L’inchiesta di Mi manda Rai 3, firmata da Chiara Cetorelli e Francesco De Felice, arriva anche sulle autostrade abruzzesi, in particolare sull’A25 Villanova–Torano, evidenziando il problema dei prezzi spropositati nei punti di ristoro. Nel servizio è visibile il viadotto Ponte Della Valle della A25, insieme alle area di servizio Montevelino Sud, e lo svincolo tra la A24 e la A1 in direzione Abruzzo.
Il servizio mostra come un semplice snack possa arrivare a costare quanto un piatto da ristorante stellato. L’esempio più clamoroso riguarda i popcorn venduti a 7,99 euro per 180 grammi, equivalenti a oltre 70 euro al chilo, lo stesso prezzo di un’aragosta di prima scelta. Una cifra che passa inosservata perché le confezioni sono quasi sempre extra large: secchi di popcorn, metri di cioccolata, lecca-lecca giganti che al loro interno contengono solo pochi pezzi normali. L’impatto visivo inganna i consumatori, portandoli a pensare di risparmiare. In realtà, calcolando il prezzo al chilo, i popcorn raggiungono fino a 72 euro, le gomme da masticare toccano i 74 euro, mentre una manciata di lecca lecca in confezione gigante arrivano a costare 91 euro al chilo, una cifra paragonabile al costo del manzo Wagyu giapponese.
Secondo Barbara Molinaro di Consumerismo, si tratta di una distorsione del mercato: siamo abituati ad associare le grandi confezioni a un risparmio, come avviene nei supermercati, ma nelle aree di servizio la logica si ribalta. Stefano Santin di Casa del Consumatore ha aggiunto che il prezzo al chilo dovrebbe essere sempre indicato, come prevede il Codice del Consumo. Invece spesso manca o è scritto in caratteri minuscoli, al punto da poter configurare pratiche commerciali scorrette di competenza dell’Antitrust.
Il servizio non si è limitato agli snack confezionati. È stata presa in esame anche una focaccia con prosciutto cotto e formaggio venduta a 7,90 euro. Analizzata dagli esperti Giuseppe Solfrizzi e Lorenzo Rizzieri, la focaccia è risultata composta da ingredienti di qualità dozzinale: pane industriale da 0,28 euro, prosciutto cotto ricavato da scarti compattati dal costo di circa 0,60 euro per 65 grammi, e formaggio da 0,20 euro. In totale, le materie prime ammontano a 1,08 euro.
Applicando un normale ricarico commerciale, il prezzo equo di vendita dovrebbe aggirarsi intorno ai 4,40 euro. Considerando anche le royalties che i gestori dei punti di ristoro devono versare ai concessionari autostradali – una percentuale che varia dal 9 al 16%, con una media del 15% – il prezzo finale dovrebbe essere di circa 4,60 euro. Ma al banco la focaccia viene venduta a 7,90 euro, con un margine quasi doppio.
L’indagine ha confrontato anche i prezzi delle bevande. Un kefir costa 3,59 euro in autostrada, mentre al supermercato lo stesso prodotto si trova a 1,49 euro. Un tè freddo viene venduto a 4 euro, contro i 0,99 euro della grande distribuzione, e una lattina di energy drink arriva a 3,90 euro, mentre normalmente costa 1,49 euro. Le differenze si ampliano se si considera il prezzo di acquisto dai fornitori: il tè, pagato 0,68 euro, viene rivenduto a 4, con un rincaro di oltre il 400%; l’energy drink da 0,89 euro arriva a quasi 4, con un ricarico di oltre il 300%.
Il capitolo delle bevande porta a un altro dato significativo: quello dell’acqua. La bottiglietta da 0,5 litri, già venduta a 1,40 euro, è salita a 1,60 euro in meno di un anno. Una bottiglia da 0,75 litri costa oggi 2,90 euro, ossia quasi 4 euro al litro. Anche il caffè è passato da 1,30 a 1,50 euro, e il cornetto da 1,50 a 1,80, con aumenti del 20% in pochi mesi.
Il quadro complessivo che emerge dall’inchiesta è quello di un sistema che grava sul consumatore ben oltre i costi effettivi delle materie prime, sfruttando l’assenza di alternative nelle aree autostradali. Confezioni fuorvianti, prezzi al chilo nascosti o inesistenti, prodotti industriali venduti a prezzi da boutique gastronomica: la conseguenza è che una sosta per un panino, un caffè o una bottiglietta d’acqua può costare quanto un pranzo in un ristorante di fascia alta.




