Tre ore a colloquio con Silone nel 1964

 

Tra i molteplici articoli pubblicati dal periodico di vita e cultura avezzanese “Dialogo”, merita profonda riflessione quello scritto il 2 novembre 1964 da Renzo Vigna, intitolato: “Incontro con Silone”.

La prestigiosa rivista marsicana, fondata e diretta da Domenico Pinori di Tagliacozzo (docente di storia e filosofia nei licei, poeta, narratore e saggista), aveva già ospitato tra le sue pagine servizi, brani, recensioni e poesie di illustri intellettuali come: Giulio Butticci, Giorgio Tempesti, Dario Di Gravio, Walter Cianciusi, Ernesto Pomilio, Guido Amiconi, Carlo Vitale, Alcide Cotturone, Ugo Maria Palanza, Romolo Liberale e Federico Del Gusto.

Singolare e preziosa, rimane, dunque, questa intervista con lo scrittore dissidente pescinese, alloggiato all’hotel Montecagno (Rocca di Cambio) mentre terminava l’ultimo capitolo del romanzo “Uscita di sicurezza”. In molti avevano tentato di contattarlo, ma solo l’avezzanese Vigna, accompagnato da un “vecchio amico” di Silone, era riuscito ad ottenere un appuntamento: «Ho conosciuto Silone in agosto, a Rocca di Cambio. Aveva scelto questa località per essere vicino alla sua Marsica, da lui respinta e cercata come tutti i luoghi che ci hanno visti nascere e crescere, che hanno dato vita e senso, insieme a noi, anche alle nostre speranze, e che le hanno in parte trasformate e avvilite; e forse perché Rocca di Cambio è un luogo che, per i millequattrocento metri di altitudine, per il colore dei piani che si succedono fino al vario profilo dei monti, per l’architettura tipicamente alpina di alcuni edifici, per il silenzio senza fine, ricorda un po’ la Svizzera, che ospitò lo scrittore per molti anni, dopo che il suo antifascismo aperto e senza pause lo portò fuori d’Italia». Queste sono le parole con cui inizia il racconto delle tre ore passate in compagnia di Ignazio Silone, intervistato poi «all’unico bar del paese».

Quel giorno, gli argomenti trattati si susseguirono senza un vero e proprio ordine; tra l’altro, lo scrittore pescinese: «Ricordò con l’amico alcuni nomi di concittadini non più visti; s’informò della vita del paese, delle novità della sua fisionomia, delle speranze dei suoi abitanti». Nei lunghi intervalli di silenzio, causati dalla stanchezza di chi passava intere giornate sui libri, Silone, un po’ annoiato e interamente ripiegato su se stesso, apparve ai suoi attenti ascoltatori, intento a ricercare nella sua memoria frasi, volti ed episodi trascorsi: «la geometria d’un paese del Fucino o di un angolo delle Alpi svizzere, un’occasione, insomma, per ricordare e scrivere». In alcuni momenti, il suo viso severo, la sua figura umana e morale si stagliava contro il profilo delle montagne aspre, dure e virili che lo circondavano, lasciando intravedere, tuttavia, un orizzonte reale sempre più azzurro. Presto la conversazione fu imperniata sulla villeggiatura nelle località montagnose e Silone affermò con decisione che non aveva mai pensato di comprare una casa in quei luoghi, aggiungendo: «Quando uno ha una casa, non appena ha un po’ di tempo vi si rifugia. Ogni anno, ogni stagione. E così non viaggia, non vede niente di nuovo, non vive … Io, fortunatamente, non ho mai tempo libero perché non ho un lavoro vero e proprio. Scrivo, leggo, studio. E quando voglio partire, lo faccio senza creare nessun fastidio ai miei programmi». Chiarendo quest’ultima frase, aggiunse: «Io omnia mea…». In questo contesto, sottolineò infinite volte che egli era e si sentiva un uomo libero. Lo stesso Vigna, mise in evidenza nell’articolo alcuni concetti centrali della dialettica di Silone: «Lo disse sempre con tale convinzione, che capii perché molti lo avessero ritenuto un anarchico e perché egli stesso, polemizzando con Sartre, avesse sentito il bisogno di affermare la sua libertà definendosi socialista senza partito e cristiano senza chiesa». Indubbiamente, il bisogno di cambiamenti, di muoversi e viaggiare fu comune a quasi tutti gli scrittori e non solo a quelli contemporanei; ma in Silone questa necessità assunse talvolta «il senso di un’ossessione, la dimensione del mito». Pur seguitando a rispondere alle pressanti domande dell’intervistatore, il letterato marsicano, apparve a tratti un po’ annoiato e indifferente: «come chi, mentre discute, pensa ad altre cose e dialoga con gli altri più che altro per impedirgli di disturbarlo nelle sue riflessioni». Nelle ben tre ore di colloquio, ripeté decine di volte parole come viaggio, libertà, isola, mare e sempre con un’espressione palese di gioia.

Fino a quel punto, apparve in apparenza un po’ scontroso; ma quando cominciò a imbrunire, Silone si fece più cordiale e attento, dando un’impressione di interessamento sincero alle domande. Iniziò così a parlare con molta passione di uomini e di cose, facendo intuire ai due stupefatti ascoltatori, perché fosse stato ritenuto dal premio Nobel Albert Camus (scrittore francese, filosofo, drammaturgo e anarchico), lo scrittore europeo: «che maggiormente era riuscito a uscire fuori con decisione dal nichilismo moderno, a superare lo stato d’angoscia dei nostri anni, così saturi di dolore, porgendo l’orecchio e il cuore al fremito della realtà quotidiana, registrando amorosamente l’intensità effettiva della sua gente». Com’era noto agli appassionati di letteratura, l’amore di Silone per la Marsica (scenario contestuale di quasi tutti i suoi romanzi), durava ormai da anni e poteva ancora espandersi senza mai diminuire. Questa sua terra d’origine, con le sue abitudini, con le sue virtù e i suoi difetti, era stata universalizzata dallo scrittore pescinese che si sforzò di capirne i pregi, i difetti e le abitudini dei suoi abitanti, con la «sua visione della vita e dell’uomo». Con convinzione, Camus, che aveva affermato di non meritare l’ambito premio da assegnare invece a Silone, propose in diverse occasioni: «Guardate Silone, che parla a tutta l’Europa. Se io mi sento così legato a lui è perché egli è nello stesso tempo inscindibilmente radicato nella sua tradizione locale».

Secondo Vigna, la riflessione siloniana costituisce, nello sviluppo del pensiero europeo un valore più autentico, espresso talvolta in senso d’amarezza e di sfiducia verso la realtà quotidiana, differente dalle posizioni del francese Camus. In sintesi: «A vivificare dall’interno la realtà umana che rappresentano i dolori quotidiani, s’insinua sempre nelle sue opere un forte impulso etico e sociale, il vigore delle affermazioni morali». D’altronde, se lo «Straniero di Camus, nella sua malata consapevolezza dell’insignificanza totale e della totale assurdità del mondo non era ancora capace di sentire il bisogno dell’amicizia e della solidarietà umana, indispensabili per imparare il mestiere di vivere, il Profugo di Silone non è mai solo. Egli è sempre insieme ad altri, e la sua lotta contro l’ingiusta condizione umana, la sua accusa del mondo, è la migliore cura per un malato, un malato che si ama», testamento consolatore e fede saldissima nella fondamentale dignità della creatura umana (1).

 

Note

  • Biblioteca Provinciale “A.C.De Meis” Chieti, Dialogo, periodico di vita e cultura, Casa Editrice Eirene, Direzione e Redazione Avezzano, Anno I, 2 Novembre 1964, p. 6.

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