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Comune di San Vincenzo valle Roveto

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I fatti vengono trascritti cosi come furono stilati all’epoca.
L’anno millenovecentoquarantotto, il giorno 17 del mese di aprile in Aquila,
la Corte d’Assise di Aquila, composta dai signori: Granelli dr. Antonio Presidente Aloisi dr. Emilio – Consigliere Nanni Tancredi Assessore Franceschelli Vincenzo – Assessore Cantalini Enrico Assessore Bruno
Cesare Assessore Pica Alfieri Vittorio – Assessore. Con l’intervento del pubblico Ministero rappresentato dal signor Sdafani dr. Ulderico Sost. Proc. generale presso la Corte di Appello di Aquila e con l’assistenza del
Cancelliere Stornelli Gorido ha pronunciato la seguente sentenza nella causa finale contro:
1) Coco Settimio di Paolo e di Gagliardi Anna;
2) Coco Vincenzo di Paolo e di Gagliardi Anna;
Liparulo Pasquale di Andrea e di Crisci Sabata.
Il 1′ arrestato il 3-9-944 = scarcerato il 10-5-945.
Il 1 e 2 arrestati il 10-5-946 = il 2′ scarcerato in udienza.
Il 3′ arrestato il 22-11-945 = scarcerato in udienza.

IMPUTATI

I primi due:
a) per avere in correità tra loro, l’8 dicembre 1943 in quel di Roccavivi di S. Vincenzo Valleroveto,
cagionato volontariamente la morte di Di Battista Francesco mediante un colpo d’arma da fuoco (fucile);
b) per essersi, in correità fra loro, impossessati al fine di trarne profitto ingiusto nelle stesse circostanze di tempo e
di luogo di cui sopra, mediante minaccia con arma da fuoco; di un fucile da caccia sottraendolo a Colone Pietro.
Il terzo: di furto aggravato con recidiva per essersi impossessato al fine di trarne profitto, di un fucile, di una cartuccera con 13 cartucce, di 2 paia di ciocie e di un cappotto ed un sacco alpino, sottraendoli alla famiglia Cocco presso la quale si trovava quale ospite. In esito alle risultanze dibattimentali Ritenuto che

FATTO

Liparulo Pasquale, girovago, da parecchi giorni ospitato in casa di Cocco Paolo in Veroli (Frosinone) dopo aver rubato in quella casa un fucile da caccia a retro carica, una cartuccera con 13 cartucce, due paia di ciocie, un sacco ed un cappotto, si era di nascosto allontanato dal paese, nel mattino dell’8 dicembre 1943, giungendo fino alla frazione di Roccavivi nel comune di S. Vincenzo Valleroveto, dove incontro un ragazzo, certo Giovanni Di Battista, al quale chiese se poteva indirizzarlo da qualcuno disposto a comprare il fucile che egli aveva poco prima rubato in casa Coco. Fu accompagnato dal ragazzo, dallo zio di costui, Francesco Di Battista il quale contratto l’acquisto del fucile per 6 1200, somma non pagata subito sia cerche il Di Battista volle eseguire la prova dell’arma, e sia perché sul momento il medesimo non aveva tutta la somma di E 1200. Per eseguire la prova, mentre il Liparulo sosto in attesa nella casa di esso Battista, costui fattosi accompagnare da certo Colone Pietro il quale si munì di un fucile, si avvio in campagna, e nello stesso accingersi ad eseguire il suo proposito, si presentarono tre individui due dei quali, armati di fucile, giunti a circa dieci metri dal punto in cui erano Colone ed il Di Battista, abbracciarono l’arma puntandola uno contro il Colone e l’altro contro il suo compagno.

Ma mentre il Colone rimase fermo il Di Battista si dette alla fuga. Colui che aveva puntato l’arma contro esso Di Battista grido ripetutamente a costui: fermati, fermati, se no ti sparo, il fucile e mio. Ma poiché il Di Battista non si fermo, l’altro gli sparo un colpo che feri il detto alla regione occipitale, con fuoriuscita dalla fronte, uccidendolo. Dopo di che, l’uccisore andò presso il cadavere e prese il fucile, mentre ciò accadeva l’altro individuo armato, che prima era in compagnia dell’uccisore, tenne fermo sotto la minaccia del fucile, il Colone intimandogli di non muoversi, altrimenti avrebbe sparato.

E prima di allontanarsi s’impossesso del fucile che portava il Colone, nonostante che questi gli avesse osservato che cosi facendo commetteva un ladrocinio; al che l’altro rispose che l’arma avrebbe dovuto essere consegnata all’Autorità. Cosi liberato, il Colone si reco a casa del Di Battista dove il gia nominato Liparulo attendeva il ritorno del medesimo per essere pagato del prezzo del fucile vendutogli. Ap preso quanto accaduto, Liparulo, anche dai connotati indicati dal Colone, disse che gli autori del fatto dovevano essere i fratelli Coco Settimio e Vincenzo, raccontandogli come egli in quello stesso giorno aveva rubato in casa Coco il fucile di che trattasi e gli altri oggetti avanti indicati. Informata di ciò l’Arma dei Carabinieri, questi procedettero allo arresto di Coco Settimio. Il fratello di lui Vincenzo si presento spontaneamente. Ma entrambi negarono completamente, non solo, ma asserirono, in ciò corroborati dalle dichiarazioni del loro padre, di non conoscere affatto il Liparulo, di noi averlo mai ospitato in casa loro, i che mai essi avevano subito un furto ne di fucile ne degli altri oggetti.

E poiché fornirono numerosi testi di alibi attestanti che i fratelli Coco al momento del fatto si trovavano in altra località, il Coo Settimio fu liberato, e l’istruttoria continuo contro ignoti, non senza contestare al Liparulo le sue affermazioni. Ma costui si mantenne fermo, diede non solo i precisi connotati dei fratelli Coco, e descrisse dettagliatamente la casa dove era stato ospitato, ma procedette a giudiziale ricognizione dei fratelli stessi. Inoltre nella perquisizione operata in casa Coco fu trovata una piccola valigia abbandonata dal Liparulo ed il fucile da lui rubato e recuperato dal Coco Settimio dopo l’uccisione del Di Battista. Fu cosi che i Coco non poterono più negare, e dichiararono che, constatata la mancanza del fucile e la fuga del Liparulo, si diedero a ricercare costui, e che incontratisi con un certo Paniccia Fortunato il quale aveva visto un individuo ritenuto ladro del fucile, si fecero da costui accompagnare.

Al Paniccia si aggiunse un soldato siciliano sbandato che non fu potuto identificare. Sennonché il Coco Settimio in un primo interrogatorio disse che a sparare contro il Di Battista era stato il soldato siciliano; ma di fronte a quanto in contrario aveva dichiarato lo stesso suo fratello ed il Paniccia, assunse che era stato lui a sparare, ma che mentre sparo con l’intenzione di intimidire, il soldato siciliano lo aveva tirato per il braccio, in modo che disgraziatamente il colpo aveva raggiunto il Di Battista. Con sentenza della Sezione Istruttoria 24 febbraio 1947 i tre imputati segnati in capo furono rinviati al giudizio di questa Corte per rispondere dei reati loro ascritti in rubrica.

Testi tratti dal periodico Radar Abruzzo

Testi a cura di Don Rocco Bifolchi

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1943 Ucciso con un colpo di fucile Francesco Di Battista

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