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Celano, sei nuovi positivi. Inaspriti i controlli su tutto il territorio comunale

Celano - "Sei nuovi positivi registrati negli ultimi due giorni" lo comunica il comune di Celano. "Il numero totale dei positivi è 38. Le raccomandazioni...
Anniversario del disastro Minerario Di Monongah, 6 dicembre 1907 - 6 dicembre 2020

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Anniversario del disastro Minerario Di Monongah, 6 dicembre 1907 – 6 dicembre 2020

Il 6 dicembre del 1907 alle ore 10,30 del mattino, nelle gallerie 6 e 8 della  miniera di carbone di Monongah, una cittadina della West Virginia che allora  contava 3 mila abitanti, si verificò il più grave disastro minerario che la storia  degli Stati Uniti d’America ricordi. L’incidente rappresenta ancora oggi la più  grave sciagura mineraria italiana. L’esplosione fu tanto violenta da essere  avvertita a diversi chilometri di distanza, come pure le vibrazioni del terreno.  Frammenti del tetto del locale motori, pesanti più di 50 kg, furono scagliati a  oltre 150 metri. Una dozzina di medici accorse all’entrata della miniera, ma –  tranne poche eccezioni – il loro intervento sfortunatamente non fu necessario,  data l’assenza di sopravvissuti.  

I componenti delle squadre di   soccorso non poterono resistere  all’interno della miniera per più di  15 minuti consecutivi a causa  della mancanza di adeguati  respiratori. Alcuni di essi  perirono durante le operazioni di  salvataggio.  

Per diversi giorni madri, mogli, fidanzate e sorelle sostarono in angosciosa  attesa dinanzi all’ingresso dell’impianto, osservando, strillando e piangendo.  Alcune pregavano, altre cantavano e altre ancora – nella disperazione –  ridevano istericamente. All’epoca della tragedia di Monongah la legislazione  sulla sicurezza e igiene del lavoro nelle miniere degli Stati Uniti d’America era  assai carente, e tale rimase per lungo tempo. Per i minatori era assai difficile  migliorare le tremende condizioni in cui erano costretti a lavorare: tre italiani  che nel 1879, a Eureka, in Nevada, avevano promosso uno sciopero per  cambiarle, furono barbaramente linciati. 

La miniera di Monongah (Archivio WVLU)  
La miniera di Monongah (Archivio WVLU)  

 È sufficiente pensare che sino a pochi anni prima della strage del 1907 i  minatori – come misura di sicurezza – erano soliti portare con sé delle gabbiette  contenenti uccellini. Questi infatti, a causa della loro fragilità, in caso di  presenza di gas sarebbero velocemente morti, segnalando in tal modo ai  lavoratori l’esistenza di un imminente pericolo.  

La commissione d’inchiesta della contea di Marion, dove era situata  Monongah, rese pubbliche le proprie conclusioni nel pomeriggio del 16  gennaio 1908; il disastro era da attribuire ad un’esplosione, la cui origine  rimaneva ignota e controversa, verificatasi nella galleria 8.  

Alcuni addossarono la colpa dell’esplosione ad un’imprudenza commessa da  uno dei numerosi “raccoglitori d’ardesia” o ” i ragazzi dell’interruttore”. Questi  erano i giovanissimi aiutanti di dieci, dodici, quattordici anni che, grazie al  “buddy system” non erano registrati in alcun elenco e scendevano nei pozzi  assieme ai minatori che spesso erano i loro padri.  

Secondo un’altra ipotesi, il giorno precedente il disastro le miniere rimasero  chiuse e la “Fairmont Coal Company”, proprietaria dell’impianto, per  risparmiare energia, tenne spenti gli aeratori. Ciò avrebbe determinato  l’accumulo di gas che fu alla base dell’esplosione. Quest’ipotesi renderebbe  comprensibile il rapido oblìo che seguì all’incidente. Infatti, se ciò fosse stato  vero, la “Fairmont Coal Company”, potente e influente compagnia mineraria, avrebbe avuto ogni interesse ad “insabbiare” velocemente una catastrofe di  cui si sarebbe resa responsabile.  

 Bambini minatori (archivio WVLU)  
Bambini minatori (archivio WVLU)

Le cause del disastro rimangono tuttora sconosciute. L’estrema violenza della  deflagrazione fa propendere per l’ipotesi secondo cui la sciagura sarebbe stata  provocata da un’esplosione di grisou”, il pericoloso gas delle miniere  (Firedamp in inglese). Lo scoppio di tale gas è infatti caratterizzato dalla  liberazione di notevoli quantità di energia ed ha spesso conseguenze  devastanti. La camera ardente fu allestita nell’edificio della First National Bank  della città. Successivamente, per mancanza di spazio, centinaia di bare furono  allineate di fronte all’edificio, nel corso principale della città. Nacquero  discussioni sull’identificazione delle vittime e, più di una volta, una salma fu  reclamata da due famiglie. Un cimitero speciale, presto riempito, fu ricavato  sul fianco della brulla collina. File di bare aperte furono sepolte nel freddo suolo  della West Virginia.  

Le rovine delle miniere furono murate e molte delle nuove abitazioni dei  minatori furono costruite sul versante della collina sopra la miniera.  

  

 L’estrazione del carbone  (archivio WVLU) 
L’estrazione del carbone  (archivio WVLU)

La sciagura ebbe un’enorme eco nell’opinione pubblica del Paese. Infatti le sue  proporzioni erano di gran lunga superiori a quelle di ogni precedente incidente  minerario accaduto Le vittime – secondo il rapporto della Commissione  d’inchiesta – furono “circa 350”. Già nei giorni immediatamente successivi  alcuni resoconti giornalistici parlarono però di 425 morti. Tale cifra divenne  successivamente quella “ufficiale”, confermata dai rapporti redatti dalla  “Monongah Mines Relief Committee” (MMRC), la commissione che provvide a  risarcire i parenti dei minatori scomparsi. Alla raccolta contribuì generosamente  il magnate statunitense Andrew Carnegie e 17.500 dollari furono elargiti dalla  Fairmont Coal Company, che successivamente erogò un’ulteriore somma ai  minatori sopravvissuti. Non risulta che il Governo italiano abbia erogato fondi  per i parenti delle vittime.  

Il 27 dicembre 1907 più di duemila quotidiani  promossero una raccolta di fondi per aiutare le 250  vedove e i mille orfani lasciati dalle vittime. Essa fruttò  circa centocinquantamila dollari che furono poi  devoluti come sussidio agli sfortunati familiari dei  minatori scomparsi. Le 171 vittime “ufficiali” italiane  erano emigrati per la maggior parte da località  molisane, abruzzesi, calabresi e campane.  

Anniversario del disastro Minerario Di Monongah, 6 dicembre 1907 - 6 dicembre 2020
“Trapper boy”(archivio WVLU)

Al reverendo Everett Francis Briggs (Fitchburg, 1908 – Monongah, 2006) si  deve la conservazione della memoria della sciagura e la definizione delle sue  reali dimensioni, per lungo tempo assai sottostimate.  

 A partire dal 1956 assistette i parenti delle vittime e creò una commissione per  la costruzione di un monumento dedicato – per la prima volta nel Paese – alle  vedove e agli orfani di tutti i minatori. La statua, in marmo di Carrara dedicata  alla Eroina di Monongah”, fu collocata presso il municipio della cittadina. Il  prete si prodigò inoltre per dare un nome alle vittime, in gran parte italiane,  molte delle quali restano tuttora ignote.  

Dopo anni e anni di ricerche arrivò alla determinazione che nella catastrofe di  Monongah perirono oltre 956 minatori, la maggior parte dei quali italiani.  

Il 31 maggio del 2004 il  Presidente della Repubblica  Carlo Azeglio Ciampi ha  conferito a Padre Everett  Francis Briggs  l’onorificenza di Cavaliere  dell’Ordine della Stella  della Solidarietà Italiana.  

Nell’ottobre del 2006,  guidando una delegazione  di italiani in visita a  Monongah per  commemorare la sciagura  del 1907, padre Briggs si  rivolse a loro con ueste  parole: “Io, che non sono  Italiano, ho dedicato tutta la  mia esistenza ai minatori italiani.”  

La camera ardente dei caduti (archivio WVLU)  
La camera ardente dei caduti (archivio WVLU)

Un impressionante monumento “naturale” è rappresentato dalla cosiddetta “collina di  carbone”, un cumulo creato da Caterina  Davia, madre di quattro figli e edova di un  minatore rimasto sepolto nella miniera.  La donna, sconvolta dalla scomparsa del  marito, ogni giorno, per ventinove anni, si  sarebbe recata alla miniera, distante tre  chilometri, per prelevare un sacco di  carbone che avrebbe poi svuotato accanto  alla propria casa. 

Padre Everett Francis Briggs  
Padre Everett Francis Briggs  

Riteneva che in tal modo avrebbe alleviato il peso del terreno che gravava sul  marito rimasto sepolto. Nessuno fra quanti erano presenti nella miniera si  salvò. Il numero e l’identità della maggior parte degli scomparsi sono rimasti  ignoti a causa della presenza di moltissimi minatori che all’ingresso in miniera  non venivano registrati negli elenchi della Fairmont Coal Company, proprietaria  dell’impianto e sussidiaria della Consolidated Coal Company. All’epoca, infatti,  era in uso il buddy system”, vale a dire la prassi di farsi aiutare dai figli e  dagli amici per aumentare la produzione che era retribuita a cottimo; ciò  rendeva impossibile stabilire con  precisione quanti lavoratori  erano entrati in miniera.  I “time-checks”, le piastrine di  metallo su cui era impressa la  matricola del minatore venivano  distribuite solo ai capigruppo, (i  più fortunati tra di loro riuscivano  a guadagnare anche sei dollari al  giorno).  

La retribuzione infatti non era  legata alle ore effettivamente  lavorate ma alla quantità di  carbone portato in superficie. I  più fortunati riuscivano a  guadagnare ben 6 dollari al  giorno.  

Monumento alle vedove di Monongah – 2007-  
Monumento alle vedove di Monongah – 2007-

Non sappiamo quante di quelle famiglie siano rimaste in America dopo  l’esplosione della miniera e quante, invece, fecero ritorno in Patria. Sappiamo  solo che quei lavoratori imbarcatisi a Napoli, impiegarono trenta giorni per  attraversare l’Oceano Atlantico su navi fatiscenti, per approdare poi al porto di  New York. Portarono con loro la forza delle braccia ed in tasca un sogno da  realizzare, un sogno che avrebbe dato loro e ai propri familiari la felicità, non  sapendo però quello che gli sarebbe accaduto di li a poco…e, nel momento  stesso in cui lo seppero, cessarono di saperlo”. 

Gli italiani ufficialmente identificati dal “Monongah Mines Relief Committee”  (MMRC) furono 171 provenienti in grande maggioranza dalle regioni  meridionali come il Molise (87), la Calabria (44), l’Abruzzo (14), la Campania  (14).  

Il Mount Calvary Cemetery di Monongah (WV)
Il Mount Calvary Cemetery di Monongah (WV)

I paesi della Marsica che subirono le maggiori perdite furono Civitella  Roveto (6), Civita D’Antino (2) e Canistro (1)  

I Caduti di CIVITELLA ROVETO :  

 CONVERSI ANTONIO parte da Napoli il 7 Luglio del 1903, ha 19 anni. Arriva  a New York il 30 Luglio a bordo della nave “CRETIC”. Dichiara di recarsi dal  cugino DOSA Bonaventura che abita al n.7 di Park Avenue a Fairmont (WV)  distante 13 miglia dalla miniera di Monongah. La sua prima occupazione in  miniera sarà nella galleria n.8. Con lui si sono imbarcati altri paesani di Civitella:  Marcelletti Emidio di 20 anni, Dosa Giovanni (47) e Talli Domenico (19).  Giovanni e Domenico dovranno prendere il treno per raggiungere Monongah  che dista 400 miglia da New York. Dopo la tragedia, fu risarcito a Domenico  Conversi, un indennizzo di 200 dollari per la morte del figlio Antonio. Il comitato  che organizzò la raccolta di fondi, per i familiari delle vittime, stabilì un  indennizzo di 200 dollari per ogni minatore morto e 174 dollari per ogni orfano. 

DOSA BONAVENTURA (nome americano: Dosa Vintura) parte dal porto di  Bremen nel Nord Ovest della Germania il 2 Maggio del 1903 all’età di 21 anni.  S’imbarca sul piroscafo “FRIEDRICH DER GROSSE“ ed arriva a New York il  16 maggio. Dichiara di recarsi in Pennsylvania a Connellsville, 

successivamente si recherà a Fairmont (WV) a poche miglia di distanza dalla  Miniera. Parte insieme a suo fratello Giuseppe di 18 anni e ai suoi compaesani  di Civitella Roveto, Tomei Angelo di 34 anni, De Blasio Gioacchino (41), Gizzi  Lucio (35), Persia Luigi (22) anni, Persia Felice (46), Di Cicco Cesare (16), De  Blasio Carmine (23).  

Dosa Bonaventura si era sposato l’anno prima a Monongah con Lucia  Donofria. Lasciò la moglie con un figlio. Alla vedova furono indennizzati 374  dollari, 200 per la perdita del marito e 174 per il figlio rimasto orfano  

LELLI LUIGI (nome americano: Louie Lele) parte il 23 ottobre del 1903 da  Napoli all’età di 40 anni, arriva a New York il 18 novembre a bordo del piroscafo  “HESPERIA”. Dichiara di recarsi in Pennsylvania a Connellsville a 60 miglia  dalla Miniera di Monongah. Attraverserà l’oceano insieme ai suoi compaesani  Marcelliti Ascenzo di 16 anni, Romano Antonio (24), Santi Pietro (21), Di  Giuseppe Antonio (36), De Blasis Giuseppe (19), De Blasis Tobia (12), Lelli  Feliciantonio (40), si recano tutti a Connellsville per lavorare alla miniera di  Monongah. A Giovnni Lelli, padre di Luigi furono risarciti 200 dollari per la  perdita del figlio. 

MASELLI FELICE (nome americano Felix Mysell) originario di Frosolone (CB).  Quando arrivò a New York il 20 febbraio del 1901 aveva 21 anni. Era un  geometra e nella miniera era stato nominato capo squadra. Aveva sposato  Allegretti Antonia anche lei di Civitella Roveto. Felice tornerà in America altre  due volte, l’ultima a Luglio del 1907. Dichiarerà di recarsi a Monongahela in  West Virginia. Alla vedova furono indennizzati 548 dollari, 200 per il marito e  348 per i due figli rimasti orfani  

SERAFINI GIUSEPPE (nome americano Jose Serafini). Parte per l’America  nel 1907 all’età di 24 anni. S’imbarca sulla nave “PRINZESS IRENE” arriverà  ad Ellis Island il 19 gennaio del 1907. Alla madre Annnziata saranno risarciti  200 dollari  

FALLUCCA ARMANDO (nome americano Louie Faluke ) Aveva 15 anni  quando il 12 Maggio del 1905 sbarcò ad Ellis Island. Attraversò l’Oceano a  bordo del bastimento “CALABRIA”. Fu accompagnato dallo zio Pappalardo  Pasquale, entrambi andavano da un loro parente Persia Felice. Una lettera  di Armando fu inviata alla madre Filomena. fu scritta, per suo conto, dall’amico  e compaesano Mattei Arcangelo (detto Arcangelitto). 

Tra i feriti di Monongah, originari di Civitella Roveto, risultarono Giuseppe De  Blasis partito nel 1903 all’età di 19 anni. Quando avvenne la tragedia ne aveva  23. A seguito dell’esplosione divenne completamente cieco. Suo fratello  Giovanni De Blasis perse un occhio. “Tornarono dall’America ancora più  poveri “cosi ebbe a dire Sinesio Montaldi, nipote di Giovanni De Blasis.  

I Caduti di CIVITA D’ANTINO  

 DI MARCO UMBERTO (nome americano Albert Demark) Quando s’imbarcò  sul piroscafo INDIANA il 15 Marzo del 1907 aveva 22 anni.Si recava dal cugino  Dosa Giuseppe che viveva a Uniontown nella contea di Fayette in Pennsilvanya a 50 miglia da Monongah  

DI MARCO GIUSEPPE (nome americano Jose Demark) Fratello di Umberto  parte a luglio del 1907 all’età di 20 anni con il piroscafo “KONING LUISE”.  Anche lui si recava a Uniontown dal cugino Giuseppe Di Loreto. Ad Antonio,  il padre dei due ragazzi, furono liquidati 400 dollari  

I Caduti di CANISTRO 

MARINETTI GIUSEPPE (nome americano Jose Marinette) Parte da Napoli il  6 Marzo del 1907 con il piroscafo “GERMANIA” arriva a New York il 21 marzo  all’età di 19 anni. Dichiara di recarsi dal fratello Ferdinando, partito l’anno prima  all’età di 23 anni. Insieme a Giuseppe partirono da Canistro anche De Simone  Giuseppe e Venditti Francesco.  

Sono passati più di cento anni da quel 6 dicembre del 1907. Quella tragedia e  quei nostri caduti ci devono aiutare a ricordare le sofferenze patite e che tutt’ora  patiscono gli emigranti della terra e soprattutto non ci devono far dimenticare  “quando gli africani eravamo noi”  

ALCUNI TITOLI DELL’EPOCA

 

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