Archeologia
Coordinate
Italy42° 1' 7.6368" N, 13° 42' 42.93" ELe prime notizie sulla esatta ubicazione di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi ci sono date dal canonico e teologo della cattedrale dei Marsi don Andrea Di Pietro: «Milonia, detto Melogna per la pronuncia corrotta del paese, corrispondente alla contrada denominata adesso Casale. La popolazione che rimase ad abitare nelle case riattate di quella Città cospicua, aveva nell'indicato secolo decimo-secondo la chiesa di S. Quirico, o di S. Quinco, giusta la parole che si leggono nella Bolla di Clemente III, Sancti guirici in Melogne; e le altre scritte in quella di Pasquale II Sancti guinci in Melogne. I beni di questa Chiesa furono da Monsignor Colli aggregati alla Prepositura e Cononicati di Ortona (Rilevasi da gli atti di visita fatta ai 19 Agosto dell'anno 1583)».
Sulla chiesa di San Quirico in Casale di Melogna si hanno menzioni in documenti del xiv secolo e l'ultima attestazione in un documento inedito cinquecentesco conservato nella Curia vescovile di Avezzano, poi se ne perdono le tracce. Precedentemente al Di Pietro, l'area era stata solo sfiorata dalle descrizioni seicentesche di Muzio Febonio, ripreso dal successivo vescovo Pietro Antonio Corsignani, che pero avevano ignorato l'abitato di Cesoli e Rivoli rivolgendo la loro attenzione solo ad Ortona e il vicino Carrito. Nel secolo XVIII il Lanzi aveva dato notizia di una iscrizione marso-latina del ut secolo a.C. dedicata alla dea Vesuna, trascritta dal barone Marino Tomasetti di Pescina e trovata dallo stesso "ne' Marsi vicino a Milonia", probabilmente sul sito di Collecavallo di Ortona.
Quindi non vicino ad Opi, come creduto dagli autori successivi, dato che tale paese rientra in un'area culturale di tipo "osco" e non "umbro" come l'iscrizione del Tomasetti, iscrizione realizzata in un dialetto marso-latino affine all'umbro e non all'osco di area sangritana.
Successivamente la importante iscrizione fu trascritta da altri autori fino ad essere inserita nella monumentale opera epigrafica dello studioso tedesco Mommsen nel nono volume insieme alle altre quattro epigrafi funerarie: V.Aiediu/Veune/Erinie et/Erine/patre/dono mei/libs. Ora rivista dal Letta: V 2/tJiediu/sJ / VefsJune /Erinie et Erine /patre / dono(m) me/rgi/to J / lib(en)s4. Nel 1892 il sito viene indagato da Antonio De Nino che da una minuta descrizione del sito di Rivoli e Cesoli ma, erroneamente, mette in discussione l'ubicazione del Di Pietro di Milonia sul sito di Rivoli. Queste le notizie contenute negli archivi della diocesi dei Marsi, in Vaticano e nelle opere degli storici abruzzesi dal XVII al XIX secolo, ma altre notizie sull'area sono presenti in altri autori antichi e medievali. Sulla vecchia e famosa città marsa di Milionia abbiamo due riferimenti precisi nel grande storico romano antico Tito Livio, nella sua monumentale Storia di Roma, in cui si narra la sconfitta dei Marsi ad opera del dittatore romano Marco Valerio Massimo nel 302 a.C. al termine della Seconda guerra sannitica: (tr. it.) «Il dittatore, mossosi con l'esercito, con una sola battaglia sbaraglio i Marsi. Li ricaccio quindi nelle loro città fortificate di Milionia, Plestinia e Fresilia, che entro pochi giorni conquisto e, dopo aver condannato i Marsi a cedere una parte del territorio, rinnovo con loro il patto di alleanza».
La sconfitta marsa ad opera di Valerio Massimo era la conseguenza del tentativo marso di fermare l'accerchiamento romano del loro territorio, attuato tramite la creazione delle colonie romane di Carseoli, Alba Fucens e Som sui margini del loro ager, con l'occupazione armata delle aree coloniali, come quella del 302 a.C. in cui i Marsi si impadronirono del territorio equicolo carseolano evitando cosi la creazione della colonia di Carseoli che si avra solo nel 298 a.C. La sconfitta marsa ebbe conseguenze dirette con la mutilazione territoriale, l'obbligo ad un trattato di alleanza (foedus) e forse la presenza di presidi militari romani in alcuni del centri fortificati come Milionia nella Valle del Giovenco ed Antinum nell'alta Valle del Liri (Val Roveto). L'aspetto piu vistoso era rappresentato dalla perdita del territorio ovest del Fucino (da Celano ad Avezzano) e della bassa Val Roveto: territori fertili e con evidenti caratteristiche agricole che verranno assegnati alle colonie di Alba Fucens e Sora.
Lo sfondamento della Valle del Giovenco in territorio marso del 302 a.C. e le precedenti prese di Bovianum del 311 e 305, permisero ai Romani di introdursi nella Valle del Sangro e conquistare ne1298 a.C. Aufidena. La pericolosita della presenza romana nella Valle del Giovenco fu avvertita dai Sanniti Pentri di area sangritana, ancora in guerra con Roma, che nel 294 a.C. eliminarono il presidio romano di Milionia e posero loro presidi nei centri fortificati marsi posti sugli sbocchi fucensi come il vicino Feritrum sullo confine peligno di Forca Caruso, mentre altre azioni militari furono attuate verso la media Valle del Liri in direzione di Sora. A frenare la nuova offensiva pentra viene da Roma inviato nel Fucino, il console Lucio Postumio che nello stesso anno, il 294 a.C., riconquisto Milionia e prese anche il centro fortificato marso di Feritrum, posto all'imbocco di Forca Caruso, la medievale Furca Ferrati (tr. it.): «Postumio tento dapprima di espugnare Milionia con l'azione di forza, poi, visto che quel sistema dava scarsi risultati, fini col conquistarla avvicinando alle mura opere di approccio e "vigne" (tettoie mobili).
Dopo che la città era gia presa, vi si combatte in ogni luogo dalla quarta all'ottava ora (dalle dieci alle ore quattordici), con esito a lungo incerto; infine i Romani s'impadronirono della piazzaforte. Furono uccisi tremiladuecento Sanniti, e furono presi quattromilasettecento prigionieri, oltre ad altra preda. Le legioni furono quindi condotte a Feritro, donde gli abitanti si allontanarono di notte, in silenzio, uscendo dalla porta posteriore, con tutta la loro roba, quella che si pote portare e trascinare via. A dunque, non appena giunse il console, dapprima si fece sotto alle mura con le truppe inquadrate e schierate, come se si dovesse affrontare la stessa lotta che s'era avuta a Milionia » . Con la conquista di Milionia e Feritrum del 294 a.C. si concludono le operazioni militari romane lungo la valle del Giovenco e nel 290 a.C. i Sanniti Pentri firmeranno, come i Marsi in precedenza nel 302 a.C., un trattato di alleanza (foedus) con Roma. Nulla conosciamo della valle del Giovenco e della vecchia citta di Milionia nelle epoche successive, ma dalle iscrizioni, tombe e materiali rinvenuti sappiamo che il centro continuo a vivere lungamente, anche se in forme ridotte, sul solo sito di Rivoli e Collecavallo, fino al V VI secolo d.C., inserito nel territorio marso del municipium di Marruvium (San Benedetto dei Marsi) iscritto alla tribu Sergia ed inserito nella IV Regione augustea.
Sul finire del mondo antico troviamo la Marsica e la Valle del Giovenco inserita nella Marsia regione interna alla provincia tardo-antica romana Valeria. Con l'arrivo dei Longobardi, sul finire del vi secolo, il piccolo vicus (villaggio) di Milionia ebbe fine insieme alle piccole ville rustiche romane e villaggi che costellavano il territorio posto fra Milionia ed Hortona; anche la collina di Cesulce fu probabilmente sede di un piccolo vicus romano come testimoniato da resti murari e tombe. Solo nel x secolo d.C. in pieno periodo franco-longobardo si hanno notizie sui terreni agricoli della valle inseriti nella Contea dei Marsi del Ducato di Spoleto e nell'interno della Diocesi dei Marsi, terreni appartenenti al monastero femminile benedettino di Sanctm Marim de Apinianicum di Pescina, prepositura fucense del grande monastero di San Vincenzo al Volturno come si evince da tre documenti degli anni 989, 997 e 998 d.C. in cui vengono citati terreni in localita Melonie o Melongie:
1) - Doc. 177, dato a Capua il 2 agosto dell'anno 989 d.C. Roffredo, abate del monastero di S. Vincenzo al Volturno, col consenso degli altri monaci, da a livello, per ventinove anni, a Benedetto del fu Orso, abitante in "Rateria" nel territorio Marsicano, il quale gli aveva prestato una libra di denari per restaurare il monastero di S. Maria in Apinianici di Pescina, le proprieta monastiche poste a «Melongie, ubi Pratu vocatun> e nelle affiancate localita Fundella e Cacalani, oltre ad altri terreni nella Marsica
2) - Doc. 181, dato in Valva, il 4 giugno de1997 d.C. Lo stesso abate Roffredo, gia citato, concede a livello per ventinove anni a Girardo ed Ottone del fu Girardo di Valva, che avevano prestato quaranta soldi al monastero, i beni monastici posti nel territorio di Valva ed in quello Marsicano i beni di S. Pietro in Apinianici nelle localita Bazzano, Campo di Ample, Berniano, e la terza parte della terra «que est in Melonie, in campu de Aczanu» .
3) - Doc. 178, dato in Marsi, il 4 giugno del 998 d.C. Lo stesso abate Roffredo, concede a livello, per ventinove anni, ad Azzone del fu Leone, Dodo figlio del fu Lioduno, Alberto e Berardo figli del fu Adalberto, abitatori di Apinianici, i quali avevano prestato all'abate trenta soldi per restaurare il monastero, le terre appartenenti alla chiesa di S. Pietro in Apinianici poste nelle localita "Bezzano, Apinianici, Campo de Papule, Bernianu, « et est una pecia de terra vestri monasterii in Melonie, in campu de Azzanu » ed altre terre in Valva (Valle Peligna)
In questi tre documenti si fa riferimento a Melonie con la sua «via, que fuit antiqua», la via publica, e le localita di Pratu, Fundella, Rivus (il torrente Rivoli), Cacalani, Campu de Aczanu (ora Campo Tazzano) e le terre di Martini, Amiconi e «Temmari, et de consortibus suis». Solo a partire dal xit secolo, nella bolla di Clemente III del 1115 e Pasquale II del 1188, appare nel luogo la chiesa di Sancti guirici in Melogne, chiesa rimasta in piedi nella località Casei fino agli inizi del cinquecento come si evince da due documenti conservati nell'Archivio vescovile di Avezzano».
La riscoperta della localizzazione di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi si deve allo studioso inglese Andrew Slade, che nel 1975 si reco sul posto studiandone i resti e collegandoli con le notizie del Chronicon Vulturnense e dell'Archivio della diocesi dei Marsi4. Nello stesso anno i resti furono studiati dallo scrivente, mentre nel 1976 si procedette ad un rilievo scientifico dell'area con la collaborazione dell'amico geometra Fausto Colucci dell'Arssa. Prima il Letta e poi lo stesso scrivente ne diedero notizia in numerosi studi dedicati ai centri fortificati della Marsica a partire dal 1979-80. Attualmente delle localita e dei resti descritti dagli autori antichi, medievali e post-rinascimentali, rimangono ancora testimonianze sulla quota 867 posta a nord-ovest dall'attuale Cesoli dove e visibile un tratto della recinzione muraria in opera poligonale vista dal De Nino nell'Ottocento, recinzione che doveva racchiudere un'area di circa cinque ettari relativa ad un medio centro fortificato (ocri in lingua italica locale) marso dell'Età del ferro.
Più consistenti sono le testimonianze archeologiche di Rivoli dove del centro fortificato di Milionia rimane gran parte della recinzione muraria in opera poligonale di i maniera, racchiudente un'area interna di oltre 30 ettari e dotata in antico di probabili cinque porte di cui solo due ancora visibili: la prima sull'accesso della strada vecchia Pescina-Carrito lungo il Vallone Severino (ora distrutta dal passaggio dell'autostrada Roma-Pescara); la seconda, a corridoio interno obliquo, ancora individuabile sull'altura dell'acropoli di Casei a quota 904; la terza individuabile sul settore di Campo Tazzano dove entrava la strada antica proveniente dalla Valle di Carrito, anch'essa del tipo a corridoio interno obliquo; la quarta, coperta da costruzioni moderne, lungo l'accesso a Rivoli della strada proveniente da Cesoli; la quinta sullo sbocco del Vallone interno detto di Liborio verso la strada di fondovalle sul percorso del Giovenco. I resti murari più consistenti sono sul versante est verso "Cornito di sotto" e "Campo Tazzano" con muri alti fino a due metri ed un sistema di raddoppio della recinzione sul versante sud dell'ingresso della porta di Campo Tazzano.
In complesso la recinzione racchiudeva nel suo interno ben tre alture: quella più alta di Casei (quota 908) verso nord che fungeva da acropoli; quella a sud di Colle Cavallo (quota 865) a strapiombo sul Giovenco; quella di Rivoli ad est (quota 862) la più pianeggiante. All'esterno le difese erano potenziate a nord-ovest dal Vallone di Severino, a sud-ovest dal corso del Giovenco, a sud dal corso del torrente Rivoli, a nord-est dalla orografia della valle di Cornito di sotto, mentre ad est dalla doppia recinzione verso il piano di Campo Tazzano. In complesso siamo di fronte ad una struttura fortificata marsa di ampie dimensioni, una vera e propria "città" arcaica fucense creata nel v secolo a.C. agli inizi del periodo "urbano" che caratterizza gli insediamenti nelle aree interne centro italiche al termine dell'età arcaica.
Una maggiore arcaicita e da attribuire ad un medio centro fortificato di Cesoli dove la ceramica dell'Età del ferro sembra documentare una presenza abitativa almeno a partire dall'vm secolo a.C. Fuori delle mura sul pianoro posto ad est (localita Campo Tazzano e Campo di Rivoli, sono venuti alla luce, in passato, numerosi resti di sepolture dall'età arcaica fino alla tarda età romana. Si segnalano armi in ferro (punte di lancia e giavellotto, gladi a stami e spade di VII-V secolo a.C.) e bacili in lamina di bronzo con orlo perlinato del vi secolo a.C. Le sepolture di eta romana erano poste lungo le vecchie strade che uniscono Casei-Rivoli con Carrito (<>) e Cesoli (<
Fra questi resti sono state rinvenute in passato diverse monete in bronzo, di Neapolis, Capua, Poseidonia, Arpi, romano-campane e romane delle serie prorata repubblicana, oltre a numerose altre di età imperiale fino a Costantino. Diversi sono i frammenti lapidei riferibili a blocchi modanati, fusti di colonne rastremate lisce e capitelli di stile tuscanico di calcare locale. A Collecavallo, sul lato a monte della strada Provinciale (a circa 200 metri dal sottopassaggio autostradale del Vallone di Severino) e da ubicare un'area sacra dato il rinvenimento di ex-voto in terracotta, fra cui una testina femminile con fronte diademata (alta cm 4,3) databile entro la fine del IVsecolo a.C. Il ritrovamento nell'area, nel Settecento, dell'iscrizione di Vesuna documenta il culto di questa divinita italica nell'interno della recinzione muraria di Milionia. Vesuna (Vesune in marso) e una divinita femminile dei popoli centro-italici di cultura sabina con diverse attestazioni fra cui due in area marsa, a Milionia ed Antinum (Civita d'Antino).
Secondo i recenti studi di Licia Luschi e di Cesare Letta, la dea era legata alla vegetazione e alla fertilita femminile; in poche parole una Cerere italica. Nelle vicinanze, sul pendio, dell'area sacra sono inoltre ben evidenti i resti in opera cementizia di una cisterna mononave a pianta rettangolare di eta imperiale romana: lunga sei metri (non misurabile la larghezza perché interrata) con tubo di alimentazione in piombo di cm 6,5 di sezione; a valle della stessa resti di un pavimento con mosaico in bianco e nero. Maggiore consistenza di resti sull'abitato di Rivoli, fra gli edifici moderni posti nelle vicinanze del fontanile sul lato nord della strada provinciale Pescina-Ortona dei Marsi. Un pozzo o cisterna circolare in opera cementizia con diametro metri 2,40 con murature spesse cm 50 ed altezza conservata di metri 1,65. Una grande cisterna a pianta rettangolare, mononave con copertura a volta, di metri 13,38x3,45, ben conservata ed utilizzata come cantina da due abitazioni contigue: spessore delle pareti di base e di cm 80 ed altezza di metri 1,29, pareti sovrastate da una copertura a volta con spessore di cm 35 ad altezza di metri 1,58 con bocche di alimentazione ed accesso superiore sulla stessa.
L'altezza complessiva e quindi di metri 2,87, mentre sulle pareti e presente un rivestimento in opera signina ed a contatto con le pareti e il fondo e visibile una modanatura a cuscinetto su tutta la perimetrazione, modanatura avente anche un foro di uscita. Le strutture presenti a Collecavallo e Rivoli evidenziano l'esistenza di un abitato (vicus) nella parte mediana e meridionale del centro fortificato marso, utilizzato dal III a.C. fino al termine del mondo antico come evidenziato da ritrovamento di un vaso a listello di ceramica africana di altezza di cm 7 e diametro esterno di cm 23 databile fra la seconda meta del IV alla prima meta del vI secolo d.C. e monete di Costantino.
Coordinate
Italy42° 1' 7.6368" N, 13° 42' 42.93" ELe prime notizie sulla esatta ubicazione di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi ci sono date dal canonico e teologo della cattedrale dei Marsi don Andrea Di Pietro: «Milonia, detto Melogna per la pronuncia corrotta del paese, corrispondente alla contrada denominata adesso Casale. La popolazione che rimase ad abitare nelle case riattate di quella Città cospicua, aveva nell'indicato secolo decimo-secondo la chiesa di S. Quirico, o di S. Quinco, giusta la parole che si leggono nella Bolla di Clemente III, Sancti guirici in Melogne; e le altre scritte in quella di Pasquale II Sancti guinci in Melogne. I beni di questa Chiesa furono da Monsignor Colli aggregati alla Prepositura e Cononicati di Ortona (Rilevasi da gli atti di visita fatta ai 19 Agosto dell'anno 1583)».
Sulla chiesa di San Quirico in Casale di Melogna si hanno menzioni in documenti del xiv secolo e l'ultima attestazione in un documento inedito cinquecentesco conservato nella Curia vescovile di Avezzano, poi se ne perdono le tracce. Precedentemente al Di Pietro, l'area era stata solo sfiorata dalle descrizioni seicentesche di Muzio Febonio, ripreso dal successivo vescovo Pietro Antonio Corsignani, che pero avevano ignorato l'abitato di Cesoli e Rivoli rivolgendo la loro attenzione solo ad Ortona e il vicino Carrito. Nel secolo XVIII il Lanzi aveva dato notizia di una iscrizione marso-latina del ut secolo a.C. dedicata alla dea Vesuna, trascritta dal barone Marino Tomasetti di Pescina e trovata dallo stesso "ne' Marsi vicino a Milonia", probabilmente sul sito di Collecavallo di Ortona.
Quindi non vicino ad Opi, come creduto dagli autori successivi, dato che tale paese rientra in un'area culturale di tipo "osco" e non "umbro" come l'iscrizione del Tomasetti, iscrizione realizzata in un dialetto marso-latino affine all'umbro e non all'osco di area sangritana.
Successivamente la importante iscrizione fu trascritta da altri autori fino ad essere inserita nella monumentale opera epigrafica dello studioso tedesco Mommsen nel nono volume insieme alle altre quattro epigrafi funerarie: V.Aiediu/Veune/Erinie et/Erine/patre/dono mei/libs. Ora rivista dal Letta: V 2/tJiediu/sJ / VefsJune /Erinie et Erine /patre / dono(m) me/rgi/to J / lib(en)s4. Nel 1892 il sito viene indagato da Antonio De Nino che da una minuta descrizione del sito di Rivoli e Cesoli ma, erroneamente, mette in discussione l'ubicazione del Di Pietro di Milonia sul sito di Rivoli. Queste le notizie contenute negli archivi della diocesi dei Marsi, in Vaticano e nelle opere degli storici abruzzesi dal XVII al XIX secolo, ma altre notizie sull'area sono presenti in altri autori antichi e medievali. Sulla vecchia e famosa città marsa di Milionia abbiamo due riferimenti precisi nel grande storico romano antico Tito Livio, nella sua monumentale Storia di Roma, in cui si narra la sconfitta dei Marsi ad opera del dittatore romano Marco Valerio Massimo nel 302 a.C. al termine della Seconda guerra sannitica: (tr. it.) «Il dittatore, mossosi con l'esercito, con una sola battaglia sbaraglio i Marsi. Li ricaccio quindi nelle loro città fortificate di Milionia, Plestinia e Fresilia, che entro pochi giorni conquisto e, dopo aver condannato i Marsi a cedere una parte del territorio, rinnovo con loro il patto di alleanza».
La sconfitta marsa ad opera di Valerio Massimo era la conseguenza del tentativo marso di fermare l'accerchiamento romano del loro territorio, attuato tramite la creazione delle colonie romane di Carseoli, Alba Fucens e Som sui margini del loro ager, con l'occupazione armata delle aree coloniali, come quella del 302 a.C. in cui i Marsi si impadronirono del territorio equicolo carseolano evitando cosi la creazione della colonia di Carseoli che si avra solo nel 298 a.C. La sconfitta marsa ebbe conseguenze dirette con la mutilazione territoriale, l'obbligo ad un trattato di alleanza (foedus) e forse la presenza di presidi militari romani in alcuni del centri fortificati come Milionia nella Valle del Giovenco ed Antinum nell'alta Valle del Liri (Val Roveto). L'aspetto piu vistoso era rappresentato dalla perdita del territorio ovest del Fucino (da Celano ad Avezzano) e della bassa Val Roveto: territori fertili e con evidenti caratteristiche agricole che verranno assegnati alle colonie di Alba Fucens e Sora.
Lo sfondamento della Valle del Giovenco in territorio marso del 302 a.C. e le precedenti prese di Bovianum del 311 e 305, permisero ai Romani di introdursi nella Valle del Sangro e conquistare ne1298 a.C. Aufidena. La pericolosita della presenza romana nella Valle del Giovenco fu avvertita dai Sanniti Pentri di area sangritana, ancora in guerra con Roma, che nel 294 a.C. eliminarono il presidio romano di Milionia e posero loro presidi nei centri fortificati marsi posti sugli sbocchi fucensi come il vicino Feritrum sullo confine peligno di Forca Caruso, mentre altre azioni militari furono attuate verso la media Valle del Liri in direzione di Sora. A frenare la nuova offensiva pentra viene da Roma inviato nel Fucino, il console Lucio Postumio che nello stesso anno, il 294 a.C., riconquisto Milionia e prese anche il centro fortificato marso di Feritrum, posto all'imbocco di Forca Caruso, la medievale Furca Ferrati (tr. it.): «Postumio tento dapprima di espugnare Milionia con l'azione di forza, poi, visto che quel sistema dava scarsi risultati, fini col conquistarla avvicinando alle mura opere di approccio e "vigne" (tettoie mobili).
Dopo che la città era gia presa, vi si combatte in ogni luogo dalla quarta all'ottava ora (dalle dieci alle ore quattordici), con esito a lungo incerto; infine i Romani s'impadronirono della piazzaforte. Furono uccisi tremiladuecento Sanniti, e furono presi quattromilasettecento prigionieri, oltre ad altra preda. Le legioni furono quindi condotte a Feritro, donde gli abitanti si allontanarono di notte, in silenzio, uscendo dalla porta posteriore, con tutta la loro roba, quella che si pote portare e trascinare via. A dunque, non appena giunse il console, dapprima si fece sotto alle mura con le truppe inquadrate e schierate, come se si dovesse affrontare la stessa lotta che s'era avuta a Milionia » . Con la conquista di Milionia e Feritrum del 294 a.C. si concludono le operazioni militari romane lungo la valle del Giovenco e nel 290 a.C. i Sanniti Pentri firmeranno, come i Marsi in precedenza nel 302 a.C., un trattato di alleanza (foedus) con Roma. Nulla conosciamo della valle del Giovenco e della vecchia citta di Milionia nelle epoche successive, ma dalle iscrizioni, tombe e materiali rinvenuti sappiamo che il centro continuo a vivere lungamente, anche se in forme ridotte, sul solo sito di Rivoli e Collecavallo, fino al V VI secolo d.C., inserito nel territorio marso del municipium di Marruvium (San Benedetto dei Marsi) iscritto alla tribu Sergia ed inserito nella IV Regione augustea.
Sul finire del mondo antico troviamo la Marsica e la Valle del Giovenco inserita nella Marsia regione interna alla provincia tardo-antica romana Valeria. Con l'arrivo dei Longobardi, sul finire del vi secolo, il piccolo vicus (villaggio) di Milionia ebbe fine insieme alle piccole ville rustiche romane e villaggi che costellavano il territorio posto fra Milionia ed Hortona; anche la collina di Cesulce fu probabilmente sede di un piccolo vicus romano come testimoniato da resti murari e tombe. Solo nel x secolo d.C. in pieno periodo franco-longobardo si hanno notizie sui terreni agricoli della valle inseriti nella Contea dei Marsi del Ducato di Spoleto e nell'interno della Diocesi dei Marsi, terreni appartenenti al monastero femminile benedettino di Sanctm Marim de Apinianicum di Pescina, prepositura fucense del grande monastero di San Vincenzo al Volturno come si evince da tre documenti degli anni 989, 997 e 998 d.C. in cui vengono citati terreni in localita Melonie o Melongie:
1) - Doc. 177, dato a Capua il 2 agosto dell'anno 989 d.C. Roffredo, abate del monastero di S. Vincenzo al Volturno, col consenso degli altri monaci, da a livello, per ventinove anni, a Benedetto del fu Orso, abitante in "Rateria" nel territorio Marsicano, il quale gli aveva prestato una libra di denari per restaurare il monastero di S. Maria in Apinianici di Pescina, le proprieta monastiche poste a «Melongie, ubi Pratu vocatun> e nelle affiancate localita Fundella e Cacalani, oltre ad altri terreni nella Marsica
2) - Doc. 181, dato in Valva, il 4 giugno de1997 d.C. Lo stesso abate Roffredo, gia citato, concede a livello per ventinove anni a Girardo ed Ottone del fu Girardo di Valva, che avevano prestato quaranta soldi al monastero, i beni monastici posti nel territorio di Valva ed in quello Marsicano i beni di S. Pietro in Apinianici nelle localita Bazzano, Campo di Ample, Berniano, e la terza parte della terra «que est in Melonie, in campu de Aczanu» .
3) - Doc. 178, dato in Marsi, il 4 giugno del 998 d.C. Lo stesso abate Roffredo, concede a livello, per ventinove anni, ad Azzone del fu Leone, Dodo figlio del fu Lioduno, Alberto e Berardo figli del fu Adalberto, abitatori di Apinianici, i quali avevano prestato all'abate trenta soldi per restaurare il monastero, le terre appartenenti alla chiesa di S. Pietro in Apinianici poste nelle localita "Bezzano, Apinianici, Campo de Papule, Bernianu, « et est una pecia de terra vestri monasterii in Melonie, in campu de Azzanu » ed altre terre in Valva (Valle Peligna)
In questi tre documenti si fa riferimento a Melonie con la sua «via, que fuit antiqua», la via publica, e le localita di Pratu, Fundella, Rivus (il torrente Rivoli), Cacalani, Campu de Aczanu (ora Campo Tazzano) e le terre di Martini, Amiconi e «Temmari, et de consortibus suis». Solo a partire dal xit secolo, nella bolla di Clemente III del 1115 e Pasquale II del 1188, appare nel luogo la chiesa di Sancti guirici in Melogne, chiesa rimasta in piedi nella località Casei fino agli inizi del cinquecento come si evince da due documenti conservati nell'Archivio vescovile di Avezzano».
La riscoperta della localizzazione di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi si deve allo studioso inglese Andrew Slade, che nel 1975 si reco sul posto studiandone i resti e collegandoli con le notizie del Chronicon Vulturnense e dell'Archivio della diocesi dei Marsi4. Nello stesso anno i resti furono studiati dallo scrivente, mentre nel 1976 si procedette ad un rilievo scientifico dell'area con la collaborazione dell'amico geometra Fausto Colucci dell'Arssa. Prima il Letta e poi lo stesso scrivente ne diedero notizia in numerosi studi dedicati ai centri fortificati della Marsica a partire dal 1979-80. Attualmente delle localita e dei resti descritti dagli autori antichi, medievali e post-rinascimentali, rimangono ancora testimonianze sulla quota 867 posta a nord-ovest dall'attuale Cesoli dove e visibile un tratto della recinzione muraria in opera poligonale vista dal De Nino nell'Ottocento, recinzione che doveva racchiudere un'area di circa cinque ettari relativa ad un medio centro fortificato (ocri in lingua italica locale) marso dell'Età del ferro.
Più consistenti sono le testimonianze archeologiche di Rivoli dove del centro fortificato di Milionia rimane gran parte della recinzione muraria in opera poligonale di i maniera, racchiudente un'area interna di oltre 30 ettari e dotata in antico di probabili cinque porte di cui solo due ancora visibili: la prima sull'accesso della strada vecchia Pescina-Carrito lungo il Vallone Severino (ora distrutta dal passaggio dell'autostrada Roma-Pescara); la seconda, a corridoio interno obliquo, ancora individuabile sull'altura dell'acropoli di Casei a quota 904; la terza individuabile sul settore di Campo Tazzano dove entrava la strada antica proveniente dalla Valle di Carrito, anch'essa del tipo a corridoio interno obliquo; la quarta, coperta da costruzioni moderne, lungo l'accesso a Rivoli della strada proveniente da Cesoli; la quinta sullo sbocco del Vallone interno detto di Liborio verso la strada di fondovalle sul percorso del Giovenco. I resti murari più consistenti sono sul versante est verso "Cornito di sotto" e "Campo Tazzano" con muri alti fino a due metri ed un sistema di raddoppio della recinzione sul versante sud dell'ingresso della porta di Campo Tazzano.
In complesso la recinzione racchiudeva nel suo interno ben tre alture: quella più alta di Casei (quota 908) verso nord che fungeva da acropoli; quella a sud di Colle Cavallo (quota 865) a strapiombo sul Giovenco; quella di Rivoli ad est (quota 862) la più pianeggiante. All'esterno le difese erano potenziate a nord-ovest dal Vallone di Severino, a sud-ovest dal corso del Giovenco, a sud dal corso del torrente Rivoli, a nord-est dalla orografia della valle di Cornito di sotto, mentre ad est dalla doppia recinzione verso il piano di Campo Tazzano. In complesso siamo di fronte ad una struttura fortificata marsa di ampie dimensioni, una vera e propria "città" arcaica fucense creata nel v secolo a.C. agli inizi del periodo "urbano" che caratterizza gli insediamenti nelle aree interne centro italiche al termine dell'età arcaica.
Una maggiore arcaicita e da attribuire ad un medio centro fortificato di Cesoli dove la ceramica dell'Età del ferro sembra documentare una presenza abitativa almeno a partire dall'vm secolo a.C. Fuori delle mura sul pianoro posto ad est (localita Campo Tazzano e Campo di Rivoli, sono venuti alla luce, in passato, numerosi resti di sepolture dall'età arcaica fino alla tarda età romana. Si segnalano armi in ferro (punte di lancia e giavellotto, gladi a stami e spade di VII-V secolo a.C.) e bacili in lamina di bronzo con orlo perlinato del vi secolo a.C. Le sepolture di eta romana erano poste lungo le vecchie strade che uniscono Casei-Rivoli con Carrito (<>) e Cesoli (<
Fra questi resti sono state rinvenute in passato diverse monete in bronzo, di Neapolis, Capua, Poseidonia, Arpi, romano-campane e romane delle serie prorata repubblicana, oltre a numerose altre di età imperiale fino a Costantino. Diversi sono i frammenti lapidei riferibili a blocchi modanati, fusti di colonne rastremate lisce e capitelli di stile tuscanico di calcare locale. A Collecavallo, sul lato a monte della strada Provinciale (a circa 200 metri dal sottopassaggio autostradale del Vallone di Severino) e da ubicare un'area sacra dato il rinvenimento di ex-voto in terracotta, fra cui una testina femminile con fronte diademata (alta cm 4,3) databile entro la fine del IVsecolo a.C. Il ritrovamento nell'area, nel Settecento, dell'iscrizione di Vesuna documenta il culto di questa divinita italica nell'interno della recinzione muraria di Milionia. Vesuna (Vesune in marso) e una divinita femminile dei popoli centro-italici di cultura sabina con diverse attestazioni fra cui due in area marsa, a Milionia ed Antinum (Civita d'Antino).
Secondo i recenti studi di Licia Luschi e di Cesare Letta, la dea era legata alla vegetazione e alla fertilita femminile; in poche parole una Cerere italica. Nelle vicinanze, sul pendio, dell'area sacra sono inoltre ben evidenti i resti in opera cementizia di una cisterna mononave a pianta rettangolare di eta imperiale romana: lunga sei metri (non misurabile la larghezza perché interrata) con tubo di alimentazione in piombo di cm 6,5 di sezione; a valle della stessa resti di un pavimento con mosaico in bianco e nero. Maggiore consistenza di resti sull'abitato di Rivoli, fra gli edifici moderni posti nelle vicinanze del fontanile sul lato nord della strada provinciale Pescina-Ortona dei Marsi. Un pozzo o cisterna circolare in opera cementizia con diametro metri 2,40 con murature spesse cm 50 ed altezza conservata di metri 1,65. Una grande cisterna a pianta rettangolare, mononave con copertura a volta, di metri 13,38x3,45, ben conservata ed utilizzata come cantina da due abitazioni contigue: spessore delle pareti di base e di cm 80 ed altezza di metri 1,29, pareti sovrastate da una copertura a volta con spessore di cm 35 ad altezza di metri 1,58 con bocche di alimentazione ed accesso superiore sulla stessa.
L'altezza complessiva e quindi di metri 2,87, mentre sulle pareti e presente un rivestimento in opera signina ed a contatto con le pareti e il fondo e visibile una modanatura a cuscinetto su tutta la perimetrazione, modanatura avente anche un foro di uscita. Le strutture presenti a Collecavallo e Rivoli evidenziano l'esistenza di un abitato (vicus) nella parte mediana e meridionale del centro fortificato marso, utilizzato dal III a.C. fino al termine del mondo antico come evidenziato da ritrovamento di un vaso a listello di ceramica africana di altezza di cm 7 e diametro esterno di cm 23 databile fra la seconda meta del IV alla prima meta del vI secolo d.C. e monete di Costantino.
Coordinate
Italy41° 56' 21.4872" N, 13° 39' 18.0684" EL' abitato di Colle Santo Stefano è situato in località Pozzo di Forfora nell'area sud orientale del bacino del Fucino (I.G.M. Gioia dei Marsi 152 IV N E, 41' 56' 35" N 1' 11' 40" E). Scoperto da O. Ventura e segnalato da U. Irti (IRTI, 1988) è stato oggetto di indagini sistematiche condotte dal Dipartimento di Scienze Archeologiche dell'Università di Pisa negli anni 1988-93, riprese nel 1997 e tuttora in corso (RADI, WILKENS, 1989). Gli scavi hanno messo in evidenza ed esplorato un deposito a spessore variabile (cm 20 - 80), che pare essere sedimentato in un avvallamento, la cui superficie presenta inclinazione da S/0 verso N/E. Osservazioni geomorfologiche e sedimentologiche (G. Boschian)
Osservazioni geomorfologiche e sedimentologiche (G. Boschian)
L'insediamento è situato su un'ampia spianata lievemente inclinata che raccorda la piana del Fucino alle pareti di roccia, ed ai depositi di versante da queste derivanti, che la circondano. Questa superficie è impostata su depositi a ghiaie in genere arrotondate disposte in strati ben evidenti, che si distinguono per le diverse dimensioni dei ciottoli. Le osservazioni che seguono sono desunte dall'osservazione di campagna del deposito archeologico e dall'esame micromorfologico di sei sezioni sottili di campioni indisturbati di suolo, cinque dei quali prelevati a distanza costante l'uno dall'altro lungo l'intero spessore; il sesto rappresenta un sottile strato franco sabbioso di colore bianco giallognolo situato a poca di stanza dalla base del deposito.
La campionatura eseguita e le dimensioni dell'area di scavo non forniscono dati sufficienti ad una esaustiva interpretazione dei processi di formazione del sito. In particolare non è possibile, allo stato attuale delle conoscenze, stabilire l'origine della lieve depressione che contiene il deposito archeologico, anche se questa pare essere stata tagliata nei livelli alti delle ghiaie fini (Ghiaie di Boscito ?, GIRAUDI, 1988) debolmente pedogenizzate, che costituiscono l'orizzonte sommitale della successione nell'area di Pozzo di Forfora. La grande omogeneità di caratteri tessiturali e morfologici lungo tutto lo spessore del deposito archeologico suggerisce che il processo di accumulo sia stato di durata relativamente breve, oppure che le modalità di deposito siano rimaste invariate per lungo periodo, fatto questo che contrasterebbe con i dati archeologici. La presenza di grandi quantità di materia organica, di probabile origine vegetale, indica una forte antropizzazione, benchè non sia possibile stabilire quale sia stata l'attività che ha dato origine a questo accumulo.
La componente dominante nella pasta di fondo è tuttavia la calcite, in forma di fini aggregati micritici e di cristalli microsparitici; la presenza di forme, anche se piuttosto rare e mal conservate, che richiamano quelle dei cristalh di ossalato di calcio presenti nelle strutture legnose dei vegetali (COURTY, WATTEZ, 1987), indica che buona parte del deposito è costituita da ceneri, probabilmente di legno maturo, nelle quali l'ossalato è stato arrostito e carbonato per combustione a temperatura medio alta. La cattiva conservazione delle forme è da imputarsi all'attacco acido da parte delle soluzioni percolanti ed alla pedogenesi che hanno causato la dissoluzione di parte degli aggregati, cancellandone parzialmente la forma originaria: questi aggregati sono infatti assai reattivi ai processi di dissoluzione e gli effetti di questo fenomeno si riscontrano anche nella ricristallizzazione di questi carbonati sotto forma di cristalli microsparitici in altre aree del deposito. Tuttavia va posto in evidenza che i cristalli microsparitici possono essersi formati anche a causa della penetrazione nella massa del suolo di soluzioni ricche in carbonati provenienti per spinta capillare dal substrato ghiaioso. Riguardo alla natura del sottile strato discontinuo franco sabbioso di colore bianco giallognolo, che si rinviene in prossimità della base del deposito archeologico, si pone in evidenza che la frazione sabbiosa è quasi del tutto assente, che la pasta di fondo è costituita quasi integralmente da microsparite, che sono presenti deboli tracce di laminazione e che rari resti di (micro)organismi dulcicoli sono osservabili in sezione sottile.
Siffatte caratteristiche indicherebbero per questo deposito un'origine lacustre, in un bacino relativamente ampio e ben ossigenato; tuttavia è assai poco probabile che si possa trattare di sedimentazione lacustre in situ, perché i tempi e le modalità di un eventuale innalzamento del livello lacustre non sono compatibili con la durata della sedimentazione del deposito e con la geometria dei corpi sedimentari osservati in esso. Si propende quindi, in via del tutto propositiva, per una causa antropica della presenza di questo livello nella successione.
Per approfondimenti visitare la sezione storia di Ortucchio >>
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Italy41° 56' 21.4872" N, 13° 39' 18.0684" EL' abitato di Colle Santo Stefano è situato in località Pozzo di Forfora nell'area sud orientale del bacino del Fucino (I.G.M. Gioia dei Marsi 152 IV N E, 41' 56' 35" N 1' 11' 40" E). Scoperto da O. Ventura e segnalato da U. Irti (IRTI, 1988) è stato oggetto di indagini sistematiche condotte dal Dipartimento di Scienze Archeologiche dell'Università di Pisa negli anni 1988-93, riprese nel 1997 e tuttora in corso (RADI, WILKENS, 1989). Gli scavi hanno messo in evidenza ed esplorato un deposito a spessore variabile (cm 20 - 80), che pare essere sedimentato in un avvallamento, la cui superficie presenta inclinazione da S/0 verso N/E. Osservazioni geomorfologiche e sedimentologiche (G. Boschian)
Osservazioni geomorfologiche e sedimentologiche (G. Boschian)
L'insediamento è situato su un'ampia spianata lievemente inclinata che raccorda la piana del Fucino alle pareti di roccia, ed ai depositi di versante da queste derivanti, che la circondano. Questa superficie è impostata su depositi a ghiaie in genere arrotondate disposte in strati ben evidenti, che si distinguono per le diverse dimensioni dei ciottoli. Le osservazioni che seguono sono desunte dall'osservazione di campagna del deposito archeologico e dall'esame micromorfologico di sei sezioni sottili di campioni indisturbati di suolo, cinque dei quali prelevati a distanza costante l'uno dall'altro lungo l'intero spessore; il sesto rappresenta un sottile strato franco sabbioso di colore bianco giallognolo situato a poca di stanza dalla base del deposito.
La campionatura eseguita e le dimensioni dell'area di scavo non forniscono dati sufficienti ad una esaustiva interpretazione dei processi di formazione del sito. In particolare non è possibile, allo stato attuale delle conoscenze, stabilire l'origine della lieve depressione che contiene il deposito archeologico, anche se questa pare essere stata tagliata nei livelli alti delle ghiaie fini (Ghiaie di Boscito ?, GIRAUDI, 1988) debolmente pedogenizzate, che costituiscono l'orizzonte sommitale della successione nell'area di Pozzo di Forfora. La grande omogeneità di caratteri tessiturali e morfologici lungo tutto lo spessore del deposito archeologico suggerisce che il processo di accumulo sia stato di durata relativamente breve, oppure che le modalità di deposito siano rimaste invariate per lungo periodo, fatto questo che contrasterebbe con i dati archeologici. La presenza di grandi quantità di materia organica, di probabile origine vegetale, indica una forte antropizzazione, benchè non sia possibile stabilire quale sia stata l'attività che ha dato origine a questo accumulo.
La componente dominante nella pasta di fondo è tuttavia la calcite, in forma di fini aggregati micritici e di cristalli microsparitici; la presenza di forme, anche se piuttosto rare e mal conservate, che richiamano quelle dei cristalh di ossalato di calcio presenti nelle strutture legnose dei vegetali (COURTY, WATTEZ, 1987), indica che buona parte del deposito è costituita da ceneri, probabilmente di legno maturo, nelle quali l'ossalato è stato arrostito e carbonato per combustione a temperatura medio alta. La cattiva conservazione delle forme è da imputarsi all'attacco acido da parte delle soluzioni percolanti ed alla pedogenesi che hanno causato la dissoluzione di parte degli aggregati, cancellandone parzialmente la forma originaria: questi aggregati sono infatti assai reattivi ai processi di dissoluzione e gli effetti di questo fenomeno si riscontrano anche nella ricristallizzazione di questi carbonati sotto forma di cristalli microsparitici in altre aree del deposito. Tuttavia va posto in evidenza che i cristalli microsparitici possono essersi formati anche a causa della penetrazione nella massa del suolo di soluzioni ricche in carbonati provenienti per spinta capillare dal substrato ghiaioso. Riguardo alla natura del sottile strato discontinuo franco sabbioso di colore bianco giallognolo, che si rinviene in prossimità della base del deposito archeologico, si pone in evidenza che la frazione sabbiosa è quasi del tutto assente, che la pasta di fondo è costituita quasi integralmente da microsparite, che sono presenti deboli tracce di laminazione e che rari resti di (micro)organismi dulcicoli sono osservabili in sezione sottile.
Siffatte caratteristiche indicherebbero per questo deposito un'origine lacustre, in un bacino relativamente ampio e ben ossigenato; tuttavia è assai poco probabile che si possa trattare di sedimentazione lacustre in situ, perché i tempi e le modalità di un eventuale innalzamento del livello lacustre non sono compatibili con la durata della sedimentazione del deposito e con la geometria dei corpi sedimentari osservati in esso. Si propende quindi, in via del tutto propositiva, per una causa antropica della presenza di questo livello nella successione.
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Italy42° 0' 25.9668" N, 13° 37' 16.1724" ESi ritiene che in S. Benedetto dei Marsi sorgesse l'antica città di Marruvio, che secondo Silio Italico, doveva essere la capitale dei Marsi. Il nome esatto della città fu "Marsos Marruvium", come emerge da due lapidi rinvenute in S. Benedetto dei Marsi, rese note dal Febonio. Altre lapidi attestano il suo status posteriore di municipio, amministrato da quadrunviri iure dicundo o quinquennales. Fin dal 600 della antica città era ignoto il sito, anche se ovviamente presunto nella zona del lago. Il Febonio, che pure lesse l'iscrizione da lui resa nota, rinvenuta in S. Benedetto, ritenne che a S. Benedetto la lapide era stata trasportata da altrove e la attribuì alla fantomatica città chiamata Valeria nel Medioevo, che in realtà non fu che Marruvio. Il nome Valeria fu dato dai romani a questa città, dalla strada che l'attraversava, la quale a sua volta lo ripeteva da un console straniero a questi luoghi.
In seguito fu designata, nei primi secoli dell'era cristiana, col nome di Paese o Provincia dei Marsi o Marsia, dal nome della popolazione meglio conosciuta e più celebre nell'antichità classica. Di questo ampio territorio furono signori, a titolo personale, non ereditario, sei conti di stirpi diverse. La città era ancora fiorente nel IV secolo, essendo riportata nella strada che, dalla Valle dell'Aterno porta al Fucino, dopo di Albe e prima di Collarmele. Del resto non sarebbe stata sede del vescovo dei Marsi se non fosse stata in piedi nei primi secoli dell'era cristiana e non avesse avuto in quel momento una posizione di rilievo sul resto della regione, circostanze documentate da cospicui resti. A Marruvio, in seguito ridotta come tante antiche città vescovili a rare abitazioni sparse tra i campi, tra le quali restò sperduta la Cattedrale di S. Sabina, nacque Bonifacio IV, papa dal 608 al 615, il quale trasformò la sua abitazione in monastero benedettino, con la chiesa più tardi detta di S. Benedetto "in civitate", attorno alla quale si formò il nuovo abitato....
Per approfondimenti su Marruvium visitare la sezione storia di San Benedetto Dei Marsi>>
LOCALIZZAZIONE TERRITORIALE
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Italy42° 0' 25.9668" N, 13° 37' 16.1724" ESi ritiene che in S. Benedetto dei Marsi sorgesse l'antica città di Marruvio, che secondo Silio Italico, doveva essere la capitale dei Marsi. Il nome esatto della città fu "Marsos Marruvium", come emerge da due lapidi rinvenute in S. Benedetto dei Marsi, rese note dal Febonio. Altre lapidi attestano il suo status posteriore di municipio, amministrato da quadrunviri iure dicundo o quinquennales. Fin dal 600 della antica città era ignoto il sito, anche se ovviamente presunto nella zona del lago. Il Febonio, che pure lesse l'iscrizione da lui resa nota, rinvenuta in S. Benedetto, ritenne che a S. Benedetto la lapide era stata trasportata da altrove e la attribuì alla fantomatica città chiamata Valeria nel Medioevo, che in realtà non fu che Marruvio. Il nome Valeria fu dato dai romani a questa città, dalla strada che l'attraversava, la quale a sua volta lo ripeteva da un console straniero a questi luoghi.
In seguito fu designata, nei primi secoli dell'era cristiana, col nome di Paese o Provincia dei Marsi o Marsia, dal nome della popolazione meglio conosciuta e più celebre nell'antichità classica. Di questo ampio territorio furono signori, a titolo personale, non ereditario, sei conti di stirpi diverse. La città era ancora fiorente nel IV secolo, essendo riportata nella strada che, dalla Valle dell'Aterno porta al Fucino, dopo di Albe e prima di Collarmele. Del resto non sarebbe stata sede del vescovo dei Marsi se non fosse stata in piedi nei primi secoli dell'era cristiana e non avesse avuto in quel momento una posizione di rilievo sul resto della regione, circostanze documentate da cospicui resti. A Marruvio, in seguito ridotta come tante antiche città vescovili a rare abitazioni sparse tra i campi, tra le quali restò sperduta la Cattedrale di S. Sabina, nacque Bonifacio IV, papa dal 608 al 615, il quale trasformò la sua abitazione in monastero benedettino, con la chiesa più tardi detta di S. Benedetto "in civitate", attorno alla quale si formò il nuovo abitato....
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Italy41° 54' 47.2896" N, 13° 36' 6.9588" ESegnalato nell'Ottocento da Carmelo Mancini e riscoperto successivamente da Vincenzo Grande, fu interessato a partire dal settembre del 1968 da campagne di scavo ad opera dell'Università di Pisa grazie all'interessamento della "Pro loco" di Collelongo. A dirigere i primi interventi fu Paolo Enrico Arias affiancato da Orlanda Pangrazi fino al 1971, poi fu la volta di Cesare Letta che dal 1980 fu affiancato dalla direzione tecnica di Maurizio Paoletti fino all'ultima campagna del 1987.
L'insediamento è composto da un'acropoli (ocri) sul colle di La Giostra, da un villaggio (vicus) sui pendii di S. Castro, La Giostrella, Pozzo Maianone e dalle necropoli del Cantone e di La Cava. Su "La Giostra" è presente un piccolo centro fortificato di forma ovale con un circuito murario in opera poligonale (I° maniera) di 350 m , dotato sul versante sud di una porta a corridoio interno obliquo.
Nell'interno sono presenti resti di due edifici templari, di una cisterna circolare e di una stipe votiva: l' "Edificio 1" è stato successivamente utilizzato come stazzo per pastori perdendo il suo aspetto originale di probabile tempio italico a più ambienti edificato su alto podio in opera poligonale; all'edificio templare è affiancata la "Cisterna" arcaica a pianta circolare con muratura in opera poligonale, gradino anulare sul fondo e rivestimento alla base in opera signina; la "Stipe votiva", ricavata nella roccia, presentava materiali votivi dal VII al II secolo a.C.; l' "Edificio 2", edificato agli inizi del I secolo a.C. ed abbandonato subito dopo il termine del Bellum Marsicum, è diviso in tre ambienti preceduti dal un vestibolo probabilmente colonnato. Nella stanza centrale con pavimento in opus signinum decorato da tessere in calcare bianco, pareti dipinte in affresco di "secondo stile pompeiano" e base di statua, sono stati rinvenuti frammenti di terracotta relativi ad una divinità femminile, probabilmente Diana.
Nei sottostanti pendii della Giostrella e S. Castro sono i resti ben conservati di un vicus italico-romano disposto su terrazze di cui rimangono visibili numerosi terrazzamenti. Nella località "Pozzo Massotto" sono i resti di un piccolo santuarietto con cisterna circolare con copertura a tholos, mentre a S. Castro Vecchio doveva essere la chiesa di Sancti Casti. In quest'ultima località sono venute alla luce le famose "Gambe del Diavolo" che confermano nell'area ("Pietraia di S. Castro") l'esistenza di una necropoli arcaica documentata anche dal rinvenimento di corredi tombali di VI e fine del IV secolo a.C. Più sotto, in località "La Cava" sono venute alla luce tombe a grotticella con chiusura con stele-porta e databili entro il II secolo a.C. Il villaggio si estendeva anche sul declivio di "La Giostrella", "S. Castro nuovo" e "Sopra S. Elia" con una serie di muri di terrazzamento in opera poligonale e piccole cisterne in opera incerta. In località "Sopra S. Elia" sono stati eseguiti saggi di scavo che hanno riportato alla luce resti di crollo di edifici monumentali, di una cisterna rettangolare in opera incerta di età tardo repubblicana abbandonata nel III secolo d.C. ed una necropoli romano imperiale (II secolo) con sei inumati e due incinerati sotto una copertura di tegole (a cappuccina). Resti murari relativi ad una probabile villa italico-romana edificata su terrazze, sono in località "Pozzo Maianone".
La necropoli del Cantone è situata su una delle strade antiche che mettevano in comunicazione il vicus con l'alveo fucense e la Vallelonga. Si compone di oltre 50 tombe posizionate sui due declivi della valletta del Cantone e solo in parte scavata scientificamente dalla missione pisana dal 1968 al 1975, mentre gravi sono i danni dei clandestini che hanno "distrutto" circa 26 tombe. Le tombe, a fossa con copertura a lastroni, a loculo con identica copertura ed a camera con copertura a volta, sono disposte su lunghe file parallele sul declivio della valletta e presentano steli-porta di chiusura disposte su muretti di raccordo (Paoletti 1987 e 1989). Dalla grande Tomba 14 viene il famoso letto in osso databile agli inizi del I secolo a.C. con raffigurazione, sui piedi, del volto barbato di Dionysos-Hades (ora al Museo di Chieti).
Anche dal percorso della Valletta del Cantone vengono materiali di VI secolo a.C. ed un frammento di statua femminile arcaica che confermano l'esistenza di necropoli della seconda età del ferro nell'area, relative all'ocre marso di La Giostra. Dallo studio degli inumati, dei resti animali e pollini rinvenuti sia nelle tombe che nell'abitato, le genti marse di Amplero sono prevalentemente legate, in età italica e romana, ad un economia agricola ed all'allevamento animale connesso alla pratica agricola (Amplero 1989).
Per maggiori informazioni consultare la sezione storia del Comune di Collelongo>.
Coordinate
Italy41° 54' 47.2896" N, 13° 36' 6.9588" ESegnalato nell'Ottocento da Carmelo Mancini e riscoperto successivamente da Vincenzo Grande, fu interessato a partire dal settembre del 1968 da campagne di scavo ad opera dell'Università di Pisa grazie all'interessamento della "Pro loco" di Collelongo. A dirigere i primi interventi fu Paolo Enrico Arias affiancato da Orlanda Pangrazi fino al 1971, poi fu la volta di Cesare Letta che dal 1980 fu affiancato dalla direzione tecnica di Maurizio Paoletti fino all'ultima campagna del 1987.
L'insediamento è composto da un'acropoli (ocri) sul colle di La Giostra, da un villaggio (vicus) sui pendii di S. Castro, La Giostrella, Pozzo Maianone e dalle necropoli del Cantone e di La Cava. Su "La Giostra" è presente un piccolo centro fortificato di forma ovale con un circuito murario in opera poligonale (I° maniera) di 350 m , dotato sul versante sud di una porta a corridoio interno obliquo.
Nell'interno sono presenti resti di due edifici templari, di una cisterna circolare e di una stipe votiva: l' "Edificio 1" è stato successivamente utilizzato come stazzo per pastori perdendo il suo aspetto originale di probabile tempio italico a più ambienti edificato su alto podio in opera poligonale; all'edificio templare è affiancata la "Cisterna" arcaica a pianta circolare con muratura in opera poligonale, gradino anulare sul fondo e rivestimento alla base in opera signina; la "Stipe votiva", ricavata nella roccia, presentava materiali votivi dal VII al II secolo a.C.; l' "Edificio 2", edificato agli inizi del I secolo a.C. ed abbandonato subito dopo il termine del Bellum Marsicum, è diviso in tre ambienti preceduti dal un vestibolo probabilmente colonnato. Nella stanza centrale con pavimento in opus signinum decorato da tessere in calcare bianco, pareti dipinte in affresco di "secondo stile pompeiano" e base di statua, sono stati rinvenuti frammenti di terracotta relativi ad una divinità femminile, probabilmente Diana.
Nei sottostanti pendii della Giostrella e S. Castro sono i resti ben conservati di un vicus italico-romano disposto su terrazze di cui rimangono visibili numerosi terrazzamenti. Nella località "Pozzo Massotto" sono i resti di un piccolo santuarietto con cisterna circolare con copertura a tholos, mentre a S. Castro Vecchio doveva essere la chiesa di Sancti Casti. In quest'ultima località sono venute alla luce le famose "Gambe del Diavolo" che confermano nell'area ("Pietraia di S. Castro") l'esistenza di una necropoli arcaica documentata anche dal rinvenimento di corredi tombali di VI e fine del IV secolo a.C. Più sotto, in località "La Cava" sono venute alla luce tombe a grotticella con chiusura con stele-porta e databili entro il II secolo a.C. Il villaggio si estendeva anche sul declivio di "La Giostrella", "S. Castro nuovo" e "Sopra S. Elia" con una serie di muri di terrazzamento in opera poligonale e piccole cisterne in opera incerta. In località "Sopra S. Elia" sono stati eseguiti saggi di scavo che hanno riportato alla luce resti di crollo di edifici monumentali, di una cisterna rettangolare in opera incerta di età tardo repubblicana abbandonata nel III secolo d.C. ed una necropoli romano imperiale (II secolo) con sei inumati e due incinerati sotto una copertura di tegole (a cappuccina). Resti murari relativi ad una probabile villa italico-romana edificata su terrazze, sono in località "Pozzo Maianone".
La necropoli del Cantone è situata su una delle strade antiche che mettevano in comunicazione il vicus con l'alveo fucense e la Vallelonga. Si compone di oltre 50 tombe posizionate sui due declivi della valletta del Cantone e solo in parte scavata scientificamente dalla missione pisana dal 1968 al 1975, mentre gravi sono i danni dei clandestini che hanno "distrutto" circa 26 tombe. Le tombe, a fossa con copertura a lastroni, a loculo con identica copertura ed a camera con copertura a volta, sono disposte su lunghe file parallele sul declivio della valletta e presentano steli-porta di chiusura disposte su muretti di raccordo (Paoletti 1987 e 1989). Dalla grande Tomba 14 viene il famoso letto in osso databile agli inizi del I secolo a.C. con raffigurazione, sui piedi, del volto barbato di Dionysos-Hades (ora al Museo di Chieti).
Anche dal percorso della Valletta del Cantone vengono materiali di VI secolo a.C. ed un frammento di statua femminile arcaica che confermano l'esistenza di necropoli della seconda età del ferro nell'area, relative all'ocre marso di La Giostra. Dallo studio degli inumati, dei resti animali e pollini rinvenuti sia nelle tombe che nell'abitato, le genti marse di Amplero sono prevalentemente legate, in età italica e romana, ad un economia agricola ed all'allevamento animale connesso alla pratica agricola (Amplero 1989).
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Italy41° 53' 12.5088" N, 13° 28' 17.8716" EIl nome dell'attuale paese deriva dalla sua sovrapposizione all'antico municipium marso di Antinum, da cui la medievale Civitate de Antena. Il significato e legato all'orografia del vecchio nucleo italico, Antina, posto in alto su una grande piattaforma calcarea dominante tutta la Valle Roveto. Il sostrato potrebbe corrispondere all'etrusco ant, "aquila", "vento del Nord", con la formante -i-no, anch'essa di base. Si noti l'accostamento con la città volsca di Antium sul Tirreno (Anzio). L'attuale centro storico e posto su un terrazzo roccioso che domina a nord-est il corso del Liri, con tre alture interne sulle quote 912, 909, 895.
Le origini dell'insediamento vanno ricercate nel VI - V secolo come medio centro fortificato dei Marsi con le sue mura in opera poligonale di n maniera (grandi e medi blocchi di calcare locale composti a secco), lunghe km 1,280 e racchiudenti un'area interna, dotata di tre alture di circa 15 ettari. Da una lamina votiva dedicata a Vesune, proveniente da un santuario posto fuori le mura della città, abbiamo notizia che nel m secolo a.C. il centro marso con la sua touta era retto due meddices della locale famiglia marsa dei Paquii; dalla stessa sappiamo, inoltre, che un censore o centurione romano Caius Cominius, era presente nell'oppidum per il reclutamento delle truppe militari dei socii marsi. Al termine della prima metà del i secolo a.C., l'insediamento fortificato divenne municipium romano con il nome di Marsi(s) Antino, o piu comunemente Antinum, iscritto nella tribù Sergia; i suoi abitanti detti Marsi Antinates, sono ricordati da Plinio il Vecchio nella lista dei popoli marsi. Dalle iscrizioni di età imperiale, la città e retta da quattuorviri scelti fra le famiglie più importanti locali come i Pomponii e Petronmi, e nuovi arrivati dai vicini municipia (Vertulei) o di origine servile, coine i Novii che daranno alla città ben sei magistrati superiori e le cui fortune vanno ricercate nel possibile sfruttamento degli affioramenti di ferro della Val Roveto.
Oltre alle tradizionali attivita agricole di fondovalle e la probabile coltivazione di fichi, il territorio antinate era ricco di boschi utilizzati dalla locale corporazione dei dendrophori (boscaioli) che sfruttavano le selve dei monti dell'alta Valle del Liri. All'inizio dell'eta medievale, sebbene in decadenza e dopo una contrazione, l'abitato interno accentrato, si dispose dentro il perimetro murario antico rinforzato da torrette-rompitratta "a scudo" nel '200, in vicinanza delle porte ancora in funzione. Nell'interno, al centro sul luogo dell'ex asilo, vi era la pieve di Santo Stefano da cui dipendevano numerose chiese rovetane a conferma della sua probabile funzione diocesana; infatti, nel IV - V secolo probabilmente Antinum fu sede episcopale. Intorno alla città intanto sorgevano le prime comunita monastiche benedettine, come quelle volturnensi documentate nella vicina «inclita valle Sorana» gia nel 744-788.
L'XI secolo vede la presenza nella città medievale dal nome di Civitas Antena, di un esponente minore della famiglia dei Conti dei Marsi, il «Rainaldus filius Obberti de civitate Antena» che appare in donazione a Montecassino del 1060-63 Nel XII secolo il castellum di Civitate Antine si trova inserito, come feudo «in servicio» del valore di quattro militi, nella Contea di Albe, sotto i conti Berardo e Ruggero di Andria, e nella stessa contea rimarrà fino al termine del feudalesimo. Probabilmente l'altura dell'acropoli fu dotata di una torre-cintata con la torre-mastio interna, a pianta quadrata, gia dall'XI secolo, forse da uno dei figli di Oderisio n; questa, risistemata nel '300, e detta ora Torre dei Colonna. Resto notevole di casa-torre medievale (XIII secolo), e la cosiddetta Casa di San Lidano posta in direzione di Porta Nord. Con il Rinascimento, sotto la dominazione dei Colonna, l'abitato si ridusse ad un'area più ristretta fra il vecchio Foro, Porta Flora, Porta Nord e l'acropoli con una recinzione interna dotata di bastioni cilindrici sul finire del '400.
Al termine del '500 l'altura vicino al Foro fu caratterizzata dall'edificazione di un complesso palazzato dei Ferrante. Con le distruzioni dei terremoti dal Settecento al 1915, l'abitato e stato in gran parte alterato dalle ricostruzioni e la stessa parrocchiale di Santo Stefano nel '700 fu riedificata nelle vicinanze del Palazzo Ferrante in localita Banchi. L'altura, ora dominata dalla torre medievale costituiva l'acropoli della città, mentre l'area pianeggiante, ora occupata dai giardinetti pubblici e altre costruzioni vicine, era sede del foro; nelle vicinanze della Porta Nord, era situato un santuario. Il territorio municipale era costituito da gran parte della Val Roveto, forse da San Vincenzo Valle Roveto-Roccavivi a Pescocanale-Monte Termine: infatti, il nome attuale della valle deriva dal toponimo medievale Vallis Urbeti, cioe Vallis Urbis Veteris (Valle della Città Vecchia) riferita alla diruta Antinum in eta altomedievale.
La riscoperta dell'importanza della città si deve al Febonio, ma soprattutto al canonico Francesco De Sanctis che nel 1794 ne descrisse i resti e le iscrizioni. Alla città antica ed alle fonti medievali si dedico Gaetano Squilla nel suo studio del 1966, mentre Lorenzo Quilici nello stesso anno studio in modo completo le testimonianze archeologiche e monumentali della città con la redazione della sua pianta. Gli anni 70 e 80 del Novecento vedono gli studi del Letta, di Letta e D'Amato e dello scrivente con la redazione di una nuova pianta della città.
il 1990 vede i primi interventi mirati della Soprintendenza archeologica d'Abruzzo condotti dalla Cooperativa Archeologica di Firenze sotto la direzione di Andrea Rosario Staffa: il tutto trovo una sua sintesi ed analisi in un convegno della Pro loco del 1990 proprio ad Antino. Gli anni successivi vedono altri interventi della Soprintendenza sotto la direzione di Cinzia Morelli (1992, 1994 e 1999) soprattutto nell'area vicina a Porta Campanile.
L'acropoli e la torre
Sulla modesta altura (quota 909) posta ad est del supposto foro e da localizzare la piccola acropoli cittadina di cui non restano resti antichi visibili dati i notevoli interventi edilizi medievali e successivi evidenziati dalla mozzata torre quadrata trecentesca detta Torre dei Colonna, il mastio del castello-recinto medievale di Antino (n. 8).E' possibile che in quest'altura si possa riconoscere il sito di un piccolo centro fortificato dell'Età del ferro, che precedette l'impianto fortificato della prima età repubblicana e che successivamente divenne sede dell'acropoli cittadina: un fenomeno riscontrabile nella stessa acropoli di Colle di San Nicola di Alba Fucens, probabilmente precedente all'impianto della colonia romana. Per i problemi connessi alla nascita di grandi centri fortificati come Antinum, credo, come gia supposto in miei precedenti studi, che il loro sviluppo in area safina sia collocabile al fenomeno di sinecismo di v secolo a.C. che porto alla creazione degli stati italici repubblicani e quindi di grossi centri distrettuali: non a caso per l'area prossima (Sora), abbiamo per il v secolo la prima menzione di un «Castellum ad lacum Fucinum», un centro certamente di grosse dimensioni tanto da giustificare la cattura di tremila uomini.
Quindi, molto probabilmente il centro marso di Antino con le sue mura e stato creato nel v secolo: non e quindi accettabile pienamente l'ipotesi del Quilici della realizzazione delle mura antinati agli inizi del m secolo a.C. per opera dei Romani. Mura del tipo di Antinum sono documentate in centri marsi sicuramente anteriori al m secolo, come il caso di Milionia (Cesoli di Ortona . dei Marsi) e Rocca Vecchia di Pescina. L'accesso alla città doveva essere nell'antichità principalmente legato alla strada di mezzacosta e non al percorso di fondovalle, sistemato solo in piena età imperiale sotto Traiano.
Molti indizi inducono a ritenere il percorso di mezzacosta come l'unico percorso carrabile dall'età arcaica al i secolo a.C. Infatti, lungo questa strada sono presenti piccoli santuari rupestri (loc. Casale di Civitella Roveto) e quelli dedicati a Vesuna, Angitia (località Colle Angelo e Fonte Flora di Civita d'Antino) ed Hercole (S. Giovanni Valle Roveto Sup.) e le grandi tombe monumentali vicine alla città: ricordiamo la tomba rupestre della liberta Varia Montana e le tombe poste lungo il tratturo che collega Civita d'Antino e Morrea.
LOCALIZZAZIONE TERRITORIALE
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Coordinate
Italy41° 53' 12.5088" N, 13° 28' 17.8716" EIl nome dell'attuale paese deriva dalla sua sovrapposizione all'antico municipium marso di Antinum, da cui la medievale Civitate de Antena. Il significato e legato all'orografia del vecchio nucleo italico, Antina, posto in alto su una grande piattaforma calcarea dominante tutta la Valle Roveto. Il sostrato potrebbe corrispondere all'etrusco ant, "aquila", "vento del Nord", con la formante -i-no, anch'essa di base. Si noti l'accostamento con la città volsca di Antium sul Tirreno (Anzio). L'attuale centro storico e posto su un terrazzo roccioso che domina a nord-est il corso del Liri, con tre alture interne sulle quote 912, 909, 895.
Le origini dell'insediamento vanno ricercate nel VI - V secolo come medio centro fortificato dei Marsi con le sue mura in opera poligonale di n maniera (grandi e medi blocchi di calcare locale composti a secco), lunghe km 1,280 e racchiudenti un'area interna, dotata di tre alture di circa 15 ettari. Da una lamina votiva dedicata a Vesune, proveniente da un santuario posto fuori le mura della città, abbiamo notizia che nel m secolo a.C. il centro marso con la sua touta era retto due meddices della locale famiglia marsa dei Paquii; dalla stessa sappiamo, inoltre, che un censore o centurione romano Caius Cominius, era presente nell'oppidum per il reclutamento delle truppe militari dei socii marsi. Al termine della prima metà del i secolo a.C., l'insediamento fortificato divenne municipium romano con il nome di Marsi(s) Antino, o piu comunemente Antinum, iscritto nella tribù Sergia; i suoi abitanti detti Marsi Antinates, sono ricordati da Plinio il Vecchio nella lista dei popoli marsi. Dalle iscrizioni di età imperiale, la città e retta da quattuorviri scelti fra le famiglie più importanti locali come i Pomponii e Petronmi, e nuovi arrivati dai vicini municipia (Vertulei) o di origine servile, coine i Novii che daranno alla città ben sei magistrati superiori e le cui fortune vanno ricercate nel possibile sfruttamento degli affioramenti di ferro della Val Roveto.
Oltre alle tradizionali attivita agricole di fondovalle e la probabile coltivazione di fichi, il territorio antinate era ricco di boschi utilizzati dalla locale corporazione dei dendrophori (boscaioli) che sfruttavano le selve dei monti dell'alta Valle del Liri. All'inizio dell'eta medievale, sebbene in decadenza e dopo una contrazione, l'abitato interno accentrato, si dispose dentro il perimetro murario antico rinforzato da torrette-rompitratta "a scudo" nel '200, in vicinanza delle porte ancora in funzione. Nell'interno, al centro sul luogo dell'ex asilo, vi era la pieve di Santo Stefano da cui dipendevano numerose chiese rovetane a conferma della sua probabile funzione diocesana; infatti, nel IV - V secolo probabilmente Antinum fu sede episcopale. Intorno alla città intanto sorgevano le prime comunita monastiche benedettine, come quelle volturnensi documentate nella vicina «inclita valle Sorana» gia nel 744-788.
L'XI secolo vede la presenza nella città medievale dal nome di Civitas Antena, di un esponente minore della famiglia dei Conti dei Marsi, il «Rainaldus filius Obberti de civitate Antena» che appare in donazione a Montecassino del 1060-63 Nel XII secolo il castellum di Civitate Antine si trova inserito, come feudo «in servicio» del valore di quattro militi, nella Contea di Albe, sotto i conti Berardo e Ruggero di Andria, e nella stessa contea rimarrà fino al termine del feudalesimo. Probabilmente l'altura dell'acropoli fu dotata di una torre-cintata con la torre-mastio interna, a pianta quadrata, gia dall'XI secolo, forse da uno dei figli di Oderisio n; questa, risistemata nel '300, e detta ora Torre dei Colonna. Resto notevole di casa-torre medievale (XIII secolo), e la cosiddetta Casa di San Lidano posta in direzione di Porta Nord. Con il Rinascimento, sotto la dominazione dei Colonna, l'abitato si ridusse ad un'area più ristretta fra il vecchio Foro, Porta Flora, Porta Nord e l'acropoli con una recinzione interna dotata di bastioni cilindrici sul finire del '400.
Al termine del '500 l'altura vicino al Foro fu caratterizzata dall'edificazione di un complesso palazzato dei Ferrante. Con le distruzioni dei terremoti dal Settecento al 1915, l'abitato e stato in gran parte alterato dalle ricostruzioni e la stessa parrocchiale di Santo Stefano nel '700 fu riedificata nelle vicinanze del Palazzo Ferrante in localita Banchi. L'altura, ora dominata dalla torre medievale costituiva l'acropoli della città, mentre l'area pianeggiante, ora occupata dai giardinetti pubblici e altre costruzioni vicine, era sede del foro; nelle vicinanze della Porta Nord, era situato un santuario. Il territorio municipale era costituito da gran parte della Val Roveto, forse da San Vincenzo Valle Roveto-Roccavivi a Pescocanale-Monte Termine: infatti, il nome attuale della valle deriva dal toponimo medievale Vallis Urbeti, cioe Vallis Urbis Veteris (Valle della Città Vecchia) riferita alla diruta Antinum in eta altomedievale.
La riscoperta dell'importanza della città si deve al Febonio, ma soprattutto al canonico Francesco De Sanctis che nel 1794 ne descrisse i resti e le iscrizioni. Alla città antica ed alle fonti medievali si dedico Gaetano Squilla nel suo studio del 1966, mentre Lorenzo Quilici nello stesso anno studio in modo completo le testimonianze archeologiche e monumentali della città con la redazione della sua pianta. Gli anni 70 e 80 del Novecento vedono gli studi del Letta, di Letta e D'Amato e dello scrivente con la redazione di una nuova pianta della città.
il 1990 vede i primi interventi mirati della Soprintendenza archeologica d'Abruzzo condotti dalla Cooperativa Archeologica di Firenze sotto la direzione di Andrea Rosario Staffa: il tutto trovo una sua sintesi ed analisi in un convegno della Pro loco del 1990 proprio ad Antino. Gli anni successivi vedono altri interventi della Soprintendenza sotto la direzione di Cinzia Morelli (1992, 1994 e 1999) soprattutto nell'area vicina a Porta Campanile.
L'acropoli e la torre
Sulla modesta altura (quota 909) posta ad est del supposto foro e da localizzare la piccola acropoli cittadina di cui non restano resti antichi visibili dati i notevoli interventi edilizi medievali e successivi evidenziati dalla mozzata torre quadrata trecentesca detta Torre dei Colonna, il mastio del castello-recinto medievale di Antino (n. 8).
E' possibile che in quest'altura si possa riconoscere il sito di un piccolo centro fortificato dell'Età del ferro, che precedette l'impianto fortificato della prima età repubblicana e che successivamente divenne sede dell'acropoli cittadina: un fenomeno riscontrabile nella stessa acropoli di Colle di San Nicola di Alba Fucens, probabilmente precedente all'impianto della colonia romana. Per i problemi connessi alla nascita di grandi centri fortificati come Antinum, credo, come gia supposto in miei precedenti studi, che il loro sviluppo in area safina sia collocabile al fenomeno di sinecismo di v secolo a.C. che porto alla creazione degli stati italici repubblicani e quindi di grossi centri distrettuali: non a caso per l'area prossima (Sora), abbiamo per il v secolo la prima menzione di un «Castellum ad lacum Fucinum», un centro certamente di grosse dimensioni tanto da giustificare la cattura di tremila uomini.
Quindi, molto probabilmente il centro marso di Antino con le sue mura e stato creato nel v secolo: non e quindi accettabile pienamente l'ipotesi del Quilici della realizzazione delle mura antinati agli inizi del m secolo a.C. per opera dei Romani. Mura del tipo di Antinum sono documentate in centri marsi sicuramente anteriori al m secolo, come il caso di Milionia (Cesoli di Ortona . dei Marsi) e Rocca Vecchia di Pescina. L'accesso alla città doveva essere nell'antichità principalmente legato alla strada di mezzacosta e non al percorso di fondovalle, sistemato solo in piena età imperiale sotto Traiano.
Molti indizi inducono a ritenere il percorso di mezzacosta come l'unico percorso carrabile dall'età arcaica al i secolo a.C. Infatti, lungo questa strada sono presenti piccoli santuari rupestri (loc. Casale di Civitella Roveto) e quelli dedicati a Vesuna, Angitia (località Colle Angelo e Fonte Flora di Civita d'Antino) ed Hercole (S. Giovanni Valle Roveto Sup.) e le grandi tombe monumentali vicine alla città: ricordiamo la tomba rupestre della liberta Varia Montana e le tombe poste lungo il tratturo che collega Civita d'Antino e Morrea.
Coordinate
Italy41° 57' 25.8336" N, 13° 32' 43.7964" ELe alture del medievale Mons Arditus rivestono particolare importanza nella storia dello sviluppo delle genti di Trasacco con le leggende sulle grotte presenti sul declivio, la toponomastica dei luoghi ed i detti popolari. La sommità del Monte Alto, raggiungibile attraverso una strada antica che dal quartiere di Castelluccio risale il monte attraversando il primo e secondo Vallone, presenta a quota 1084 i resti del centro fortificato della comunità arcaica dei Supinati (ocri Supinas). La sommità, detta "Chiusa grande" o "Monte Mattone", presenta una recinzione muraria con spessore murario di metri 2,40, conservata solo in fondazione e composta da opera poligonale in pietra calcarea locale.
Il muro difensivo circoscrive un'area ovale con perimetro di 400 metri (circa 1,5 ettari interni) con unica porta sul versante nord-est del tipo a corridoio interno obliquo orientato a sud. Nell'interno si notano in superficie numerosi frammenti di tegoloni e ceramica acroma, mentre sul culmine è visibile la cisterna circolare dell'ocre marso riportata alla luce da scavi clandestini degli anni sessanta. Essa, con diametro di metri 3,60 (misurabile per una profondità di 2,60), è ricavata completamente nella roccia con restringimento anulare a gradino in opera incerta (largo 35 cm.) sul fondo: le pareti rocciose, il gradino ed il fondo, presentano tracce del rivestimento idraulico in signino di colore rosso.
All'esterno e nei crolli interni sono i resti di due rocchi di colonne in calcare locale (diam. cm. 28; relative al sistema a verricello), un frammento decorativo di lesena appartenente alla vera della cisterna e una piccola meridiana solare frammentaria. Vecchi ritrovamenti nell'area hanno evidenziato la presenza di vasellame di ceramica ad impasto nero lavorata a tornio, acroma rossiccia, a vernice nera ed ex-voto fittili di età ellenistica che confermano la presenza nelle vicinanze della cisterna di un'area di culto utilizzata dall'età arcaica fino al I secolo a.C. Le necropoli relative a questo abitato fortificato arcaico sono da riconoscere nelle sottostanti località Capo La Croce, nell'interno dell'abitato di Trasacco e nella vicina valletta di S. Rufino.
Scendendo sul crinale del Monte in direzione della torre di Trasacco si nota a quota 860 una piccola altura rocciosa circondata da più fossati ricavati nella roccia. Questa altura, detta "Chiusa piccola", conserva resti di murature in opera incerta medievale relativi ad una grande torre quadrata con piccolo recinto intorno del X-XII secolo: di questa torre-cintata abbiamo menzione nella Cronaca di Farfa nell'anno 999 in cui si dice che Oderisio, figlio del Conte dei Marsi Rainaldo, vi amministrava la giustizia (Chron.Farf., II, 26-27). Continuando a scendere sullo stesso crinale a quota 801 si nota un'altra altura (caratterizzata dalla struttura luminosa della "Madonna Pellegrina") delimitata anch'essa da un fossato sul lato a monte con evidenti resti di un'altra torre quadrata di dimensioni minori ed una vicina piccola cisterna intonacata da signino di colore rosso: si notano i resti di una recinzione muraria sul versante sud, recinzione che doveva scendere ulteriormente fino a raggiungere le prime case del quartiere di Castelluccio.
I numerosi crolli di opera incerta medievale, i frammenti di tegole e ceramica da mensa medievale e il ritrovamento su luogo di un frammento di iscrizione medievale con scritta (Trans)aqua(s), documentano l'esistenza sul luogo del piccolo castello-recinto altomedievale di Trasacco a cui si deve riferire il termine di "Castelluccio", castello-recinto collegato probabilmente con la superiore torre-cintata della "Chiusa piccola" attraverso un muro con camminamento sopraelevato. Di queste due strutture difensive si ha menzione nel documento dell'8 giugno del 1096 relativo alla donazione di Berardo Conte dei Marsi e sua madre Gemma alla chiesa S. Cesidio in cui si parla della "porta del Castello, attraverso la quale ascendiamo alle nostre rocche" (Phoebonius, II, Catal.Episc., 11-12). Legata a questo castello-recinto (Rocca) di Castelluccio era, nel XII secolo, la torre avanzata detta "Torre dei Feboni", inserita ai margini dell'abitato basso di Trasacco posto a contatto con la chiesa dei SS. Cesidio e Rufino.
Gli insediamenti della Vallelonga (Valle Transaquana)
Numerose le testimonianze di età antica ed altomedievale nella Vallelonga, la medievale Valle Transaquana, distribuite sul piano e nelle colline adiacenti. Notevoli i ritrovamenti nella località "Spineto" o "Colle Mariano" (quota 755), situata sotto Valle Castagne e Vallone di Fontignano, relativi ad un vicus italico-romano attestato dal III secolo a.C. fino al V secolo d.C. con edifici in opera poligonale ed in opera incerta con porticati anteriori dotati di colonne a fusto liscio con base modanata e capitello tuscanico. Nel centro del villaggio emerge una grossa area cultuale intaccata sul lato sud dal Fossato Rosa, il medievale Rivus Carnellus. Si tratta di un grande santuario dedicato ad Ercole Iovio posto lungo il percorso di uno degli assi principali della centuriazione romana della Vallelonga (ora "Via Forestiera" o "Via Pecorale" che metteva in comunicazione il Vicus F(i)stanienses con il villaggio di Spineto ed altre con i vici di Collelongo e Villavallelonga. Alla necropoli relativa alla strada appartengono diverse stele sepolcrali a forma di porta timpanata conservate a Trasacco e Collelongo.
Del santuario sono ora visibili le tracce di un podio in opera quadrata, lastre modanate del podio, basi di colonne in calcare e una grande cisterna affiancata al tempio con rivestimento interno in opera quadrata con tracce di opus signinum (foderatura con intonaco idraulico). A nord della cisterna, su un'area di circa 0,5 ettari, scavi clandestini hanno riportato alla luce e disperso più depositi votivi del santuario: in superficie si notano numerosi frammenti di ex-voto fittili relativi a parti anatomiche, statuine femminili di offerenti e di animali, teste velate, piattelli e coppette di vernice nera di III-II secolo a.C. Dalla stessa area viene una piccola base di ex-voto con iscrizione C. Atieius / T. f. Hercol(e) databile sul finire del III secolo a.C.: altre due iscrizioni del santuario furono riutilizzate nella costruzione della chiesa di S. Martino posta sopra il Colle ononimo come quella di T.Vareci(os) / Herclo I(ovio) / donom (dedet) /(l)ube(n)s / mere(to) e la iscrizione a grandi lettere (- - -To)rinius(- - -). Del santuario abbiamo per l'età imperiale opere di ripristino e di restauro del teatro ad opera di magistri Herculis di condizione servile come documentato da due iscrizioni trovate nell'ottocento e conservate a Trasacco (CIL IX, 3857 e Letta-D'Amato, 143).
Sul sovrastante Colle S. Martino a quota 905 sono i resti della chiesa e del monastero benedettino di Sancti Martini in Vallem Transaquanam, documentato a partire dal 970-975 ed appartenente alla prepositura cassinese di Sancta Maria in Luco (Chron.Casin., II, 7). Nell'anno 1313 il monastero era tenuto dal priore farfense Benedetto ed è definito Sancti Martini super Vallem Transaquanam (Chron.Farf., II, 278-279).
Il 3 giugno 1588 il Monastero fu abbandonato dai monaci benedettini della prepositura cassinese di Luco, mentre la chiesa passò fra i possessi della Diocesi dei Marsi ed assegnata alla collegiata ed abazia di S. Cesidio Sulla sommità della quota 905 sono i resti di fondazioni della chiesetta ad unica navata con ingresso a sud, mentre sulla valletta del declivio a sud si notano resti murari consistenti di un monastero-torre a pianta rettangolare dotato di feritoie verticali architravate ("arciere"): il monastero presenta numerosi scavi clandestini che hanno riportato alla luce una cisterna circolare medievale intonacata internamente da opera signina e diversi loculi sepolcrali sottopavimentali.Il ritrovamento delle iscrizioni di Ercole Iovio, una colonna e grandi blocchi squadrati documentano il riutilizzo medievale di materiali lapidei provenienti dal santuario sottostante di Ercole Iovio di Colle Mariano.
Sul vicino Colle Torazzo ("Torrozzo") posto ad ovest di Colle S. Martino, sulla quota 930, si riconoscono i resti di una struttura difensiva medievale (torre-cintata?) a pianta a "cassa da morto" (metri 20X10 circa) con muri in opera incerta composta da medi blocchi di calcare locale.
Si notano all'interno crolli murari e frammenti di tegole, mentre all'esterno, sul versante ovest, sono altri crolli di edifici intaccati da scavi clandestini che hanno riportato alla luce una cisterna circolare intonacata all'interno da opera signina di colore rosso.
La torre-cintata è da mettere in relazione alla sottostante comunità rurale della località Panzano.Andando sulla valle verso Luco in località S. Angelo e Passarano sono visibili diversi resti murari relativi al Vicus F(i)staniensis, villaggio documentato da una iscrizione di età imperiale (CIL IX, 3856).
I resti meglio conservati sono concentrati soprattutto in località Passarano (quota 670) con una grande cisterna rettangolare in opera cementizia e muro di terrazzamento in opera poligonale visibili sui terreni posti a nord-ovest della stradina che supera il ponte di S. Angelo, ai margini del Rio Carnello.
Nelle vicinanze della cisterna sono venuti alla luce in passato un frammento di statua maschile togata e tubi di piombo, mentre recentemente sono stati reperiti materiali votivi relativi ad un vicino santuario italico-romano: si segnalano soprattutto bronzetti di Ercole, monete di bronzo e vasetti miniaturistici a vernice nera.
Più oltre, sempre lungo la stessa strada, sono documentati edifici in opera incerta, terrazzamenti in opera poligonale, pavimenti in cocciopesto decorato da inserzioni di tessere in pietra, un nucleo in opera cementizia, transenne marmoree, colonne e capitelli in stile tuscanico, bassorilievo con testa di figura femminile, anfore vinarie e ceramica a vernice nera, acroma e sigillata africana: sotto alcuni edifici si rinvennero anche tumuli sepolcrali relativi a tombe arcaiche.In passato, in un terreno a quota 671, furono rinvenuti ex-voto relativi ad una stipe votiva di V-III secolo a.C. con bronzi di Ercole, vasetti miniaturistici ad impasto, monete bronzee della Magna Grecia e romano-campane, è un bellissimo bronzo di Marte combattente di produzione umbra del V secolo a.C. (ora nella Collezione Cianciusi di Collelongo). Nel luogo è attestata nell'altomedioevo la curtem Transaquas con le chiese di S. Maria in Transaquas (o in Passarano) e Sancti Angeli in Transaque. Delle due chiese non rimangono resti visibili: il solo toponimo ("Passarano") per la prima e il "Pozzo S. Angelo" per la seconda; solo alcune fibule e frammenti ceramici relativi a ceramica acroma ed invetriata altomedievali segnalano la presenza della curtis longobarda sul sito della grande cisterna presso il Ponte di S. Angelo.
Delle altre strutture emergenti della Vallelonga sono da segnalare: i resti di un faro cilindrico borbonico a quota 669 lungo la Provinciale Luco-Trasacco, faro relativo alla rimessa di barche di Padule; resti di tombe monumentali (tombe a camera quadrata con copertura a volta) della località Volpare, lungo la vecchia circonfucense romana che entrava a Supinum per Via Acqua dei Santi; le strutture murarie rinvenute recentemente sotto il Primo Vallone di Monte Labbrone relative ad una villa rustica romana dotata di impianto idraulico e sistema di riscaldamento (si riconosce una cisterna a pianta rettangolare con copertura a volta e muratura in opera cementizia ed un piccolo ambiente adiacente dotato di suspensurae fittili.LOCALIZZAZIONE TERRITORIALE
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Italy41° 57' 25.8336" N, 13° 32' 43.7964" ELe alture del medievale Mons Arditus rivestono particolare importanza nella storia dello sviluppo delle genti di Trasacco con le leggende sulle grotte presenti sul declivio, la toponomastica dei luoghi ed i detti popolari. La sommità del Monte Alto, raggiungibile attraverso una strada antica che dal quartiere di Castelluccio risale il monte attraversando il primo e secondo Vallone, presenta a quota 1084 i resti del centro fortificato della comunità arcaica dei Supinati (ocri Supinas). La sommità, detta "Chiusa grande" o "Monte Mattone", presenta una recinzione muraria con spessore murario di metri 2,40, conservata solo in fondazione e composta da opera poligonale in pietra calcarea locale.
Il muro difensivo circoscrive un'area ovale con perimetro di 400 metri (circa 1,5 ettari interni) con unica porta sul versante nord-est del tipo a corridoio interno obliquo orientato a sud. Nell'interno si notano in superficie numerosi frammenti di tegoloni e ceramica acroma, mentre sul culmine è visibile la cisterna circolare dell'ocre marso riportata alla luce da scavi clandestini degli anni sessanta. Essa, con diametro di metri 3,60 (misurabile per una profondità di 2,60), è ricavata completamente nella roccia con restringimento anulare a gradino in opera incerta (largo 35 cm.) sul fondo: le pareti rocciose, il gradino ed il fondo, presentano tracce del rivestimento idraulico in signino di colore rosso.
All'esterno e nei crolli interni sono i resti di due rocchi di colonne in calcare locale (diam. cm. 28; relative al sistema a verricello), un frammento decorativo di lesena appartenente alla vera della cisterna e una piccola meridiana solare frammentaria. Vecchi ritrovamenti nell'area hanno evidenziato la presenza di vasellame di ceramica ad impasto nero lavorata a tornio, acroma rossiccia, a vernice nera ed ex-voto fittili di età ellenistica che confermano la presenza nelle vicinanze della cisterna di un'area di culto utilizzata dall'età arcaica fino al I secolo a.C. Le necropoli relative a questo abitato fortificato arcaico sono da riconoscere nelle sottostanti località Capo La Croce, nell'interno dell'abitato di Trasacco e nella vicina valletta di S. Rufino.
Scendendo sul crinale del Monte in direzione della torre di Trasacco si nota a quota 860 una piccola altura rocciosa circondata da più fossati ricavati nella roccia. Questa altura, detta "Chiusa piccola", conserva resti di murature in opera incerta medievale relativi ad una grande torre quadrata con piccolo recinto intorno del X-XII secolo: di questa torre-cintata abbiamo menzione nella Cronaca di Farfa nell'anno 999 in cui si dice che Oderisio, figlio del Conte dei Marsi Rainaldo, vi amministrava la giustizia (Chron.Farf., II, 26-27). Continuando a scendere sullo stesso crinale a quota 801 si nota un'altra altura (caratterizzata dalla struttura luminosa della "Madonna Pellegrina") delimitata anch'essa da un fossato sul lato a monte con evidenti resti di un'altra torre quadrata di dimensioni minori ed una vicina piccola cisterna intonacata da signino di colore rosso: si notano i resti di una recinzione muraria sul versante sud, recinzione che doveva scendere ulteriormente fino a raggiungere le prime case del quartiere di Castelluccio.
I numerosi crolli di opera incerta medievale, i frammenti di tegole e ceramica da mensa medievale e il ritrovamento su luogo di un frammento di iscrizione medievale con scritta (Trans)aqua(s), documentano l'esistenza sul luogo del piccolo castello-recinto altomedievale di Trasacco a cui si deve riferire il termine di "Castelluccio", castello-recinto collegato probabilmente con la superiore torre-cintata della "Chiusa piccola" attraverso un muro con camminamento sopraelevato. Di queste due strutture difensive si ha menzione nel documento dell'8 giugno del 1096 relativo alla donazione di Berardo Conte dei Marsi e sua madre Gemma alla chiesa S. Cesidio in cui si parla della "porta del Castello, attraverso la quale ascendiamo alle nostre rocche" (Phoebonius, II, Catal.Episc., 11-12). Legata a questo castello-recinto (Rocca) di Castelluccio era, nel XII secolo, la torre avanzata detta "Torre dei Feboni", inserita ai margini dell'abitato basso di Trasacco posto a contatto con la chiesa dei SS. Cesidio e Rufino.
Gli insediamenti della Vallelonga (Valle Transaquana)
Numerose le testimonianze di età antica ed altomedievale nella Vallelonga, la medievale Valle Transaquana, distribuite sul piano e nelle colline adiacenti. Notevoli i ritrovamenti nella località "Spineto" o "Colle Mariano" (quota 755), situata sotto Valle Castagne e Vallone di Fontignano, relativi ad un vicus italico-romano attestato dal III secolo a.C. fino al V secolo d.C. con edifici in opera poligonale ed in opera incerta con porticati anteriori dotati di colonne a fusto liscio con base modanata e capitello tuscanico. Nel centro del villaggio emerge una grossa area cultuale intaccata sul lato sud dal Fossato Rosa, il medievale Rivus Carnellus. Si tratta di un grande santuario dedicato ad Ercole Iovio posto lungo il percorso di uno degli assi principali della centuriazione romana della Vallelonga (ora "Via Forestiera" o "Via Pecorale" che metteva in comunicazione il Vicus F(i)stanienses con il villaggio di Spineto ed altre con i vici di Collelongo e Villavallelonga. Alla necropoli relativa alla strada appartengono diverse stele sepolcrali a forma di porta timpanata conservate a Trasacco e Collelongo.
Del santuario sono ora visibili le tracce di un podio in opera quadrata, lastre modanate del podio, basi di colonne in calcare e una grande cisterna affiancata al tempio con rivestimento interno in opera quadrata con tracce di opus signinum (foderatura con intonaco idraulico). A nord della cisterna, su un'area di circa 0,5 ettari, scavi clandestini hanno riportato alla luce e disperso più depositi votivi del santuario: in superficie si notano numerosi frammenti di ex-voto fittili relativi a parti anatomiche, statuine femminili di offerenti e di animali, teste velate, piattelli e coppette di vernice nera di III-II secolo a.C. Dalla stessa area viene una piccola base di ex-voto con iscrizione C. Atieius / T. f. Hercol(e) databile sul finire del III secolo a.C.: altre due iscrizioni del santuario furono riutilizzate nella costruzione della chiesa di S. Martino posta sopra il Colle ononimo come quella di T.Vareci(os) / Herclo I(ovio) / donom (dedet) /(l)ube(n)s / mere(to) e la iscrizione a grandi lettere (- - -To)rinius(- - -). Del santuario abbiamo per l'età imperiale opere di ripristino e di restauro del teatro ad opera di magistri Herculis di condizione servile come documentato da due iscrizioni trovate nell'ottocento e conservate a Trasacco (CIL IX, 3857 e Letta-D'Amato, 143).
Sul sovrastante Colle S. Martino a quota 905 sono i resti della chiesa e del monastero benedettino di Sancti Martini in Vallem Transaquanam, documentato a partire dal 970-975 ed appartenente alla prepositura cassinese di Sancta Maria in Luco (Chron.Casin., II, 7). Nell'anno 1313 il monastero era tenuto dal priore farfense Benedetto ed è definito Sancti Martini super Vallem Transaquanam (Chron.Farf., II, 278-279).
Il 3 giugno 1588 il Monastero fu abbandonato dai monaci benedettini della prepositura cassinese di Luco, mentre la chiesa passò fra i possessi della Diocesi dei Marsi ed assegnata alla collegiata ed abazia di S. Cesidio Sulla sommità della quota 905 sono i resti di fondazioni della chiesetta ad unica navata con ingresso a sud, mentre sulla valletta del declivio a sud si notano resti murari consistenti di un monastero-torre a pianta rettangolare dotato di feritoie verticali architravate ("arciere"): il monastero presenta numerosi scavi clandestini che hanno riportato alla luce una cisterna circolare medievale intonacata internamente da opera signina e diversi loculi sepolcrali sottopavimentali.
Il ritrovamento delle iscrizioni di Ercole Iovio, una colonna e grandi blocchi squadrati documentano il riutilizzo medievale di materiali lapidei provenienti dal santuario sottostante di Ercole Iovio di Colle Mariano.
Sul vicino Colle Torazzo ("Torrozzo") posto ad ovest di Colle S. Martino, sulla quota 930, si riconoscono i resti di una struttura difensiva medievale (torre-cintata?) a pianta a "cassa da morto" (metri 20X10 circa) con muri in opera incerta composta da medi blocchi di calcare locale.
Si notano all'interno crolli murari e frammenti di tegole, mentre all'esterno, sul versante ovest, sono altri crolli di edifici intaccati da scavi clandestini che hanno riportato alla luce una cisterna circolare intonacata all'interno da opera signina di colore rosso.
La torre-cintata è da mettere in relazione alla sottostante comunità rurale della località Panzano.
Andando sulla valle verso Luco in località S. Angelo e Passarano sono visibili diversi resti murari relativi al Vicus F(i)staniensis, villaggio documentato da una iscrizione di età imperiale (CIL IX, 3856).
I resti meglio conservati sono concentrati soprattutto in località Passarano (quota 670) con una grande cisterna rettangolare in opera cementizia e muro di terrazzamento in opera poligonale visibili sui terreni posti a nord-ovest della stradina che supera il ponte di S. Angelo, ai margini del Rio Carnello.
Nelle vicinanze della cisterna sono venuti alla luce in passato un frammento di statua maschile togata e tubi di piombo, mentre recentemente sono stati reperiti materiali votivi relativi ad un vicino santuario italico-romano: si segnalano soprattutto bronzetti di Ercole, monete di bronzo e vasetti miniaturistici a vernice nera.
Più oltre, sempre lungo la stessa strada, sono documentati edifici in opera incerta, terrazzamenti in opera poligonale, pavimenti in cocciopesto decorato da inserzioni di tessere in pietra, un nucleo in opera cementizia, transenne marmoree, colonne e capitelli in stile tuscanico, bassorilievo con testa di figura femminile, anfore vinarie e ceramica a vernice nera, acroma e sigillata africana: sotto alcuni edifici si rinvennero anche tumuli sepolcrali relativi a tombe arcaiche.
In passato, in un terreno a quota 671, furono rinvenuti ex-voto relativi ad una stipe votiva di V-III secolo a.C. con bronzi di Ercole, vasetti miniaturistici ad impasto, monete bronzee della Magna Grecia e romano-campane, è un bellissimo bronzo di Marte combattente di produzione umbra del V secolo a.C. (ora nella Collezione Cianciusi di Collelongo). Nel luogo è attestata nell'altomedioevo la curtem Transaquas con le chiese di S. Maria in Transaquas (o in Passarano) e Sancti Angeli in Transaque. Delle due chiese non rimangono resti visibili: il solo toponimo ("Passarano") per la prima e il "Pozzo S. Angelo" per la seconda; solo alcune fibule e frammenti ceramici relativi a ceramica acroma ed invetriata altomedievali segnalano la presenza della curtis longobarda sul sito della grande cisterna presso il Ponte di S. Angelo.
Delle altre strutture emergenti della Vallelonga sono da segnalare: i resti di un faro cilindrico borbonico a quota 669 lungo la Provinciale Luco-Trasacco, faro relativo alla rimessa di barche di Padule; resti di tombe monumentali (tombe a camera quadrata con copertura a volta) della località Volpare, lungo la vecchia circonfucense romana che entrava a Supinum per Via Acqua dei Santi; le strutture murarie rinvenute recentemente sotto il Primo Vallone di Monte Labbrone relative ad una villa rustica romana dotata di impianto idraulico e sistema di riscaldamento (si riconosce una cisterna a pianta rettangolare con copertura a volta e muratura in opera cementizia ed un piccolo ambiente adiacente dotato di suspensurae fittili.
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Italy41° 58' 5.8692" N, 13° 27' 31.9464" EDella recinzione muraria della città di Angizia-Anxa realizzata nel IV secolo a.C. con l'uso di grandi blocchi poligonali di calcare locale messi in opera a secco, rimangono numerosi resti concentrati sotto il "Casotto di Lustro" (Casa Cantoniera di Torlonia) lungo la Via Circonfucense, sull'altura del Monte Penna e di fronte al Cimitero. Sotto il Cimitero, sul versante sud della recinzione muraria, è visibile la "Porta del Cimitero", l'unico ingresso ben conservato della città antica composto da due ali rientranti di muro che formano un corridoio difensivo interno; sulla faccia sinistra è visibile un incavo relativo al sistema di chiusura della porta. Il recinto murario di Angizia, insieme a quello di Alba Fucens, rappresenta uno dei più antichi e raffinati esempi dell'architettura difensiva italica in Abruzzo.
Gli attuali scavi della Soprintendenza Archeologica d'Abruzzo, diretti dalla dott.sa Adele Campanelli, hanno riportato alla luce: una serie di due ambienti artigianali del IIIIl secolo a.C., relativi probabilmente a ceramisti, posti vicino alla "Porta della Provinciale"; resti di costruzioni monumentali in opera poligonale sotto il cimitero, forse riferibili al Foro; un grande tempio italico-romano a due celle su alto podio di età augustea nella località "Il Tesoro" con vicini ambienti di servizio, porticati ed una piccola cisterna.
L'impianto urbano della città si sviluppa su una superficie di circa 30 ettari racchiusa da una cinta muraria in opera poligonale di III e IV maniera, lunga circa 2,400 Km e su cui si aprivano ben cinque porte ed una posterla. La conformazione orografica condizionò fortemente l'impianto urbano compreso fra le alture del Monte Penna e le rive del Lago Fucino, con la necessaria disposizione di lunghe terrazze longitudinali, ad orientamento nord/ovest sud/est, degradanti sul pendio roccioso prospiciente il lago.
Una disposizione scenografica di ascendenza ellenistica molto legata alle grandi aree cultuali e visibile compiutamente solo dal lago Fucino; quindi una città perilacustre strettamente connessa con il lago e la circonfucense. Essa doveva apparire in antico, ad un eventuale osservatore posto su una barca ad un chilometro di distanza, come una città prospettica con le mura orientali in primo piano bagnate dalle escrescenze del Fucino alla base, la lunga sequenza delle terrazze parallele interrotte ad intervalli regolari dai fossi di scolo trasversali e dalle scalinate di accesso e le tre acropoli sommitali dotate di edifici templari ed un probabile teatro sulla acropoli maggiore. Sulla sinistra il corso del "Fossato", una ulteriore difesa naturale per la città, e la necropoli con tombe monumentali. Sulla destra il santuario della dea Angitia e, appena fuori le mura settentrionali e sul fronte delle mura orientali, il porto con molo frontale dotato di una scalinata, a settentrione, e diversi lunghi moli sul fronte.
Dopo il porto, a circa 700 metri dalle mura urbane e su un poggio roccioso, il santuario del dio Fucino sovrastante l'inghiottitoio naturale del Fucino, l'os PitonE'ae (ora "Petogna") (CIL, IX, 3ose in località Casella di Pescina, ma proveniente dalla Petogna di Luco: vedi FABRETTI 1683): C. Gavius. L /f.C. Veredius / C.f.Mesalla / Fucino.v.s. / 1.m. Una visione reale dell'aspetto di Anxa-Angitia ci è data da un frammento di altorilievo della Collezione Torlonia raffigurante la città scoperto nella discenderia maggiore del coronamento alto dell' Emissario claudiano del Fucino sopra l'Incile.
L'altorilievo raffigura una città caratterizzata da una recinzione in opera quadrata, grandi terrazzamenti longitudinali, interrotti da fossati verticali che sono sormontati da pontili, con edifici in opera poligonale e reticolata: sulla sinistra, in alto, si riconosce un anfiteatro o teatro?, mentre, fuori le mura sulla destra, diversi edifici immersi nel bosco e un probabile santuario (al dio Fucino?). Sin dal momento del suo ritrovamento la città raffigurata fu ritenuta Angizia per le caratteristiche del suo impianto su forte pendio e la presenza dei scoli verticali con pontili, non necessari negli altri centri fucensi (Alba e Marruvio) ad impianto su dolce declivio. Attualmente il frammento è conservato nella Collezione Torlonia al Museo di Chieti, in attesa di essere riportato nella sua sede originale...
Per approfondimenti su Anxa - Angitia visitare la sezione storia di Luco Dei Marsi>>
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Italy41° 58' 5.8692" N, 13° 27' 31.9464" EDella recinzione muraria della città di Angizia-Anxa realizzata nel IV secolo a.C. con l'uso di grandi blocchi poligonali di calcare locale messi in opera a secco, rimangono numerosi resti concentrati sotto il "Casotto di Lustro" (Casa Cantoniera di Torlonia) lungo la Via Circonfucense, sull'altura del Monte Penna e di fronte al Cimitero. Sotto il Cimitero, sul versante sud della recinzione muraria, è visibile la "Porta del Cimitero", l'unico ingresso ben conservato della città antica composto da due ali rientranti di muro che formano un corridoio difensivo interno; sulla faccia sinistra è visibile un incavo relativo al sistema di chiusura della porta. Il recinto murario di Angizia, insieme a quello di Alba Fucens, rappresenta uno dei più antichi e raffinati esempi dell'architettura difensiva italica in Abruzzo.
Gli attuali scavi della Soprintendenza Archeologica d'Abruzzo, diretti dalla dott.sa Adele Campanelli, hanno riportato alla luce: una serie di due ambienti artigianali del IIIIl secolo a.C., relativi probabilmente a ceramisti, posti vicino alla "Porta della Provinciale"; resti di costruzioni monumentali in opera poligonale sotto il cimitero, forse riferibili al Foro; un grande tempio italico-romano a due celle su alto podio di età augustea nella località "Il Tesoro" con vicini ambienti di servizio, porticati ed una piccola cisterna.
L'impianto urbano della città si sviluppa su una superficie di circa 30 ettari racchiusa da una cinta muraria in opera poligonale di III e IV maniera, lunga circa 2,400 Km e su cui si aprivano ben cinque porte ed una posterla. La conformazione orografica condizionò fortemente l'impianto urbano compreso fra le alture del Monte Penna e le rive del Lago Fucino, con la necessaria disposizione di lunghe terrazze longitudinali, ad orientamento nord/ovest sud/est, degradanti sul pendio roccioso prospiciente il lago.
Una disposizione scenografica di ascendenza ellenistica molto legata alle grandi aree cultuali e visibile compiutamente solo dal lago Fucino; quindi una città perilacustre strettamente connessa con il lago e la circonfucense. Essa doveva apparire in antico, ad un eventuale osservatore posto su una barca ad un chilometro di distanza, come una città prospettica con le mura orientali in primo piano bagnate dalle escrescenze del Fucino alla base, la lunga sequenza delle terrazze parallele interrotte ad intervalli regolari dai fossi di scolo trasversali e dalle scalinate di accesso e le tre acropoli sommitali dotate di edifici templari ed un probabile teatro sulla acropoli maggiore. Sulla sinistra il corso del "Fossato", una ulteriore difesa naturale per la città, e la necropoli con tombe monumentali. Sulla destra il santuario della dea Angitia e, appena fuori le mura settentrionali e sul fronte delle mura orientali, il porto con molo frontale dotato di una scalinata, a settentrione, e diversi lunghi moli sul fronte.
Dopo il porto, a circa 700 metri dalle mura urbane e su un poggio roccioso, il santuario del dio Fucino sovrastante l'inghiottitoio naturale del Fucino, l'os PitonE'ae (ora "Petogna") (CIL, IX, 3ose in località Casella di Pescina, ma proveniente dalla Petogna di Luco: vedi FABRETTI 1683): C. Gavius. L /f.C. Veredius / C.f.Mesalla / Fucino.v.s. / 1.m. Una visione reale dell'aspetto di Anxa-Angitia ci è data da un frammento di altorilievo della Collezione Torlonia raffigurante la città scoperto nella discenderia maggiore del coronamento alto dell' Emissario claudiano del Fucino sopra l'Incile.
L'altorilievo raffigura una città caratterizzata da una recinzione in opera quadrata, grandi terrazzamenti longitudinali, interrotti da fossati verticali che sono sormontati da pontili, con edifici in opera poligonale e reticolata: sulla sinistra, in alto, si riconosce un anfiteatro o teatro?, mentre, fuori le mura sulla destra, diversi edifici immersi nel bosco e un probabile santuario (al dio Fucino?). Sin dal momento del suo ritrovamento la città raffigurata fu ritenuta Angizia per le caratteristiche del suo impianto su forte pendio e la presenza dei scoli verticali con pontili, non necessari negli altri centri fucensi (Alba e Marruvio) ad impianto su dolce declivio. Attualmente il frammento è conservato nella Collezione Torlonia al Museo di Chieti, in attesa di essere riportato nella sua sede originale...
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Italy42° 3' 11.5632" N, 13° 31' 33.4992" ELo scavo del sito di Celano "Le Paludi" ha avuto inizio nel 1985, dopo la segnalazione, nell'anno precedente, della presenza di materiale archeologico rinvenuto in occasione dell'impianto di un laghetto per la pesca sportiva (IRTI 1984). A partire da quell'anno fino al 1989 sono state effettuate continue campagne di scavo che hanno man mano ampliato L'area in esame, portandola ad una estensione di circa 2500 mq . L'esplorazione di una cosi vasta superficie ha reso possibile il rinvenimento dei resti di decine e decine di pali lignei riconducibili ad un insediamento palafitticolo dell'eca del Bronzo Finale. Oltre a questo livello di frequentazione sono emerse anche tre tombe a tumulo delimitate dal caratteristico circolo di pietre calcaree infisse nel terreno. Le sepolture, databili anch'esse al Bronzo Finale, sono caratterizzate dalla presenza di un cassone ligneo entro il quale era stato deposto il corpo del defunto insieme al corredo personale.
Dopo una lunga interruzione, nell'estate del 1996 (luglio-settembre) si e ripresa l'indagine archeologica' sul sito: e stato possibile, cosi, scavare una nuova tomba già individuata negli anni passati. Nella medesima occasione si e ampliato il settore orientale dello scavo (quadrati A-B-C-D6) per poter proseguire nell'esplorazione del villaggio palafitticolo. Nel 1998 una nuova campagna di scavi ha permesso, infine, di ampliare ulteriormente l'area indagata che ha portato al rinvenimento di una ulteriore porzione di insediamento ed alla scoperta di altri tre circoli funerari. In questa sede verra illustrato lo scavo '96, ancora inedito, e lo scavo '98 che ha ulteriormente chiarito le evidenze rinvenute allora ma non prima di aver passato in rassegna, rapidamente, il quadro emerso in precedenza, partendo dai reperti rinvenuti per proseguire con una breve panoramica sui pali e le problematiche inerenti.
Lo scavo e stato condotto per tagli di profondità predeterminata (10-15 cm) che hanno raggiunto il livello di ghiaie basali solo in una zona dell'area indagata (nell'area della tomba 1 con i quadrati Dl, El, E2). Nel resto dei quadrati si e deciso di esplorare solo i livelli superficiali del deposito antropico per non pregiudicare l'integrità dei pali (che sarebbero rimasti senza la protezione della terra) e per affrontare, in un secondo momento, l'indagine archeologica con mezzi adeguati e in condizioni ottimali per la comprensione e la documentazione dei fenomeni deposizionali. Al livello del taglio 1 e stato rinvenuto abbondante materiale ceramico e bronzeo oltre a grossi frammenti di fornelli e di alari. Tutti questi reperti, attribuibili al Bronzo Finale tranne poche eccezioni, provengono dai quadrati prospicienti le 4 tombe e dall'area posta immediatamente a nord di esse.
Il taglio 2, che ugualmente porta alla luce numerosi oggetti in Bronzo, mostra una concentrazione di materiale nei quadrati settentrionali allineati lungo il margine dello scavo e nella fascia nord-orientale. Questa tendenza e confermata, sempre nella medesima fascia, anche dalla dispersione dei reperti che si riscontra nel taglio 3. Gli oggetti ceramici e bronzei diminuiscono, invece, nei tagli 4 e 5 ma si concentrano in q D 1 e in q D5 (dove sono stati effettuati dei saggi di approfondimento volti a verificare l'esistenza di livelli di frequentazione più antica)....
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Italy42° 3' 11.5632" N, 13° 31' 33.4992" ELo scavo del sito di Celano "Le Paludi" ha avuto inizio nel 1985, dopo la segnalazione, nell'anno precedente, della presenza di materiale archeologico rinvenuto in occasione dell'impianto di un laghetto per la pesca sportiva (IRTI 1984). A partire da quell'anno fino al 1989 sono state effettuate continue campagne di scavo che hanno man mano ampliato L'area in esame, portandola ad una estensione di circa 2500 mq . L'esplorazione di una cosi vasta superficie ha reso possibile il rinvenimento dei resti di decine e decine di pali lignei riconducibili ad un insediamento palafitticolo dell'eca del Bronzo Finale. Oltre a questo livello di frequentazione sono emerse anche tre tombe a tumulo delimitate dal caratteristico circolo di pietre calcaree infisse nel terreno. Le sepolture, databili anch'esse al Bronzo Finale, sono caratterizzate dalla presenza di un cassone ligneo entro il quale era stato deposto il corpo del defunto insieme al corredo personale.
Dopo una lunga interruzione, nell'estate del 1996 (luglio-settembre) si e ripresa l'indagine archeologica' sul sito: e stato possibile, cosi, scavare una nuova tomba già individuata negli anni passati. Nella medesima occasione si e ampliato il settore orientale dello scavo (quadrati A-B-C-D6) per poter proseguire nell'esplorazione del villaggio palafitticolo. Nel 1998 una nuova campagna di scavi ha permesso, infine, di ampliare ulteriormente l'area indagata che ha portato al rinvenimento di una ulteriore porzione di insediamento ed alla scoperta di altri tre circoli funerari. In questa sede verra illustrato lo scavo '96, ancora inedito, e lo scavo '98 che ha ulteriormente chiarito le evidenze rinvenute allora ma non prima di aver passato in rassegna, rapidamente, il quadro emerso in precedenza, partendo dai reperti rinvenuti per proseguire con una breve panoramica sui pali e le problematiche inerenti.
Lo scavo e stato condotto per tagli di profondità predeterminata (10-15 cm) che hanno raggiunto il livello di ghiaie basali solo in una zona dell'area indagata (nell'area della tomba 1 con i quadrati Dl, El, E2). Nel resto dei quadrati si e deciso di esplorare solo i livelli superficiali del deposito antropico per non pregiudicare l'integrità dei pali (che sarebbero rimasti senza la protezione della terra) e per affrontare, in un secondo momento, l'indagine archeologica con mezzi adeguati e in condizioni ottimali per la comprensione e la documentazione dei fenomeni deposizionali. Al livello del taglio 1 e stato rinvenuto abbondante materiale ceramico e bronzeo oltre a grossi frammenti di fornelli e di alari. Tutti questi reperti, attribuibili al Bronzo Finale tranne poche eccezioni, provengono dai quadrati prospicienti le 4 tombe e dall'area posta immediatamente a nord di esse.
Il taglio 2, che ugualmente porta alla luce numerosi oggetti in Bronzo, mostra una concentrazione di materiale nei quadrati settentrionali allineati lungo il margine dello scavo e nella fascia nord-orientale. Questa tendenza e confermata, sempre nella medesima fascia, anche dalla dispersione dei reperti che si riscontra nel taglio 3. Gli oggetti ceramici e bronzei diminuiscono, invece, nei tagli 4 e 5 ma si concentrano in q D 1 e in q D5 (dove sono stati effettuati dei saggi di approfondimento volti a verificare l'esistenza di livelli di frequentazione più antica)....
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Italy42° 7' 17.382" N, 13° 30' 53.3304" ELa piana, dirimpetto all'abitato di San Potito, e' un alveo naturale, a forma di zoccolo rovesciato, aperto a Sud, verso il Fucino, sul lato di Colle Bernardo.
Sidistende per oltre 15 ettari e comprende le località Pie' del Pago ad Ovest, Arduccia e Vicennee a Nord, e Piano dei Santi, la parte più vasta. Ad Anfiteatro, stanno intorno la Selva del Pago, la Sterpaia delle Pozzolette, il Valico di Ovindoli, il Costone del Colle sul quale e' edificato San Potito, e i Cesoni di Monte Faito. La piana e, solcata a Levante dal Fosso di Ovindoli nel quale si riversa il torrente di Capo La Valle, e a Ponente dalla Forma del Pago, che raccoglie il fossato della sorgiva intermittente di Capo d'Acqua, in località Arduccia, quando essa riemerge.L'impluvio comunque avviene ad Est di Colle Bernardo, ove si forma un solo corso d'acqua, detto Rio di San Potito. L'impluvio, in passato, si diceva Peschiera. Della piana di San Potito, la contrada piu' estesa è Piano dei Santi. Ne costituisce quasi la meta', e risulta dalla riunione di vari appezzamenti dì terreno frazionati, descritti nei vecchi censuali. Intestato al Beneficio parrocchiale, sotto il titolo di Abazìa di San Potíto,, e' lambito ad Est dal Fosso di Ovindoli fino all'impluvio di Colle Bernardo. Dal 1969, e' tracciato, a Sud, dalla stradína carrabile della Cassa del Mezzogiorno, che porta alla Centrale idrica di Rio Pago.
In località Piano dei Santi, attraevano l'attenzione e stimolavano la curiosità due macchie d'arbusti, poco distanti l'una dall'altra, situate presso la sponda occidentale del Fosso di Ovindoli, vicino al punto di confluenza del torrente di Capo la Valle. Radicata la prima a Sud su un grosso mucchio di macerie, più alberata la seconda a Nord, dentro una cintura muraria di tipo rettangolare, davano l'immagine di due isolotti, verdi d'estate in mezzo a campi di grano, sbiancati d'inverno tra brune arature. La boscaglia a Sud tra quercioli, corbezzoli, vellucchi e frutici d'ogni specie, teneva celati, alla rinfusa, resti di capitelli di marmo bianco, masselli di cocciopesto, conci di qualsiasi tipo, blocchetti polígonali e parallelopipedi di calcare, spezzoni di tegole, frammenti di anfore e di mattoni triangolari. L'altra, di poco accanto, a Nord, tra giovani piante d'olmi, querce e noci, nascondeva resti di mura diroccate, grossi massi poligonali, qualche plinto quadrato, pezzi di pietra ricoperti ancora con impasto di malta, frammenti di tufelli parallelopipedi e di tegoloni romani. Reperti d'altro genere si rinvenivano dopo le precipitazioni atmosferiche o s'intravedevano nei periodi di secca nel territorio circostante. Sul terreno arato di fresco ed inumidito dalla pioggia, si rintracciavano in continuazione piccole tessere di pasta di vetro color turchino e verde, cubetti di marmo bianco, scaglie di vetro soffiato per ampolle e frammenti di vetro opaco per finestre, tasselli di pietra parallelopipedi per pavimenti, chiodi e lamelle di bronzo...
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Italy42° 7' 17.382" N, 13° 30' 53.3304" ELa piana, dirimpetto all'abitato di San Potito, e' un alveo naturale, a forma di zoccolo rovesciato, aperto a Sud, verso il Fucino, sul lato di Colle Bernardo.
Sidistende per oltre 15 ettari e comprende le località Pie' del Pago ad Ovest, Arduccia e Vicennee a Nord, e Piano dei Santi, la parte più vasta. Ad Anfiteatro, stanno intorno la Selva del Pago, la Sterpaia delle Pozzolette, il Valico di Ovindoli, il Costone del Colle sul quale e' edificato San Potito, e i Cesoni di Monte Faito. La piana e, solcata a Levante dal Fosso di Ovindoli nel quale si riversa il torrente di Capo La Valle, e a Ponente dalla Forma del Pago, che raccoglie il fossato della sorgiva intermittente di Capo d'Acqua, in località Arduccia, quando essa riemerge.
L'impluvio comunque avviene ad Est di Colle Bernardo, ove si forma un solo corso d'acqua, detto Rio di San Potito. L'impluvio, in passato, si diceva Peschiera. Della piana di San Potito, la contrada piu' estesa è Piano dei Santi. Ne costituisce quasi la meta', e risulta dalla riunione di vari appezzamenti dì terreno frazionati, descritti nei vecchi censuali. Intestato al Beneficio parrocchiale, sotto il titolo di Abazìa di San Potíto,, e' lambito ad Est dal Fosso di Ovindoli fino all'impluvio di Colle Bernardo. Dal 1969, e' tracciato, a Sud, dalla stradína carrabile della Cassa del Mezzogiorno, che porta alla Centrale idrica di Rio Pago.
In località Piano dei Santi, attraevano l'attenzione e stimolavano la curiosità due macchie d'arbusti, poco distanti l'una dall'altra, situate presso la sponda occidentale del Fosso di Ovindoli, vicino al punto di confluenza del torrente di Capo la Valle. Radicata la prima a Sud su un grosso mucchio di macerie, più alberata la seconda a Nord, dentro una cintura muraria di tipo rettangolare, davano l'immagine di due isolotti, verdi d'estate in mezzo a campi di grano, sbiancati d'inverno tra brune arature. La boscaglia a Sud tra quercioli, corbezzoli, vellucchi e frutici d'ogni specie, teneva celati, alla rinfusa, resti di capitelli di marmo bianco, masselli di cocciopesto, conci di qualsiasi tipo, blocchetti polígonali e parallelopipedi di calcare, spezzoni di tegole, frammenti di anfore e di mattoni triangolari. L'altra, di poco accanto, a Nord, tra giovani piante d'olmi, querce e noci, nascondeva resti di mura diroccate, grossi massi poligonali, qualche plinto quadrato, pezzi di pietra ricoperti ancora con impasto di malta, frammenti di tufelli parallelopipedi e di tegoloni romani. Reperti d'altro genere si rinvenivano dopo le precipitazioni atmosferiche o s'intravedevano nei periodi di secca nel territorio circostante. Sul terreno arato di fresco ed inumidito dalla pioggia, si rintracciavano in continuazione piccole tessere di pasta di vetro color turchino e verde, cubetti di marmo bianco, scaglie di vetro soffiato per ampolle e frammenti di vetro opaco per finestre, tasselli di pietra parallelopipedi per pavimenti, chiodi e lamelle di bronzo...
Per approfondimenti sul sito archeologico visitare la sezione storia di San Potito>>
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Italy42° 4' 44.4648" N, 13° 24' 18.2088" EAlba Fucens, in località di Albe, fu riportata parzialmente alla luce negli anni passati, si trova a circa cento chilometri da Roma e Pescara, a 60 da L'Aquila, Rieti e Frosinone, a 180 da Napoli e circa sette da Avezzano. E' situata su un rilievo di 1.016 metri dal livello dei mare, a nord è dominata dalla catena montuosa del Monte Velino (2487), verso ovest si affaccia sui Piani Palentini. Dalla sommità dei colle di Albe si possono ammirare l'imbocco della Valle Roveto, il fiume Imele-Salto, il passo di Forca Caruso ed il passo di Fonte Capo La Maina che conduce nella piana delle Rocche. In questo territorio Alba Fucens ebbe un ruolo strategico importante sia nell'età Romana Repubblicana che nel medioevo con le alterne vicende degli Orsini-Colonna.
Fu edificata in territorio degli Equi, un popolo forte, combattivo, audace e leale verso gli alleati, un popolo che difficilmente piegava il capo o la schiena agli avversari. La conquista di Carseolì da parte romana fu una tappa importante per sottomettere gli albensi e raggiungere la sponda adriatica. Alba sarà un alleato utile a Roma per avanzare verso la terra di Puglia, Aufidena (Alfedena posta alle porte dei popolo sannita) nell'Alto Sangro, fino a Venusia (Venosa) e Lucería (Lucera). Nel 458 a.C. gli Equi subiscono, assieme ai Volsci (Sora), la prima dura sconfitta da parte di Cincinnato, ma il condottìero romano non riesce ad espugnare la fortezza.
La conquista della città equa è solo rimandata; ci riprova Camillo che si riprende una rivincita contro gli albensi. I vinti, per la prima volta, dovranno sottostare all'occupazione ed alle perdite territoriali; solo nell'anno 303 a.C. gli Equi verranno domati, dopo un susseguirsi di scaramucce e guerriglie. Due anni dopo quattromila veterani delle lotte contro gli Equi verranno portati a Carseoli e seimila trasferiti da Roma ad Alba Fucens: i due centri entrano a far parte dell'orbita di Roma. Carseoli ed Alba diventano colonie latine "Síne suffragío" e, in seguito, diverranno municipi romani. Alba, ormai, è la città più popolosa ed importante della regione: seimila coloni comportano quattro o cinque elementi per nucleo familiare che, schiavi compresi, significano una popolazione di circa trentamila abitanti, senza considerare i gruppi degli Equi già esistenti sul posto.
Con la colonizzazione della città inizia un periodo glorioso per tutto il territorio. Da un punto di vista militare Alba diviene un'importante città - fortezza della penisola italica. Posta su un'altura isolata, cinta da mura ciclopiche, fedele ai romani la presenza delle famiglie dei coloni importati, ben collegata a Roma dalla Tiburtina Valeria, è sede di confino di prigionieri di alto rango. Ascritta alla tribù Fabia, ottenne da Roma il privilegio di battere mon dal 302 al 263; in base alla Lex lulia divenne Municipio nel 191.
La fedeltà a Roma non venne mai meno sia durante le guerre di Annibale e sia durante la guerra sociale della Lega dei Marsi. Nel periodo imperiale ebbe una vita fiorente come attestano i monumenti e le iscrizioni venute alla luce con gli scavi archeologici.
Per approfondimenti su Alba Fucens visitare la sezione storia di Albe (Alba Fucens)>>
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Italy42° 4' 44.4648" N, 13° 24' 18.2088" EAlba Fucens, in località di Albe, fu riportata parzialmente alla luce negli anni passati, si trova a circa cento chilometri da Roma e Pescara, a 60 da L'Aquila, Rieti e Frosinone, a 180 da Napoli e circa sette da Avezzano. E' situata su un rilievo di 1.016 metri dal livello dei mare, a nord è dominata dalla catena montuosa del Monte Velino (2487), verso ovest si affaccia sui Piani Palentini. Dalla sommità dei colle di Albe si possono ammirare l'imbocco della Valle Roveto, il fiume Imele-Salto, il passo di Forca Caruso ed il passo di Fonte Capo La Maina che conduce nella piana delle Rocche. In questo territorio Alba Fucens ebbe un ruolo strategico importante sia nell'età Romana Repubblicana che nel medioevo con le alterne vicende degli Orsini-Colonna.
Fu edificata in territorio degli Equi, un popolo forte, combattivo, audace e leale verso gli alleati, un popolo che difficilmente piegava il capo o la schiena agli avversari. La conquista di Carseolì da parte romana fu una tappa importante per sottomettere gli albensi e raggiungere la sponda adriatica. Alba sarà un alleato utile a Roma per avanzare verso la terra di Puglia, Aufidena (Alfedena posta alle porte dei popolo sannita) nell'Alto Sangro, fino a Venusia (Venosa) e Lucería (Lucera). Nel 458 a.C. gli Equi subiscono, assieme ai Volsci (Sora), la prima dura sconfitta da parte di Cincinnato, ma il condottìero romano non riesce ad espugnare la fortezza.
La conquista della città equa è solo rimandata; ci riprova Camillo che si riprende una rivincita contro gli albensi. I vinti, per la prima volta, dovranno sottostare all'occupazione ed alle perdite territoriali; solo nell'anno 303 a.C. gli Equi verranno domati, dopo un susseguirsi di scaramucce e guerriglie. Due anni dopo quattromila veterani delle lotte contro gli Equi verranno portati a Carseoli e seimila trasferiti da Roma ad Alba Fucens: i due centri entrano a far parte dell'orbita di Roma. Carseoli ed Alba diventano colonie latine "Síne suffragío" e, in seguito, diverranno municipi romani. Alba, ormai, è la città più popolosa ed importante della regione: seimila coloni comportano quattro o cinque elementi per nucleo familiare che, schiavi compresi, significano una popolazione di circa trentamila abitanti, senza considerare i gruppi degli Equi già esistenti sul posto.
Con la colonizzazione della città inizia un periodo glorioso per tutto il territorio. Da un punto di vista militare Alba diviene un'importante città - fortezza della penisola italica. Posta su un'altura isolata, cinta da mura ciclopiche, fedele ai romani la presenza delle famiglie dei coloni importati, ben collegata a Roma dalla Tiburtina Valeria, è sede di confino di prigionieri di alto rango. Ascritta alla tribù Fabia, ottenne da Roma il privilegio di battere mon dal 302 al 263; in base alla Lex lulia divenne Municipio nel 191.
La fedeltà a Roma non venne mai meno sia durante le guerre di Annibale e sia durante la guerra sociale della Lega dei Marsi. Nel periodo imperiale ebbe una vita fiorente come attestano i monumenti e le iscrizioni venute alla luce con gli scavi archeologici.
Per approfondimenti su Alba Fucens visitare la sezione storia di Albe (Alba Fucens)>>
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Italy42° 4' 9.2604" N, 13° 24' 36.054" EI monumenti rappresentati sono due mausolei, ovvero sepolture monumentali. Simili al mausoleo della terrazza nord, sono in opera cementizia realizzata su cassaforma (si leggono ancora i distinti piani di posa).Queste tombe, insieme ad altre di cui si conservano scarse traccia, erano collocate a lato della via Valeria, che tagliava l'attuale località denominata Valle Solegara, un'area che ha conosciuto una frequentazione antropica già dall'epoca protostorica ed è stata utilizzata sin dall'età del ferro come area funeraria: alcuni tumuli di pietrame potrebbero essere identificati come tumuli sepolcrali del VII-V sec. a.C. e posti in relazione con corredi funebri segnalati nel secolo scorso dal De Nino.L'utilizzo di quest'area come necropoli è poi, evidentemente, proseguita sino all'epoca tardo repubblicana e alla prima età imperiale, periodo al quale risalgono i nostri mausolei. Tratto da Alba Prope Fucinum Lacum( Testi a cura della prof. Roberta Cairoli illustrazione del pittore Pietro Pernarella )
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Italy42° 4' 9.2604" N, 13° 24' 36.054" EI monumenti rappresentati sono due mausolei, ovvero sepolture monumentali. Simili al mausoleo della terrazza nord, sono in opera cementizia realizzata su cassaforma (si leggono ancora i distinti piani di posa).
Queste tombe, insieme ad altre di cui si conservano scarse traccia, erano collocate a lato della via Valeria, che tagliava l'attuale località denominata Valle Solegara, un'area che ha conosciuto una frequentazione antropica già dall'epoca protostorica ed è stata utilizzata sin dall'età del ferro come area funeraria: alcuni tumuli di pietrame potrebbero essere identificati come tumuli sepolcrali del VII-V sec. a.C. e posti in relazione con corredi funebri segnalati nel secolo scorso dal De Nino.
L'utilizzo di quest'area come necropoli è poi, evidentemente, proseguita sino all'epoca tardo repubblicana e alla prima età imperiale, periodo al quale risalgono i nostri mausolei. Tratto da Alba Prope Fucinum Lacum
( Testi a cura della prof. Roberta Cairoli illustrazione del pittore Pietro Pernarella )
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Italy42° 3' 59.166" N, 13° 20' 21.7536" ENel dicembre del 1983 fu segnalata alla Soprintendenza Archeologica dell'Abruzzo, da parte di Umberto Irti e di Fausto Colucci, la presenza di tombe protostoriche lungo il canale che ospita il corso del fiume Imele nei pressi di Scurcola Marsicana. La scoperta venne confermata dal sopralluogo, effettuato il 22 dicembre da Adele Campanelli e da chi scrive e dalla consegna dei reperti, precedentemente raccolti da Irti e da Colucci. Lavori effettuati dall'Ente Regionale di Sviluppo Agricolo sull'argine del canale, portarono, nel gennaio 1984, alla distruzione di almeno un tumulo, denominato Tomba I; anche in conseguenza di ciò la Soprintendenza effettuò, nel giugno seguente, una prima campagna di scavi. Una ulteriore, limitata, campagna di scavo venne condotta, nell'estate del 1985, sempre sul lato orientale del canale e quindi ancora in area demaniale.
Le prime due campagne di scavo misero in luce 11 sepolture su un'area indagata di 400 metri quadrati circa. Nell'estate del 1987 fu possibile, grazie all'occupazione temporanea di terreni privati, autorizzata dal Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, esplorare un'area di circa 600 metri quadrati posta sulla riva occidentale del canale e portare quindi a 31 il numero delle tombe indagate. La necropoli in esame, denominata dei Piani Palentini, è posta a circa 700 metri di quota sul livello del mare, si compone di tombe a fossa singola e di inumazioni poste all'interno di tumuli. Le fosse singole (quattro) sono, allo stato attuale delle ricerche, riservate esclusivamente ai bambini (tombe 2, 3, 4, 8); alcuni infanti però sono stati deposti anche all'interno dei circoli (tombe 10, 19, 23, 3 1).
Da notare però che mentre le sepolture infantili poste fuori dai tumuli sono riferibili, almeno in tre casi su quattro, alla prima età del ferro, quelle poste all'interno dei tumuli sono cronologicamente comprese fra il VII ed il V secolo a.C.. Gli undici circoli o tumuli scavati, di diametro compreso fra i tre e gli undici metri, possono contenere, al loro interno, da una a dieci sepolture. Due individui adulti, di sesso femminile, sono stati rinvenuti negli unici due tumuli che presentavano una sola sepoltura al loro interno (tombe 6 e 17).
Curiosamente si tratta anche delle uniche due sepolture femminili ad avere una fuseruola fittile nel corredo. In tre casi è attestata, all'interno di un circolo, una coppia di sepolture; in due di essi (tombe 10 e 12 e tombe 18 e 19), le sepolture sono destinate l'una ad un bambino, l'altra ad un adulto di sesso femminile. Nella tomba 7, tagliata in gran parte dallo scavo del canale, erano deposti due o tre individui adulti. Tracce evidenti di protezione lignea nelle sepolture si sono riscontrate nella tomba 9. Tre sepolture (tombe 10, 28, 29) si presentavano prive di corredi funerari. I corredi rinvenuti coprono un arco cronologico che va dall'VIII al V secolo a.C. Da segnalare l'assenza di vasellame fittile nei corredi tombali, elemento rituale che non trova confronti nei contesti funerari abruzzesi ma solo in quello "laziale" di Corvaro di Borgorose (su cui potete vedere il contributo, in questo stesso volume di Giovannella Alvino).
Sono invece presenti, in numero cospicuo, frammenti di vasellame fittile che si rinvengono mischiati alla terra di riempimento dei tumuli. Altro elemento degno di nota è che nella generale omogeneità dei corredi, solo due tombe di infanti sembrano emergere: l'una, la tomba 8, inquadrabile nella prima età del ferro, l'altra, la tomba 19, riconducibile all'età orientalizzante. Le armi, nelle tombe maschili, mostrano sia la tipica panoplia dell'Abruzzo orientalizzante e cioè l'accoppiata pugnale più lancia presente nella tomba 5, che la combinazione spada più lancia presente nella tomba 11, combinazione che diverrà comune, nella nostra règione, durante il VI ed il V secolo a.C..
Il tipo di armamento più diffuso sembra essere, comunque, quello formato dal solo pugnale in ferro, attestato nelle tombe 15, 22, 24, 27, 30. Fuor di contesto, putroppo, sono stati raccolti cinque dischi-corazza in bronzo. Sembra una specie di maledizione quella che continua a perseguitare questa classe di materiali che ce li rende noti in tutte le possibili forme di acquisizione tranne quella canonica della nostra disciplina e cioè lo scavo archeologico! Nella necropoli dei Piani Palentini, che presenta un interro di circa tre metri dal piano di campagna attuale, si sono rinvenute alcune stele monolitiche epigrafi. Della stele posta vicino alle tombe 9 e 11 si è rinvenuta solo la porzione interrata mentre il gruppo di 5 stele, lunghe fino a tre metri e collocate su due file vicino al tumulo più grande sinora scavato, si presentava parzialmente rimosso ma, in larga misura ricomponibile. Interessante la composizione del "grande tumulo" che presenta al centro la tomba 25, femminile, con una parure di quattro fibule in bronzo sul petto e, ai piedi, un bacile in bronzo poggiato su una "tavoletta" di legno con intorno quattro ganci ad omega; sulle pietre che coprivano l'inumata erano poggiati degli spiedi in ferro.
Affiancata alla tomba centrale vi è la tomba 22, anch'essa femminile, con due fibule in ferro sul petto ed una bacinella in bronzo; ambedue le sepolture sono orientate ad est. Orientata a nord è invece la tomba 24, tagliata già in antico, che presentava un individuo, probabilmente di sesso maschile, con un pugnale o una spada in ferro. Una disposizione anulare, su due file, presentano le tombe 23, 26, 27, 30 e 31. La fila più interna è costituita da due tombe di infanti (numeri 23 e 3 1) con corredi abbastanza articolati dalle caratteristiche muliebri. La fila esterna presenta tre adulti: due uomini (tombe 27 e 30) armati del solo pugnale deposto a lato della gamba sinistra ed una donna (tomba 26) con una fibula in ferro sul petto. Analoga disposizione anulare ma con orientamenti opposti mostrano, nell'altro settore del tumulo, le due tombe di adulti prive di corredo (tombe 28 e 29).Una similare "organizzazione" si può notare all'interno del tumulo tagliato per metà dal canale. Al centro infatti è posta la tomba 13, probabilmente femminile, che reca un bacile e dei ganci ad omega in bronzo deposti ai piedi e degli spiedi in ferro; manca, purtroppo, l'eventuale corredo personale in quanto la sepoltura risultava tagliata all'altezza del bacino dallo scavo per l'impianto del canale. Con andamento anulare sono disposte le tombe 14 e 16 pertinenti a due individui adulti di sesso femminile, recanti, come corredo, una o due fibule in ferro sul petto.
Con orientamento ribaltato ma coerente alla disposizione anulare, risulta la tomba 15 pertinente ad un individuo adulto con pugnale e fibula in ferro. Non può non colpire il fatto che le deposizioni "centrali" dei due tumuli sopra esaminati siano riservate ad individui di sesso femminile, le uniche ad avere diritto ad elementi di prestigio come il vasellame metallico e i fasci di spiedi. Nella necropoli dei Piani Palentini le articolazioni più evidenti, rispecchiate dalle sepolture, risultano quindi quelle all'interno o degli individui infantili o di quelli di sesso femminile. E' evidente altresì come, data la limitatezza numerica del campione attualmente disponibile, non sia proponibile una sua suddivisione in più specifiche fasce cronologiche. Nei dintorni della necropoli dei Piani Palentini sono noti, da ricerche di superficie, due abitati protostorici: il primo è posto sulla cima di Monte San Nicola, a quota 1090, e ricade ancora nel territorio di Scurcola Marsicana, l'altro, localizzato su Colle Lucciano, quota 747, è una lunga e bassa collina situata alla periferia dell'attuale paese di Magliano dei Marsi.
Un abitato dell'età del bronzo, in uso dal XIV secolo al X secolo, è stato localizzato invece nelle immediate vicinanze della necropoli, sulle pendici inferiori di Monte San Nicola, in località Chiuselle. Tentiamo ora di inquadrare la necropoli in esame nel panorama generale della protostoria abruzzese. Nella nostra regione esistono diverse tipologie di contesti funerari. Ci sono le necropoli in uso dalla prima età del ferro all'età arcaica, solitamente composte da tombe a tumulo e sovente associate alle roccaforti d'altura. E' questo il caso di Le Castagne e Colle Cipolla nella conca Subequana, di Campo di Monte e Monte Boria nella piana di Navelli o di Teramo La Cona di cui ancora non conosciamo il relativo abitato. Vi sono poi le necropoli, a camera o a fossa senza tumulo, in uso dalla fine del VI secolo fino alla conquista romana dell'Abruzzo.
Si tratta di necropoli poste per lo più in pianura o su leggero declivio, associate ai grandi centri "protourbani" preromani. E' il caso di Marchesa e Case Veldon nel teramano, di Nocciano, Vestea e Tocco Casauria nel pescarese, di Pennapiedimonte nel chietino, di Fonte d'Amore a Sulmona, di Macrano a Superaequum e, probabilmente, di Alfedena per rimanere in provincia dell'Aquila. Vi sono infine le necropoli in uso dalla fine dell'età del bronzo fino alla conquista romana. Sono in numero assai limitato e non destinato, a mio avviso, a crescere di molto con il proseguire delle ricerche.
In questa categoria possono rientrare Campovalano, Capestrano, Scurcola e, anche se esula dal nostro discorso, Borgorose. Si tratta di impianti cimiteriali pianificati, estesi, monumentali, di lunga ed ininterrotta durata, collocati ognuno in una diversa pianura, apparentemente sottratta ad ogni uso produttivo. Poiché non credo alla casualità della storia penso che ci si trovi di fronte a dei veri e propri "indicatori territoriali".Dei punti centrali di aggregazione culturale, strategicamente posizionati, in cui ogni specifica comunità (Petruzi, Vestini, Equi etc.) si riconosceva al di là del variare degli ordinamenti politici, delle mode e delle influenze esterne. Penso quindi che queste necropoli assolvessero, nell'Abruzzo del primo millennio, alle stesse funzioni che avevano avuti i templi megalitici nel neolitico maltese o che, grosso modo, avranno santuari ed edifici da spettacolo nell'Abruzzo romanizzato.
Per maggiori informazioni visita il comune di Scurcola Marsicana LOCALIZZAZIONE TERRITORIALE
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Italy42° 3' 59.166" N, 13° 20' 21.7536" ENel dicembre del 1983 fu segnalata alla Soprintendenza Archeologica dell'Abruzzo, da parte di Umberto Irti e di Fausto Colucci, la presenza di tombe protostoriche lungo il canale che ospita il corso del fiume Imele nei pressi di Scurcola Marsicana. La scoperta venne confermata dal sopralluogo, effettuato il 22 dicembre da Adele Campanelli e da chi scrive e dalla consegna dei reperti, precedentemente raccolti da Irti e da Colucci. Lavori effettuati dall'Ente Regionale di Sviluppo Agricolo sull'argine del canale, portarono, nel gennaio 1984, alla distruzione di almeno un tumulo, denominato Tomba I; anche in conseguenza di ciò la Soprintendenza effettuò, nel giugno seguente, una prima campagna di scavi. Una ulteriore, limitata, campagna di scavo venne condotta, nell'estate del 1985, sempre sul lato orientale del canale e quindi ancora in area demaniale.
Le prime due campagne di scavo misero in luce 11 sepolture su un'area indagata di 400 metri quadrati circa. Nell'estate del 1987 fu possibile, grazie all'occupazione temporanea di terreni privati, autorizzata dal Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, esplorare un'area di circa 600 metri quadrati posta sulla riva occidentale del canale e portare quindi a 31 il numero delle tombe indagate. La necropoli in esame, denominata dei Piani Palentini, è posta a circa 700 metri di quota sul livello del mare, si compone di tombe a fossa singola e di inumazioni poste all'interno di tumuli. Le fosse singole (quattro) sono, allo stato attuale delle ricerche, riservate esclusivamente ai bambini (tombe 2, 3, 4, 8); alcuni infanti però sono stati deposti anche all'interno dei circoli (tombe 10, 19, 23, 3 1).
Da notare però che mentre le sepolture infantili poste fuori dai tumuli sono riferibili, almeno in tre casi su quattro, alla prima età del ferro, quelle poste all'interno dei tumuli sono cronologicamente comprese fra il VII ed il V secolo a.C.. Gli undici circoli o tumuli scavati, di diametro compreso fra i tre e gli undici metri, possono contenere, al loro interno, da una a dieci sepolture. Due individui adulti, di sesso femminile, sono stati rinvenuti negli unici due tumuli che presentavano una sola sepoltura al loro interno (tombe 6 e 17).
Curiosamente si tratta anche delle uniche due sepolture femminili ad avere una fuseruola fittile nel corredo. In tre casi è attestata, all'interno di un circolo, una coppia di sepolture; in due di essi (tombe 10 e 12 e tombe 18 e 19), le sepolture sono destinate l'una ad un bambino, l'altra ad un adulto di sesso femminile. Nella tomba 7, tagliata in gran parte dallo scavo del canale, erano deposti due o tre individui adulti. Tracce evidenti di protezione lignea nelle sepolture si sono riscontrate nella tomba 9. Tre sepolture (tombe 10, 28, 29) si presentavano prive di corredi funerari. I corredi rinvenuti coprono un arco cronologico che va dall'VIII al V secolo a.C. Da segnalare l'assenza di vasellame fittile nei corredi tombali, elemento rituale che non trova confronti nei contesti funerari abruzzesi ma solo in quello "laziale" di Corvaro di Borgorose (su cui potete vedere il contributo, in questo stesso volume di Giovannella Alvino).
Sono invece presenti, in numero cospicuo, frammenti di vasellame fittile che si rinvengono mischiati alla terra di riempimento dei tumuli. Altro elemento degno di nota è che nella generale omogeneità dei corredi, solo due tombe di infanti sembrano emergere: l'una, la tomba 8, inquadrabile nella prima età del ferro, l'altra, la tomba 19, riconducibile all'età orientalizzante. Le armi, nelle tombe maschili, mostrano sia la tipica panoplia dell'Abruzzo orientalizzante e cioè l'accoppiata pugnale più lancia presente nella tomba 5, che la combinazione spada più lancia presente nella tomba 11, combinazione che diverrà comune, nella nostra règione, durante il VI ed il V secolo a.C..
Il tipo di armamento più diffuso sembra essere, comunque, quello formato dal solo pugnale in ferro, attestato nelle tombe 15, 22, 24, 27, 30. Fuor di contesto, putroppo, sono stati raccolti cinque dischi-corazza in bronzo. Sembra una specie di maledizione quella che continua a perseguitare questa classe di materiali che ce li rende noti in tutte le possibili forme di acquisizione tranne quella canonica della nostra disciplina e cioè lo scavo archeologico! Nella necropoli dei Piani Palentini, che presenta un interro di circa tre metri dal piano di campagna attuale, si sono rinvenute alcune stele monolitiche epigrafi. Della stele posta vicino alle tombe 9 e 11 si è rinvenuta solo la porzione interrata mentre il gruppo di 5 stele, lunghe fino a tre metri e collocate su due file vicino al tumulo più grande sinora scavato, si presentava parzialmente rimosso ma, in larga misura ricomponibile. Interessante la composizione del "grande tumulo" che presenta al centro la tomba 25, femminile, con una parure di quattro fibule in bronzo sul petto e, ai piedi, un bacile in bronzo poggiato su una "tavoletta" di legno con intorno quattro ganci ad omega; sulle pietre che coprivano l'inumata erano poggiati degli spiedi in ferro.
Affiancata alla tomba centrale vi è la tomba 22, anch'essa femminile, con due fibule in ferro sul petto ed una bacinella in bronzo; ambedue le sepolture sono orientate ad est. Orientata a nord è invece la tomba 24, tagliata già in antico, che presentava un individuo, probabilmente di sesso maschile, con un pugnale o una spada in ferro. Una disposizione anulare, su due file, presentano le tombe 23, 26, 27, 30 e 31. La fila più interna è costituita da due tombe di infanti (numeri 23 e 3 1) con corredi abbastanza articolati dalle caratteristiche muliebri. La fila esterna presenta tre adulti: due uomini (tombe 27 e 30) armati del solo pugnale deposto a lato della gamba sinistra ed una donna (tomba 26) con una fibula in ferro sul petto. Analoga disposizione anulare ma con orientamenti opposti mostrano, nell'altro settore del tumulo, le due tombe di adulti prive di corredo (tombe 28 e 29).Una similare "organizzazione" si può notare all'interno del tumulo tagliato per metà dal canale. Al centro infatti è posta la tomba 13, probabilmente femminile, che reca un bacile e dei ganci ad omega in bronzo deposti ai piedi e degli spiedi in ferro; manca, purtroppo, l'eventuale corredo personale in quanto la sepoltura risultava tagliata all'altezza del bacino dallo scavo per l'impianto del canale. Con andamento anulare sono disposte le tombe 14 e 16 pertinenti a due individui adulti di sesso femminile, recanti, come corredo, una o due fibule in ferro sul petto.
Con orientamento ribaltato ma coerente alla disposizione anulare, risulta la tomba 15 pertinente ad un individuo adulto con pugnale e fibula in ferro. Non può non colpire il fatto che le deposizioni "centrali" dei due tumuli sopra esaminati siano riservate ad individui di sesso femminile, le uniche ad avere diritto ad elementi di prestigio come il vasellame metallico e i fasci di spiedi. Nella necropoli dei Piani Palentini le articolazioni più evidenti, rispecchiate dalle sepolture, risultano quindi quelle all'interno o degli individui infantili o di quelli di sesso femminile. E' evidente altresì come, data la limitatezza numerica del campione attualmente disponibile, non sia proponibile una sua suddivisione in più specifiche fasce cronologiche. Nei dintorni della necropoli dei Piani Palentini sono noti, da ricerche di superficie, due abitati protostorici: il primo è posto sulla cima di Monte San Nicola, a quota 1090, e ricade ancora nel territorio di Scurcola Marsicana, l'altro, localizzato su Colle Lucciano, quota 747, è una lunga e bassa collina situata alla periferia dell'attuale paese di Magliano dei Marsi.
Un abitato dell'età del bronzo, in uso dal XIV secolo al X secolo, è stato localizzato invece nelle immediate vicinanze della necropoli, sulle pendici inferiori di Monte San Nicola, in località Chiuselle. Tentiamo ora di inquadrare la necropoli in esame nel panorama generale della protostoria abruzzese. Nella nostra regione esistono diverse tipologie di contesti funerari. Ci sono le necropoli in uso dalla prima età del ferro all'età arcaica, solitamente composte da tombe a tumulo e sovente associate alle roccaforti d'altura. E' questo il caso di Le Castagne e Colle Cipolla nella conca Subequana, di Campo di Monte e Monte Boria nella piana di Navelli o di Teramo La Cona di cui ancora non conosciamo il relativo abitato. Vi sono poi le necropoli, a camera o a fossa senza tumulo, in uso dalla fine del VI secolo fino alla conquista romana dell'Abruzzo.
Si tratta di necropoli poste per lo più in pianura o su leggero declivio, associate ai grandi centri "protourbani" preromani. E' il caso di Marchesa e Case Veldon nel teramano, di Nocciano, Vestea e Tocco Casauria nel pescarese, di Pennapiedimonte nel chietino, di Fonte d'Amore a Sulmona, di Macrano a Superaequum e, probabilmente, di Alfedena per rimanere in provincia dell'Aquila. Vi sono infine le necropoli in uso dalla fine dell'età del bronzo fino alla conquista romana. Sono in numero assai limitato e non destinato, a mio avviso, a crescere di molto con il proseguire delle ricerche.
In questa categoria possono rientrare Campovalano, Capestrano, Scurcola e, anche se esula dal nostro discorso, Borgorose. Si tratta di impianti cimiteriali pianificati, estesi, monumentali, di lunga ed ininterrotta durata, collocati ognuno in una diversa pianura, apparentemente sottratta ad ogni uso produttivo. Poiché non credo alla casualità della storia penso che ci si trovi di fronte a dei veri e propri "indicatori territoriali".
Dei punti centrali di aggregazione culturale, strategicamente posizionati, in cui ogni specifica comunità (Petruzi, Vestini, Equi etc.) si riconosceva al di là del variare degli ordinamenti politici, delle mode e delle influenze esterne. Penso quindi che queste necropoli assolvessero, nell'Abruzzo del primo millennio, alle stesse funzioni che avevano avuti i templi megalitici nel neolitico maltese o che, grosso modo, avranno santuari ed edifici da spettacolo nell'Abruzzo romanizzato.
Per maggiori informazioni visita il comune di Scurcola MarsicanaCoordinate
Italy42° 3' 58.5936" N, 13° 2' 47.9436" ENella località Civita di Oricola sono i resti della colonia romana di Carsioli o Carseoli, il cui nome ricorda l'umbra Carsulu (con cui e confusa nella lettura delle fonti medievali). Il suo nome deriva dalla radice mediterranea cars, "roccia" (vedi il friulano Carso), come per i popoli italici Carricini. Dopo la fortunosa campagna militare del 304 a.C. del console romano Sempronio Sofo, che porto alla presa di ben 31 oppida degli equi interni abruzzesi (Wquiculi), Roma creo due colonie militari nel corso del 303: Alba Fucens e Carsioli . Gli Equi tentarono disperatamente di riprendere queste postazioni militari nel 302, soprattutto la collina albense, ma furono respinti.
L'arrivo di 4.000 coloni romani nell'area equicola della colonia di Carseoli fu fortemente osteggiato da un intervento armato dei Marsi, preoccupati dall'accerchiamento attuato da Roma del loro territorio verso il Latium; una presenza che ritardera l'insediamento coloniale che si avrà solo nel 298 a.C.", dopo la pacificazione dei Marsi ad opera del dittatore Marco Valerio Massimo che nel 302 sconfiggera il bellicoso popolo fucense con la concessione di un trattato di alleanza (foedus). Lo stesso esponente della gens Valeria aveva nel 307, in qualita di censore ed insieme al collega Caio Giunio Bubulco, dato inizio ai lavori della realizzazione della Via Valeria, che da lui prese il nome; strada che colleghera Tibur (Tivoli) con Carseoli ed Alba Fucens. La storia della città e segnata dalla seconda guerra punica quando (nel 209 a.C.) si rifiuterà insieme alla vicina Alba Fucens ed altre, di fornire a Roma aiuti in denaro'4 e per questo, al termine del conflitto, fu punita duramene. Il n secolo a.C. vede la colonia perdere la sua importanza strategica e diventa, per il suo isolamento, sede di prigionia e confino dei nemici di Roma: nel 168 vi fu confinato il re Bitis di Tracia, potente alleato di Perseo di Macedonia a sua volta prigioniero nella vicina Alba Fucens'.
Gli inizi del i secolo a.C., vedono la colonia schierarsi apertamente per Roma durante il bellum Marsicum (Guerra Sociale) causando la presa e la relativa distruzione da parte degli insorti italici del gruppo "marsico" guidato da Poppcedius Silo. Infatti, l'area fu il luogo di maggiore attrito fra gli insorti, soprattutto Marsi, con gli eserciti romani: sul fiume Toranus o Tolenus fu sconfitto ed ucciso l'll giugno del 90 a.C. il console romano Rutilio Lupo insieme a ottomila militi romani i cui cadaveri furono trasportati dal fiume'. Con la successiva ricostruzione in età Giulio-Claudia il centro divenne municipiùm (retto da quattuorviri, come da iscrizioni), e fu iscritta alla tribu Aniensis e parte della Regio Iv (Sabina et Samnium). Da una iscrizione successiva sappiamo che divenne di nuovo colonia'. Scarse sono le attestazioni delle fonti sulla città in età imperiale romana. Ovidio, che era costretto ad attraversarla spesso durante i viaggi verso la nativa Sulmo, ne ricorda il clima freddo e la fertilità del suolo con le relative ricche messi. Lo stesso autore ricorda l'episodio della «vulpem Carseolana» che, con una fascina ardente attaccata sul dorso, avrebbe incendiato le messi carseolane provocando un diretto intervento delle autorita sulle volpi dell'area e delle offerte a Cerere'. In realtà nel racconto ovidiano bisogna riconoscere «un rituale magico per esercitare sui cereali un'azione purificatrice e fecondante».
La ricchezza delle messi carseolane e documentata anche da Columella e Plinio il Vecchio: Quest'ultimo ricorda l'episodio relativo al ricco cavaliere romano M. Anneius Carseolanus che nell'età di Pompeo aveva diseredato il figlio; la gens Anneia trova riscontro in una iscrizione locale a quindi conferma la loro presenza in Carsioli. Le iscrizioni rinvenute nell'area urbana e nel territorio segnalano la presenza in età imperiale delle corporazioni dei dentrophori (boscaioli) e fabri tignuarii (falegnami) «indice dell'intenso sfruttamento delle vicine foreste, che doveva costituire una delle principali risorse economiche della zona>P. A tal proposito vanno ricordate le notizie del Liber Coloniarum in relazione a dei montes Romani dell'ager di Carsiolis, riferibili ad un <
La presenza di una iscrizione con la citazione di Arcadio Onorio e Stilicone, documenta un certo interesse in età tardoantica da parte del potere imperiale per la città. Anche se non citata dalle fonti, la città assunse un ruolo strategico nel collegamento (insieme alle vicine Alba Fucense e Varia, ora Vicovaro), tramite il corso della Claudia-Valeria, fra Roma e Aternum (Pescara) durante le operazioni della guerra gotico bizantina degli anni 537-538, quando il duca bizantino Giovanni riprese possesso della Valeria a danno dei Goti soggiornando anche ad Alba Fucens durante l'inverno. L'ultima menzione della Carsiolis romana e in Paolo Diacono che ne parla in relazione alla Provincia Valeria.Il medioevo e contrassegnato nelle sue prime fasi dalla presenza nell'area urbana e nel suo territorio di numerose chiese appartenenti a diversi ordini monastici4, ma soprattutto al monastero di Subiaco, con la loro chiesa di San Pietro, che possedeva gran parte del vecchio nucleo urbano, come nella conferma del 858-867 di papa Nicolo I ai sublacensi della «civitas quce Carzoli nuncupatur cum ecclesiis dominibus infra se in integro de foris diversis vocabulis, villis, vineis, fundis, et casalibus, rivis cum aquimolis et cum omibus suis pertinentiis sicuti in vestru antiquorum priviliegia constat>>. Dalla cronaca sublacense sappiamo che la città era detta anche <
La sede urbana, ormai fatiscente, perse importanza in età angioina a favore del vicino castello di Celle (l'attuale Carsoli), mentre la chiesa di Sancta Maria de Civita rimane la pieve principale dell'area per tutto il medioevo fino a diventare un semplice beneficio rurale nel Seicento. Le chiese documentate nell'area urbana per tutto il medioevo, sono: San Pietro appartenente ai monaci sublacensi; la pieve vescovile di Santa Maria con le cappelle di Sant'Andrea e San Leonardo e la chiesa di San Biagio4'. La riscoperta dell'area si deve al Febonio nel Seicento þ seguito dall'Holstenius . Un primo esame delle strutture urbane e della topografia dell'area fu attuato nel 1905 dal Pfeiffer ed Ashby per la Scuola Americana di Roma. Solo negli anni 1982 e 1987 sono stati praticati i primi scavi regolari ad opera della Soprintendenza Archeologica dell'Abruzzo diretti da Sandra Gatti, Maria Teresa Onorati, Sandra La Penna e Silvano Agostini.L'abitato occupava il sistema collinare tufaceo della Civita di Oricola che domina la Piana del Cavaliere4, il rinascimentale Bosco di Sesera, su tre alture con quota massima di 637 metri, con circuito murario in opera quadrata in pietra tufacea. Dalla Via Valeria si staccava un diverticolo, dal 43' miglio (documentato da un miliario con iscrizione di Nerva) 4, per raggiungere una delle porte della città. Dalle iscrizioni conosciamo l'esistenza nell'interno di una Curia, una Basilica, un arco e porticati del Foro, mentre i culti attestati sono riferibili a Cerere, Vesta, Giunone, Marte, Ercole e Mens4. Scarsissime sono le strutture emergenti: all'inizio del Novecento si vedevano ancora tracce di mura, terrazzamenti in opera poligonale, resti di un tempio e un acquedotto che riforniva la città i cui resti erano visibili a circa 1,5 km a nord ovest del nucleo urbano .
Attualmente sull'altura maggiore nord dell'impianto urbano sono evidenti poderosi terrazzamenti in opera poligonale con vicina cisterna e strutture in opera cementizia tardoantiche o post-romane. Dalla lettura delle foto aeree sono riscontrabili nella stessa area, un teatro e, fuori le mura, un anfiteatro, mentre e ancora visibile, su un piccolo rilievo orientale della città, la poderosa struttura in blocchi di pietra, identificata da Ashby come tempio, ma la cui interpretazione rimane problematica. Gli interventi di scavo della Soprintendenza archeologica dell'Abruzzo nel 1982 e 1987 hanno riportato alla luce nel pianoro centrale e sul colle di San Pietro, i resti di un edificio pubblico e di un santuario. Da sottolineare il rinvenimento frammenti ceramici precedenti all'impianto coloniale (bucchero, ceramica d'impasto e intonaco di capanne) a conferma della presenza sull'altura di un precedente centro fortificato degli Wquiculi dell'area.
L'edificio pubblico del pianoro centrale, in parte individuato, presenta murature in blocchi di tufo con orientamento nord/sud-est/ovest, una canalizzazione e un pozzetto sacrificale con materiali e livelli ceramici che permettono di datarlo fra la fine del IV e gli inizi del IIV secolo a.C.; la stessa area e utilizzata fino agli inizi del IV secolo d.C.". Il santuario posto sull'altura detta di San Pietro, dal nome della chiesa altomedievale sublacense di Sancti Petri, ha restituito strutture di terrazzamento in poderosa opera cementizia decorato da camere semiellittiche inquadrabile ad una risistemazione dell'area cultuale più antica nel corso dell'età giulio-claudia (prima metà del t secolo a.C.).
Al precedente luogo di culto e relativa una fornace circolare che ha restituito frammenti ceramici di ex voto nell'interno, e due scarichi di terrecotte votive sottostanti a strutture di un edificio crollate. Dall'esame del materiale votivo, soprattutto delle teste velate, si può datare dal m al n secolo a.C., quindi un'area di culto relativa alle prime fasi della vita della colonia. Delle strutture medievali rimangono scarse tracce in superficie e solo scavi regolari potranno riportarle alla luce insieme a quelle precedenti.
Il santuario italico
Il nome del centro moderno, Carsoli, che in origine si chiamava Celle, data la presenza nei primi secoli del medioevo di piccole celle monastiche, e derivato dal nome della colonia romana di Carseoli o Carsioli i cui resti si trovano nella localita "Civita" di Oricola. Il territorio di Carsoli e stato scarsamente indagato dalla scienza archeologica ad esclusione del famoso Santuario di Carsoli venuto alla luce casualmente durante lavori agricoli nel 1906, nel terreno di Augusto Angelini, nelle vicinanze della stazione ferroviaria, a circa tre chilometri ad est del sito della vecchia colonia romana.
Nel 1908-09 il rinvenitore vendeva allo stato tutti i materiali votivi da lui posseduti. Nel 1950, ad opera di Antonio Cederna e per interessamento del compianto Valerio Cianfarani, fu iniziata l'esplorazione scientifica dell'area con tre campagne di scavi (1950-51, 1952 e 1953) sul terreno dell'Angelini posto fra la linea ferroviaria e la sovrastante Tiburtina-Valeria. Gli scavi riportarono alla luce altri numerosi materiali votivi, pezzi acroteriali, monete, bronzi, ceramica da mensa ecc. sparsi nell'aia dell'Angelini. Della struttura architettonica, probabilmente su terrazze, furono rinvenuti ambienti minori relativi ad una struttura con muratura composta da blocchi posti a secco. L'esame del numeroso materiale condotto dallo stesso Cederna e, nel 1976, da Marinucci, permettono di datare la frequentazione dell'area cultuale (nel settore indagato) fra la fine del vi e il n secolo a.C., quindi, un santuario equicolo in origine e successivamente utilizzato dalla colonia carsolana.
La fase di maggiore sviluppo (anche architettonico) del luogo di culto italico-romano e compresa nel m secolo, quindi in relazione alla presenza coloniale romana. Interessante e la messe di monete in bronzo rinvenuta (circa 2.500), che attesta contatti, oltre che con Roma, con Arinum, Msernia, Neapolis, Suessa, Cales, Teannm, Compulteria, Arpi, Velia, Poseidonia; si segnalano anche ben 3 kg di us rude a frammenti4. I votivi sono strettamente collegati con i depositi votivi dell'Italia centrale, ma soprattutto a quelli laziali e delle colonie latine. Da due frammenti di vasellame di tipo romano (pocula) sappiamo il nome di due divinita onorate nel santuario: Vestai pocolom e /Iu Jnone(i), quindi Vesta e Giunone. Naturalmente rimane possibile, visti i materiali di V IV secolo, che i culti romani si siano sovrapposti a divinita italiche locali. Attualmente i materiali del santuario sono conservati nei depositi della Soprintendenza in attesa di una adeguata sistemazione nell'area di provenienza.
LOCALIZZAZIONE TERRITORIALE
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Coordinate
Italy42° 3' 58.5936" N, 13° 2' 47.9436" ENella località Civita di Oricola sono i resti della colonia romana di Carsioli o Carseoli, il cui nome ricorda l'umbra Carsulu (con cui e confusa nella lettura delle fonti medievali). Il suo nome deriva dalla radice mediterranea cars, "roccia" (vedi il friulano Carso), come per i popoli italici Carricini. Dopo la fortunosa campagna militare del 304 a.C. del console romano Sempronio Sofo, che porto alla presa di ben 31 oppida degli equi interni abruzzesi (Wquiculi), Roma creo due colonie militari nel corso del 303: Alba Fucens e Carsioli . Gli Equi tentarono disperatamente di riprendere queste postazioni militari nel 302, soprattutto la collina albense, ma furono respinti.
L'arrivo di 4.000 coloni romani nell'area equicola della colonia di Carseoli fu fortemente osteggiato da un intervento armato dei Marsi, preoccupati dall'accerchiamento attuato da Roma del loro territorio verso il Latium; una presenza che ritardera l'insediamento coloniale che si avrà solo nel 298 a.C.", dopo la pacificazione dei Marsi ad opera del dittatore Marco Valerio Massimo che nel 302 sconfiggera il bellicoso popolo fucense con la concessione di un trattato di alleanza (foedus). Lo stesso esponente della gens Valeria aveva nel 307, in qualita di censore ed insieme al collega Caio Giunio Bubulco, dato inizio ai lavori della realizzazione della Via Valeria, che da lui prese il nome; strada che colleghera Tibur (Tivoli) con Carseoli ed Alba Fucens. La storia della città e segnata dalla seconda guerra punica quando (nel 209 a.C.) si rifiuterà insieme alla vicina Alba Fucens ed altre, di fornire a Roma aiuti in denaro'4 e per questo, al termine del conflitto, fu punita duramene. Il n secolo a.C. vede la colonia perdere la sua importanza strategica e diventa, per il suo isolamento, sede di prigionia e confino dei nemici di Roma: nel 168 vi fu confinato il re Bitis di Tracia, potente alleato di Perseo di Macedonia a sua volta prigioniero nella vicina Alba Fucens'.
Gli inizi del i secolo a.C., vedono la colonia schierarsi apertamente per Roma durante il bellum Marsicum (Guerra Sociale) causando la presa e la relativa distruzione da parte degli insorti italici del gruppo "marsico" guidato da Poppcedius Silo. Infatti, l'area fu il luogo di maggiore attrito fra gli insorti, soprattutto Marsi, con gli eserciti romani: sul fiume Toranus o Tolenus fu sconfitto ed ucciso l'll giugno del 90 a.C. il console romano Rutilio Lupo insieme a ottomila militi romani i cui cadaveri furono trasportati dal fiume'. Con la successiva ricostruzione in età Giulio-Claudia il centro divenne municipiùm (retto da quattuorviri, come da iscrizioni), e fu iscritta alla tribu Aniensis e parte della Regio Iv (Sabina et Samnium). Da una iscrizione successiva sappiamo che divenne di nuovo colonia'. Scarse sono le attestazioni delle fonti sulla città in età imperiale romana. Ovidio, che era costretto ad attraversarla spesso durante i viaggi verso la nativa Sulmo, ne ricorda il clima freddo e la fertilità del suolo con le relative ricche messi. Lo stesso autore ricorda l'episodio della «vulpem Carseolana» che, con una fascina ardente attaccata sul dorso, avrebbe incendiato le messi carseolane provocando un diretto intervento delle autorita sulle volpi dell'area e delle offerte a Cerere'. In realtà nel racconto ovidiano bisogna riconoscere «un rituale magico per esercitare sui cereali un'azione purificatrice e fecondante».
La ricchezza delle messi carseolane e documentata anche da Columella e Plinio il Vecchio: Quest'ultimo ricorda l'episodio relativo al ricco cavaliere romano M. Anneius Carseolanus che nell'età di Pompeo aveva diseredato il figlio; la gens Anneia trova riscontro in una iscrizione locale a quindi conferma la loro presenza in Carsioli. Le iscrizioni rinvenute nell'area urbana e nel territorio segnalano la presenza in età imperiale delle corporazioni dei dentrophori (boscaioli) e fabri tignuarii (falegnami) «indice dell'intenso sfruttamento delle vicine foreste, che doveva costituire una delle principali risorse economiche della zona>P. A tal proposito vanno ricordate le notizie del Liber Coloniarum in relazione a dei montes Romani dell'ager di Carsiolis, riferibili ad un <
La presenza di una iscrizione con la citazione di Arcadio Onorio e Stilicone, documenta un certo interesse in età tardoantica da parte del potere imperiale per la città. Anche se non citata dalle fonti, la città assunse un ruolo strategico nel collegamento (insieme alle vicine Alba Fucense e Varia, ora Vicovaro), tramite il corso della Claudia-Valeria, fra Roma e Aternum (Pescara) durante le operazioni della guerra gotico bizantina degli anni 537-538, quando il duca bizantino Giovanni riprese possesso della Valeria a danno dei Goti soggiornando anche ad Alba Fucens durante l'inverno. L'ultima menzione della Carsiolis romana e in Paolo Diacono che ne parla in relazione alla Provincia Valeria.
Il medioevo e contrassegnato nelle sue prime fasi dalla presenza nell'area urbana e nel suo territorio di numerose chiese appartenenti a diversi ordini monastici4, ma soprattutto al monastero di Subiaco, con la loro chiesa di San Pietro, che possedeva gran parte del vecchio nucleo urbano, come nella conferma del 858-867 di papa Nicolo I ai sublacensi della «civitas quce Carzoli nuncupatur cum ecclesiis dominibus infra se in integro de foris diversis vocabulis, villis, vineis, fundis, et casalibus, rivis cum aquimolis et cum omibus suis pertinentiis sicuti in vestru antiquorum priviliegia constat>>. Dalla cronaca sublacense sappiamo che la città era detta anche <
La sede urbana, ormai fatiscente, perse importanza in età angioina a favore del vicino castello di Celle (l'attuale Carsoli), mentre la chiesa di Sancta Maria de Civita rimane la pieve principale dell'area per tutto il medioevo fino a diventare un semplice beneficio rurale nel Seicento. Le chiese documentate nell'area urbana per tutto il medioevo, sono: San Pietro appartenente ai monaci sublacensi; la pieve vescovile di Santa Maria con le cappelle di Sant'Andrea e San Leonardo e la chiesa di San Biagio4'. La riscoperta dell'area si deve al Febonio nel Seicento þ seguito dall'Holstenius . Un primo esame delle strutture urbane e della topografia dell'area fu attuato nel 1905 dal Pfeiffer ed Ashby per la Scuola Americana di Roma. Solo negli anni 1982 e 1987 sono stati praticati i primi scavi regolari ad opera della Soprintendenza Archeologica dell'Abruzzo diretti da Sandra Gatti, Maria Teresa Onorati, Sandra La Penna e Silvano Agostini.
L'abitato occupava il sistema collinare tufaceo della Civita di Oricola che domina la Piana del Cavaliere4, il rinascimentale Bosco di Sesera, su tre alture con quota massima di 637 metri, con circuito murario in opera quadrata in pietra tufacea. Dalla Via Valeria si staccava un diverticolo, dal 43' miglio (documentato da un miliario con iscrizione di Nerva) 4, per raggiungere una delle porte della città. Dalle iscrizioni conosciamo l'esistenza nell'interno di una Curia, una Basilica, un arco e porticati del Foro, mentre i culti attestati sono riferibili a Cerere, Vesta, Giunone, Marte, Ercole e Mens4. Scarsissime sono le strutture emergenti: all'inizio del Novecento si vedevano ancora tracce di mura, terrazzamenti in opera poligonale, resti di un tempio e un acquedotto che riforniva la città i cui resti erano visibili a circa 1,5 km a nord ovest del nucleo urbano .
Attualmente sull'altura maggiore nord dell'impianto urbano sono evidenti poderosi terrazzamenti in opera poligonale con vicina cisterna e strutture in opera cementizia tardoantiche o post-romane. Dalla lettura delle foto aeree sono riscontrabili nella stessa area, un teatro e, fuori le mura, un anfiteatro, mentre e ancora visibile, su un piccolo rilievo orientale della città, la poderosa struttura in blocchi di pietra, identificata da Ashby come tempio, ma la cui interpretazione rimane problematica. Gli interventi di scavo della Soprintendenza archeologica dell'Abruzzo nel 1982 e 1987 hanno riportato alla luce nel pianoro centrale e sul colle di San Pietro, i resti di un edificio pubblico e di un santuario. Da sottolineare il rinvenimento frammenti ceramici precedenti all'impianto coloniale (bucchero, ceramica d'impasto e intonaco di capanne) a conferma della presenza sull'altura di un precedente centro fortificato degli Wquiculi dell'area.
L'edificio pubblico del pianoro centrale, in parte individuato, presenta murature in blocchi di tufo con orientamento nord/sud-est/ovest, una canalizzazione e un pozzetto sacrificale con materiali e livelli ceramici che permettono di datarlo fra la fine del IV e gli inizi del IIV secolo a.C.; la stessa area e utilizzata fino agli inizi del IV secolo d.C.". Il santuario posto sull'altura detta di San Pietro, dal nome della chiesa altomedievale sublacense di Sancti Petri, ha restituito strutture di terrazzamento in poderosa opera cementizia decorato da camere semiellittiche inquadrabile ad una risistemazione dell'area cultuale più antica nel corso dell'età giulio-claudia (prima metà del t secolo a.C.).
Al precedente luogo di culto e relativa una fornace circolare che ha restituito frammenti ceramici di ex voto nell'interno, e due scarichi di terrecotte votive sottostanti a strutture di un edificio crollate. Dall'esame del materiale votivo, soprattutto delle teste velate, si può datare dal m al n secolo a.C., quindi un'area di culto relativa alle prime fasi della vita della colonia. Delle strutture medievali rimangono scarse tracce in superficie e solo scavi regolari potranno riportarle alla luce insieme a quelle precedenti.
Il santuario italico
Il nome del centro moderno, Carsoli, che in origine si chiamava Celle, data la presenza nei primi secoli del medioevo di piccole celle monastiche, e derivato dal nome della colonia romana di Carseoli o Carsioli i cui resti si trovano nella localita "Civita" di Oricola. Il territorio di Carsoli e stato scarsamente indagato dalla scienza archeologica ad esclusione del famoso Santuario di Carsoli venuto alla luce casualmente durante lavori agricoli nel 1906, nel terreno di Augusto Angelini, nelle vicinanze della stazione ferroviaria, a circa tre chilometri ad est del sito della vecchia colonia romana.
Nel 1908-09 il rinvenitore vendeva allo stato tutti i materiali votivi da lui posseduti. Nel 1950, ad opera di Antonio Cederna e per interessamento del compianto Valerio Cianfarani, fu iniziata l'esplorazione scientifica dell'area con tre campagne di scavi (1950-51, 1952 e 1953) sul terreno dell'Angelini posto fra la linea ferroviaria e la sovrastante Tiburtina-Valeria. Gli scavi riportarono alla luce altri numerosi materiali votivi, pezzi acroteriali, monete, bronzi, ceramica da mensa ecc. sparsi nell'aia dell'Angelini. Della struttura architettonica, probabilmente su terrazze, furono rinvenuti ambienti minori relativi ad una struttura con muratura composta da blocchi posti a secco. L'esame del numeroso materiale condotto dallo stesso Cederna e, nel 1976, da Marinucci, permettono di datare la frequentazione dell'area cultuale (nel settore indagato) fra la fine del vi e il n secolo a.C., quindi, un santuario equicolo in origine e successivamente utilizzato dalla colonia carsolana.
La fase di maggiore sviluppo (anche architettonico) del luogo di culto italico-romano e compresa nel m secolo, quindi in relazione alla presenza coloniale romana. Interessante e la messe di monete in bronzo rinvenuta (circa 2.500), che attesta contatti, oltre che con Roma, con Arinum, Msernia, Neapolis, Suessa, Cales, Teannm, Compulteria, Arpi, Velia, Poseidonia; si segnalano anche ben 3 kg di us rude a frammenti4. I votivi sono strettamente collegati con i depositi votivi dell'Italia centrale, ma soprattutto a quelli laziali e delle colonie latine. Da due frammenti di vasellame di tipo romano (pocula) sappiamo il nome di due divinita onorate nel santuario: Vestai pocolom e /Iu Jnone(i), quindi Vesta e Giunone. Naturalmente rimane possibile, visti i materiali di V IV secolo, che i culti romani si siano sovrapposti a divinita italiche locali. Attualmente i materiali del santuario sono conservati nei depositi della Soprintendenza in attesa di una adeguata sistemazione nell'area di provenienza.



















