscienze e dei costumi dei popoli. È quindi facile comprendere come le calunnie popolari, accusando i Cristiani di essere la causa di tutti i mali e di rinnovare il festino di Tieste e l’incesto di Edipo, trovassero terreno adatto in un uomo così predisposto, spingendo la sua debole bontà a dichiarare illecito il Cristianesimo, qualunque fosse l’innocenza dei Cristiani.

Nella persecuzione di Marco Aurelio Antonino dell’anno 162, poniamo l’episodio del martirio di Santa Felicita e dei suoi sette Figli martiri. Negli Atti si parla a volte di più imperatori, a volte di un solo Imperatore, il che possiamo spiegare solo se ricordiamo che, in questo periodo, per la prima volta sono associati al potere Marco Aurelio Antonino e Lucio Vero. Il primo governava a Roma, il secondo in Oriente. Inoltre, si parla del Prefetto Publio Salvio Giuliano, che era succeduto negli ultimi anni dell’Impero di Antonino Pio al Prefetto Urbico; si aggiunga che le pubbliche calamità, che furono il pretesto della persecuzione, vi furono proprio nell’anno 162.

A favore della nostra tesi milita il Breviario Romano, che si esprime così: “I Sette Fratelli figli di Santa Felicita, a Roma, nella persecuzione di Marco Aurelio Antonino, tentati dal Prefetto Publio, dapprima con carezze, poi con minacce, affinché, rinunciando a Cristo, sacrificassero agli dei, perseveranti nella confessione della Fede per virtù propria e per esortazione della madre, subirono diverso martirio”.

Riferimento autore: Santa Felicita e sette figli M. M. Protettori di Collarmele, a cura di Emilio Martorelli.

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