Abruzzesi brava gente Presentazione

Presentare un libro non e facile. Un commento, per un critico accreditato, scaturisce da una lettura attenta dello stesso per ottenere, anche per l’autore, obbiettive considerazioni sulla forma e sulla sostanza.
Non ho voluto sottoporre ad una cosi ardua fatica qualcuno, di cui mi sarebbe piaciuto un corsivo.
Ottaviano Giannangeli, nel recensire il mio volume di poesie in dialetto ed in lingua “Rosso di sera”, e stato molto critico, ma e stata la sua una lezione molto apprezzata. Per “Abruzzesi brava gente” ho deciso di fare tutto da solo. E una raccolta di appunti, di impressioni, di aneddoti che ogni lettore, se avesse un po’ di coraggio, potrebbe tradurre in un volume, in una forma più o meno semplice, in un linguaggio più o meno persuasivo. Il libro e diviso in quattro parti.

“La Giustizia fatta in casa” raccoglie alcune esperienze e considerazioni di vita professionale. La crisi della giustizia e un fenomeno sociale ed i suoi protagonisti, in un sistema che andrebbe corretto, dovrebbero annullare deviazioni e distorsioni che snaturano oggi la libera professione, ove i valori morali sono soffocati da un materialismo sfrenato, conduttore unico di ogni libertà attiva. L’uomo libero subisce il condizionamento di un ambiente sociale esterno che vuole una giustizia meno lenta, anche a rischio di non ottenere una giustizia molto giusta. Il cliente, per l’avvocato, e il vero protagonista delle proprie decisioni e delle proprie scelte, ma legate spesso alle norme che devono essere applicate, interpretate, orientate per il suo interesse.
L’avvocato, me compreso, non esce a testa alta da un sistema sociale, dove il compromesso, l’approssimazione, il prezzo della prestazione trovano riferimento alla fine, nelle pagine zeppe di numeri poste in fondo all’agenda e che misurano la portata del proprio lavoro: la “tariffa”.

Il rischio della professione e che la stessa si trasformi in un mestiere, dove l’intelligenza, l’intuizione, la capacita cedono il posto al tornacontismo, alla spregiudicatezza, all’avventurismo. Ogni causa e importante non per quella che e e può essere, ma solo per quel che costa o può costare. I miei colleghi, dei quali ho sempre avuto stima, capiranno che, in fondo, le mie esperienze vogliono solo rafforzare un legame per superare, almeno nella intenzione, alcune barriere create dalla potente forza del danaro. Non credo di esserci riuscito, ma ci ho provato.

“Pensieri in liberta” e una raccolta di impressioni di fronte alle quali il giudizio del lettore e relalivo. La solitudine, il rimpianto, il dolore, il ricordo, la gioia di vivere, provocano reazioni che ognuno conserva gelosamente nel proprio animo e che altri, come me, hanno voluto esprimere in prosa, senza un perché e, come si suol dire, a braccio. “Racconti di paese “riporta l’uomo maturo nei luoghi dell’infanzia, per ritrovarvi aneliti di vita che diventano sempre più essenziali con il passare degli anni. “Tra lume i lustre” contiene poesie dialettali dai temi diversi, con un pensiero perennemente rivolto a quel che la vita ci presenta e alla speranza che la vita sia diversa. Ogni libro dovrebbe contenere un messaggio.

Quello di “Abruzzesi Brava Gente”? Fermare il tempo, per quanto e possibile. E godere intensamente la vita, cancellando il brutto da una società che muta, ma che si allontana sempre più dai valori essenziali dello spirito.
Altro scopo non darei a questa mia raccolta che può essere da voi giudicata liberamente solo pensando che della stessa, mentre era alle stampe, avevo deciso di fare un falò.
Almeno cosi saprete come io effettivamente la penso.

Cesidio Di Gravio

Racconti di paese
LA TERRA

Dal laghetto di San Vito, la campagna si distendeva fino a Pescina, in una pianura dolce e silenziosa che solo d’inverno rumoreggiava di nevischi e di furiose bufere che scendevano dai valichi di Forca Caruso, accarezzando le piccole chiese del cimitero a valle, dopo la bottega del Facocchio e la Croce infissa dai missionari all’incrocio di Via Tiburtina. Piante vetuste, olmi e pioppi, si alzavano al cielo e d’estate davano ombra ai carretti e agli animali anche quando i contadini mangiavano pane secco bagnato ai ruscelli e solo un vocio di donne e di fanciulli si udiva dai campi di grano, dove i più poveri raccoglievano le spighe lasciate dai mietitori chiamati dalla Puglia, sostando ogni tanto dietro ai mucchi di covoni per alleggerire i “manoppi”, non visti dai padroni e dalle guardie campestri.

E quanti dolci canti e quante carezze vicino ai cespugli, quando il sole si colorava di rosso dietro le colline. Le piante di campagna delimitavano vari confini dei terreni ed era facile, quando si lavorava nei campi, tirare i solchi dritti con 1’aratro, senza invadere i fondi altrui e prendendo come riferimento i tronchi per la fine dell’aratura o per segno di partenza o di arrivo. Venanzio lavorava da anni il suo terreno e sostava all’ombra di un albero che era posto proprio a confine con la proprietà del fratello Antonio. L’albero era il punto d’incontro dei due terreni. Vi si attaccavano gli animali, e vicino si beveva qualche fiasco di vino e vi facevano sosta gli uomini chiamati a giornata per la mietitura.
L’albero era lasciato fuori dai solchi profondi per 1’aratura. Venanzio aveva lavorato per anni il suo terreno, ma un giorno il solco dell’aratro fece un semicerchio intorno all’albero. Ai passanti la nuova delimitazione significava che il grosso albero apparteneva ormai alla proprietà di Venanzio e ad altri era vietato l’accesso.

Non fu d’accordo Antonio, quando si accorse del nuovo confine.
“Sara stato un errore – commentava la moglie di Antonio basta chiarire”.
“Non e stato un errore replico il marito – se Venanzio ha fatto quella curva con l’aratro, aveva in mente qualcosa. Io non ci parlo. Voglio evitare discussioni. Non posso pero lasciarlo cosi. Se ha sbagliato deve rifare il solco e fare come gli altri anni”. Passarono diversi giorni e Antonio, tornando a casa, borbottava sempre le stesse cose. Seguirono notti insonni e discussioni sempre più vivaci. La terra, dalle nostre parti, e come il diavolo in corpo che ti strega e ti sconvolge.
Il possesso esclusivo di un fondo da il senso del potere e del dominio.
Togliere la proprietà ad un altro, significa fare esplodere un mondo di passioni e di sentimenti senza controllo. Venanzio aveva occupato un metro di terra, ma per Antonio era stato un ardire ed una strafottenza che non gli davano pace. Eppure erano fratelli e non avevano mai avuto discussioni.
Ognuno se ne stava per proprio conto, perché la troppa confidenza porta spesso al litigio.

In autunno la vita in paese e di un grigiore plumbeo che non e solo monotonia. Alle prime luci dell’alba i contadini escono dalle case per dedicarsi agli animali, gli studenti vanno alla stazione a prendere il treno che li porterà nella città dove sono le scuole superiori, i pendolari si recano a Roma per pulire i treni e tornare a casa la sera. Vicino alla fontana principale Antonio vide avvicinarsi Venanzio con un secchio in mano. La strada era umidiccia e in leggero pendio. “Senti Venanzio. Ho visto quel solco storto intorno alla pianta… Come mai?” “La pianta e dalla mia parte replico Venanzio – ci ho portato il geometra e mi ha dato la piantina”. “L’albero e di tutti e due. E stato sempre cosi e deve essere cosi. Che c’entra il geometra?” “Sto facendo la divisione ai figli e non voglio lasciare impicci… Portaci pure tu un geometra”.

La discussione si fece più animata. “Domani vado e rovescio la terra” soggiunse Antonio. “Tu non rovesci nulla” rispose Venanzio, alzando il secchio con la intenzione di colpire il fratello, che, con una mossa fulminea e spontanea estrasse un coltello a serramanico dalla tasca dei pantaloni.
Venanzio perse 1’equilibrio a causa del fondo viscido e del pendio, scivolo addosso al fratello e senti la punta del coltello conficcarsi nel suo corpo.
Dopo alcuni attimi, Venanzio stramazzo a terra, in una pozza di sangue. Antonio guardo esterrefatto il coltello insanguinato, chiamo con forza il fratello e poi si incammino verso la stazione ferroviaria. Prese il primo treno e non fece più ritorno in paese. Al processo venne condannato a diversi anni, alcuni dei quali condonati per buona condotta. Quando gli annunciarono la liberta, non sapeva dove andare. Si diresse alla stazione ferroviaria e prese un treno diretto al suo paese. Quando scese, con la testa bassa e con un passo lento, si diresse verso casa. Incontro poche persone che non lo salutarono.
Fece pochi metri ancora, prese un viottolo stretto e torno alla stazione.
Prese il primo treno. Si seppe poi che mori di crepacuore. Quando scende la sera, la gente affretta il passo vicino a quella terra maledetta, assolata e senza alberi e con le zolle che ogni anno si rivoltano, come se avessero una eterna rabbia in corpo.

LA MADONNA DELLE GRAZIE

Sostare, in un pomeriggio del primo sabato di settembre, in uno spazio fatto di profondi silenzi e poi camminare lentamente e fermarsi davanti alle piccole croci, ai marmi increspati dai rivoli d’acqua, alle foto curve incastrate in quadri di vetro a forma ovale e poi ripensare al tuo paese, insieme a quanti hanno segnato la tua gioventù, alle stesse strade, alla stessa monotonia, alle abitudini struggenti.
E di ognuno ricordare i momenti felici, quelli che ha stampato nella memoria, e che ti hanno aiutato a superare le angosce, tra pochi casi, tra poche mura fatte di lamenti e di pianti, poche volte di gioie.

“Anche tu”. E la frase che ti viene spontanea, quando vedi il nome di qualcuno che pensavi ancora li, tra la folla di sempre. In questo giorno non vuoi credere ai misteri della vita e della morte, agli affetti che possono cessare, come cessano gli amori e gli odi. E guardi soltanto, camminando sempre più adagio e pensoso, con una mano in fronte, contento di vivere ancora, con la paura di ritrovarti in questo spazio ristretto, dove anche il fruscio dei pini, al sole che tramonta dietro le colline, fa correre un brivido nelle ossa. Eppure rivivi una parte della tua vita e dopo attimi di smarrimento, sei quasi partecipe di quel mondo, sorridendo a quanti ti hanno fatto sorridere e impaurendo a quanti non hanno considerato la vita come un dono di Dio.

E certo, comunque, che quando riprendi il cammino, superando il cancello alto e largo, tu sei più buono con te stesso e con gli altri. La bontà e sinonimo di paura? Non so. La bontà e anche ritrovare il senso della religiosa spiritualità.
Queste cose penso quando le prime ombre scendono e i primi “spari” annunciano l’inizio dei festeggiamenti dedicati alla Madonna della Grazie a Cerchio. Ed in mezzo a tanta folla, venuta anche in treno da Avezzano e dai paesi vicini, tu ammiri la statua della Vergine all’ingresso della sua chiesa, attorniata dai festaroli, in attesa dell’ultima offerta per le quattro stanghe.
E torni te stesso e dimentichi tutti e ti confondi tra la gente a stringere le mani a chi non vedevi da anni.

Sei come un bambino che gode delle gioie semplici. Ecco il suono della banda, i mortaretti schioppettanti, i lumini che sprigionano scintille dai muri. La statua si incammina lentamente, attraversa la piazza, in una processione commovente e sempre uguale. Tu vedi i figli che continuano le tradizioni dei padri, le fanciulle che fanno pensare alle belle mamme che corteggiavi fino a notte inoltrata, alla gara per ottenere la stanga destra che era riservata ad un noto personaggio di Avezzano ed a prezzo fisso. Nessuno poteva fare la scortesia, ma ci fu un anno in cui le spese non erano coperte dalle offerte ed il comitato rischiava grosso, perché ogni membro doveva sopperire con soldi propri.
La processione ebbe inizio regolarmente ed un noto cerchiese residente a Roma “acquisto” la stanga sinistra. Durante il percorso, la guardia Ciambone, membro del comitato, si avvicin6 al personaggio romano e gli sussurro: “La tua presenza e un onore per tutto il paese ma la gente si chiede perche non ha acquistato la stanga destra”. “Che differenza fa?” “Ma come? Tutti sanno che le altre stanghe costano meno… perche sono meno importanti”. “E cosa debbo fare?” In quel momento Ciambone, prevedendo una gara al rialzo, riunì gli altri componenti del comitato che seguivano la statua insieme al sindaco e al frate chiamato per il panegirico e chiese se la stanga poteva essere cambiata, anche se in passato nessuno poteva aumentare 1’offerta durante il percorso. “E se uno non lo sa?” – aggiunse Americo Ziane che in questioni di commercio sapeva il fatto suo. “Bisogna avvisare l’altro che c’e un’offerta maggiore”.

Ciambone disse al romano di chiedere il prezzo pagato dall’altro. “Trecentomila” fu la risposta. “Quattrocentomila” fu la replica. Da quel momento, tra la curiosita della gente e la gioia del comitato, inizio la gara al rialzo. ” Seicentomila” . “Novecentomila”. “Un milione”.
Segui una pausa. “Ho detto un milione”. ripete il personaggio di Avezzano, in attesa di una nuova offerta. “Va bene, va bene… quest’anno e tua!” “E no, amico caro, te la prendi a qualsiasi prezzo, io un milione non lo spendo… ecco qua..” Da quell’anno, la gara e sempre aperta anche per la stanga destra.
Dalla Chiesa la processione si snoda prima su Via XX Settembre e da Via Principe di Piemonte giunge fino alla chiesa parrocchiale. Le strade si illuminano a giorno e dai muri delle strade, i lumini schioppettano, e la banda di Celano o di Pescina intona “Viva il tuo popolo o bella signora…”, mentre il parroco, con una voce rauca, invita il popolo a ripetere il ritornello.
Due file affiancano le strade.

I primi sono ragazzini con il vestito nuovo, poi i più giovani e quindi i più anziani. La gente che sosta ai marciapiedi si inginocchia al passare della Vergine. Qualcuno ordina la sosta se vi sono offerte consistenti in dollari o biglietti da cinquanta o centomila, che, con uno spillo, vengono appiccicati ai nastrini di stoffa lucida. All’Aia le “girelle” infuocano l’aria, mentre “Cesare” la statua posta davanti alla chiesa parrocchiale – si incendia tra gli applausi generali a processione finita. Il prete fa un breve discorso e infine, al suono fragoroso della banda, la statua entra in chiesa per rimanervi due giorni e per essere poi riportata, con un’altra processione serale, dove era stata prelevata. Quando la fiumana di gente ridiscende per via Umberto I divaricandosi nei vari crocevia fino al Ponte Cavalcavia, tu rivedi tanti volti cari, alcuni invecchiati, altri nuovi, altri sempre uguali. Solo le case sono sempre le stesse, con i tetti curvi e le grondaie annerite. La notte trascorre, in casa o in piazza davanti al palco illuminato o seduti in un tavolo del bar a ricordare amici e parenti di un tempo. Con la promessa di un arrivederci all’anno prossimo, se Iddio ci darà la salute. Quando a notte inoltrata i fuochi artificiali incendiano il cielo pieno di stelle, il paese torna a rivivere le sue giornate grige e monotone, ma con maggiore serenità nello spirito. [………….]