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Arte e cultura della Marsica

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Anche la terra d’Abruzzo, al pari delle altre Regioni italiane, ha dato i natali a molti ed illustri personaggi. Numerosi, infatti, sono coloro che si sono distinti ed affermati in vari campi e, nello specifico, in quello letterario. Il riferimento ai nomi di D’Annunzio, Silone, Croce, e obbligatorio, ma al momento il nostro interesse non e rivolto a loro, bensì a quanti, pur non volendolo, hanno vissuto sotto all’ombra dei grandi e che, pur non essendo stati menzionati neanche tra i cosiddetti ”minori”, hanno rappresentato l’aspetto più ludico della cultura letteraria abruzzese (1). Le ragioni del mancato interessamento da parte della critica specializzata e del pubblico non sono facilmente individuabili, ma senza dubbio una causa può essere ricercata nel fatto che questi letterati hanno operato principalmente in una ristretta area geografica se non nel solo ambito locale.

Alcuni sono vissuti nei Comuni dell’Alto Sangro, un territorio che per lunghi decenni e stato relegato alla sola oasi naturalistica del Parco Nazionale d’Abruzzo, ma che da qualche tempo ha iniziato a restituire tracce di una interessante attività socioculturale delle popolazioni che l’hanno abitato nel lontano e recente passato.

Di questi artisti abruzzesi sono rimaste labili testimonianze, come per il villettese Giuseppe Comonese, un cantastorie nativo di Roma nella seconda metà del Cinquecento, del quale ci resta soltanto il Mesto e doloroso lamento che fa Palermo nella morte dell’Illustrs. et Eccell. S. Marcantonio Colonna, Vicerè di Cicilia, con un Capitolo d’una donna Bruzese, novamente posto in luce per M. Giosefe Comenese della Villetta Abruzzese, conservato nella Biblioteca Vaticana (fondo Capponi, V, 181, n. 80), consta di otto carte (2). Sempre da questo paese altosangrino proviene Alessandro D Orazio (18S91929), pubblicista e autore di alcune raccolte di versi e prose come Lyrica (1883) (3), Aova Lyrica (1894), Lacrimae Aerum (1905), la raccolta delle Novelle caracene (1902) che contiene cinque novelle velate da un sottile erotismo e delle Novelle d’Abruzzo (1909), nonché la raccolta di poesie Velut Umbra (1912).

La critica, purtroppo, non fu mai benevola nei suoi confronti: ne e riprova una recensione apparsa a Roma sul giornale ”La Stampa” (26 marzo 1883) dove, dopo aver etichettato l’Autore come un ”felice imitatore del Carducci, del Guerino (…) ed anche del D’Annunzio”, il giornalista precisava che ”il D’Orazio non e imitatore di questo o di quel poeta (…), ma vuol dire che (…) egli non sia originale nelle sue poesie (4) . Anche il fratello di Alessandro, Ettore (1860-1931), avvocato, si distinse nella poesia (sue sono le raccolte Odi alla Regina d’Italia, Odi al Volturno, La jurnata du cavalié, Na visita au Cavalié), ma come il gemano non ebbe giudizi lusinghieri da parte dei critici (5).

Di argomento venatorio sono alcune composizioni poetiche di Enrico D’Andrea (1901-1950), anch’esso di Villetta Barrea, autore, inoltre, di componimenti in dialetto romanesco e abruzzese nonché in lingua italiana, tra cui Venerdì Santo, Capodanno, Alba d’Aprile e Fiabe Vere (6). Da questo paese, comunque, provengono altri poeti quali Domenico D’Andrea (1774-1824), i sacerdoti Lorenzo D’Andrea (1807-1867) e Saverio Virgilio, di quest’ultimo si ricorda una Breve Raccolta di Poesie edita nel 1843 e lunga trentasei pagine (7). Di Barrea, invece, e Orazio Tarolla, del quale si conservano inedite alcune cantiche di un poema dedicato alla nascita di Gesù Bambino mentre al 1950 e al 1952 risalgono le pubblicazioni di due opuscoli di poesie, rispettivamente Qua e la e Spine del mio Rosario (8).

La maggior parte degli Autori finora citati appartengono alla classe borghese o sacerdotale, comunque colta, e nella stessa si colloca Francesco Saverio Sipari (18241874), avvocato, scrittore e poeta, vissuto a Pescasseroli. L’opera maggiore e Canto Sacro (1852); si tratta di quarantanove ottonari dedicati alla Madonna Incoronata che si venera ancora oggi nel suo paese, contornati da diverse e importanti notizie storiche.

Di lui sono da ricordare molti altri lavori rimasti inediti come la raccolta Poesie di Francesco Sipari (1846) e Per la vestizione delle gentili giovinette Angelica ed Erminia Sipari nel venerabile convento di S. Giovanni Battista in Napoli nel di 21 novembre 1806; restano altrettanti manoscritti e componimenti vari, risalenti alla meta dell’Ottocento.

Con Giuseppe Luca Tarquinio (1893-1981), invece, entriamo nella categoria dei pastore-artigiani il quale, come molti suoi colleghi, ha potuto vedere qualche lavoro pubblicato solo dopo la morte. Di Tarquinio (9), pastore pescasserolese, ci riferiamo alle poesie Il bel mattino, dal tono boccaccesco, Per i caduti, dove l’Autore immagina un dialogo con l’Italia che ha per fine la deposizione di una roccia sulla quale dovrà sorgere il monumento ai caduti e Alla mia Patria, preceduta da una introduzione illustrativa della dura vita dei pastori in Puglia e della felicita del loro ritorno a casa (10). Nella stessa pubblicazione che ospita le poesie del Tarquinio, alle pagine 172 e 173, compare quella di G. D. (si finita così) dal titolo Poesia di un vecchio capraro di Pescusseroli, datata 26 agosto 1918: diciannove quartine sulla Grande Guerra.

Dal limitrofo paese di Gioia dei Marsi, vicino alle sorgenti del fiume Sangro, proviene il contadino-poeta Angelo Aureli (1864-1941), che realizzò una tematica ispirata alla storia, come si evince dai due componimenti pubblicati nel 1931: Storia dei paesi antichi di Gioia e di tutti gli antenati benefattori, di centosessantuno quartine e Storia del flagello del terremoto in Gioia dei Mar.si del 13 Gennaio 1915, di centoundici quartine di cui le ultime tredici autobiografiche. Entrambe le poesie sono rispettose della metrica AABB che rappresenta una caratteristica quasi costante della poetica di questi particolari Autori (11).

Lasciando da parte i poeti che hanno operato dopo il 1930, non per demeriti ma perché ci allontanerebbero da quelli che sono gli intendi nel nostro intervento, vogliamo porre l’attenzione su due Autori che per diversi motivi sono ancora oggi oggetto di studi e di ampie discussioni tra gli addetti ai lavori: Cesidio Gentile da Pescasseroli e Benedetto (di) Virgilio da Villetta Barrea. Del primo (1847-1914) ci piace ricordare le fonti della sua autodidatta acculturazione, che spaziano in particolare tra Omero, Dante, Tassa, Parini, Ariosto, , Giusti, Belli, Manzoni Colletta, D’Azeglio e Dumas”aveva letto anche della storia di Francia, della storia di Roma(12) e della storia dei Marsi (13), letture alla base del lungo poema dal titolo Leggenda Marsicana. I suoi versi sono tutti ispirati dalla malinconia e dalla rabbia verso un mestiere, quello del pastore, praticato indubbiamente più per necessita che per volontà e caratterizzato, come la sua vita, da molte sciagure. Interessanti sono anche le informazioni storico – etnografiche che si possono ricavare dai suoi scritti in grandissima parte ancora inediti. L’unico suo lavoro ad essere stato pubblicato e la Leggenda Marsicana (1904), dieci canti in ottonari in rima ABABABCC, ma alcune poesie sciolte sono state rese pubbliche da intellettuali come Croce ed Esposito.

Benedetto (di) Virgilio (1612-1667), soprannominato il poeta-bifolco (il Gentile aveva, invece, quello di Jurico, il poeta-pastore), ebbe una vita ben diversa dal pescasserolese, anche se ne condivideva le umili origini. Visse alcuni anni nella terra natia come pastore e agricoltore e, successivamente, gia in grado di leggere e scrivere, si accosto ai testi letterari dando in seguito notevoli prove della sua abilita; il fortunato trasferimento in Puglia, ad Ortanova, presso una casa dei Gesuiti, cambio radicalmente la sua condizione. Nel momento in cui gli stessi religiosi si accorsero delle sue doti, lo presero sotto la loro protezione favorendone l’inserimento nella società culturale romana.

Nella capitale pubblico i primi lavori iniziando con un poema su Ignazio da Loyola (1647), sicuramente sollecitato dagli stessi Gesuiti; inizia a frequentare l’Arcadia confrontandosi spesso con altri e più importanti letterati. A tale periodo risalgono le pubblicazione di carattere esclusivamente religioso, come la Nattivita del Signore e la Vita di Gesù Cristo. Da questo momento, stinolato anche dall’incontro che farà con il papa Alessandro IV, mecenate e poeta anch’egli, avrà inizio la sua luminosa carriera. Pubblicherà una revisione del suo primo poema sul fondatore della Compagnia di Gesù, dandogli il titolo di Ignazio da Loyola nuovamente ricomposto (1669), che ebbe un grande successo e che gli procuro l’insegna di ”Poeta dell’Ordine dei Cavalieri di Cristo”. Morì prima di poter dare alle stampe il suo ultimo componimento, Grazia Tionfante, gia terminato, ma in attesa di una revisione finale.

Le sue capacità erano state riconosciute ed apprezzate anche dalla critica contemporanea. Tra i molti che si occuparono del (di) Virgilio citiamo soltanto Giovan Maria Crescibeni, per il quale il poeta villettese ”Porta in seco la maggior parte della poca gloria di questo secolo (…) e specialmente deve dirsi, in ordine allo stile, il quale sebbene e privo della debita pulitezza, nondimeno ha in se tutti gli altri requisiti della bontà” e Benedetto Croce, secondo il quale il poeta fii ”mediatore tra le caratteristiche letterarie colta e i sentimenti concetti popolari (14). Questa nostra panoramica sui poeti altosangrini, che consideriamo solo un primo tassello di un più ampio e approfondito studio, termina qui. Ancora una volta vogliamo porre in risalto l’estrazione non colta di molti di questi Autori e non prettamente letteraria di altri. A loro vogliamo riconoscere soprattutto il diritto di esistere anche come poeti e di essere sottoposti ad obiettive valutazioni che pero non devono lasciarsi influenzare ne dai tipici parametri della tradizione critica letteraria, Ne da facili campanilismi, ma occorre porre in risalto la loro interiorità e la loro capacita di descrivere e comunicare i propri sentimenti.

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ARTE E CULTURA NELLA MARSICA DI IERI E DI OGGI ( scrittori e scrittrici )

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