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42 anni fa moriva Ignazio Silone, un grande Uomo

Pescina – Erano le 4:15 del 22 agosto del 1978 quando il suo cuore smise di battere. Com’egli aveva chiesto, accanto al suo corpo ormai privo di vita, Darina Elisabeth Laracy, sua moglie, recitò il Pater Noster. Si concludeva così, nella stanza numero 52, al secondo piano della Clinique Génerale di Ginevra, in Svizzera nella quale da cinque mesi era ricoverato, l’avventura umana d’Ignazio Silone.

42 anni fa moriva Ignazio Silone, un grande Uomo
Sullo scrittoio, accanto al suo letto, erano i fogli sui quali stava scrivendo Severina, l’ultimo romanzo incompiuto.
Aveva settantotto anni, tre mesi e ventidue giorni. La crisi celebrale che doveva condurlo alla morte era sopraggiunta all’improvviso, quattro giorni prima, mentre il sole, lentamente, stava tramontando all’orizzonte.
Racconterà Darina Laracy: “Ad alta voce, molto chiaramente, scandendo le parole egli disse: Maintenant c’est fini. Tout est fini. Je meurs’. Poi accostò le mani alle tempie e gemette quattro volte ‘Ohh-Ohh-Ohh-Ohh’.
Quindi chiuse gli occhi e si afflosciò nella poltrona.
Lo chiamai disperatamente ma non reagiva. Incredula, dovetti credere alle sue parole. Ignazio Silone era riuscito, con uno sforzo supremo, a realizzare il suo desiderio: morire con dignità e consapevolezza.

42 anni fa moriva Ignazio Silone, un grande Uomo
Che in punto di morte abbia parlato una lingua non sua fu un fenomeno, mi disse il medico, unico nella sua esperienza”.
Adempiendo ad una sua specifica richiesta, il corpo di Ignazio Silone fu cremato prima di essere sepolto nel cimitero di Piscina, il paese della Marsica in cui era nato, ” ai piedi del vecchio campanile di San Bernardo, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza”.
Quella che segue è la storia di Ignazio Silone, del suo amore per la libertà, della sua passione civile, della sua fede nella Giustizia, della sua lotta per la Verità, dei tormenti, delle sofferenze, del travagliato tragitto che egli compì lungo tre quarti di questo nostro secolo difficile.

Testamento:

Testamento spirituale di Ignazio Silone può essere considerato quello ritrovato nella sua scrivania, nell’aprile del 1977, dalla moglie Darina ( in una busta a lei indirizzata ) che lo pubblicò in appendice a Severina.
Nello scritto ( che Darina fa risalire al periodo 1963-1966 ) è detto: ” ( Credo ) Spero di essere spoglio d’ogni rispetto umano e d’ogni altro riguardo di opportunità, mentre dichiaro che non desidero alcuna cerimonia religiosa, né al momento della mia morte, né dopo. E’ una decisione triste e serena, seriamente meditata.
Spero di non ferire e di non deludere alcuna persona che mi ami. Mi pare di avere espresso a varie riprese, con sincerità, tutto quello che sento di dovere a Cristo e al suo insegnamento.
Riconosco che, inizialmente, m’allontanò da lui l’egoismo in tutte le sue forme, dalla vanità alla sensualità. Forse la privazione precoce della famiglia, le infermità fisiche, la fame, alcune predisposizioni naturali all’angoscia e alla disperazione, facilitarono i miei errori. Devo però a Cristo e al suo insegnamento, di essermi ripreso, anche standomene esteriormente lontano. Mi è capitato alcune volte, in circostanze penose, di mettermi in ginocchio, nella mia stanza, semplicemente, senza dire nulla, solo con un ( forte ) sentimento d’abbandono; un paio di volte ho recitato il Pater noster; un paio di volte ricordo di essermi fatto il segno della Croce.
Ma il ” ritorno ” non è stato possibile, neanche dopo gli ” aggiornamenti ” del recente Concilio. La spiegazione del mancato ritorno che ne ho dato, è sincera.
Mi sembra che sulle verità cristiane essenziali si è sovrapposto nel corso dei secoli un’elaborazione teologica e liturgica d’origine storica che le ha rese irriconoscibili. Il cristianesimo ufficiale è diventato un’ideologia. Solo facendo violenza su me stesso, potrei dichiarare di accettarlo; ma sarei in mala fede “.

Nel testamento, datato 9 giugno 1970, Silone lascia erede di ogni suo bene la moglie Darina. Aggiunge disposizioni particolari in tre allegati. Nel primo da disposizioni sulla sua sepoltura; nel secondo lascia ” un tangibile segno di ricordo ” a Gabriella Maier, Antonietta Leggeri, Romolo Tranquilli fu Pomponio, Valeria Tranquilli fu Pomponio; Luce D’Eramo; nel terzo da disposizioni sul suo archivio e si dichiara decisamente contrario alla pubblicazione di lettere aventi carattere puramente personale e di manoscritti inediti o semplici note.

42 anni fa moriva Ignazio Silone, un grande Uomo

Funerale:

C’erano undici persone in tutto, a Ginevra, ad assistere alla cerimonia della cremazione: Darina con due amiche, tre giornalisti, un fotografo, il vice console italiano, un impiegato del Consolato,un socialista svizzero e Luigi Buzzi, vecchio militante del Psi, consigliere comunale di Cernobbio, che con lui aveva condiviso, nel ’40, le amarezze dell’esilio.
Il vecchio Buzzi non riusciva a trattenere le lacrime.
” E’ stato, diceva, uno dei migliori uomini politici che l’Italia abbia mai avuto. Non lo hanno voluto perché era un politico vero e non un politicante “.
Fu una cerimonia mesta. Ma la lui, probabilmente, sarebbe piaciuta proprio così col vecchio Buzzi che non sapeva dove mettere le sue grosse mani e si guardava intorno smarrito, ignaro di non esser più, in quel momento, il vecchio Buzzi soltanto, ma di rappresentare una lunga teoria di uomini e donne : la lunga teoria dei ” cafoni ” a nome dei quali era venuto sin lì per rendere omaggio a Ignazio Silone. Due giorni dopo, alle 3.30 del mattino, accolte dal sindaco Ermete Parisse, le ceneri arrivarono a Piscina. Un vero corteo funebre si snodò, qualche ora dopo, sotto il sole cocente, lungo la via principale del paese, dedicata a Poppedio Silo. Il cimitero era pieno di corone con in prima fila quelle di Pertini, presidente della Repubblica ( andrà a rendergli omaggio in privato successivamente ), di Ingrao, presidente della Camera, di Fanfani, presidente del Senato.
C’erano i gonfaloni di tutti i comuni della Marsica e dei capoluoghi dell’Abruzzo e tanti uomini politici venuti da Roma e persino un ambasciatore. L’urna venne per il momento collocata nella tomba di famiglia in attesa che l’autorizzazione delle Belle arti consentisse di dare adempimento alla sua richiesta: ” Mi piacerebbe di essere sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza “.
Qui fu sepolto, un anno dopo, in agosto. E questa volta, a salutarlo, non c’erano soltanto le ” autorità “, ma una folla di più di quindicimila ” cafoni “.

   Testi di Lugi Malatesta

  Foto di Andrea Cordischi

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