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  • Ritratto di Federica Ferrari
    Aspettiamo la Befana

    Grancia - La Riserva Naturale "Zompo lo Schioppo", organizza insieme alla Pro-Loco di Morino, per il 5 gennaio 2012, un pomeriggio tutto dedicato alla tradizionale festa della Befana.

    Si partità alle 17.00 con la la proiezione del film Polar Experes, seguito dalla premiazione del concorso "Natale sotto la stella" organizzato dall'associzione "Altrementi" di Morino, presso la Bibliomediateca del Museo della Riserva.

    Dalle 19.30, presso i locali del Ristorante "Lo Schioppo", una grande festa per i bambini durante la quale si attenderà l'arrivo della Befana per la consegna delle calze.

    Il tutto condito dalla buona musica e dal buon umore.


  • Ritratto di L.T.
    Serafino de’ Giorgio e la spedizione marsicana nell’Agro romano del 1867

    di Fiorenzo Amiconi

    Documenti sugli scontri tra garibaldini e zuavi a Subiaco

    Prefazione di Eugenio M. Beranger

     

    Per la sua posizione geografica, il territorio di confine tra Abruzzo e Lazio costituì uno dei teatri principali delle battaglie tra i sostenitori del nuovo ideale unitario e i difensori dell’ormai disgrega-to Regno di Napoli e dello Stato Pontificio, che coinvolsero in un profondo disordine anche quel largo strato di genti mosso non tanto da alti ideali quanto piuttosto dall’atavica rivendicazione di migliori condizioni di vita.

    Molto è stato scritto, anche recentemente, sul processo di Unificazione del nostro Paese e una gran parte della storiografia lo ha definito ormai come un passaggio certamente non indolore per le popolazioni del Meridione e che portò immancabilmente al manifestarsi di odi, malversazioni e vendette di cui troppi innocenti fecero le spese.

    La storia ricostruita in questo libro attraverso la ricerca d’archivio e la disamina delle fonti di-sponibili è quella di un fervente garibaldino marsicano, Serafino de’ Giorgio, che, insieme ad un gruppo di volontari abruzzesi, sotto il vessillo di Garibaldi, volle tentare l’assalto frontale verso la Campagna romana, nella vana speranza di contribuire con le proprie armi alla conquista di Roma e del territorio non ancora italiano.



    112 pp., br. edit., ill. n.t.

    ISBN: 978-88-97393-05-4

    Prezzo: 12,00 euro 


  • Ritratto di Utente anonimo
    Eroi marsicani, eroi italiani | VIDEO

    Cerchio - “Mai stancarsi di insegnare ai ragazzi la Storia d’Italia” – queste le parole del Prof. Nazzareno Fidanza agli studenti della Scuola primaria e secondaria del Plesso scolastico di Cerchio, presenti al convegno organizzato dal Comune, presso il teatro cittadino, venerdì sette dicembre, per ricordare, (in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia), i due eroi marsicani, di Cerchio, che hanno contribuito uno con l’intelletto, l’altro col proprio sangue, alla vittoria del popolo italiano contro i dominatori stranieri.

    Nel suo intervento, Fidanza, ricorda come tanti giovani, appena ventenni, abbiano combattuto per l’unificazione di un territorio diviso in sei stati, disomogenei fra di essi per istruzione, cultura, infrastrutture.

    Bisognava pagare dazi doganali per passare da uno stato all’altro e la nostra Terra, la Marsica, faceva da spartiacque fra Regno Borbonico e Stato vaticano.

    Il professore, ha concluso il proprio intervento leggendo una poesia di Carlo Pisacane, per ricordare che il Risorgimento ha avuto bisogno non solo di pensatori e intellettuali ma soprattutto di sangue, molto spesso dei giovani ragazzi entusiasmati dal sogno dell’Unità d’Italia.

    A seguire, un piacevole siparietto nel quale alcuni alunni della scuola di Cerchio, hanno recitato delle rime riguardanti il Risorgimento.

    Subito dopo, l’intervento del Prof. Gianluca Tarquinio, sulla storia dell’Inno di Mameli, che ha in sé una storia parallela a quella italiana, paradossale e a volte contorta: dalla ricostruzione storica fatta dal Prof. Tarquinio su invito D.A.M.S. di Bologna incaricato dalla presidenza della Repubblica per una gionata di studio sul tema, è venuto fuori che il nostro inno è ancora “provvisorio”, come stabilito alla nascita della Repubblica Italiana nel 1946, non è mai stata decretata l’ufficialità del brano.

    Ma nonostante la “Marcia Reale” dei Savoia, “La legenda del Piave” proposta da Badoglio e “Giovinezza” che subentrò nel ventennio fascista, l’Inno di Mameli, è sempre rimasto il vero inno d’Italia, in quanto “scelto” dal popolo stesso.

    Si è parlato poi, non solo di Mameli ma anche dello sconosciuto Novaro, colui che scrisse la musica dell’inno e che si distinse fra tanti altri compositori di quel periodo, che provarono a musicare la poesia di Mameli.

    Dopo il secondo momento poetico da parte della classe quinta, la proiezione di un interessante videoclip, realizzato dai ragazzi della classe terza della scuola secondaria, che hanno sapientemente saputo incastonare schegge di film, di musica e frasi celebri riguardanti il Risorgimento, dando vita ad un ottimo lavoro, che ha tenuto tutti col fiato sospeso e che alla fine ha destato la giusta commozione.

    A cesellare con estrema precisione la parte storica della mattinata, il ricercatore Fiorenzo Amiconi, di Cerchio, che ha illustrato agli alunni ed ai presenti la vita di Benedetto D’Amore, medico, studioso e sindaco di Cerchio per due mandati, personaggio importante per il suo contributo intellettuale, scientifico e divulgativo nei confronti della Marsica, e per aver denunciato all’epoca dei moti, alcuni concittadini che collaboravano con i Borboni.

    Oltre al contributo intellettuale, la cittadina di Cerchio, ha contribuito all’Unità D’Italia con il sangue del garibaldino Antonio Panara, morto a 24 anni in un conflitto a fuoco nella Piazza di Subiaco nel 1967 contro le truppe pontificie.

    Amiconi infine, si è congratulato con l’amministrazione per aver voluto intitolare due larghi del paese ai due personaggi sopracitati, ricordando in questo modo il loro contributo ad una causa di tale importanza.

    Il Sindaco Gianfranco Tedeschi, ha poi voluto sottolineare quanto la Storia, in un momento particolare come quello che viviamo, sia la base per riflessioni importanti in virtù di un futuro migliore, fondato su quei valori che hanno accompagnato il Risorgimento e che devono continuare ad essere vivi ancora oggi per superare le difficoltà odierne, specie per le piccole realtà come quelle marsicane.

    A chiudere gli interventi, la Dottoressa Mazzali, che da donna di scuola, è riuscita ad infondere agli alunni, tutto il senso della mattinata passata in teatro, facendo un parallelismo fra l’innamoramento tipico dei “pischelli” e l’innamoramento che ebbero i padri della Patria nei confronti dell’Italia, un amore così forte, tanto da farli sentire “pronti alla morte”.

    Il “gran finale” ovviamente con l’Inno di Mameli cantato integralmente da tutti i presenti, in piedi e a gran voce, prima di uscire per le strade del paese, seguiti dalla banda di Collarmele per scoprire le due targhe intitolate ai due personaggi.

    La folta schiera di alunni accompagnati dalle autorità e dai numerosi cittadini intervenuti, ha sfilato fino al monumento dei Caduti, dove una volta fatto l’alzabandiera sono stati lasciati i palloncini tricolori nel cielo, come per lanciare in alto lo sguardo e continuare a guardare lontano per la nostra Italia, che speriamo si sia finalmente “desta”.

     

    Benedetto Agostino


     



     

     


     

     


     

     


     

     


     

     


     

     


     

     



  • Ritratto di Roberto Cipollone
    Serafino de’ Giorgio e la spedizione marsicana nell’Agro romano del 1867

    Di Fiorenzo Amiconi

    Per la sua posizione geografica, il territorio di confine tra Abruzzo e Lazio costituì uno dei teatri principali delle battaglie tra i sostenitori del nuovo ideale unitario e i difensori dell’ormai disgregato Regno di Napoli e dello Stato Pontificio, che coinvolsero in un profondo disordine anche quel largo strato di genti mosso non tanto da alti ideali quanto piuttosto dall’atavica rivendicazione di migliori condizioni di vita.Molto è stato scritto, anche recentemente, sul processo di Unificazione del nostro Paese e una gran parte della storiografia lo ha definito ormai come un passaggio certamente non indolore per le popolazioni del Meridione e che portò immancabilmente al manifestarsi di odi, malversazioni e vendette di cui troppi innocenti fecero le spese.

    La storia ricostruita in questo libro attraverso la ricerca d’archivio e la disamina delle fonti disponibili è quella di un fervente garibaldino marsicano, Serafino de’ Giorgio, che, insieme ad un gruppo di volontari abruzzesi, sotto il vessillo di Garibaldi, volle tentare l’assalto frontale verso la Campagna romana, nella vana speranza di contribuire con le proprie armi alla conquista di Roma e del territorio non ancora italiano.


    Dettagli del libro:

    Fiorenzo Amiconi, "Serafino de’ Giorgio e la spedizione marsicana nell’Agro romano del 1867" - Documenti sugli scontri tra garibaldini e zuavi a Subiaco

    Prefazione di Eugenio M. Beranger


  • Ritratto di Utente anonimo
    Un libro per Natale: Serafino de’ Giorgio e la spedizione marsicana nell’Agro romano del 1867

    Se siete appassionati di storia e non avete ancora scelto il libro da leggere durante le vacanze natalizie, vi consigliamo il libro di Fiorenzo Amiconi Serafino de’ Giorgio e la spedizione marsicana nell’Agroromano del 1867. Documenti sugli scontri tra garibaldini e zuavi a Subiaco.



    Il testo racconta la storia di Serafino de’ Giorgio, garibaldino della Marsica, che, insieme a un gruppo di volontari abruzzesi, tentò l’assalto verso la Campagna romana, spinto dalla speranza di contribuire con le proprie armi alla conquista di Roma e del territorio non ancora italiano. Del resto il processo di Unificazione dell’Italia è stato un passaggio storico non indolore per le popolazioni meridionali e portò al manifestarsi di odi, malversazioni e vendette di cui molti innocenti fecero le spese.


  • Ritratto di Federica Ferrari

    Cerimonia per scoprire opere d’arte che torneranno visibili

    A Pescina, celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia

    Pescina – Giovedì 8 dicembre 2011, verrà scoperto un bassorilievo raffigurante Vittorio Emanuele II e una statua di Giuseppe Garibaldi. L’appuntamento è presso il Municipio di Pescina alle ore 11.30 dove ci sarà un incontro celebrativo sulle vicende risorgimentali volto anche a rispolverare la memoria storica locale. Il bassorilievo, realizzato nel 1870 da Tommaso Gentile, era già posizionato nella Casa comunale crollata nel terremoto del 1915, è stato recuperato e ricollocato. Inoltre è stata recuperata una scultura di marmo di Giuseppe Garibaldi, risalente all’anno 1882.

    Il programma della giornata prevede i saluti del Presidente del Consiglio Comunale Stefano Iulianella, l’introduzione del Sindaco di Pescina Maurizio Di Nicola, gli interventi di Diocleziano Giardini sull’Unità d’Italia, di Franco Massimo Botticchio sulla “Lega dei lavoratori forti e coscienti” di Pescina. Infine il musicologo Gianluca Tarquinio concluderà l’incontro con una breve storia dell’Inno nazionale italiano che sarà poi eseguito dalla banda “I Leoncini d’Abruzzo” .

     


  • Ritratto di L.T.
    VIA DOLOROSA
    di Romolo Liberale
     
    Tra un dedalo di stradine e archi

    nella misteriosa Città Vecchia

    la Via Dolorosa continua a raccontare

    il tempo delle offese e del martirio.
     
    E’ lunga la via della passione [...]
    che sale verso il monte della morte

    e che appena dopo la Porta del Leone

    lambisce la memoria del Getsemani

    e il timido verde dell’antico ulivo.
     
    Qui si consumò passo dopo passo

    il delitto del Sinedrio e di Pompeo

    e qui fu pietosamente illuminato

    il generoso gesto di Simone di Cirene

    e il tenero gesto di Veronica.
     
    Eccomi dove un innocente

    trascinò la croce dell’ignominia

    e dove ora impazzano botteghe

    e trafficano abili mercanti

    attenti a tutte le monete.
     
    Nella bottega del musulmano

    si vendono icone della croce di Cristo

    si vendono icone della Menorah ebraica

    si vendono icone delle sùre di Maometto.
     
    Nella bottega del cristiano

    si vendono icone della Menorah ebraica

    si vendono icone delle sùre di Maometto

    si vendono icone della croce di Cristo.
     
    Nella bottega dell’ebreo

    si vendono icone delle sùre di Maometto

    si vendono icone della croce di Cristo

    si vendono icone della Menorah ebraica.
     
    E in questa terra tre volte santa

    dove il denaro che corre è ateo

    dilaga la maledizione dell’odio e del sangue

    e la lunga notte delle negazioni

    è lunga come i giorni di inganni ripetuti.
     
    Qui l’antica Terra Promessa

    ha l’amaro segno di una terra occupata

    dove i bambini palestinesi

    nascono già negati ai diritti universali.
    Oggi meditando ho camminato a lungo

    per la Spianata del Tempio

    ho accarezzato le splendide pietre

    della sacra Moschea di Omar

    ho ascoltato l’alto racconto

    delle possenti Mura di Solimano

    ho stretto la mano al sereno custode

    del Santo Sepolcro di Cristo

    e ho sognato che nei giardini di Gerusalemme

    i bambini di tutte le razze

    tenera profezia dell’umanità

    possano giocare felicemente insieme

    e i giovani liberamente danzare

    sotto il Muro del Pianto

    all’ombra della Cupola della Roccia

    negli spazi che ricordano la croce.

  • Ritratto di L.T.
    Politica, economia e fine della società

    Il fine della società

    Qui possiamo domandarci: “qual è il fine della società? Per rispondere a questa domanda dobbiamo entrare nel campo della Politica come scienza, la quale, però, deve esplicarsi nella pratica, illuminata proprio dal mondo della “cultura”, nel quale la “scienza” politica si colloca, senza cristallizzarsi in “ideologia” e senza dimenticare che nella realtà concreta deve dominare il valore della “”persona”; se vogliamo muoverci in questo senso non possiamo non riconoscere che la più vera definizione di “società” ci sembra la seguente: “tutti quegli individui che si trovano uniti hanno un solo fine comune, nel quale l’uno non discorda dall’altro, a similitudine delle membra di un corpo, che hanno tutte il fine del ben essere del corpo intero, come il corpo intero ha il fine del ben essere delle membra, allora vi ha la società” [20]: da questo concetto non può non scaturire, poi, la definizione del fine della società, infatti così il Roveretano lo definisce: “Il fine della società civile (è) il bene umano in tutta la sua ampiezza; ma perché, qualunque sia quella porzione del bene a cui ella è ordinata, questa porzione di bene dee sempre appartenere al bene dell’uomo; che se non appartenesse al vero bene proprio dell’uomo ella non tenderebbe in modo alcuno al bene, e la società civile sarebbesi formata pel male, il che è un assurdo manifesto…lo scopo vero e  ultimo di ogni società è, per natura della società stessa, il vero bene umano, nel quale tende da se stessa l’umanità e vi tende anco la persona umana(da qui)il fine delle società”, che, in questo campo, usa mezzi e strumenti che  “non sono e non possono essere altro che de’ metodi o sia dei sistemi, de’ mezzi tendenti ad accrescere la felicità umana[21]: dunque la “felicità umana” è il fine della società e delle “persone” che la costituiscono.

       Per meglio chiarire il fine della società non possiamo non definire il concetto di “persona”, atteso che la “felicità” di cui è cenno si riferisce all’uomo come membro della società. Il concetto di “persona” non può che essere ricavato da quel filone di pensiero filosofico che va dalla dottrina di Platone e della sua scuola, alle specifiche riflessioni di Paolo di Tarso, alle dottrine di Agostino di Ippona, alla speculazione di S. Tommaso e ai dottori del movimento francescano che più direttamente si riallacciano al pensiero di S, Agostino (fra i quali si distinguono S. Bonaventura e Duns Scoto), per sfociare nel sistema filosofico rosminiano, che si qualifica come dottrina dello “spiritualismo cristiano”: questo filone di pensiero, nella storia della Filosofia moderna si arricchisce, poi, nella speculazione di A. Carlini, di B. Giuliano, di A. Guzzo, di L. Stefanini, di M. F. Sciacca, in cui si colloca il pensatore della nostra generazione G. Catalfamo, il quale così definisce la “persona umana” : “La persona umana, per la filosofia cristiana, è in primo luogo un <individuo>, ma un individuo che possiede interiormente e per essenza una propria dignità. Si tratta di una dignità, dunque, che non si acquista contingentemente sulla scena della storia; se così fosse la persona sarebbe pur sempre una <maschera>[22]e non la dimensione qualificativa dell’essere umano come tale. Persona est      -diceBoezio- rationalis naturae individua substantia, e S. Tommaso fa sua questa definizione. In questo essere razionale, l’uomo è per se stesso capace di conoscere, di agire in maniera originale e autonoma: totius libertatis radix est –infatti- in ratione constituta. Nella razionalità e nella libertà sta dunque il segno della <personalità> come dominium sui actus, in guisa che la persona si afferma come id quod perfectissimum est in tota natura. Per questa sua qualità inalienabile ed <essenziale> ad un tempo, l’essere umano è <analogo> all’essere stesso di Dio, che à persona, anzi più propriamente, la <Persona>, dal memento che in Lui la personalità si realizza in grado eminente…In quanto persona, e cioè ente essere intelligente e libero, l’uomo è capace di attuare il trascendimento della propria <individualità>, che della persona è dimensione empirica. I sedicenti critici del personalismo cristiano confondono sovente l’individualità e la personalità, le quali, pur essendo di fatto congiunte e inseparabili nella struttura ontologica dell’uomo, per il loro <valore> sono chiaramente distinte da S. Tommaso. L’individualità esprimendo la dimensione naturale della persona. È ciò che esclude nell’uomo tutto il resto e cioè…la dignità dell’uomo ha la sua indefettibile, necessaria radice nell’essere in quanto essere” [23]. Abbiamo voluto fare questa lunga citazione non solo per dimostrare che nella organizzazione sociale deve primeggiare l’essere umano come “persona”, ma anche per affermare che tanto la tecnica (o attività pratica) politico-economica, quanto la Politica e l’Economia come scienze, non possono non rifiutare gli errori delle dottrine collettivistiche, individualistiche, materialistiche, pragmatistiche, relativistiche e neopositivistiche, infatti la crisi che stanno attraversando i popoli europei (e in varia misura, quelli di altri continenti) trova la sua origine nella reificazione dell’essere umano e nella concezione della società come massa amorfa guidata come gregge: qui pensiamo non solo alla creazione degli Stati totalitari, ma soprattutto ai tatticismi dei giorni nostri che lasciano prevedere lo strumento del dominio sugli uomini; tale strumento alimenta il desiderio del potere e la volontà di potenza, che è alla base del culto della idiocrazia, per cui l’idea immobilizzata deve dominare la vita e desidera vincere con l’arma della costrizione esterna e, così, in questo nostro tempo da una parte trionfano i potentati e dall’altro si riacutizzano i gemiti dei poveri. Questa crisi che ci opprime non può essere superata dalle “conventicole” politiche che hanno offuscato i valori culturali della Politica e dell’Economia. Se veramente si vuole la rinascita delle istituzioni e la ricollocazione dell’essere umano al centro dell’organizzazione sociale occorre ricollocare la Politica e l’Economia nel giusto posto nel “sistema del sapere” in modo che accolgano i valori della cultura, i quali, poi, devono porsi alla base della “tecnica” (intesa come applicazione di essi nella pratica attività): solo così non verrà ignorata la “persona umana” nella sua dignità di ente capace di innalzarsi verso il mondo dei valori metatemporali e di riconoscere, nell’organizzazione della società,  quella pluralità di “persone capaci” di perfezionamento e di perseguimento del fine naturale della felicità come fine naturale dell’uomo, perché la felicità è connaturale all’essere umano e non è una idea peregrina: ci basti qui ricordare che già nella prima consolidata speculazione dell’antica Grecia il fine della felicità è già affermato ed è messo in risalto dai più noti cultori della Filosofia: Platone, per esempio, a questo proposito scrive, con riferimento ai governanti, che “occorre…considerare il fine per cui si istituiscono i guardiani (cioè “guardiani della legge e dello Stato”, dunque anche i governanti):per la loro massima felicità, oppure per la prosperità comune, tenendo conto della città nel suo complesso?In questo caso occorre costringere questi ausiliari e guardiani a obbedire e impegnarsi ad assolvere nel modo migliore alle loro funzioni. Lo stesso vale per tutti  gli altri; e così la città nel suo insieme diverrà più forte e sarà ben governata, e perciò a ciascuna classe si potrà permettere di partecipare alla felicità che a ognuno la natura concede[24](le sottolineature sono nostre); lo stesso filosofo, quando arriva a dimostrare che il  governo dello Stato non può che affidarsi ai filosofi conclude così le sue argomentazioni: “nessuna felicità privata o pubblica sarà possibile in uno Stato diverso dal nostro” [25]. Dopo Platone anche Aristotele, nell’ambito del suo sistema filosofico, ricercando il fine  della “politica” e chiedendosi “quale sia di tutti i beni pratici il più alto”, afferma che “nel nome si è quasi tutti d’accordo: sia il volgo, sia la gente fina dicono che è la felicità, e stimano che una vita bella e fortunata sia il medesimo che l’esser felice”[26]. Riteniamo opportuno precisare, in riferimento alle due predette citazioni, che i su ricordati due concetti sulla felicità non si fondano su  una comune filosofia, perché il primo filosofo ripone la felicità nella contemplazione dell’Idea, cioè nel mondo “iperuranio”, proprio della sua dottrina e secondo colloca la felicità in questo nostro mondo concreto, perché il suo sistema filosofico si considera come teoria dell’intelligibile nel sensibile e dal sensibile; nell’evoluzione del pensiero filosofico i predetti due filoni di pensiero si arricchiscono nel pensiero di S. Agostino e di S. Tommaso, per cui il fine della società è sempre ricercato nell’ambito dell’ “eudaimonia”(termine, questo, greco, tradotto, poi, nel latino beatitudo o felicitas e nell’italiano  “felicità”); per il primo il termine di “felicità” si slarga e si arricchisce di significato nuovo nella famosa definizione: “beatitudo est gaudium de veritate”[27]e per il secondo, accettato il principio fondamentale  di Aristotele sulla natura razionale della felicità, si ritiene necessario correggerlo e completarlo nel campo della società politica., per cui il concetto viene così formulato: “appartiene in verità all’amore che deve  esistere fra gli uomini che l’uomo conservi il bene anche per un solo uomo. Ma è così migliore e più divino che ciò sia offerto all’intero popolo e alle città” e, sintetizzando: “si è detto che ciò è più divino che sia offerto all’intero popolo, nel quale sono contenute diverse città”, per cui detto bene si comprende nel concetto di “bene comune[28]. Nell’alveo di questi due filoni di pensiero nel corso della sua evoluzione ci si imbatte, prima, nel “personalismo cristiano” di A. Rosmini e, precisamente sua nella definizione dianzi riportata (che abbiamo ritenuta ancora attuale)e, poi, nel pensiero ufficiale della Chiesa così come espresso nei Documenti del Vaticano II, in particolare in questa definizione, per quanto concerne le nostre tematiche: il bene comunedella società- che ci consente nell’insieme delle condizioni sociali, grazie alle quali gli uomini possono perseguire il loro perfezionamento più riccamente e con maggiore speditezza- consiste soprattutto nell’esercizio dei diritti della personale umana e nell’adem-pimento dei rispettivi doveri…[29](per cui) dall’indole sociale dell’uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti”…l’uomo infatti è l’autore, il centro, il fine di tutta la vita economico-sociale[30](la sottolineatura è nostra), ma tale concetto, nel Vaticano II, è esteso non solo alle comunità “nazionali”, ma a tutta la famiglia umana in tutte le sue attività, oltre che in quelle dell’economia e della politica.

       Per una migliore comprensione dell’”eudaimonia” nel tempo moderno riteniamo opportuno rimanere nell’ambito dello “spiritualismo cristiano” e, quindi, vediamo come Rosmini arriva a stabilire che la “felicità” non è altro che “appagamento dello spirito”, per cui il giudizio che ci fa considerare interiormente contenti è la “somma dei nostri desideri soddisfatti” e il “desiderio” è “qualche cosa di intellettivo” e, dunque, è “appetito razionale”, che tende ad una bene “intellettuale” o “morale”, ma nel campo della felicità, come fine della società, l’oggetto del desiderio deve essere durevole; infatti, per il Roveretano “il possesso della cosa desiderata è permanente”; da qui si deduce che l’appagamento “ha per sua materia non un atto, ma uno stato piacevole che è continuo”; qui Rosmini  distingue il predetto “atto continuo” dagli “atti secondi” (accidentali o “istanti fuggitivi”), infatti “il solo essere, il solo vivere, avere il sentimento primo e fondamentale(che per Rosmini si intende “il sentimento fondamenta-      le-corporeo o sentimento del vivere)è un atto continuo”: gli “atti accidentali”, invece sonoparticolari e momentanei”, perché “in questa vita l’uomo non può essere in un atto continuo di alcuna potenza” [31]; nel caso dell’appagamento, dunque, si deve trattare di uno stato durevole, perché  la “felicità” non può consistere in istanti fuggitivi, ma come afferma  Rousseau “in uno stato semplice e permanente” [32]; lo spirito umano, dunque, compie le seguenti e operazioni per tendere all’appagamento: 1° giudizio volontario, “2° soddisfazione dei nostri desideri, 3° oggetto dei desideri; a proposito di quest’ultima operazione Rosmini precisa che lo spirito umano può crearsi oggetti “chimerici” ma non sono questi quelli che contribuiscono ad appagare l’uomo; è la forza della coscienza “eudemonologica” che induce l’uomo alla scelta di essi e, cioè, ad abbandonare le chimere e ad appetire gli oggetti che possono produrre la “felicità”: tenuti fermi questi principi, il Roveretano afferma che il primo bene reale per l’uomo è l’”esistenza” (chi la possiede desidera conservarla); però essa non può considerarsi il massimo bene per l’uomo, ma “ella è il minimo, il più elementare, l’ultimo che rimane de’ beni[33]: dunque l’esistenza non è un bene infinito, ma “è tanto limitato quanto è limitata l’esistenza stessa” [34]; ma per indicare il prezzo dell’esistenza non bisogna riferirsi all’esistenza pura, ma all’insieme di tutti i suoi atti. L’”l’esistenza significa propriamente una astrazione della mente” e non può significare che essa è la somma di tutti gli enti reali, “dunque essa è idea astratta e comune a tutti”,  in quanto ogni “ente reale” contiene l’essere, che varia in ciascuno e quanto maggiore è l’essere tanto maggiore ne è il prezzo; la differenza di prezzo non può stabilirsi tra una specie di ente e un’altra, altrimenti dovremmo dire che una tal quantità di muli equivalesse ad un uomo; dobbiamo, invece, valutare il grado del bene che un ente considerato in sé ha rispetto all’appagamento e ciò può considerarsi solo per gli “esseri razionali”; dunque i beni che un essere razionale può appetire sono quelli “soggettivi” e “oggettivi” e, per Rosmini, i beni soggettivi sono quelli “eudemonologici”, gli oggettivi sono quelli intellettuali e morali; questi ultimi hanno relazione con i beni eudemonologici o soggettivi, i quali senza i “beni morali” “non sono completi” [35]; senza entrare nella classificazione dettagliata dei beni, possiamo senz’altro ricordare che Rosmini vede nei beni eudemonologici (quelli, cioè, che assicurano la felicità) la possibilità del progresso delle società: solo operando nel campo di questi beni un Governo potrà assicurare ai cittadini l’uguaglianza, la vera libertà, il progresso, l’umanità, la giustizia, l’equità e la moralità, senza dimenticare, però, che la vita umana presenta sempre stati di felicità e di infelicità, ma se si tiene conto dello sviluppo della “persona umana” verso fini metatemporali è possibile sfuggire all’infelicità. e sulla base dei principi di questo “spiritualismo cristiano” nel campo della “Politica” e dell’”Economia” come scienze e nella loro applicazione pratica si può sperare nel buon governo della società, ovviamente eliminando tutti gli errori contenuti nelle dottrine “collettivistiche”,”in-dividualistiche”, “materialistiche”, “pragmatistiche” , “utilitaristiche” e “neopositivistiche”: dunque negli errori di queste dottrine nei campi delle scienze della “Politica” e dell’”Economia” e dell’attività pratica di esse in molte società del nostro tempo, fra le quali quella italiana, va ricercata l’origine della crisi dei nostri giorni.

       Dunque quando le scienze economico-politiche resteranno ancorate al mondo della cultura (come mondo dei valori metatemporali della scienza, dell’arte, della morale, del diritto e della religione) , privilegiando i “beni eudemonologici” (così qualificati i “beni” in virtù della derivazione dell’aggettivo da “eudaimonia” a noi nota come “felicità”) e quando i governanti,  i politici e gli economisti del nostro tempo svolgeranno la loro attività sotto la spinta dei predetti valori (cui tendono la “persona” e le società attratte dal fine della “felicità”) allora si potrà superare la crisi di questo nostro tempo che ha sconvolto l’organizzazione delle società sotto il profilo politico-economico dei popoli della grande famiglia umana che si va sempre più globalizzando, la cui causa non può che essere rinvenuta negli “ideologismi” delle dottrine dianzi specificate, le quali, anzichè mirare ai valori della vita umana, si sono impegnate per perseguire i fini dell’”utile”, del “falso”, del “vizio”, del “tornaconto”, dell’”edonismo” e del “laicismo” e via dicendo. A noi, per la rinascita dei valori della vita, è sembrata attuale la dottrina dello spiritualismo cristiano nel pensiero di A. Rosmini perché essa risponde alle impellenti esigenze di questa èra dello scientismo e del tecnicismo e perché la stessa indica la sola via da percorrere per rimettere al centro della vita associata “la persona” nella sua integralità e nella sua dignità e, soprattutto perché nella stessa dottrina si possono rinvenire i principi cui ispirarsi nella Politica e nell’Economia come scienze e come attività pratica, e ai quali possono far riferimento i governanti che vogliono mirare ad una perfetta organizzazione della società protesa al raggiungimento del fine supremo della “felicità”.

     


     

     

    [20]-A. Rosmini, Filosofia della Politica, op. cit. pag. 142.

    [21]-A. Rosmini, Filosofia della Politica,  op, cit. pp. 46 e 203.

    [22]-Nella lingua latina il termine “persona” (corrispondente al greco prōsopon) indicava la “maschera” dell’attore, che copriva il capo ed era diversa secondo i diversi caratteri da rappresentarsi.

    [23]-G. Catalfamo, Marxismo e Pedagogia, Ed. Avio –Roma- 1953, pp. 15/19.

    [24]- Platone, La Repubblica a cura di G. Lozza, A. Mondatori Ed., Milano, 1990, Libro IV, 421°, pag. 279.

    [25]. Platone, op. cit. Libro V, 473c-e, pag. 431

    [26]-Aristotele, Etica Nicomachea, op. cit. Parte Prima, Libro I, 1095°, 17, pag. 56

    [27]-S. Agostino, Confessioni, X, 22.

    [28]- S. Tommaso d’Aquino, In decem libros Ethicorum Aristotelisad Nicomacheum expositio,  Torino-Roma, Marietti, 1949, I, lectio II, 25/50

    [29]-I Documenti del Vaticano II a cura di A. Binni e V. Vailati, op. cit. pag. 738

    [30]-ibidem, pp.234, 294.

    [31]-A. Rosmini, Filosofia della Politica, op. cit. pag. 370.

    [32]- ibidem, pag. 371.

    [33]- A.Rosmini, op. ct. pag. 375

    [34]-A.Rosmini, op. cit. pag. 376

    [35]-A.Rosmini, op. cit. Pag. 378.


  • Ritratto di L.T.
    Uccidete Josè Borjès

    L'ordine dei piemontesi durante la conquista del sud. Il racconto di un'infamia.

    di Fulvio D'Amore

    Prefazione di Pietro Golia

    Qual era l'accusa di sempre che riecheggia ancora? La dichiarazione subdola del Ministro Bettino Ricasoli, per il quale la reazione napoletana del brigantaggio non era un movimento politico, da potersi paragonare a quello dei guerriglieri di Don Carlos, dei seguaci degli Stuardi o dei Vandeani. «Invano - concludeva il Ricasoli - domandereste loro un programma politico». Ma era certamente un'affermazione erronea, se l'opposizione poteva concordemente confutarla, rispondendo, tra l'altro, per mezzo di un anonimo:

    "Ma la bandiera borbonica, che i Sardi vedono spuntar sopra ogni vetta, non è ella un programma politico abbastanza visibile? E le grida di Francesco II, che i Sardi odono risuonare sì spesso, non sono elle un programma politico abbastanza udibile? E le fratture sì frequenti dei busti di gesso del Re Sardo e del Garibaldi, che si fanno dovunque apparisce un brigante, e l'alzamento alloro luogo dei ritratti di Francesco II, non sono elle un programma politico abbastanza evidente? E lo sterminio che in ogni paese, dove sorge la reazione, si fa di tutto ciò che è liberale, piemontese o garibaldino, non è egli un programma politico abbastanza palpabile? Ma forse il Ricasoli crede che non vi sia programma politico se non che dove si hanno note diplomatiche e discorsi al Parlamento".



    Già allora seguì una replica puntuale e lucida del giornale "Il Napoletano": « Ella chiama le bande saccheggiatrici, però nessuno dei giornali, neppure governativi, ha potuto asserire di un paese distrutto dai briganti mentre gl'istessi giornali parlano di San Marco in Lamis, Rignano, Spinelli, Montefalcione, Auletta, Vzesti, Ponte-Landolfo, Casalduni e Cotronei messi a sacco e fuoco dalle truppe Sarde. Dunque, nel fatto, quali delle due partirnerìta il nome di saccheggiatrice ? ... »

    È il caso, dunque, di provare sempre a contestualizzare i fatti con un serie di interrogativi e riflessioni, a leggere fuori dalla propaganda, dai luoghi comuni e dalle pigrizie intellettuali. Andiamo oltre la memoria consolatrice, la memoria incatenante. La terra è nostra e non si deve toccare. Non possiamo collaborare con gli invasori, ribelliamoci con tutti i mezzi possibili. Sono i napoletani al cospetto delle nazioni civili, sono i contadini che hanno capito che stanno per essere schiacciati dagli invasori e dagli affamatori di sempre, dagli usurai e dai borghesi, proprietari di terre e delle loro vite. Giacinto de' Sivo darà loro voce e motivi, anche per gli sbandati che si dilettano di storia nei tempi delle celebrazioni patriottarde e retoriche, anche quelle de12011, per tutte le tavole rotonde e imbandite, per i moderati e gli opportunisti di tutti i tempi: «Ma se l'azione fu rea, la reazione è santa. Che vale che i tristi la dicano "brigantesca". N e avete tolte l'arme a tradimento e siamo briganti combattendovi senz'arme alla svelata? Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni: e "galantuomini" voi venuti qui a depredar l'altrui? Il padrone di casa è il brigante e non voi piuttosto venuti a saccheggiar la casa? Ma la coscienza universale ha giudicato: è già l'Europa ha imparato a intender a rovescio le vostre parole. Se siamo briganti, quel governo che sforza tutto un popolo a briganteggiare è perverso. Quel governo che impone con le bombe e le fucilazioni è spietato; e se prima poteva avere amici fra gli illusi, dopo la prova ha solo oppressi che l'aborrono. E questo nome stesso di briganti, che fu già triste e abietto, noi lo facciamo amare dall'anime gentili, e lo renderemo glorioso".

    Ma sono tempi di guerra, per Croceo saranno tempi di guerra per bande, guerra di guerriglia. Le forze sono impari, il brigante, il guerrigliero deve scegliere i luoghi e i tempi. Lo scontro frontale, la guerra classica per chi deve fronteggiare un'invasione che si trasforma anche in guerra civile, guerra di religione e guerra di classe è un lusso politico che porterebbe a sicura rovina.

    Lo stesso generale piemontese Alessandro Bianco di SaintJorioz già nella prima metà dell'Ottocento teorizza la guerra per bande, la guerriglia. La macchina da guerra piemontese non gli sembra sufficiente: ha bisogno di essere affiancata da forze irregolari ed oblique. Lo scontro, l'incomunicabilità tra Borjés e Croceo verterà anche su questo.

    I centri che vengono saccheggiati sono quelli che hanno una fisionomia politica e sociale inequivocabile: sono i luoghi, i palazzi dove ci sono i ricchi, gli sfruttatori, quelli che hanno angariato le popolazioni circostanti. Sono le residenze storiche dei liberali, dei giacobini, sono le zone grigie ave sono accumulati viveri di prima necessità.

    L'alleanza non era possibile, l'intesa durò poco. Padrone del campo era Croceo e tale rimase. Borjés dovette ripiegare. Poteva l'esercito più potente (i piemontesi, le Guardie nazionali, gli squadriglieri) soccombere? No, non poteva. Un Cardinale Ruffo non si trova ad ogni angolo di storia.



    N ella storia ci sono stati casi di forze minori e meno equipaggiate che hanno tenuto duro, ostacolando anche se non sconfiggendo militarmente un nemico potente. Nei tempi moderni si è capito che le tattiche di guerriglia hanno bisogno di santuari e di appoggi, che occorre differenziare la guerriglia, non andare alla ricerca di asfissianti e pericolosi coordinamenti: la guerra convenzionale è un'altra cosa. Nella guerriglia piccole unità che agiscono in modo indipendente giocano il ruolo principale e non deve esserci una interferenza eccessiva con il loro operato. Carmine Donatelli Croceo l'aveva capito prima di Mao Zedong, Che Guevara e Ho Chi Minh. Nella guerra tradizionale, quella che voleva fare José Borjés, «il comando è centralizzato ... Tutte le unità e tutte le armi di sostegno in tutti i distretti devono essere coordinate al massimo livello». N ella guerriglia, quella sorta di comando e controllo era «non solo indesiderato ma anche impossibile».

    Dànno man forte allo studio di Fulvio D'Amore la stima e il riconoscimento di Sergio Tau, scrittore e regista: «Ora la storia di Borjés può tornare fuori ... Filmicamente è grandiosa, con la sua traversata invernale dell'Appennino». Borjés, inseguito dai piemontesi, tallonato da giornalisti e agenti segreti, punta sullo Stato Pontificio per relazionare direttamente a Francesco II su quanto ha visto e gli è accaduto e sulle forze in campo. Ma a Tagliacozzo viene segnalato da una guida traditrice ai bersaglieri, che lo fucilano insieme ai suoi. Tirano un sospiro di sollievo mandanti ed esecutori.

    È come in genere avviene per i lavori sporchi. Si assiste ad un inverecondo annebbiamento di responsabilità. Ma chi tramava nell' ombra ha paura anche del corpo del generale catalano. Avviene una macabra trattativa con un risvolto a sorpresa. Venti giorni dopo la salma è consegnata alla guardia papalina, il funerale si tiene nella chiesa del Gesù a Roma. Poi c'è una messa per l'anima sua a Barcellona, ma del corpo più nessuna traccia. Resta un suo diario, stranamente in francese, lingua che lui non conosceva. L'ha davvero scritto lui o l'hanno scritto i "servizi" di allora, per occultare la repressione in atto? Sergio Tau, e non solo lui, afferma che è un falso.

    «Infondata è l'idea stessa che tutta la vita possa essere documentata o registrata su un diario, ma non è possibile nemmeno tutta una storia piccola o grande che sia», dice Juri Tynyanov, grande storico e letterato russo. Non tutti hanno i diari, non si scrive tutto, non tutti i diari sono autentici. Le cose importanti e gravi non si mettono mai per iscritto. Poi ci sono state epoche contrassegnate da manipolazioni di testi e documenti falsi. Tanti archivi sono stati distrutti. Le carte che si trovano sono quelle che i posteri avrebbero dovuto leggere, sono dunque carte false.



    Eppure, tra le righe, è possibile rintracciare verità e notizie che servono a ricostruire il mosaico degli avvenimenti passati, le contraddizioni e le menzogne. Al punto che Henry Tudor ha sottolineato la fondamentale differenza tra lo storico e il "costruttore di mito": «Lo storico ci convince ad accettare le sue affermazioni, citando prove rilevanti: documenti ufficiali, relazioni dei testimoni, nomi, ritrovamenti archeologici e così via. Inoltre cerca di dimostrare che le sue affermazioni non sono solo ragionevoli deduzioni dalle prove, ma sono anche coerenti con altre conclusioni raggiunte sugli avvenimenti o sul periodo in questione. Il costruttore di mito procede in modo opposto. La visione del mondo che troviamo nel mito ha sempre uno scopo pratico. Il suo obiettivo è quello di proporre una certa linea di azione o di giustificare la situazione esistente. J miti sono accettati come veri, non sulla base di una evidenza storica, convincente, ma perché danno una spiegazione del momento attuale».


  • Ritratto di Utente anonimo

    Intitolata la scuola primaria a "Falcone e Borsellino".

    Gli uomini passano le idee restano

    Morino – Sabato scorso, è stata inaugurata, dopo i lavori di ammodernamento e di ristrutturazione, la scuola primaria di Grancia, appartenente all’ Istituto Comprensivo “Enrico Mattei”.

    La mattinata, splendida, anche dal punto di vista climatico, con un sole che si prestava benissimo alle intenzioni degli organizzatori, ha regalato momenti intensi a tutti i presenti, non senza commozione.

    Il Sindaco Roberto D’Amico, nel fare gli onori di casa, ha voluto sottolineare l’importanza e la valenza civile e culturale della realizzazione di questi lavori, portati a termine grazie ad un finanziamento regionale di 66.000 Euro per quanto riguarda gli adeguamenti strutturali (è stato realizzato un tetto in legno, abbassato il telaio e rinforzata la struttura) e grazie ad un finanziamento di 50.000 Euro del Patto dei Sindaci, attivato dalla Provincia, per gli adeguamenti termici (rivestimento interno e nuovi infissi).

    Un’ ulteriore cifra pari a 33.000 Euro, è stata stanziata dallo stesso Comune di Morino, che tenacemente ha voluto realizzare i lavori nel più breve tempo possibile, trattandosi della scuola del paese.

    Attualmente un’ala della struttura è vuota e verrà utilizzata ben presto quando confluiranno nella scuola di Grancia anche gli alunni di Pero Dei Santi, in modo tale da realizzare un unico plesso scolastico.

    Non può non essere un esempio straordinario quello dell’ unione fra la scuola di Grancia e la scuola di Pero Dei Santi – ha spiegato ai presenti il Vice Presidente del Consiglio Regionale Giovanni D’Amico - in quanto in una zona come la Valle Roveto nella quale storicamente i vari paesi, spesso, si sono osteggiati, adesso in un periodo fra l’altro così complesso, i due comuni uniscono le forze, creando un legame importante all’interno del tessuto sociale e ovviamente, anche un risparmio economico.

    Il legame infatti, fra Morino e Pero dei Santi verrà sancito quando tutti gli alunni delle scuole materne dei due comuni saranno accorpati nel plesso di Pero Dei Santi.

    Ad annunciare ai presenti questo significativo cambiamento, il Sindaco di Civita D’Antino Sara Cicchinelli, assolutamente entusiasta di questa iniziativa.

    Oltre alla Vice Prefetto di L’Aquila, alla Vice Preside dell’Istituto Comprensivo, al Parroco Don Tommaso ed a tutte le autorità intervenute, anche un rappresentante dei giovani rovetani, Francesco Babusci, che ha spiegato ai presenti quanto sia stato importante il coinvolgimento dei giovani del paese nella scelta del nome da dare alla scuola e di come si sia arrivati a scegliere il tema della legalità e quindi Falcone e Borsellino, attraverso incontri e discussioni passati per i social network e la rete.

    Dopo il taglio del nastro, ad opera di una rappresentante degli alunni, la Vice Prefetto ed il Sindaco hanno scoperto la targa sulla quale è stata riportata la foto storica dei giudici Falcone e Borsellino e due loro frasi altrettanto famose che rappresentano chiaramente i due importanti personaggi.

    Benedetto Agostino

     

     

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  • Ritratto di Sara Rotondi

    Viaggio alla riscoperta delle tradizioni e dei valori che animano la Valle Roveto. Un vero e proprio boom di visitatori alla nona IX di Frantoi aperti, che si è svolta lo scorso fine settimana nello splendido borgo di San Vincenzo

    Frantoi aperti...e affollati!

    San Vincenzo Valle Roveto - Una due giorni all’insegna del buon cibo e della buona musica: un'occasione per recuperare spazi, gusti, tempi e sapori dell'esperienza contadina. Anche quest’anno la manifestazione dedicata all’olio e ai prodotti tipici della Valle Roveto ha riscosso un grande successo. Numerose le persone che si sono riversate tra gli stand del paese per assaggiare i prodotti locali.

    Come da programma, la rassegna è partita sabato scorso dalla frazione di San Vincenzo Vecchio alle 15.30, con l'apertura delle cantine lungo le vie del paese e si è svolta nei caratteristici vicoli del centro storico con degustazione dell’olio novello, vino, carne alla griglia, straccetti allo zafferano, zuppa di ceci, castagne e altri prodotti tipici. Il tutto accompagnato dall’esibizione di bande musicali, cori folcloristici, spettacoli itineranti e artisti di strada.

    La manifestazione, giunta quest'anno alla nona edizione,  è stata resa possibile grazie all’Amministrazione comunale di San Vincenzo Valle Roveto, la Regione, l’Arssa, la Provincia dell’Aquila, la CCIAA, l'Associazione La Monicella, ma soprattutto le due Pro-Loco di San Vincenzo Valle Roveto e di San Vincenzo Vecchio, i loro rispettivi Presidenti Riccardo Milanese e Veronica Romanelli e tutti i volontari del paese che hanno aperto le porte ai visitatori e offerto loro un’ampia offerta eno-gastronomica.

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  • Ritratto di L.T.
    Malta in Marsica

    Marsica. Con una cordiale cerimonia di benvenuto il 14 Novembre sono stati ricevuti presso il Municipio di Celano e presso la nuova sede del GAL Marsica, dal Consigliere Comunale Ezio Ciciotti, Joseph Attard, sindaco di Zejtun, Comune di Malta con il quale il Comune di Celano e’ gia’ gemellato, e la delegazione della Fondazione Gal Xlokk composta dal Presidente Sindaco della Città, sindaci e rappresentanti della società civile dell’area sud-est di Malta. La visita della delegazione maltese ha lo scopo di rafforzare i rapporti con i Gal che operano in Abruzzo per un confronto sui progetti Leader attivati che potrebbero essere riproposti nella piccola isola del Mediterraneo. La delegazione maltese rimarrà in Abruzzo per quattro giorni nel corso dei quali verranno discusse le strategie di sviluppo locale illustrando le peculiarità turistiche e agro-alimentari del territorio, visitando sia gli enti locali quali Comunita’ montana che le aziende agroalimentari (Covalpa) che operano nel nostro territorio. “E’ stato un incontro molto cordiale – dice il consigliere Ezio Ciciotti - che ha gettato le basi per future collaborazioni in una politica di sviluppo e rafforzamento delle relazioni tra il Comune di Celano e quello di Zeitun. La visita degli ospiti maltesi in questa fase ha lo scopo di prendere conoscenza della situazione relativa al progetto Leader”. All’incontro hanno preso parte il già citato sindaco Joseph Attard, Deandra Scerri, Silvio Schembri, Christian Salerno, Hubert Theuma, Carmelo Falzon, Mario Calleia, Joan Agius, Anthony Roberts e l’ex vicesindaco di Celano Ilio Nino Morgante, quale componente della prima delegazione del Comune di Celano che ha allacciato i rapporti con la cittadina maltese. Nel corso della visita nella Marsica la delegazione incontrerà anche il presidente della Provincia Antonio Del Corvo. Altri incontri programmati sono quelli avuti al Crab di Avezzano e nella giornata di giovedì, guidati dal consigliere Ciciotti, a Valle Reale, una nota azienda vinicola della Valle Peligna.

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  • Ritratto di L.T.
    A.N.P.I. piange il Prof. Arnaldo Maviglia

    Avezzano. L'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia esprime tutto il suo cordoglio per la morte del valoroso combattente Partigiano della "Banda Marsica" Prof. Arnaldo Maviglia, di anni 91, avvenuta nella propia abitazione oggi 8 novembre. I funerali si svolgeranno il 9 novembre alle ore 15 nella Chiesa S.Rocco di Avezzano.

    Il Presidente ANPI Marsica
    Antonio Rosini


  • Ritratto di L.T.
    Fegato:forti dubbi sull’etimo più accreditato; toponimi come Borgocollefegato

    di Pietro Maccallini

    La maggior parte degli etimologi sostiene che il nostro fegato trae origine da una strana abitudine del più rinomato, originale e stravagante gourmet latino, Marco Gavio Apicio, il quale avrebbe inventato una ricetta particolare formata da fegato di maiale o di oca ingrassato con i fichi, che avrebbero dato alla pietanza un sapore particolarmente delicato.  Apicio, vissuto nell’età di Augusto e Tiberio, sembrerebbe anche l’autore del nucleo fondamentale di un’opera di cucina  dal titolo De re coquinaria, opera in dieci libri, frettolosa e disorganica, su cui si sono depositate sedimentazioni varie fino al IV sec. d. C. Lo scritto, quindi, è frutto di mani diverse e spesso tese ad esaltare la “leggenda” di questo singolare personaggio che alla fine si sarebbe suicidato perché non più in grado, a causa delle sue spese veramente pazzesche, di allestire altri banchetti degni della sua fama. La figura storica di Apicio risulta in effetti un po’ vaga e sfumata, dai contorni fantasiosi, tanto che si pensa anche che essa possa corrispondere a diversi  personaggi vissuti in epoche diverse.

    Io mi sono posto queste domande: ammesso e non concesso che la ricetta di Apicio fosse vera, è mai possibile che il vecchio nome del fegato, il lat. iecur, iecinoris,  sia stato sepolto in tutta la Romània (cfr. it. fegato, sp. higado, port. figado, fr. foie, prov. fetges,rum.figàt, gr.mod. sykóti)sotto l’incalzare, anche presso il grosso pubblico, di questa stravaganza del nostro eccentrico e ricchissimo buongustaio, tanto da poter sostituire dappertutto con naturalezza ed esclusività assoluta l’altro nome per il ‘fegato’, anche quando esso non indicava quello ingrassato con i fichi? E’ mai possibile che la gente comune, allora ben lontana dalle possibilità e dagli usi della élite straricca e stravagante, abbia potuto far proprio, usandolo nella vita di tutti i giorni, un vocabolo, lo (iecur) ficatum ‘ (fegato ingrassato) coi fichi’, che si riferiva appunto solo ad una ricetta particolare escogitata da Apicio il cui ingrediente essenziale erano i ‘fico’, come ribadiva il significato della voce ficatu(m),  ben chiaro all’uomo comune di allora diversamente da quanto succede oggi con fegato?  Chi d’altronde poteva avere i mezzi per nutrire questi animali con una dieta a base di fichi? Ci sarebbero voluti interi ficheti per permettersi il  lusso di allevare in questo modo, per mesi e mesi, dei maiali.  A mio avviso, pertanto, tutta questa storia sa piuttosto di invenzione e leggenda, tanto è vero che circolano anche altre spiegazioni in internet, più realistiche, del termine ficatu(m), come quella che fa riferimento all’uso dei Romani, non so quanto veritiero, di mangiare il fegato infilzandolo a pezzetti, alternati a fichi, in stecchi di legno.

    In questo caso io non posseggo una prova regina diretta che possa tagliare la testa al toro come in altri casi descritti nei precedenti post, ma una serie di indizi, anche sostanziosi, mi spinge a sostenere quello che sto per dire.

    Il fegato, grossa ed importantissima ghiandola del corpo umano, ha una forma a cuneo costituito da due lobi principali: semanticamente la sua radice dovrebbe rientrare, a mio parere, tra le tante che esprimono il concetto di ‘massa, grumo, mucchio, rotondità, protuberanza’. In effetti il lat. ficu(m) ‘fico’ aveva anche il significato di ‘porro, tumore, rigonfiamento’.  Il suo derivato ficatu(m), quindi, con molta probabilità non dovette essere originariamente termine culinario relativo alla ricetta più sopra descritta, ma antichissimo nome del fegato  che forse in un primo tempo, magari all’ombra di qualche dialetto, vivacchiò parallelamente a quello ufficiale di iecur o iocur e poi, per motivi difficili da individuare, si diffuse talmente tra il popolo da sostituire in tutta la Romània il termine iecur.  Nel frattempo, però, il probabile significato originario di *ficatu(m) ‘corpo rotondeggiante’ dovette andare perduto in latino (benchè non del tutto, come ficum ‘tumore’ dimostra ) a tutto vantaggio di quello botanico di ficu(m)‘fico’,albero e frutto, sicchè fu fatale ricondurre a questo ambito botanico l’origine di ficatu(m) ‘fegato’, mediante l’invenzione dei fegati ingrassati con i fichi, ricetta gradita ad Apicio, personaggio dai tratti leggendari.  Si tratterebbe insomma di una delle solite etimologie popolari, inevitabili quando un vocabolo nuovo, straniero o dialettale, entra nel tessuto di una  lingua e per giunta va a combaciare alla perfezione con la radice di una parola già molto diffusa tra la gente.  Questi fenomeni diventano ancora più comprensibili e semplici da spiegare se si situano entro la cornice della mia visione semantica delle parole: il concetto di “fico”, albero e frutto, rientra in quello sovraordinato di “escrescenza, protuberanza” che abbraccia anche quello di “fegato”, rappresentabile come una vera e propria escrescenza, concetto che include forme di qualsiasi tipo, allungate e appuntite, grossolane e informi, grosse e rotondeggianti, piccole e sottili, ecc., che restano comunque sempre un’escrescenza.  Pertanto anche quando i nomi con cui essa viene espressa assumono di volta in volta, nelle varie lingue e nei vari dialetti, un significato specifico rispondente alle suddette molteplici tipologie, resta comunque assodato che quel significato, scarnificato e ridotto all’essenziale, si spoglia per così dire delle sue mutevoli determinazioni per riattingere la condizione originaria della sua assolutezza indeterminata: il che equivale a dire che alla base dei significati contingenti delle parole si rintraccia sempre un’idea generica che li riassorbe tutti, fino al punto di dover filosoficamente constatare che le parole di ogni lingua nascondono dentro di loro quell’unica idea di ‘anima, forza, vita, movimento’ che doveva dominare la mente dell’uomo preistorico nella sua visione animistica della realtà.  

    In questa dinamica rientrano il citato ficu(m)’fico’, ‘tumore’ nonché le voci dialettali ficozza (romanesco) ‘vistoso bernoccolo, provocato da percossa o caduta’, ficozza (napoletano, pugliese) ‘pugno (ben assestato o altrimenti specificato)’.  A questo proposito è molto interessante notare la differenza tra il mio metodo di indagine e quello seguito dai linguisti nella interpretazione dei nomi.  Loro sono ben contenti se riescono a trovare un significato specifico della radice da interpretare, io rimando sempre ad un valore generico della stessa, secondo il principio assodato della mia linguistica.  Raffaele Bracale[1], ad esempio, peraltro acuto linguista internettiano, riporta il significato di ‘pugno’ del napoletano arcaico fecozza a quello di ‘ferita con relativa tumefazione’ provocata da un pugno ben assestato, che a mano a mano, illividendosi, assume la forma e il colore della “boccuccia del fico fiorone”.  Si tratterebbe quindi di una metonimia con scambio di causa (pugno) / effetto (tumefazione): quest’ultimo, con movimento per così dire retrogrado, avrebbe dato il nome al ‘pugno’. Il ragionamento è ineccepibile, secondo la logica tradizionale, ma comincia a rivelare tutta la sua inconsistenza non appena lo si inquadra nella cornice della mia logica, in base alla quale quanto più una spiegazione tende a trovare un significato della radice preciso, specifico, combaciante con l’oggetto, la caratteristica o il fenomeno da essa indicato, tanto più ci si allontana dalla verità: le radici hanno sempre in partenza un significato genericissimo, ed è questo che bisogna cercare di scoprire.  In questo caso esso è dato dalle voci dialettali sopra citate, che evidenziano il concetto di ‘rotondità, protuberanza’ il quale abbraccia cumulativamente sia quello di ‘bernoccolo, tumefazione’ che quello di ‘pugno’, il quale non è altro che una sorta di ‘grumo, massa, bernoccolo’.  Di dialetto in dialletto le voci ficozzo, ficozza  possono assumere,  uno o più significati specifici scaturenti però da questo concetto essenziale di protuberanza, prima che ci spingiamo più a fondo nella ricerca del significato iniziale del termine.  A me sembra infatti che questa radicefic- si possa considerare addirittura variante, con pronuncia spirante della labiale iniziale, della radice di lat. pug-nu(m) ‘pugno’.  I linguisti si affannano a scegliere questa o quella radice per l’etimo di lat. pug-nu(m) accostandolo ora al gr. pyk-nós ‘unito, denso, compatto’, ora alla radice di lat. pung-ere ‘pungere’ (con infisso nasale), gr. peuk- ‘pungente, penetrante’ senza avvedersi che l’uno e l’altro significato fanno capo a quello di ‘spingere, colpire, premere, comprimere’ che genera  anche il concetto di ‘protuberanza’.   In altri termini, la ricerca etimologica può considerarsi sulla buona strada se tende a riannodare insieme i vari significati di superficie, è invece sulla falsa strada se tende a innalzare steccati tra le possibili radici coinvolte. Come spesso è avvenuto anche nel campo della fisica, l’unitarietà dei fenomeni, anche apparentemente inconciliabili, è la caratteristica che invece è più spesso e obbiettivamente riscontrabile nella realtà.

    Aiutano a comprendere l’origine del termine fegato anche alcuni suoi nomi sardi come log. figoto che potrebbe essere confrontato col nome del gr. mod. sykóti ‘fegato’, il quale peraltro ripropone il rapporto del termine con gr. sŷkon ‘fico’.  La fricativa alveolare sorda iniziale di gr. sŷkon dovrebbe essere conseguenza della resa in greco di una interdentale originaria che ha dato invece la fricativa labiodentale sorda di lat. ficu(m), a meno che non si tratti di probabile incrocio con altra radice di termini omosemantici (perché esprimono sempre una protuberanza) rispetto al concetto di ‘fico’, come gr. sikýa ‘melone, coppetta’, gr. síkys ‘cetriolo, cocomero’.  Una eventuale forma come *ficotiu(m), parallela a gr. mod. sykóti, potrebbe essere all’origine degli it. ficozzo, ficozza sopra ricordati.  L’interessante voce logudorese crasta-figadu[2]‘pezzettino di fegato che rimane attaccato alla bestia dopo il prelievo dell’organo’ è quella che secondo me, se non taglia la testa al toro, gliela lascia tuttavia miseramente penzoloni. Innanzi tutto non si può negare che questo termine viene da molto lontano e che certamente non nacque per esprimere il suo attuale significato, se si pone attenzione alle due componenti le quali fanno riferimento rispettivamente al verbo log. crastare ‘castrare’ e a log. figadu ‘fegato’.  Il suo significato preciso, dunque, potrebbe riferirsi al massimo, secondo l’esegesi comune di simili termini, al uno strumento, un coltello con cui recidere il fegato e non al “pezzettino” residuo di cui sopra.  Ma anche stavolta si vede bene in azione, in trasparenza, il grande principio saussuriano secondo cui è vano credere che la lingua sia un meccanismo teso ad esprimere i concetti che esprime in un determinato stato di lingua: al contrario, il grande linguista ginevrino fa notare che lo stato risultante dai cambiamenti diacronici è fortuito e non era destinato ad esprimere le significazioni di cui si carica.  Nel nostro caso  siamo evidentemente in presenza di un termine tautologico che all’inizio doveva indicare il ‘fegato’ in ambo le componenti, se è logico pensare che la prima componente non ruotava intorno al concetto di castrare ma a quello di log. crastu ‘masso, sasso, roccia, testa’, concetto ben acconcio ad esprimere quello affine di ‘massa, bernoccolo, protuberanza’ a cui dovrebbe far capo, come abbiamo visto sopra, anche quello di ‘fegato’.   Questo significato della prima componente, insomma, costituisce una vera e propria prova, nell’ambito di una tautologia, che anche la 2° comp. –figadu doveva avere lo stesso significato di ‘massa, rotondità’.   La voce crastu dà vita, come è naturale, a diversi oronimi in Sardegna. Io credo che essa si ritrovi anche nel ted. Karst ‘Carso’ e ‘bidente’.  Quest’ultimo significato rientra in quello delle protuberanze più o meno appuntite e ci fa capire che un eventuale significato di ‘fegato’ per ted. Karst è dietro l’angolo.  Si sa che la radice di Carso indica la ‘pietra’, concetto ruotante intorno a quello di ‘protuberanza, massa più o meno rotondeggiante’. Per un’ analisi più approfondita del concetto di bidente rimando al mio post di aprile 2010 L’italiano “bidente” ovvero le insidie etimologiche

    Da ultimo, è gratificante constatare come questo termine “fegato” si ritrovi pari pari in alcuni toponimi ad indicare un ‘colle, monte’, cioè una ‘protuberanza’.   Non tutti sanno, ad es., che il paese di Borgorose della prov. di Rieti, ma non molto lontano da Avezzano-Aq, fino ad una cinquantina di anni fa aveva il bel nome antico di Borgo-colle-fegato che però non doveva piacere ai suoi abitanti se decisero di cambiarlo.  Veramente oggi ancora esiste una piccola frazione del comune di Borgorose che ritiene l’antico nome di Colle-fegato il quale, a mio avviso, costituisce una variante del nome dell’altra frazione chiamata Colle-viati, se la 2° componente –viati è quasi sicuramente da intendere come evoluzione da un precedente –vigatu(m) oppure -vigati, con dileguo della velare sonora g- intervocalica come in tante altre parole dialettali.  Insomma sia –fegato, dal lat. ficatu(m), sia –vigatu(m) debbono a mio avviso rappresentare due pronunce leggermente diverse di un unico termine relativo alla stessa  entità geomorfica, quella di ‘colle’, che abbiamo visto essere concettualmente simile all’idea di ‘fegato’, inteso come ‘massa, protuberanza’.   Nel primo caso il nome preistorico si è confuso e ha seguito le sorti di quello di lat. ficatu(m), mentre nel secondo, esso si è incrociato probabilmente con la radice di lat. via(m) ‘via, strada’, anticamente veha(m),da *weghya (cfr. ted. Weg ‘via’, ingl. way ‘via’).  La radice è la stessa di lat. veh-ere ‘trasportare, andare a cavallo o su un mezzo di trasporto, andare’ ed esprime fondamentalmente il movimento, non solo quello dei carri ma anche quello della via, la quale prende il nome non dal fatto di essere riservata ai carri , come taluno sostiene preso dal demone della specializzazione a tutti i costi e dalla voglia di distinguere via da via, ma dal fatto che essa resta in ogni caso genericamente un ‘cammino, percorso, tragitto’.

    Esiste anche un Colle Fegato frazione del comune umbro di Norcia nonché unMonte-fegat-esi in provincia di Lucca.  E certamente si incontreranno, in Italia e altrove, altre località, antropizzate o meno, con nomi simili.

    NOTE
     
    [1] Raffaele Bracale, Vecchie voci napoletane (18), sito web http://forum.dialettando.com/forum_new/show_thread.lasso?codice_thread=20080521151728461743&mode=0



  • Ritratto di L.T.

    Seconda Edizione 2012 del Concorso Musicale Nazionale Giuseppe Moretti

     

    Dacia Maraini per Giuseppe Moretti

    Gioia dei Marsi. Dacia Maraini, con l'Associazione Culturale Teatro di Gioia e il patrocinio del Comune di Gioia dei Marsi, dopo il successo della prima edizione, bandisce la Seconda Edizione 2012 del Concorso Musicale Nazionale Giuseppe Moretti.

    Il concorso propone ai musicisti l'interpretazione di una canzone di Giuseppe Moretti e, nello stesso tempo, dà loro l'occasione di esibire una loro composizione musicale su un testo di un poeta italiano classico antico o moderno, oppure scelto tra quelli messi a disposizione da alcuni poeti contemporanei: Maria Luisa Spaziani, Fabio Pusterla, Bianca Maria Frabotta, Carlo Carabba, Anna Cascella, Vivian Lamarque, Patrizia Cavalli e dagli eredi di grandi poeti come Pier Paolo Pasolini e Alda Merini.

    Al vincitore del concorso quale migliore interprete sarà consegnato il premio di Mille Euro. Al vincitore per la migliore composizione su testo poetico sarà consegnato il premio di Cinquecento Euro.

    Dacia Maraini presiede la Giuria del Concorso, composta da Carlo Carabba, Yoi Manili, M° Rinaldo Muratori, M° Anna Tranquilla Neri, M° Angela Tedeschi.

    Il Concorso si svolgerà nella Sala Moretti a Gioia dei Marsi (AQ) il 4 gennaio 2012 alle ore 17:00.

    Tutte le informazioni e il regolamento si trovano sul sito www.poesiainmusica.com.

    Inviare la domanda di partecipazione con la documentazione richiesta nel bando a segreteriaconcorsomoretti@gmail.com entro il 10 dicembre 2011.

    Presentazione del concorso

    Ho ideato questo concorso per ricordare festosamente, in modo creativo, Giuseppe Moretti, musicista, attore, regista e mio compagno per tanti anni.

    Abbiamo cominciato l'anno scorso e abbiamo avuto un grande successo. I partecipanti sono venuti da tutta Italia e il pubblico è corso ad ascoltarli. Per questo riteniamo giusto continuare, istituendo un premio anche per la composizione.

    Il concorso propone ai musicisti l'interpretazione di una canzone di Giuseppe e nello stesso tempo dà l'occasione ai partecipanti di esibire una loro composizione musicale autonoma su un testo poetico classico, antico o moderno.

    Le poesie contemporanee sono messe a disposizione del concorso da alcuni eccellenti poeti viventi come Maria Luisa Spaziani, Fabio Pusterla, Bianca Maria Frabotta, Carlo Carabba, Anna Cascella, Vivian Lamarque, Patrizia Cavalli, e dagli eredi di grandi poeti morti, come Pier Paolo Pasolini e Alda Merini.

    Sarà una serata-spettacolo gioiosa e amorevole, in cui avremo l'occasione di riunirci nel ricordo di Giuseppe, ascoltando insieme la sua musica, e contemporaneamente le nuove canzoni che nasceranno dalla congiunzione di nuove note abbinate alle parole di poeti popolari e amati come Giovanni Pascoli, come Giacomo Leopardi o ai prescelti poeti contemporanei.

    Al vincitore del concorso, quale migliore interprete della canzone di Giuseppe sarà consegnato un premio di Mille Euro, mentre per la composizione della canzone preferita dalla giuria per creatività e vicinanza alle intenzioni morettiane sarà consegnato un premio di Cinquecento Euro. Non è molto ma in tempi di selvaggi tagli alla cultura è tutto ciò che riusciamo a fare. In compenso la partecipazione al concorso è gratuita e chi canterà verrà ascoltato da un un vasto pubblico e sarà citato su Internet e sulla stampa locale.

    Un saluto a tutti i giovani musicisti che amano la poesia e un invito a partecipare,



    Dacia Maraini


  • Ritratto di L.T.
    Sapori d'autunno a Opi

    Opi, borgo medievale adagiato su una lingua di roccia, immerso nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo e delle sue meraviglie…nel suo accogliente brulichio di eventi e tradizioni, vi aspetta in una cornice che conserva intatta tutta la sua identità rurale.Il 29 Ottobre 2011, dalle ore 19:00, il paesello marsicano per una sera si vestirà dei colori e dei sapori d’Autunno con una sagra antica dal sapore autunnale giunta oramai alla settima edizione.
    Nel centro storico vestito a festa per l’occasione, tra i vicoli, il fresco e la tranquillità del borgo, tra canti e musica popolare, si potranno degustare piatti tipici della tradizione, castagne, minestra opiana, salsiccia, scamorza e buon vino.


    Il falò in piazza colorerà la serata di un atmosfera magica ed incantevole … 

    Data di riferimento
    29 Ottobre, 2011

  • Ritratto di L.T.

    Che fine ha fatto Jack O’ Lantern?

    La ricorrenza di Halloween, celebrata tutti gli anni con feste, maschere e dolcetti, ha origini antichissime. I primi a celebrarla in Europa furono i Celti, i quali credevano che Samhain, questo il nome originale della festa, fosse il momento di passaggio tra l’estate e l’inverno e tra un anno e l’altro. Secondo la tradizione, nella notte di Halloween il velo che divide il mondo dei vivi da quello degli spiriti si sollevava e potevano verificarsi incontri ultraterreni.
    In questa notte, fate, elfi e fantasmi potevano fare visita ai vivi e interagire con loro, giocando anche brutti tiri. Per allontanare l’ira di queste creature, c’era l’abitudine di lasciare cibo e bevande in segno di accoglienza. Probabilmente è da questa credenza che nasce la tradizione degli spaventosi costumi di Halloween e il famoso gioco del “Dolcetto o scherzetto?”
    La tradizione della zucca intagliata con una candela accesa, invece, deriva dalla leggenda di Jack O’ Lantern, un giovane truffatore che, avendo fatto brutti scherzi anche al Diavolo, una volta morto non venne accettato né in Paradiso né all’Inferno e fu costretto a vagare per sempre sulla Terra come fantasma guidato solo dalla sua lanterna all’interno di una grossa zucca.
    La parola “Halloween”, invece, deriva dalla frase inglese “All Hallow’s Eve” che significa “la vigilia di Tutti i Santi”, la festività che ricorre infatti il 1° novembre. A partire dal XIX secolo, negli Stati Uniti la festa divenne una delle principali ricorrenze dell’anno, una vera e propria occasione di gioco e divertimento per tutta la famiglia.
    Da alcuni decenni, la festa di Halloween viene celebrata anche in Italia e i preparativi per il travestimento sono diventati un imperdibile appuntamento autunnale.


    Paola Colangelo


  • Ritratto di Utente anonimo
    MUSEO ETNOGRAFICO "DE’ COLUCCI"

    Civitella Roveto. Il Museo Etnografico "de’ Colucci" di Civitella Roveto, è una grande raccolta di strumenti, attrezzi, prodotti e testimonianze fotografiche legate alla vita agricola della Valle Roveto ed in particolare della famiglia Colucci.

    Con l’apertura al pubblico e la sua concreta fruizione (dal giorno della inaugurazione che avverrà il giorno 24 Ottobre) e la sua concreta fruizione, la struttura museale acquisisce il fondamentale ruolo di “ strumento “ attraverso il quale la Comunità riesce a recuperare le proprie radici e la propria identità, ponendole in un concreto processo di critico confronto con l’attualità.

    Il Museo, in sostanza, riesce a porsi come anello di congiunzione tra la cultura dei nostri avi e quella delle generazioni giovani: la prima, “ fatta di sacrificio, d’intuito necessario per la sopravvivenza, di creatività e spontaneità, di credenze, che a volte sconfinano nel mitico, nel fantastico, nel surreale”. La seconda, pur se “ imbevuta di civiltà tecnologica”, deve integrarsi e collimare con i predetti valori e mirare a raggiungere e conseguire una naturale osmosi con la prima.

    Oltre alle citate vocazioni, il Museo riesce ad esprimere qualificate e tangibili valenze culturali e turistiche, aprendosi ai visitatori l’ultima domenica di ogni mese, e per le scolaresche ogni qualvolta se ne faccia richiesta durante l’orario di scuola.

    Patrizio Colucci




    http://www.terremarsicane.it/node/19425

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  • Ritratto di Francesco Vassallo
    Il quartetto di Starace "sulle ali del Jazz"

    Avezzano. Sulle ali del Jazz: Aj festival conquista la città, dove sale l'attesa per il terzo appuntamento della rassegna internazionale, organizzata da Concert/azione eventi con il patrocinio di Comune, Ministero dei beni culturali, Regione, Provincia dell’Aquila, parchi d’Abruzzo e Comunità Montane, quando sul palco del teatro dei Marsi si esibirà il quartetto composto da Tommaso Starace al sassofono, l’abruzzese Michele Di Toro al pianoforte, Attilio Zanchi al basso e Tommy Bradascio alla batteria. L'evento, in agenda il 14 ottobre alle 21, regalerà al pubblico del teatro comunale un concerto in anteprima interamente dedicato al grande pianista francese Michel Petrucciani, uno degli artisti jazz più apprezzati nel mondo per la straordinaria tecnica, eleganza di esecuzione, e la grande carica positiva che riusciva a comunicare attraverso le sue numerose composizioni. Il quartetto, che si è recentemente esibito al Blue Note di Milano, al Pizza Express Soho Jazz Club, al Royal National Theatre, all’Italian Cultural Institute di Londra, “regalerà emozioni forti agli appassionati abruzzesi del grande jazz. La grande risposta del pubblico nelle prime due serate”, afferma Alessia Di Matteo, direttrice artistica di Aj festival, “rappresenta uno stimolo forte e una spinta per continuare a percorrere la via del jazz in versione solidale”. Aj festival, infatti, contiene un messaggio di speranza verso le popolazioni colpite dal sisma del 6 aprile 2009: Concert/azione eventi devolverà parte dell’incasso al progetto “Amiche per l'Abruzzo” a favore dei terremotati dell’Aquila che godono di agevolazioni sui biglietti d’ingresso per i concerti.
    La rassegna internazionale chiuderà i battenti il 17 dicembre, quando al teatro comunale di Avezzano si esibirà Dee Dee Bridgewater con la sua band. Serata clou che viaggia verso il tutto esaurito: la prevendita, iniziata già da un mese, viaggia a gonfie vele. Archiviate le prime due super applaudite serate con Roberto Gatto e la sua band e il trio Danilo Rea, Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini, quindi, il teatro dei Marsi, “fiore all'occhiello” dell'amministrazione Floris, è pronto per il nuovo “bagno di folla”.
     

    Data di riferimento
    14 Ottobre, 2011

  • Ritratto di Utente anonimo
    Corsi di musica in Valle

    Civitella Roveto. Il Complesso Bandistico di Civitella Roveto ha inaugurato la nuova "Scuola di musica". Sono aperte le iscizioni ai corsi di: FLAUTO, TROMBA, TROMBONE, SASSOFONO, CLARINETTO, CORNO, TUBA, PIANOFORTE, CHITARRA CLASSICA ED ELETTRICA, BASSO ELETTRICO, BATTERIA E PERCUSSIONI, CANTO LIRICO E LEGGERO.

    I corsi sono organizzati in modo da fornire inizialmente delle nozioni teoriche e di solfeggio, e subito passare allo studio pratico dello strumento musicale.

    Durante lo studio dello strumento l'allievo prenderà parte anche ai laboratori di musica d'insieme (per fiati o di musica leggera a seconda dello strumento scelto) così da imparare subito a suonare in gruppo, per confrontarsi strumentalmente ed umanamente con gli altri allievi.

     

    I DOCENTI



    Giovanni Piacente tiene i corsi di Corno, Tromba, Trombone, Tuba ed il corso di Teoria e solfeggio preliminare. Gestisce inoltre il Laboratorio di musica d'insieme per fiati.



    Gabriele Sabatini tiene il corso di Sassofono e collabora con le attività del Laboratorio di musica d'insieme per fiati.



    Damiano Notarpasquale tiene i corsi di Clarinetto, Sassofono, e collabora con le classi di Trombone e Tuba.

    Adone Sabatini tiene il corso di Clarinetto, Basso elettrico e collabora con le attività dei Laboratori di musica d'insieme.

     

    Marcella Piccinini tiene il corso di Flauto.



    Giovanni Cardilli tiene il corso di Pianoforte.



    Giorgio Tancredi tiene i corsi di Chitarra classica, Chitarra elettrica e Basso elettrico. Gestisce inoltre il Laboratorio di musica leggera.



    Luigi Luciani tiene il corso di Batteria e percussioni, e collabora con le attività del Laboratorio di musica d'insieme per fiati.

     



    Giulia De Blasis, Alessia Colizza tengono i corsi di Canto lirico e Canto leggero.

     



     

     

     

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    Tutti i docenti provengono da una lunga esperienza musicale, e da anni svolgono l'attività di insegnamento ai ragazzi.

    Per ulteriori informazioni visitate il sito: www.bandacivitellaroveto.it

    Benedetto Agostino



     



     

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  • Ritratto di Utente anonimo
    www.anticherue.it

    Civitella Roveto.  Anche oggi, il visitatore della nostra Valle Roveto può ammirare i magnifici boschi che, circa un secolo e mezzo fa, destavano la meraviglia di Alexandre Dumas.

    Sono stati conservati grazie all’attenzione e all’amore che noi rovetani abbiamo sempre avuto per l’ambiente naturale, e per queste montagne maestose e verdissime che sorvegliano i paesi ed i borghi antichi.

    In questo ambiente naturale di grande bellezza e suggestione, la stagione autunnale è solita offrire i suoi più prelibati prodotti: la castagna “roscetta” dolcissima e squisita, il tartufo, dall’aroma intenso, l’olio delle colline che degradano verso il Liri, e poi il vino, la frutta, i formaggi saporiti.

    Profumi e sapori che si erano quasi persi, manmano che le antiche famiglie contadine scomparivano. Ma che da qualche anno essi rivivono e si rinnovano nel centro storico di Civitella Roveto, durante le tre giornate di “Lungo le Antiche Rue”.

    Ed anche quest’anno, il 21, 22 e 23 Ottobre, nelle cantine e nelle botteghe delle nostre "rue", i visitatori potranno ritrovare le atmosfere e gli ambienti della passata civiltà contadina, e degustare i piatti ed i prodotti della tradizione.

    Fonte Pro Loco Civitella Roveto

    Per ulteriori informazioni visitate il nuovo sito internet www.anticherue.it

    Oppure www.prolococivitellaroveto.it

     

     

    Benedetto Agostino

    Foto di Italo Tonti - Circolo Fotografico Civitella Roveto

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  • Ritratto di Francesco Vassallo

    Di Carlo Di Stanislao
     


    Secondo incontro, dopo la splendida mostra fotografica estratta dal volume della scrittrice-imprenditrice aquilana Francesca Pompa, presentato lo scorso 6 ottobre nella Sala Archeologica del Castello Piccolomini di Celano, alla presenza della stessa autrice, del grande fotografo, autore delle immagini del libro Gianni Berengo Gardin, della dottoressa Lucia Arbace, direttrice della Sovintendenza Provinciale ai Beni Storici Artistici ed Ento Antropologici e della consigliera provinciale Felicia Mazzocchi; della rassegna “Frammenti di donna”, oggi, con inizio alle 17, presso Casa Onna de L’Aquila. Dopo la proiezione del film di Pier Paolo Pasolini “Mamma Roma”, un dibattito animato dal Comitato Terre Mutate, con interventi delle dott.sse Valentina Vallerani e Mariafranca Di Rocco. Nella vita di Pier Paolo Pasolini vi sono almeno tre figure femminili centrali: sua madre Susanna, Laura Betti - l’amica che fu anche interprete di molti suoi film e poi affettuosa custode della sua memoria -, Maria Callas, interprete del film Medea, legata a Pasolini da un sentimento che andò oltre l’amicizia. Ma, oltre a queste tre donne, le tracce relative alla interpretazione della figura femminile nella società in cui viveva, sono in Pasolini numerosissime e costanti. In Accattone e Mamma Roma, i suoi due primi film, per esempio (ma anche in opere successive), Pasolini trova in personaggi di prostitute, papponi, ladri i punti di riferimento per esprimere la propria poetica dell'abbandono e della povertà: dà loro, senza discriminazioni, la medesima consistenza umana. La dimensione della sua visione, violenta e lirica insieme, propone una spiritualità che non possiede alcun barlume di speranza. La prostituzione o il furto appaiono come elementi sacrificali che emergono dal panorama costante del disagio sottoproletario. Dunque, oltre che agli altri personaggi altrettanto umili e sottoproletari, è anche alla prostituta che va l’attenzione e l'affetto di Pasolini, non in quanto personaggio positivo ma in quanto personaggio che impersona una delle peggiori vittime dell'umiliazione e dello sfruttamento. Attraverso le sue immagini, Pasolini non solo mette in risalto la miseria che deriva da questo mondo ma anche il forte vitalismo e l'autenticità che queste figure femminili trasmettono. Perché se è vero che nella società borghese sono il benessere e le buone maniere a connotare una persona, è anche vero che nella maggior parte dei casi queste risultano essere una semplice facciata, un'ipocrisia costruita su misura, e non rivelano alcunché di autentico, di reale. Una facciata che poi nel corso degli anni ha conosciuto le sue mode, i suoi stereotipi, i suoi meccanismi di consumo fino a portare a una omologazione - tanto temuta da Pasolini che non si stancava di mettercene in guardia - che ha finito per uccidere le istanze più vere che ogni persona si dovrebbe portare dentro.


    Il terribile teatro della vittima e del carnefice grava sull’infanzia di Pasolini e gli impone di non rimanere spettatore e di farsi attore. Il bambino allora prende posizione, si schiera con il debole e contro l’oppressore. Non è una contrapposizione ingenua, ma la scelta coraggiosa di non chiudere gli occhi di fronte al dolore, per quanto gli è possibile. Questa scelta si evolve, divenendo la tematica di fondo di una ricerca spirituale e intellettuale che lo porta a guardarsi intorno con quella costante vis polemica di cui egli stesso patirà più volte le conseguenze, fino al tragico epilogo della sua esistenza. E si schiera, sempre, dalla parte della donna. La sua ricerca intellettuale chiede una spiegazione a quell’istinto viscerale, incontrollabile, che muove i suoi passi oltre la ragione. E nella tragedia greca trova la negazione di ogni motivo: l’esistenza si muove lungo fili poco sensibili alla volontà umana. L’odio non è una scelta, ma un prezzo inevitabile di quel groviglio di passioni cui la sua sensibilità non gli permette di sottrarsi. È infatti l’amore eccessivo per la madre che alimenta il sentimento di astio nei confronti del padre.


    La partecipazione alla posizione del debole gli suscita un’incontrollata urgenza di frapporsi al potente. Egli è Pilade, l’incarnazione del rifiuto del potere: una scelta morale e al contempo una spinta ingovernabile. I suoi passi sono mossi da passioni, note e nascoste, oltre il limite imposto, per cui Pasolini indossa, per volontà e per costrizione al contempo, l’abito della diversità. Non si può aderire, non ci si può conformare. Occorre sfidare, combattere, in altre parole tradire quell’autorità che, come un demone invincibile, si incarna di volta in volta in una figura specifica, in un personaggio o in una istituzione.


    Pasolini è consapevole di questo tradimento, e lo paga prendendo su di sé il peso della colpa. I figli che non si liberano dalle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità. Le madri, le donne, servono ad aiutare, nel dono, in questo tentativo tragico e mitigante. La ferita dell’infanzia risveglia i demoni dell’odio, ma come l’intelligenza asservisce i demoni ad aspirazioni di libertà, propria e altrui, così un amore innocente, incontaminato, getta sui demoni una luce diversa, rivelandoli come fantasmi di bisogni perduti. In Vangelo secondo Matteo l’idealizzazione della figura materna raggiunge il suo apogeo, con il ruolo della madre Susanna dato alla madre di Cristo. Proprio in quest’opera, tuttavia, l’icona materna è incrinata dalla drammatica necessità della separazione: Gesù rinnega la madre per crescere e per morire. Pasolini rivela dunque come le sue due più grandi passioni, cioè l’amore per la madre e l’odio per il padre, ostacolino il suo desiderio di emancipazione. Solo col distacco dalla madre può esserci una crescita. Solo con il perdono per il padre può esserci pace. L’idealizzazione della madre diviene idealizzazione dell’archetipo femminile, sebbene Pasolini si sia dovuto spesso difendere da accuse di misoginia: «Mettiamo che io veda anche la donna come… un’esclusa» .


    Egli dipinge la donna come ‘esclusa’, non per relegarla a una posizione sottomessa, ma perché incarni quel ruolo di vittima da cui egli stesso vuole liberarla: «No, tale accusa non è fondata. In realtà, quel che si potrebbe rimproverarmi, non è di disprezzare la donna, bensì di essere propenso a “raffaellizzarla”, ad esprimere il suo lato angelico…». Il femminile è l’innocenza violata. Riconoscendola, Pasolini riabilita la propria infanzia, e di nuovo prende posizione all’interno del conflitto edipico. La contrapposizione tra il padre e la madre diviene, nell’impegno politico, una contrapposizione tra due classi sociali: la classe borghese (il padre appartiene a una delle più illustri famiglie di Ravenna) e il mondo contadino della madre (maestra elementare, cattolica non praticante) che il padre non apprezzava e che il fascismo rifiutava. In questa contrapposizione, il dialetto è un simbolo ricco di implicazioni semantiche. Scritto e diretto da Pasolini nel 1962, interpretato da Anna Magnani, “Mamma Roma”è costruito sull'incantevole debolezza dell'umanità disagiata che sogna il riscatto della propria condizione attraverso un impossibile avanzamento sociale. l film si apre con un banchetto di nozze; lo sposo, Carmine, è il protettore di Mamma Roma, una prostituta.


    Questo matrimonio lascia libera Mamma Roma di decidere della propria vita. Torna a prendere il figlio sedicenne, Ettore, cresciuto in un paese in provincia di Roma, Guidonia. In un primo tempo i due vivono a Casalbertone, un popoloso quartiere della periferia est di Roma; successivamente si trasferiscono in un quartiere di levatura piccolo-borghese, Cinecittà. Carmine impone a sua madre di tornare a prostituirsi per due settimane, dopodiché promette di non tornare più. Mamma Roma, terminata la vita di strada, compra un banco di frutta in un mercato rionale e, grazie a una trappola, riesce a far assumere il figlio presso una trattoria. Ettore si innamora di Bruna, per poi rendersi conto dell'impossibilità del suo amore. Con lei avrà, tra i ruderi dell'acquedotto Claudio, il primo rapporto sessuale.


    Carmine torna e impone a Mamma Roma di prostituirsi ancora. Nel frattempo Bruna ha confessato a Ettore qual è la vera vita della madre. Ettore lascia il lavoro e si dà a piccoli furti. Decide con un amico di rapinare i malati di un ospedale nell'ora delle visite. È malato, ha 39 di febbre, e viene colto dagli infermieri a rubare una radiolina; incarcerato e portato nell'ambulatorio del carcere, ha una crisi di nervi. Viene messo in isolamento e legato al letto di contenzione, dove morirà dopo una lunga e inascoltata agonia. Si tratta, come già detto, del secondo film di Pasolini e come il precedente, Accattone, si muove sullo sfondo della periferia romana. C'è comunque una differenza sostanziale tra i due film, cioè un passaggio da una responsabilità individuale, di Accattone, a una responsabilità collettiva di Mamma Roma. Il personaggio interpretato dalla Magnani assomiglia molto di più al Tommaso Puzzilli di Una vita violenta rispetto al disperato personaggio di Accattone, nel senso che Mamma Roma ha un moto di riscatto sociale che, prostituta sottoproletaria, vede nell'integrazione piccolo-borghese. Il loro trasferimento nella nuova casa, i consigli dati a Ettore di cambiare amicizie e tutti i tentativi di assimilazione a un modello piccolo-borghese rappresentano per Mamma Roma un riscatto.


    Ma non vi è nel personaggio di Ettore, nulla che possa far pensare a una sua integrazione nel mondo piccolo-borghese. Se lavora nella trattaria è solo per far piacere alla madre, e quando la fiducia in lei verrà meno, perché Bruna gli confiderà la vera vita di Mamma Roma, non esiterà a lasciare il lavoro e a vivere di espedienti, quali il furto. Per quanto riguarda le musiche, in questo film Pasolini ha scelto Vivaldi. Il motivo che accompagna sempre l'amore di Ettore e Bruna, è il Concerto in re minore; mentre il Concerto in do maggiore torna in tutti i momenti in cui appare Carmine, ossia il destino di Mamma Roma; per ultimo un motivo che accompagna la morte di Ettore. Mentre in Accattone c'è una evidente frizione tra Bach e il personaggio di Accattone, in Mamma Roma la differenza con Vivaldi è meno marcata. Da notare, infine, che l'agonia di Ettore, costretto al letto di contenzione, ritorna per tre volte, con l'intento di creare un motivo ossessivo, e, visto il cambiamento di luci, di dare il senso delle ore che scorrono, di un'agonia lunga e dolorosa. Un'agonia scandita dalle parole deliranti del ragazzo e da una serie di riprese, tre per l'esattezza, che scorrono, partendo dal viso, tutto il corpo di Ettore, in un movimento lento e delicato, quasi fossero delle carezze su quel corpo morente. La corsa di Mamma Roma, lo sguardo verso quello stesso panorama di palazzi che apparve come una speranza di riscatto, rappresenta l'incomunicabilità tra due mondi inevitabilmente lontani. la sconfitta.


    «Sul cavalcavia della Stazione Tiburtina, due ragazzi spingevano un carretto con sopra delle poltrone. Era mattina, e sul ponte i vecchi autobus, quello per Montesacro, quello per Tiburtino III, quello per Settecamini, e il 409 che voltava subito sotto il ponte, giù per Casalbertone e l'Acqua Bullicante, verso Porta Furba, cambiavano marcia raschiando in mezzo alla folla, fra i tricicli e i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birroccioni rossi dei burini che se ne tornavano calmi calmi dai mercati verso gli orti della periferia. Anche i marciapiedi scrostati ai lati del ponte, erano tutti pieni di gente: colonne di operai, di sfaccendati, di madri di famiglia scesi dal tram al Portonaccio, proprio sotto i muraglioni del Verano e che trascinavano le borse piene di carciofoli e cotiche, verso le casupole della Via Tiburtina, o verso qualche grattacielo, costruito da poco, tra i rottami, in mezzo ai cantieri, ai depositi di ferrivecchi e di legname, alle grosse fabbriche di Fiorentini o della Romana Compensati». Questo l’incipit del capitolo III di “Ragazzi di vita”, questa l’atmosfera di Mamma Roma, che si apre con un banchetto di nozze e si chiude con una tragica, ingiusta, orribile agonia. Al’epoca del film la Magnani era una star di prima grandezza, reduce dalla esperienza hollywoodiana (1959) di “Pelle di serpente”, con Marlon Brando, tratto dal fosco dramma di Tennessee Willams.


    Tornata in Italia, il successo hollywoodiano non trova il riscontro necessario in patria, ma la straordinaria “Nannarella”, ritrova Totò, il suo vecchio compagno dei tempi dell'avanspettacolo e, nel loro primo e unico film insieme: “Risate di Gioia” di Mario Monicelli, una commedia amarognola, piuttosto sottovalutata, tratta da due racconti di Alberto Moravia, si rimette in carreggiata. Dopo è la volta del film di Pasolini, dove raggiunge uno dei climax interpretativi della sua carriera, una espressività composita ed insuperabile, come in “Roma città aperta” “Assunta Spina” e “Bellissima”. Vale qui la pena ricordare che, comunque, gli anni sessanta non furono per la Magnani, ricchi di soddisfazioni cinematografiche, così si rituffò nel teatro, interpretando 'La lupa' di Giovanni Verga, diretta da Franco Zeffirelli, e poi 'Medea' di Jean Anouilh, diretta da Giancarlo Menotti, che la videro trionfare nei più grandi teatri d'Europa. Dopo i successi televisivi degli anni ’70 in “Correva l’Anno di Grazia 1860” e “Tre Donne”, di Luigi Magni e dopo un cammeo indimenticabile in “Roma” di Fellini, Anna Magnani muore, nel settembre del 1973, lasciando nella nostra memoria, i suoi occhi profondi, le sue occhiaie peste, la sua risata tra il gioioso e il canzonatorio e, soprattutto, l’eroina italiana che muore sotto i colpi dei fucili dei nazisti o la madre dilaniata al cospetto della lenta agonia di un irrecuperabile figlio.


  • Ritratto di Utente anonimo
  • Ritratto di Sara Rotondi
    AJ festival apre la stagione del teatro

    Avezzano - AJ festival in “scena” al teatro dei Marsi dove avrà l'onore di aprire la stagione ufficiale 2011/2012. Primo evento in agenda il 30 settembre, quando salirà sul palco il batterista italiano Roberto Gatto con il suo quartetto che, con brani di sua composizione e di diversi autori, costruisce un percorso variegato e piacevole attraverso l’utilizzo di varie culture musicali oltre che della grande tradizione jazzistica dello swing, improvvisando e interagendo con Luca Mannutza al pianoforte, Daniele Tittarelli al sax alto e soprano e Luca Bulgarelli al contrabbasso.  “Il gioiello culturale di Avezzano apre le porte con AJ festival”, affermano il sindaco Antonio Floris e l'assessore alla cultura Luca Dominici, “primo evento di una stagione all'insegna di grandi appuntamenti artistici a 360° capace di soddisfare le attese del pubblico”. Quattro gli appuntamenti del festival jazz internazionale organizzati dall'associazione culturale Concert/azione eventi con il patrocinio di Comune, Mibac, Regione, Provincia dell’Aquila, Parchi d’Abruzzo e Comunità Montane che, alla sua II edizione, conquista il palcoscenico del dei Marsi: 30 settembre, 8 e 14 ottobre e 17 dicembre 2011.



    “E’ con grande orgoglio”, dichiara Alessia Di Matteo, presidente dell’associazione culturale Concert/azione eventi e direttrice artistica di AJ Festival, “che raccolgo l’invito dell’amministrazione comunale di Avezzano di essere tedofora dell’anno e accendere la fiamma della stagione ufficiale del Teatro dei Marsi 2011/2012”. Un foyer che diventa salotto d’accoglienza con musica, video, e quest’anno, novità assoluta, anche con esposizione di opere artistiche dello scultore Claudio Cuomo: il tutto accompagnato dalla degustazione di gustosi vini locali; a partire dalle 19,30 il pubblico, gli artisti, gli operatori, i giornalisti, potranno vivere con l’organizzazione l’attesa del concerto in una calda atmosfera autunnale.



    Seguirà, sabato 8 ottobre, il concerto di un trio inedito per un originalissimo concerto con Danilo Rea al pianoforte, Ellade Bandini alla batteria, e Ares Tavolazzi al contrabbasso con un arricchito linguaggio musicale proveniente da grandi esperienze professionali nel campo della musica pop (Guccini, Dalla, Paoli, Zero, Mina e altri) e classica oltre che del jazz che potrebbe aprire nuove piste compositive e di interpretazione al jazz italiano. Il penultimo concerto prevede la presenza dello Starace Quartet con Tommaso Starace al sax, Tommaso Bradascio alla batteria, il pianista abruzzese Michele Di Toro e Attilio Zanchi al contrabasso con un repertorio interamente dedicato a Michel Petrucciani.



    Tommaso Starace, londinese di adozione, che ha collaborato con musicisti come Paolo Fresu, Dave Liebman e il premio oscar Dario Marianelli, ha conquistato un'ottima reputazione sulla scena del jazz internazionale. Perla finale della manifestazione il concerto della Jazz Christmas night con la presenza di Dee Dee BridgeWater che presenterà il progetto intitolato “To Billie with Love – A celebration of Lady Day”, capolavoro dedicato all’intramontabile voce di Billie Holiday. “Questa è stata la prima volta in cui non ero preoccupata di avere un preciso suono della voce,” svela la Bridgewater, “ho semplicemente cantato dalla pancia. E' stato tutto così vivace e profondo”. Parte del ricavato degli incassi sarà devoluta al progetto “Amiche per l’Abruzzo” a sostegno delle vittime del terremoto dell'Aquila, con biglietti ridotti per i residenti della città martoriata dal sisma del 6 aprile 2009.


           

    Data di riferimento
    30 Settembre, 2011
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  • Ritratto di Utente anonimo
    Corso di Formazione sui temi dell’energia

    Avezzano. La Confesercenti della Provincia dell’Aquila, con il Patrocinio dell’Amministrazione Provinciale dell’Aquila, dell’Ordine degli Architetti, P.P.C. della provincia dell’Aquila, dell’Ordine degli Ingegneri della provincia dell’Aquila e del Collegio dei Geometri della provincia dell’Aquila organizza, con il supporto del Punto Energia Studio Alfa Abruzzo e Molise (edènia soc. coop.), un Corso di Formazione sui temi dell’Energia.
    Il Corso si svolgerà presso la sede di Confesercenti Avezzano nelle seguenti giornate ed orari:
    venerdì 14.10.2011 ore 15.00/19.00 - sabato 15.10.2011 ore 9.00/13.00;
    venerdì 21.10.2011 ore 15.00/19.00 - sabato 22.10.2011 ore 9.00/13.00


     


    L’articolazione del Corso è il seguente:


    Giornata 1 (pomeriggio): LEZIONE 1:
    Metodologie di determinazione del rendimento energetico di un edificio:
    • Riferimenti normativi
    • Ambiti e limiti di utilizzo
    • Criteri di raccolta
    • Analisi ed elaborazione dati



    Giornata 2 (mattina): LEZIONE 2:
    La valutazione delle caratteristiche energetiche degli edifici esistenti:
    • Diagnosi energetica
    • Abachi o soluzioni tecniche analoghe
    • Misure di conduttanze in opera e tecniche di termografia
    • Soluzioni progettuali e costruttive per il miglioramento delle prestazioni degli edifici.
    • Esercitazione modello di calcolo stima e sopraluogo in cantiere.



    Giornata 3 (pomeriggio): LEZIONE 3:
    Tipologia e caratteristiche degli impianti di produzione e utilizzo di energie e fonti rinnovabili:
    • Biomassa
    • Geotermia
    • Solare fotovoltaico
    • Eolico
    • Cogenerazione ad alto rendimento
    • Building automation



    Giornata 4 (mattina): LEZIONE 4:
    I servizi Energy management per il comparto industriale:
    • Mercato energetico attraverso la contrattazione del gas e dell’energia elettrica
    • Audit energetico di dettaglio sull’edificio e sull’impiantistica
    • Soluzioni tecniche di riqualificazione dell’involucro e del ciclo produttivo con l’inserimento di fonti
    rinnovabili.



    Il costo di partecipazione al Corso è pari ad euro 300,00 IVA compresa, da versare con le
    modalità che verranno successivamente comunicate entro e non oltre 15 giorni prima
    dell’effettivo inizio del Corso di Formazione. Il Corso si terrà qualora verrà raggiunto un
    numero minimo di iscrizioni pari a 30 (trenta).
    Al termine del corso verrà rilasciato un attestato di partecipazione; durante le lezioni si
    prevedono il sopralluogo presso un edificio con utilizzo di strumentazioni termografiche ed
    una esercitazione pratica con l'utilizzo del modello di calcolo dell'indice di prestazione
    energetica. Nel costo è compreso l’invio di una newsletter mensile (via mail) con le
    principali novità in campo energetico.


     


    Per l'iscrizione e le schede di adesione visitate il portale: http://www.confesercentiaquila.it/


     


    Confesercenti Provincia dell’Aquila
    Sede Legale: L’Aquila – Via Degli Aragonesi, 3 – Sede Operativa - Via Savini Galleria 99 – Tel. 0862 204345
    Sede Amministrativa: Avezzano – Via XX Settembre, 326/b (angolo Via Teramo) – tel. 0863 - 21843/22764 - fax. 0863/442718
    Sede Zonale: Sulmona –Via Mons. L. Marcadante ( zona Artigianale)– tel. 0864/53223


     

    AnteprimaAllegatoDimensione
    Corso ENERGIA Confesercenti Provincia AQ.pdf295.92 KB
    Data di riferimento
    14 Ottobre, 2011

  • Ritratto di Utente anonimo
    Gli "Anemosquartet" al Piccolomini

    Celano. Anche gli ANEMOSquartet, approdano al Castello Piccolomini di Celano per le Giornate Europee del Patrimonio. Evento speciale quello degli Anemos, una formazione ormai collaudata e ben oliata, che si può dire "gioca in casa" il quel di Celano, essendosi formata presso il Conservatorio di L' Aquila sotto l'egida del Maestro Enzo Filippetti.

    I quattro ragazzi marsicani, rappresentano oggi una delle espressioni artistiche della nostra terra più valide e professionali, portando in alto il livello culturale e musicale del territorio abruzzese, proiettato, in "sintonia" con questa manifestazione, verso strade certamente europee.

    Quattro maghi del sax, che si sono "fatti le ossa" fra Avezzano e L'Aquila, fra jazz e classica, fra le eleganti formazioni da camera e le torride e faticose "bande da giro".

    Ampio è il loro curriculum e ampio è il loro futuro, come ampio è anche il loro repertorio, che balza ( Panamericana appunto) fra le due Americhe, tenendo impigliati i caldi e passionali tanghi del Sud con le elettrificate armonie anglosassoni.

    Non resta che gustarci il concerto.

    Buon ascolto

    Benedetto Agostino 

       

    AnteprimaAllegatoDimensione
    Programma SALA.pdf391.14 KB
    Data di riferimento
    25 Settembre, 2011
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  • Ritratto di Utente anonimo
    Fede, folklore e storia a San Giovanni

    San Giovanni Vecchio. Quando pensiamo ai santuari sparsi per il mondo, ci vengono in mente sempre gli stessi o almeno quelli più "grandi", più praticati e "pubblicizzati". Ma la fede e la spiritualità non per forza pretendono di collocarsi nelle cattedrali o nelle piazze visivamente più "in", anzi la profondità della riflessione religiosa probabilmente la possiamo trovare nei posti più remoti e silenziosi di questo pianeta. San Giovanni Vecchio, oltre a essere un posto meraviglioso, è anche un Santuario, uno di quelli veri.


    Infatti, il culto per San Diodato, fa si che tantissimi fedeli darante tutto l'anno e sopratutto durante i festeggiamenti di fine Settembre, si rechino, con profonda adorazione ai piedi della teca del Santo, la cui savre spoglie riposano nella Chiesa parrocchiale del piccolo borgo rovetano. Fede, folklore e storia dei popoli, quindi, si sposano a meraviglia in un contesto dove il tempo sembra non aver ridato la carica all'orologio a pendolo e dove l'incontro con la fede può divenatre intenso e allo stesso tempo "comodo", senza fare troppi chilometri in pullman o in aereo.

    Data di riferimento
    27 Settembre, 2011
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  • Ritratto di L.T.
    Il perché di una devozione

    Dalla tribuna illustrata della Domenica del 30.07.1899
    a cura di Concezio ERAMO


    E’ il 16 luglio 1899 , in un pomeriggio afoso, il cielo diventa cupo e, in pochissimi minuti, un nubifragio si abbatte su Pescina, in provincia dell’Aquila. Una impetuosa massa d’acqua arriva giù da monte Parasano, travolgendo e trasportando a valle enormi macigni, distrugge la strada principale della città, denominata strada “CORNICE” ed abbatte completamente due case, lesionandone molte altre. Solo per fortuna (o per miracolo) non vi sono vittime umane: tre fanciulle corrono un gravissimo pericolo rimanendo in bilico sulle mura diroccate della loro abitazione ma vengono salvate dall’allora capo delle guardie municipali e dall’ex bersagliere Gioacchino FRACASSI. 

    Il fiume Giovenco, rotti gli argini appena dopo il ponte, inonda la campagna a valle devastando ogni cosa, spazzando via grano appena mietuto, orti, campi di patate, armenti, greggi, animali da cortile: una distruzione totale della campagna tra Pescina e la sua frazione S. Benedetto dei Marsi. I danni sono incalcolabili e molte famiglie sono ridotte nella più completa miseria. Il giorno dopo, arriva a Pescina una compagnia di soldati del 55° Reggimento di Fanteria che, alacremente, aiutati dalla cittadinanza, provvedono allo sgombero dei detriti ed alla messa in sicurezza delle abitazioni danneggiate e lesionate. Le fotografie che pubblichiamo, sono state eseguite da due distinti signori: Luigi VILLA e Giuseppe MASCIOLI TESONE, esse danno un’idea della gravità da cui è stata funestata la graziosa città della Marsica.


    Dopo quanto accaduto, i Pescinesi, un anno dopo il nubifragio, nel 1900, con l’allora Vescovo della Diocesi dei Marsi con sede in Pescina, Mons. Enrico Russo, vista l’assenza di vittime umane durante l’alluvione, per ringraziamento, alla sommità della città, nel luogo da dove è arrivata la massa d’acqua, su parte di terreno donato dal signor Venanzio DI LUCA, nonno di TAGLIERI SCLOCCHI Mario (“Capitano” ), costruiscono una chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo (Madonna del Carmine). Alla Madonna del Carmine perché, riprendendo un episodio biblico del profeta Elia, quando sul monte Carmelo ha la visione della madonna su una nuvola dispensatrice di pioggia benefica. Protettrice quindi da catastrofi provocate da acque impetuose.



    La lapide ricorda l’edificazione della piccola Chiesa nel 1903, ma a rigore di cronaca si ribadisce che l’alluvione è avvenuto il 1899.


    Nel Martirologio Romano si legge: 16 luglio - Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, dove un tempo il profeta Elia aveva ricondotto il popolo di Israele al culto del Dio vivente e si ritirarono poi degli eremiti in cerca di solitudine, istituendo un Ordine di vita contemplativa sotto il patrocinio della santa Madre di Dio.


    Il Carmelo è una catena montuosa che si estende dal golfo di Haifa sul Mediterraneo, fino alla pianura di Esdrelon ed è richiamato più volte nella Sacra Scrittura per la sua vegetazione, bellezza e fecondità: Karmel, significa infatti giardino-paradiso di Dio.


    Una tradizione racconta che già prima del Cristianesimo, sul Monte Carmelo, si ritiravano degli eremiti vicino alla fontana del profeta Elia; poi gli eremiti proseguirono ad abitarvi anche dopo l’avvento del Cristianesimo e verso il 93dC. un gruppo di essi, che si chiamarono poi ”Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, costruirono una cappella dedicata alla Vergine, sempre vicino alla fontana di Elia. Quindi, Il culto mariano affonda le sue radici, unico caso dell’umanità, nei secoli precedenti la sua stessa nascita, perché il primo profeta d’Israele, Elia (IX sec. a.C.), dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine che si alzava come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando una provvidenziale pioggia e salvando così Israele da una devastante siccità.
    In quella nube piccola “come una mano d’uomo” tutti i mistici cristiani e gli esegeti hanno sempre visto una profetica immagine della Vergine Maria che portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo.


    Dal Primo Libro dei Re


    Molto tempo dopo, nel corso del terzo anno, la parola del Signore fu rivolta a Elia, in questi termini: «Va', presèntati ad Acab, e io manderò la pioggia sul paese». Elia andò a presentarsi ad Acab.
    La carestia era grave in Samaria. Poi Elia disse ad Acab: «Risali, mangia e bevi, poiché già si ode un rumore di grande pioggia».
    Acab risalì per mangiare e bere; ma Elia salì in vetta al Carmelo; e, gettatosi a terra, si mise la faccia tra le ginocchia, e disse al suo servo: «Ora va' su, e guarda dalla parte del mare!» Quegli andò su, guardò, e disse: «Non c'è nulla». Elia gli disse: «Ritornaci sette volte!»
    E la settima volta, il servo disse: «Ecco una nuvoletta grossa come la palma della mano, che sale dal mare». Allora Elia ordinò: «Sali e di' ad Acab: Attacca i cavalli al carro e scendi, perché la pioggia non ti fermi».
    In un momento il cielo si oscurò di nuvole, il vento si scatenò, e cadde una gran pioggia. Acab montò sul suo carro, e se ne andò a Izreel. La mano del Signore fu sopra Elia, il quale si cinse i fianchi, e corse davanti ad Acab fino all'ingresso di Izreel. (1Re 18, 1-2. 41-46)


    Il Culto Di Maria


    Etimologia. Maria significa:
    amata da Dio, dall'egiziano;
    signora, dall'ebraico.


    Maria, il più bel fiore di quel giardino di Dio, è la ‘Stella Polare, la Stella Maris’ del popolo cristiano. E sul Carmelo continuarono a vivere gli eremiti finché, nella seconda metà del sec. XII, giunsero alcuni pellegrini occidentali, probabilmente al seguito delle ultime crociate del secolo; proseguendo il secolare culto mariano esistente essi si unirono in un Ordine religioso fondato in onore della Vergine, alla quale i suddetti religiosi si professavano particolarmente legati.


    L’Ordine non ebbe quindi un fondatore vero e proprio, anche se esso considera il profeta Elia come suo patriarca e modello, il patriarca di Gerusalemme s. Alberto Avogadro (1206-1214), originario dell’Italia, dettò una ‘Regola di vita’, approvata nel 1226 da papa Onorio III.


    Costretti a lasciare la Palestina a causa dell’invasione saracena, i monaci Carmelitani, come ormai si chiamavano, fuggirono in Occidente, dove fondarono diversi monasteri: Messina e Marsiglia nel 1238; Kent in Inghilterra nel 1242; Pisa nel 1249; Parigi nel 1254, diffondendo il culto di Colei che: “le è stata data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Is 35,2).


    Il 16 luglio del 1251, la Vergine circondata da Angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre Generale dell’Ordine il beato Simone Stock, al quale diede lo ‘scapolare’ col ‘privilegio sabatino’, che consiste nella promessa della salvezza dall’inferno per coloro che lo indossano e la sollecita liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte.


    Lo ‘scapolare’ detto anche ‘abitino’ non rappresenta una semplice devozione ma una forma simbolica di ‘rivestimento’ che richiama la veste dei Carmelitani e anche un affidamento alla Vergine per vivere sotto la sua protezione ed è infine un’alleanza e una comunione tra Maria ed i fedeli.


    Papa Pio XII affermò che “chi lo indossa viene associato, in modo più o meno stretto, all’Ordine Carmelitano”, aggiungendo: “quante anime buone hanno dovuto, anche in circostanze umanamente disperate, la loro suprema conversione e la loro salvezza eterna allo Scapolare che indossavano! Quanti, inoltre, nei pericoli del corpo e dell’anima, hanno sentito, grazie ad esso, la protezione materna di Maria! La devozione allo Scapolare ha fatto riversare su tutto il mondo, fiumi di grazie spirituali e temporali”.


    Altri papi ne hanno approvato e raccomandato il culto, lo stesso beato Giovanni XXIII lo indossava, esso consiste di due pezzi di stoffa di saio uniti da una cordicella che si appoggia sulle scapole. Sui due pezzi vi è ritratta l’immagine della Madonna.


    Nel secolo d’oro delle fondazioni dei principali Ordini religiosi, cioè il XIII, il culto per la Vergine Maria ebbe dei validissimi devoti propagatori: i Francescani (1209), i Domenicani (1216), i Carmelitani (1226), gli Agostiniani (1256), i Mercedari (1218) ed i Servi di Maria (1233), a cui nei secoli successivi si aggiunsero altri Ordini e Congregazioni, costituendo una lode perenne alla comune Madre e Regina.


    L’Ordine Carmelitano partito dal Monte Carmelo in Palestina, dove è attualmente ubicato il grande monastero carmelitano “Stella Maris”, si propagò in tutta l’Europa, conoscendo nel sec. XVI l’opera riformatrice dei due grandi mistici spagnoli Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, per i quali oggi i Carmelitani si distinguono in due Famiglie: “scalzi” o “teresiani” (frutto della riforma dei due santi) e quelli senza aggettivi o “dell’antica osservanza”.


    Nell’Ordine Carmelitano sono fiorite figure eccezionali di santità, misticismo, spiritualità claustrale e di martirio. Ne ricordiamo alcuni: S. Teresa d’Avila (1582) Dottore della Chiesa; S. Giovanni della Croce (1591) Dottore della Chiesa; Santa Maria Maddalena dei Pazzi (1607); S. Teresa del Bambino Gesù (1897), Dottore della Chiesa; beato Simone Stock (1265); S. Angelo martire in Sicilia (1225); Beata Elisabetta della Trinità Catez (1906); S. Raffaele Kalinowski (1907); Beato Tito Brandsma (1942); S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein, 1942); suor Lucia, la veggente di Fatima.


    Alla Madonna del Carmine, come è anche chiamata, sono dedicate chiese e santuari un po’ dappertutto. E, per la promessa fatta con lo scapolare, è onorata anche come “Madonna del Suffragio” e a volte è raffigurata con l’immagine che trae, dalle fiamme dell’espiazione del Purgatorio le anime purificate.
    Durante tutti i secoli trascorsi nella sua devozione, Maria è stata sempre rappresentata con Gesù Bambino in braccio o in grembo che porge lo ‘scapolare’ (tutto porta a Gesù), e con la stella sul manto (consueta nelle icone orientali per affermare la sua verginità).


    La sua ricorrenza liturgica è il 16 luglio, giorno in cui la Madonna, nel 1251, apparve al beato Simone Stock porgendogli l’ “abitino”.


    La devozione spontanea alla Vergine Maria, sempre diffusa nella cristianità sin dai primi tempi apostolici, è stata man mano nei secoli, diciamo, “ufficializzata” sotto tantissimi titoli, legati alle sue virtù (vedasi le Litanie Lauretane), ai luoghi dove sono sorti Santuari e chiese che ormai sono innumerevoli, alle apparizioni della stessa Vergine in vari luoghi lungo i secoli, al culto instaurato e diffuso da Ordini Religiosi e Confraternite, fino ad arrivare ai dogmi promulgati dalla Chiesa.


    Maria racchiude in sé tante di quelle virtù e titoli, nei secoli approfonditi nelle Chiese di Oriente ed Occidente con Concili famosi e studi specifici, tanto da far sorgere una terminologia ed una scienza “Mariologica”. Oltre i grandi cantori di Maria nell’ambito della Chiesa, Essa ha ispirato elevata poesia anche nei laici: cito per tutti il sommo Dante che, nella sua “preghiera di s. Bernardo alla Vergine” nel XXXIII canto del Paradiso della ‘Divina Commedia’, esprime poeticamente i più alti concetti dell’esistenza di Maria, concepita da Dio nel disegno della salvezza dell’umanità, sin dall’inizio del mondo.


    “Vergine madre, figlia del tuo figlio,
    umile e alta più che creatura,
    termine fisso d’eterno consiglio,


    tu se’ colei che l’umana natura
    nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
    non disdegnò di farsi sua fattura……”


  • Ritratto di Utente anonimo
    La "Mezza Maratona" della Valle Roveto

    Valle Roveto. “Trail della Roscetta” è una gara di mezza maratona, in calendario il 25 settembre 2011. La gara podistica, la cui denominazione è mutuata dal nome tipico del frutto del castagno: “roscetta”, è alla sua terza edizione. Si svolgerà lungo un percorso di 21 km, con un dislivello positivo di circa 500 metri. Avrà per scenario i sentieri dei castagneti e dei caratteristici Borghi Rovetani. Il tracciato insiste sui comuni di Civitella Roveto e di Canistro, dove si transita nell’incantevole paesaggio dei laghetti della “Sponga”.

    “Trail della Roscetta” si ripropone di stimolare una sana abitudine all’attività sportiva e, anche, di promuovere la Valle Roveto, la sua cultura, le sue tradizioni enogastronomiche, il suo folklore, lo splendore della natura dei suoi luoghi, dove il tempo sembra essersi fermato.

    La gara è parte di un circuito nazionale di competizioni denominato “Parks Trail”.



    La formula dello scorso anno è stata molto apprezzata dai partecipanti. Per questo, anche quest’anno, protagonisti dell’edizione saranno, insieme gli atleti, anche le loro famiglie. Invariato anche lo slogan, che ben sintetizza lo spirito dell’evento: “Run like a family”. Al termine della gara, sono previste attività complementari dedicate interamente alle famiglie. In programma anche una passeggiata di “nordic walking” con percorso dedicato di circa 10 km.

     

    Le premiazioni ed il pranzo si terranno nella piazza principale del paese dove si svolgeranno anche i giochi popolari. Per i più piccoli, sarà allestito un parco divertimenti con gonfiabili e si divertiranno con dell’animazione. Per i bimbi i cui genitori partecipino, entrambi, alla gara, verrà fornito, su richiesta, il servizio babysitting. Il pranzo, vero trionfo di sapori tipici, sarà a base di prodotti locali: tartufo bianco e nero, funghi porcini, vino. Sarà un bel momento di aggregazione che vedrà anche coinvolte, a vario titolo, organizzazioni di volontariato, tra le quali Croce Verde, AVIS, Pro-Loco, Circolo Fotografico e Circolo dei Cavalieri.

    Sarà possibile seguire in diretta streaming alcune fasi della gara a partire dalle ore 09:15 collegandosi sul sito web: www.ecoroscetta.it, sullo stesso è possibile acquisire informazioni dettagliate dell’evento.

    INFO:

    Scalisi Luciano 3386380720

    Bisegna Fabio 3288658019

     Il video ufficiale della scorsa edizione

    AnteprimaAllegatoDimensione
    Manifesto_Programma_A3.pdf351.84 KB
    Data di riferimento
    25 Settembre, 2011
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  • Ritratto di Francesco Vassallo
    Scelli:"Solo allarmismo su taglio tribunali in Abruzzo"

    Abruzzo. "In relazione alle notizie di eventuali tagli o accorpamenti di Tribunali minori da parte dell'attuale Governo, che hanno nuovamente allarmato e purtroppo scatenato la solita sequenza di dichiarazioni pessimistiche e votate al disfattismo, sono a rappresentare, in qualità di parlamentare del territorio e soprattutto di componente della Commissione Giustizia della Camera, la mia totale disponibilità a fare tutti i passi necessari perché non solo Sulmona, ma anche tutti gli altri Tribunali cosiddetti minori dell'Abruzzo, mantengano le loro prerogative funzionali al servizio delle rispettive comunità, senza subire le eventuali penalità legate a ipotesi, tutt'altro che certe ma ancora ferme a semplici valutazioni, di tagli e accorpamenti".


    A dichiararlo è Maurizio Scelli (Pdl), con una una nota inviata al presidente dell'ordine degli avvocati di Sulmona, Gabriele Tedeschi, che ha convocato i colleghi per una riunione straordinaria sul tema della possibile soppressione del tribunale peligno.


    "Ritengo ancora una volta eccessive le prese di posizione che da più parti sono arrivate in questi ultimi giorni - contiuna Scelli - utili solo a creare quell'inutile clima da 'cupio dissolvi' che ha preceduto una nuova convocazione dell'assemblea dell'Ordine degli avvocati di Sulmona. Nel merito del problema - conclude il parlamentare - mi preme ancora una volta ribadire che non esiste alcun orientamento del governo a chiudere i tribunali cosiddetti minori, compreso quello di Sulmona, così come su espressa mia sollecitazione è stato formalmente affermato dal capo del Dipartimento organizzazione giudiziaria, Luigi Birritteri, durante il suo intervento in commissione Giustizia nel gennaio 2010".
     


  • Ritratto di Utente anonimo
    Grande successo per il Premio Pietro Taricone

    Trasacco. Del Premio Taricone sentiremo certamente parlare anche negli anni prossimi venturi: le due serate in Piazza San Cesidio a Trasacco, sono state un autentico successo e sarebbe un peccato se fosse stato solo un una tantum. La soddisfazione è evidente anche nei toni scherzosi con i quali ha salutato la piazza il Presidente della Provincia dell'Aquila Antonio Del Corvo, intervenuto alla manifestazione dato che la stessa è stata promossa proprio dall'organismo provinciale.
    Del Corvo, ha voluto sottolineare quanto sia importante valorizzare e sostenere la propria terra, la Marsica e in questo Taricone ne è stato maestro, ponendo sempre al centro la natura, gli animali, la genuinità e l'autenticità delle persone.
    Dopo la gustosa serata di venerdì 19, è stata ieri la volta delle premiazioni vere e proprie. Sono state conferite diverse targhe a chi ha profuso impegno sotto i più svariati aspetti per la realizzazione del Premio. Numerosi gli ospiti che hanno impreziosito la scena: oltre agli attori marsicani Corrado Oddi, Giovanni D'Andrea e al “trasaccano” Matteo Ripaldi (presente anche la prima sera sia come ospite, sia come collega e amico di Pietro Taricone), erano presenti la conduttrice radiofonica Benedicta Boccoli, il Colonnello meteorologo Massimo Morico e il Professor Hevio Hermas Ercoli ideatore della pop-filosofia su Taricone, grazie alla quale è stato dato il giusto risarcimento mediatico all'attore marsicano, considerato inizialmente un prodottino del GF e diventato invece con lo studio, la caparbietà e le giuste convinzioni, un ottimo attore, un interprete profondo e un personaggio credibile e autentico.



    Passando ai riconoscimenti, per la sezione “Impegno Personale” è stata premiata la scrittrice Dacia Maraini, ormai legata a filo doppio con il nostro territorio, mentre per l' “Impegno Associativo” la spunta l'Associazione “Montagna Grande ONLUS” impegnata da anni per la difesa e la salvaguardia dell'Orso marsicano. Nella sezione “Narrativa e Comunicazione” sono state consegnate le Menzioni d'onore per “Il taglio nella roccia” a Domenico Colasante ed alla giornalista del Messaggero Sonia Paglia per “Diseducato”. Ha chiuso l'elenco Tullio Pascucci, che in qualità di autore del documentario “Gli ultimi contadini” ha vinto nella sezione “Audiovisivi”.
    La serata è stata inoltre aperta ed intervallata da brani musicali del trio di Nello Salza, “la Tromba del cinema italiano”, il quale ha tessuto una gradevolissima trama sonora che ha legato tra loro le tessere di un mosaico perfettamente riuscito.
     


    Non resta che cominciare i preparativi per il prossimo anno, per continuare a ricordare una persona e un personaggio di cui i trasaccani e tutti i marsicani possono tranquillamente andare fieri: Pietro Taricone ha dimostrato con la sua breve vita, di quanto l'autenticità e la tenacia del popolo marso possa condurci lontani verso importanti risultati, personali e professionali ed è proprio questo lo spirito che ha ispirato il “Premio Pietro Taricone” in maniera tale da sublimare il suo esempio ed estenderlo sopratutto alle generazioni future. 








  • Ritratto di Vinicio Di Giamberardino
    Opera di Berti, restyling completato

    Celano. E' stato restaurato e portato a termine il monumento opera dello scultore Antonio Berti, realizzato a ricordo del 18° centenario del martirio dei SS. Simplicio, Costanzo e Vittoriano ed inaugurato il 26 agosto del 1971. "L'opera, grazie anche al contributo dell’Associazione Culturale Circolo Anziani di Celano, sostiene l’assessore Settimio Santilli, non era mai stata terminata con la relativa fontana e in ricorrenza del 40° anniversario è stato deciso il completamento, anche con dei giochi d’acqua e di luce simili a quelli adottati per il Castello Piccolomini”.



    Il monumento è composto da un obelisco in cemento armato alla cui sommità è collocata una punta in bronzo rivolta verso il cielo ed ornatosui lati da tre figure alate in bronzo che ruotano verso l'alto, riferibili ai Santi Martiri nella loro ascensione verso il mondo celeste. “Nel corso delle operazioni di riqualificazione dell’intera area, continua l’assessore, sono stati riportati alla luce anche i vecchi lavori di captazione della sorgente di Fontegrande, realizzati nel 1956 dalla cassa del mezzogiorno e l’antica fonte di San Francesco, zone completamente estranee alla nostra popolazione perché ricoperte da vegetazione selvaggia ”.


    “E’ l’ennesima conferma che la nostra città è ricca di monumenti storici, con potenziale rilevanza turistica, sottolinea il delegato al turismo Ezio Ciciotti, che possono essere riqualificati con dei semplici lavori di manutenzione. E’ intenzione del Sindaco Sen. Filippo Piccone e dell’Amministrazione Comunale sviluppare quest’area per includerla nel percorso turistico- religioso, che parte da Assisi e attraverso Poggio Bustone e Celano, arriva a Castel di Ieri, in onore di San Francesco d’Assisi”.


    L’inaugurazione, che avverrà il 24 Agosto alle ore 18:30, prevederà la proiezione di un filmato che riproduce i vecchi lavori di realizzazione dell’opera e le foto realizzate all’interno della grotta di San francesco, attraverso l’immersione del gruppo locale Diving sub.


  • Ritratto di Utente anonimo
    ItaliArt 150

    Civitella Roveto. L'Associazione "ColucciArt" di Civitella Roveto, ha allestito per il mese di Agosto, una rassegna d'arte contemporanea, dal titolo "ItaliArt 150", che raffigura l'Unità d'Italia ed i suoi 150 anni, rievocando con la pittura, la scultura, la fotografi​a e la grafica, il tempo trascorso, i personaggi ed i valori del periodo unitario.

    Data di riferimento
    14 Agosto, 2011

  • Ritratto di Utente anonimo
    Perdonanza Celestiniana

    L'Aquila. Grande attesa per la 717^ Perdonanza Celestiniana, che vede il suo cuore liturgico nella Basilica Santa Maria di Collemaggio a L'Aquila. Riportiamo qui di seguito il programma della manifestazione religiosa.



    TRIDUO IN PREPARAZIONE


    Giovedì–Venerdì 25/26 AGOSTO 2011
    ore 18,00 Santa Messa


    Sabato 27 AGOSTO 2011
    ore 18,00 Lectio Divina “Vivere il perdono oggi” tenuta da Enzo BIANCHI – Fondatore e Priore della Comunità Monastica di Bose.

    PERDONANZA CELESTINIANA


    Domenica 28 AGOSTO 2011


    ore 18,00 APERTURA DELLA PERDONANZA
    Rito di apertura della Porta Santa.
    Santa Messa Stazionale presieduta dal Cardinale delegato S. Em.za Angelo COMASTRI - Arciprete della Basilica di S. Pietro in Vaticano, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano - concelebrata da Arcivescovi e Vescovi della CEAM, animata dal Coro Diocesano.


    ore 21,30 PERDONANZA FRANCESCANA
    Santa Messa presieduta dal M.R.P. Carlo SERRI O.F.M. - Ministro Provinciale dei Frati Minori d’Abruzzo - concelebrata dai Padri Cappuccini, Conventuali e Minori, animata dalle Religiose Francescane e dai Francescani Secolari.


    ore 23,00 PERDONANZA GIOVANI
    Santa Messa presieduta da S. E. Mons. Domenico SIGALINI - Vescovo di Palestrina, Presidente Commissione Episcopale CEI per il Laicato, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Azione Cattolica Italiana - concelebrata dai sacerdoti del coordinamento di Pastorale Giovanile e animata dall’Ufficio diocesano di Pastorale Giovanile.

    ore 24,00 VEGLIA NELLA NOTTE DELLA PERDONANZA
    Animata dall’Ufficio Diocesano di Pastorale Giovanile


     


    Lunedì 29 AGOSTO 2011



    ore 6,00 Santa Messa dell’Aurora presieduta da don Osman PRADA, animata dalla Comunità Parrocchiale di Santa Maria della Croce in Roio Poggio.


    ore 7,30 RADIO MARIA.
    Collegamento in diretta radiofonica nazionale.
    Santo Rosario Meditato animato dal Gruppo di Preghiera Mariano.
    Santa Messa presieduta da S. E. Mons. Giovanni D’ERCOLE - Vescovo Ausiliare di L’Aquila - animata dal Gruppo Liturgico Diocesano e dal Coro delle Suore dell’Istituto della Dottrina Cristiana.


    ore 9,00 PERDONANZA DELLO SPORT
    Santa Messa presieduta dal Can. Nunzio SPINELLI, Rettore della Basilica di S. Maria di Collemaggio, animata dal Coro delle Suore Zelatrici del Sacro Cuore “Maria Ferrari”.

    ore 10,00 PERDONANZA UNIVERSITARIA
    Santa Messa presieduta da S. E. Mons. Michele SECCIA Vescovo di Teramo-Atri, Delegato Regionale CEAM per l’Educazione Cattolica, Scuola e Università, animata dalla Pastorale Universitaria Diocesana.


    ore 11,30 PERDONANZA AGGREGAZIONI LAICALI
    S. Messa presieduta da S.E. Mons. Angelo SPINA Vescovo di Sulmona-Valva, Delegato Regionale CEAM per il Laicato, animata dalla Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali e dal Coro della Parrocchia di San Pio X al Torrione.


     


    ore 15,30 PERDONANZA DEI MALATI
    S. Messa con Sacramento della Unzione degli Infermi, presieduta da Don Danilo PRIORI, Vice Assistente Nazionale UNITALSI, concelebrata dai sacerdoti anziani e malati, animata dall’UNITALSI e dalla Corale di Tornimparte.
     



    ore 18,00 CONCLUSIONE DELLA PERDONANZA
    Santa Messa Stazionale presieduta da S.E. Mons. Giuseppe MOLINARI, Arcivescovo Metropolita di L’Aquila, animata dal Coro Diocesano.
    Al termine Rito di Chiusura della Porta Santa.


     


     


    Nell’arco delle 24 ore di apertura della Porta Santa disponibilità di sacerdoti per la confessione individuale

    AnteprimaAllegatoDimensione
    Enzo_Bianchi_ITA_ENG_FRA_2011.pdf262.45 KB
    STORIA COMUNITA' M0NASTICA DI BOSE.pdf32.07 KB
    Data di riferimento
    27 Agosto, 2011

  • Ritratto di Utente anonimo
    Sagra del tartufo

    Civitella Roveto. Eclettica la "Sagra del tartufo e del fungo porcino" a Civitella Roveto nei giorni 11 e 12 di Agosto in Piazza Gran Sasso. La manifestazione ha l'intento di promuovere i prodotti migliori della Valle Roveto e della Marsica inserendoli in un menù ricchissimo e assolutamente fantasioso, che esalta le straordinarie caratteristiche del tartufo rovetano e dei funghi porcini. 

    Data di riferimento
    11 Agosto, 2011

  • Ritratto di Utente anonimo
    Concerto d'estate

    Civitella Roveto. Torna ad esibirsi a Piazza San Giovanni Battista, nel cuore del centro storico di Civitella Roveto, il "Complesso Bandistico Circolo Culturale Città di Civitella Roveto", per il tradizionale "Concerto d'estate", che ogni anno la "Banda" ripropone, sempre con nuove sorprese, agli spettatori rovetani e a tutti coloro che nelle notti estive cercano romantiche influenze fra i le bellezze della Valle Roveto.


    Riportiamo alcuni cenni storici sul "glorioso" Complesso Bandistico:


    L'esperienza bandistica in Civitella Roveto inizia nel 1945 sotto la direzione del maestro Manfredo Siciliani.Nell'anno successivo, sotto la direzione del maestro Santirocchi, l'organico contava circa 50 elementi, tutti locali. Successivamente la direzione del complesso bandistico venne assunta dal maestro Domenico Battista cui subentrò, nel giugno del 1948, il maestro Giuseppe Giammarco. Fu questo il periodo di massimo splendore. Il gruppo contava allora 60 elementi e con l'innesto di famoesi solisti quali Tommaso Volpe, Eldo Turchi, Florideo, potè essere annoverato tra i migliori d'italia. Nel febbraio 1951 venne chiamato alla direzione il maestro Franco Donatelli ma nel settembre dello stesso anno la banda si sciolse. Nel 1962 la banda riprese l'attività sotto la guida del maestro Attanasio, operando con continiutà per diversi anni. Nel 1976 il maestro Gaetano Francescone ricostituiva nuovamente la Banda che, forte di numerosi elementi del glorioso primo complesso, svolgeva fin dai primi giorni regolare attività. Da allora e fino ad oggi, il complesso bandistico è rimasto in esercizio senza alcuna interruzione. Dal 1995 la direzione del complesso bandistico è affidata al maestro Adone Sabatini.


    Per ulteriori info:


    http://www.bandacivitellaroveto.it/ 


     


     


     

    Data di riferimento
    18 Agosto, 2011
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  • Ritratto di Utente anonimo
    Viaggio sui sentieri della memoria

    Valle Roveto. Come ogni anno, si rinnova ad Agosto il contueto e attesissimo appuntamento con i "Sentieri della memoria" ,manifestazione unica nel suo genere, ideata da Mons. Giovanni D'Ercole e dalla Comunità Montana Valle Roveto. I "Sentieri" sono una momento di osmosi fra cultura, folklore, sport, religione e fede e vedono la cooperazione di volontari e amanti della montagna appartenenti sia al CAI sezione Valle Roveto sia alla Croce Verde di Civitella Roveto. E' grande la cura dei particolari e di tutti gli aspetti tecnici della manifestazione, che punta sia alla riscoperta dei luoghi più remoti della Marsica, sia alla riscoperta dei luoghi più remoti dell'anima.


    Benedetto Agostino 

    AnteprimaAllegatoDimensione
    I Sentieri della Memoria 2011 LOC.pdf552.69 KB
    Data di riferimento
    5 Agosto, 2011
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  • Ritratto di L.T.
    Decima rassegna di musica organistica

    Marsica. Parte con il concerto del giorno 28 luglio alle ore 21,30 presso la Chiesa S. Nicola di Bari a Cappelle dei Marsi, la "Decima rassegna di musica organistica". I concerti, fanno parte del progetto che ogni anno, durante il periodo estivo intende valorizzare gli organi più antichi e pregiati presenti della Marsica.


    Il primo dei concerti toccherà gli antichi registri dell' organo "Priori" datato 1846, restaurato recentemente dalla ditta 'Ars organi' di Foligno. Le pregevoli vibrazioni del meraviglioso organo potranno essere ascoltate attraverso l'esecuzione di brani di musica sacra.


    A dar voce all'antico strumento l'organista M. Orante Bellanima, che accompagnerà il sempre più affermato Tenore marsicano Angelo Giovannini. Gli altri concerti si terranno il giorno 2 agosto ore 21,30 a Scurcola Marsicana, all' Oratorio della Concezione. Il giorno 3 agosto a Gallo ore 18,30 presso la Chiesa di S.Barbara. Il giorno 16 a S.Donato di Tagliacozzo alle ore 21.15 Gli organi inerenti alla rassegna 2011, sono stati restaurati con il contributo e la collaborazione della Fondazione Carispaq, della C.E.I.  e naturalmente con la generosità e l'operosità delle comunità parrocchiali.


     


    Data di riferimento
    28 Luglio, 2011

  • Ritratto di L.T.

    di Pietro Maccallini

    A proposito dei verbi ‘nchianà, acchianà ‘salire’ diffusi nel centro-meridione d’Italia avevo sostenuto nel mio blog, in un post del febbraio 2010 intitolato Il romanesco “sgamare” […], che era impossibile accettare la spiegazione che di essi davano pur illustri studiosi, cioè quella di ‘arrivare al piano (dopo la salita). Io sostenevo che la radice chiànë, apparentemente dal lat. planu(m) ‘piano’, nascondeva in realtà il significato di ‘movimento’ che nelle parlate in cui comparivano quei verbi si era specializzata ad indicare il ‘movimento in salita’.


     


    Per caso, nel dialetto di Spinazzola-Ba, ho incontrato due espressioni illuminanti che dovrebbero chiarire definitivamente la questione, ammesso che lo si voglia. A Spinazzola, infatti, la voce chjæn (= chianë) a bašc (= basso) significa ‘strada in discesa’ cioè ‘discesa’, mentre chjæn a mònd vale ‘strada in salita’ cioè ‘salita’. E’ pertanto evidentissimo che in queste espressioni chjæn non può valere né ‘arrivare al piano’ né ‘piano’ né ‘salita’ né ‘discesa’ ma semplicemente ‘movimento, cammino’ e, quindi, ‘salita’ o ‘discesa’ a seconda dei casi. Del resto anche la radice di lat. scand-ere ‘salire’ poteva indicare il movimento inverso come in lat. de-scend-ere ‘scendere’. Naturalmente non poteva mancare, nel dialetto di Spinazzola, la forma ‘nghjanè, variante della diffusissima ‘nchianà, cristallizzatasi nel solo significato di ‘salire’. 


    Si noti bene che l’idea di ‘piano’ (lat. planum) è collegabile a quella di ‘salita’ o ‘monte’ o ‘discesa’, espressa dalla stessa radice, proprio tramite il concetto di movimento, il quale si concretizza, quindi, di volta in volta in un estendersi in lunghezza (pianura), in altezza ‘salita, monte’ o verso il basso ‘(discesa, valle). Finalmente i tanti oronimi contenenti l’appellativo di “Piano come Piana Grande, un costone del Gran Sasso d’Italia senza un minimo accenno di un ‘piano’ o Corna Piana nelle Prealpi Bergamasche, hanno avuto piena giustizia, anche se per la verità un po’ dispiaciuti per la perdita del loro alone di mistero, nel tribunale della Ragione, se non in quello dei linguisti. Dello stesso stato d’animo sono le varie Valli Piane


    Per favore, cercate di mettervi in testa, una volta per tutte, che i significati profondi delle radici sono sempre molto, ma molto generici, e tutto in linguistica apparirà incredibilmente molto più chiaro. 


    Oggi, 26 luglio 2011, ho avuto la conferma che la mia analisi del termine fischia-fròce ‘zufolo’ del dialetto di Rocca di Botte, fatta in un post del mio blog dell’aprile scorso (che invito a rileggere), è ineccepibile. Nel dialetto di Spinazzola-Ba la voce fresca-jòl significa infatti: 1) ‘fischieto di metallo (il termine si è adattato ai tempi moderni); 2) ‘vulva’. Così questo termine convalida bellamente i due significati che avevo individuato per la voce fresca simile al 2° membro di fischia-froce che da noi corrisponde a froscë ‘narici’. Per ora non saprei bene come spiegare la componente –jòl di spinazzolese fresca-jòl ma è già gran ventura aver capito il resto.


     


    Il sito del dialetto di Spinazzola è: http://www.spinazzolaonline.it/public/editorfiles/Dizionario+cover%20PDF(1).pdf.


  • Ritratto di Utente anonimo
    "Altrementi" anima l'estate

    Morino. Si è svolto con grande entusiasmo e partecipazione il programma estivo organizzato da “Altrementi”, associazione culturale nata nel 2010 da un laborioso gruppo di giovani provenienti da Morino e Grancia. Ad aprire la stagione degli eventi per il 2011, è stato il torneo di Joga Bonito (calcio 2 contro 2 in recinzione). A seguire l'attesissimo torneo di pallavolo che ha visto la partecipazione di ben 8 squadre, i cui partecipanti, oltre che da Morino, sono intervenuti anche da Avezzano, Celano e Civitella Roveto..



    Memorabile la “Giornata della solidarietà” che ha visto anche la partecipazione di UNITALSI, Croce Verde di Civitella Roveto, Avis Morino, Pro Loco Morino e Associazione Culturale Cauto. La giornata si è svolta all'insegna di attività di intrattenimento aperte a tutti i partecipanti e agli amici “unitalsiani”, accolti con una graditissima colazione di benvenuto, seguita poi dalla celebrazione della S. Messa e infine dal pranzo tenutosi nella piazza antistante la Parrocchiale. Ma non finisce qui, Altrementi non va in vacanza: ad Agosto, l'associazione ha in programma un interessante nuovo evento, quale quello di promuovere giochi popolari all'interno del paese, che per l'occasione si dividerà in contrade.



    Un elogio a tutti i ragazzi che si vedono impegnati in questa associazione: farne parte è certamente un pretesto per far crescere il proprio paese e allo stesso tempo un modo per far crescere la propria personalità nell'ambito culturale, sportivo e sociale rimanendo legati spiritualmente e fisicamente alla propria Terra, che in questo caso è la meravigliosa Valle Roveto.
     


    Francesca Agostino


     



    Riportiamo qui di seguito il Manifesto-statuto dell'associazione:
    Altrementi, vuole essere un contenitore di idee, di attività e proposte. Ma soprattutto di fatti. La finalità dell’associazione è quella di perseguire esclusivamente progetti di solidarietà sociale con l’obiettivo di creare un riferimento per la realtà giovanile del nostro territorio ed incentivare lo spirito di aggregazione al fine di promuovere manifestazioni ed eventi.



    Altrementi vuole:
    – dare una speranza a chi ne ha davvero bisogno con un gesto che a noi non costa niente;
    – creare un gruppo attivo e vivace nel territorio basato su ideali profondi quali l’amicizia, la lealtà, lo spirito di aggregazione e l’aiuto verso il prossimo;
    – promuovere, organizzare e svolgere attività e manifestazioni atte a valorizzare l’aggregazione tra gli associati, consolidando la realtà dell’Associazione nella città, ed impegnando forze e tempo libero dei giovani appartenenti per progetti mirati a contribuire e a potenziare le attività presenti nel nostro territorio;
    – organizzare serate di incontro e attività sportive con lo scopo di sensibilizzare i giovani, e non solo, a tematiche importanti riguardanti la vita e le esperienze giovanili, le difficoltà dei ragazzi al giorno d’oggi, arricchendo le attività della città e sottolineando ed incentivando lo spirito di solidarietà.
    Il viaggio che ci aspetta, sarà una sfida volta al confronto e all'abilità di relazionarsi con il diverso da noi .
    Siamo certi che sarà produttivo, coinvolgente e molto positivo. Saremo "Forti e gentili", proprio come il motto della nostra terra: l'Abruzzo.



    Sono, pertanto, tutti invitati a prender parte a questo viaggio!"
    "…Una perfetta scusa per sentirci ancora vivi
    E' sapere che il nostro sforzo è necessario
    Che siamo come il fuoco di una ricca memoria
    Che siamo come l'acqua di un fiume in piena
    Che siamo la promessa di un domani migliore
    Che siamo la promessa di un giorno migliore…".

     


  • Ritratto di Utente anonimo
    Colori d'Estate 2011

    Avezzano. Si ripete il tradizionale appuntamento di Teatro per ragazzi “COLORI D’ESTATE 2011” nell’ambito degli “EVENTI ESTATE 2011” promossi dall’ Assessorato alla Cultura del COMUNE DI AVEZZANO e con il progetto del TEATRO DEI COLORI.


    PROGRAMMA
    2 agosto, ore 21.15
    Castello Orsini - Colonna
    Il TEATRO DEL CANGURO di Ancona
    Con “Storie appese a un filo - LA VALIGIA DEI BURATTINI”


    Un trenino attraversa la scena. Da dove viene? Dove va? Su quel treno i bambini spettatori sono appena “saliti”, ma noi, gli attori, è già da un po' che viaggiamo! Siamo partiti da una piccola stazione tanto tempo fa, senza sapere dove quel treno ci avrebbe portato. Ben presto abbiamo capito che ci piace viaggiare e ci piace incontrare nuovi viaggiatori. Abbiamo con noi tante valigie, forse troppe e abbiamo voglia di mostrare quello che c'è dentro. Nelle valigie ci sono delle storie: in quelle grandi… grandi storie, in quelle piccole… piccole storie. Buon divertimento e buon viaggio!


    7 agosto , ore 21.15
    Arena Mazzini
    DOTTOR BOSTIK - UNOTEATRO di Torino, con “ARIE”


    Spettacolo itinerante di burattini a guanto, animati su tre biciclette. Tre biciclette - teatrino ma anche tre velieri leggeri sospinti dal soffio delle arie più famose ed orecchiabili della lirica. Per avvicinare in modo piacevole e coinvolgente il pubblico al melodramma, la Compagnia ha immaginato un vero e proprio percorso nella lirica, condotto da tre burattinai che, sulle diverse musiche, compongono e ricompongono quadri scenici in un percorso determinato, che realizzano dall’interno delle loro biciclette-teatrino



    13 agosto, ore 21.15
    Arena Mazzini
    COMPAGNIA NATA di Arezzo, con “EMANUELE E IL LUPO”


    Il giovane Emanuele si mette in viaggio, finché arriva in un bosco dove decide di fermarsi. Comincia a costruire la sua casa in una luminosa radura, ma non sa che un lupo, nascosto tra i cespugli, lo sta spiando. Il lupo vorrebbe mangiarsi Emanuele ma ha paura del suo bastone, del suo coltello ed è incuriosito dal suo libro, dalla pentola che porta con sé e dal suo… orto dal quale sembrano uscire cibi profumatissimi. I due sconosciuti cominciano ad osservarsi, si avvicinano, si annusano, si raccontano, poi un giorno il lupo tenta di mangiarsi Emanuele ma, ahimé o per fortuna, succede un imprevisto che li farà diventare … amici. Perché la solitudine è una brutta bestia.



    In caso di pioggia tutti gli spettacoli si svolgeranno presso il Castello Orsini - Colonna


     


    Informazioni
    TEATRO DEI COLORI, VIA DEI GERANI 45, 67051 AVEZZANO (AQ)
    Tel. 0863 - 411900 e -mail: Info@teatrodeicolori.it
     

    Data di riferimento
    2 Agosto, 2011

  • Ritratto di Vinicio Di Giamberardino
    Mostra fonografica “Edison-digitale”

    Tagliacozzo. Un viaggio nel tempo attraverso la storia del suono dalle prime registrazioni vocali fino all'era del digitale. La mostra, inaugurata negli spazi museali del convento San Francesco e che rimarrà aperta fino al 27 agosto, è unica nel suo genere. Dal titolo "Fonografica – La riproduzione del suono da Edison al digitale", è stata inaugurata alla presenza del sottosegretario di Stato ai Beni e alle Attività Culturali, Francesco Giro. Si tratta di un itinerario che parte da macchinari che oggi sono veri e propri cimeli da museo, un mix tra capacità artigianali e conoscenze tecniche. Sono esposti oltre trecento pezzi, centinaia di accessori, materiali promozionali e documentazione scientifica che riguarda la storia e gli esperimenti sulla fono-discografia, oltre a 400mila supporti. Si va dai primi e rari macchinari semi-sperimentali di fine Ottocento a incisione su fogli di stagno (i tinfoil), fino ai dischi più recenti a 33 e 44 giri, con i relativi giradischi.Alla cerimonia di inaugurazione nel chiostro di San Francesco erano presenti il sindaco di Tagliacozzo, Maurizio Di Marco Testa, il direttore generale per le biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d'autore, Maurizio Fallace, il direttore dell'Istituto Centrale per i Beni sonori ed audiovisivi, Massimo Pistacchi, il presidente dell'Aici, Franco Salvatori, e il presidente dell'associazione pro loco di Tagliacozzo, Gaetano Blasetti. L'esposizione, è stata patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Direzione Generale per le Biblioteche, dall'Istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi, dal Comune di Tagliacozzo e dalla Pro Loco.
    «Siamo lieti di ospitare nella splendida cornice museale del convento di San Francesco questa mostra», ha sottolineato il sindaco, «un viaggio suggestivo nella storia del suono, dai primi esperimenti di fine '800 ai giorni nostri. È affascinante», ha aggiunto, «poter ammirare come questo lungo excursus, che va dalle prime scoperte in materia fino agli ultimi supporti digitali messi a punto dalla tecnologia moderna, sia collocato in uno scenario artistico e religioso simbolo di tradizione e storicità. È inoltre significativo che la nostra città, una delle prime nel territorio a essere dotata di energia elettrica, nel 1888, possa ospitare questo viaggio spazio temporale che sicuramente accenderà la curiosità dei visitatori e catturerà l'attenzione degli addetti ai lavori. La tradizione del luogo e l'innovazione della mostra», ha concluso Di Marco Testa, «danno pregio all'esposizione e offrono un'opportunità in più ai cittadini e ai turisti di Tagliacozzo per arricchire il proprio bagaglio storico culturale».
    Per il sottosegretario Giro si tratta di «una mostra importante dal punto di vista culturale. Voci memorie e tradizioni», ha spiegato, «ci appartengono grazie a sforzi inimmaginabili di persone che hanno lavorato per riprodurre la voce umana in modo da custodire memorie del passato. Per tante necessità», ha aggiunto, «abbiamo bisogno di documenti scritti, ma non deve stupire che Fallace oltre ai beni librai ha responsabilità nell'ambito dell'audiovisivo. Una mostra anche politicamente molto importante perché la comunicazione ci rende più responsabili come cittadini».
    «Una mostra promossa per porre l'attenzione del più ampio pubblico su tale patrimonio», ha affermato Fallace, «non solo per il suo straordinario interesse documentale ma nella consapevolezza che oggi libri, carte, dischi produzioni sonore e visive supporti antichi e contemporanei del sapere, della scienza e dell'arte debbano integrarsi in un'offerta culturale unica, capace di soddisfare un'utenza sempre più esigente e abituata a "navigare" all'interno del patrimonio, stabilendo riferimenti e legami possibili grazie alle opportunità determinate dall'uso delle tecnologie dell'informazione»

    • tagliacozzo mostra dalla radio al digitale2.jpg

  • Ritratto di Utente anonimo
    Don Elvis: nuovo videoclip

    Marsica. “Ride, Ride Ride” è il titolo del brano country interpretato da Don Antoniu Petrescu, in arte DON ELVIS, nell’omonimo videoclip che è appena uscito e che sta già riscuotendo un indiscusso successo. Ci sono voluti tempo e pazienza, prima di individuare le persone giuste con cui realizzarlo, Don Antoniu ha saputo attendere il momento giusto e le ha trovate, scegliendo stavolta la musica country che, come dimostra il videoclip, si addice perfettamente al suo timbro di voce.


    “Ride, Ride, Ride” è un brano che comunica allegria, è stato interpretato con entusiasmo ed è un’altra dimostrazione di affetto che Don Elvis ha inteso dedicare alla terra della Marsica a cui, come lui stesso ci confida, si sente fortemente di appartenere. Il suo ringraziamento particolare è ovviamente rivolto a tutte le persone che hanno partecipato a questo importante progetto : ( FONORECORD di Emiliano Bucci, Walter Cianciusi, Enrico Cianciusi, Alessandro Porrini, Dario Parente, Valeria Tuzii, Daniela Di Brizio, Valentina Sharifa Guidobaldi ), il corpo di ballo country Valentina, Roberta, Federica e Rosj, il Circolo Ippico ” La Mimosa” di San Pelino, il Centro Ippico “Il Cavaliere” di Ovindoli e ovviamente lo Staff .


    (Tratto da Obiettivo Marsica)



     



  • Ritratto di Utente anonimo
    Fede e montagne della Valle Roveto

    Valle Roveto. Ore 06:30, si parte! Direzione Monte Viglio (2156 mt), luogo dove oggi, 9 Luglio 2011, verrà posta su un basamento costruito appositamente dal gruppo alpini Valle Roveto, la statua della Madonna del Monte Viglio.
    I percorsi da seguire sono due: uno dal Rifugio degli "Scifi" nelle vicinanze di Meta e un altro dalla cosiddetta Fonte della “Moscosa" se si vuole passare per Capistrello. I percorsi, sono tutt'altro che semplici, ma le panoramiche offerte dalla natura circostante lasciano a bocca aperta, inoltre a quell'ora del mattino l'atmosfera montana è particolarmente rilassante.
    Una volta arrivati a destinazione, con fatica e sudore, ma anche con tanta genuina allegria, elemento che caratterizza la nostra “compagnia”, si prospetta davanti ai nostri occhi un' ampio altipiano e la vista dell'intera vallata è davvero straordinaria.
    Su una collinetta, di fianco la grande croce posta anni fa dagli abitanti di Filettino, c'è il pulpito che servirà per la funzione religiosa concelebrata dai vescovi Mons. Iannone e Mons. D'Ercole.



    Prima della Santa Messa, il Sindaco di Civitella Roveto Raffaele Tolli, riassumerà l'entusiasmo che tutti i fedeli della Valle Roveto hanno messo in campo nei mesi precedenti al 9 Luglio, durante i quali la Statua ha visitato tutte le parrocchie della Valle e non solo, con grande partecipazione e collaborazione delle associazioni di volontariato come la Croce Verde e di tutte le autorità civili e politiche anch'esse sempre presenti durante il “tour mariano”.
    Ovviamente il ringraziamento finale al regista, librettista e scenografo dell'intera manifestazione, Mons. Don Franco Geremia, che con l'energia e la creatività di sempre, ancora una volta ha saputo riunire sotto un unico cielo e una unica grande “parrocchia” i cittadini rovetani.
    Mentre si procede con la Santa Messa, continuano i viaggi effettuati dall'elicottero, grazie al quale saliranno fin lassù molti anziani che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di vedere ancora una volta quel magnifico paesaggio.
     


    Ma l'escursione-pellegrinaggio è servita soprattutto a molti giovani, che dopo la fatica del percorso si sono ritrovati tutti insieme in alta quota per assaporare una giornata diversa dal solito, e scoprire grazie al viatico religioso, le montagne e la bellezza della nostra Valle Roveto, un tempo praticata quotidianamente dai nostri avi ed oggi sempre più nella solitudine dei giorni, ma che al tempo stesso continua ad essere fonte di acqua, ossigeno, legna, quindi vita, energia e futuro.
    Al fine della giornata ne risulterà molta stanchezza che tuttavia sarà offuscata dalla contentezza del viaggio e soprattutto da una riscoperta più profonda del nostro territorio, perché, molte volte visitiamo città e paesi stranieri, senza magari conoscere il nostro bellissimo patrimonio montano, naturalistico e umano.


    Emanuela De Blasis


     


    Foto di Sefora Silvestri e Manuela Nicoloso


    Video Italo Tonti



     


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  • Ritratto di Utente anonimo
    “Triumvirato musicale” per la Banda

    Civitella Roveto. Novità in Valle nell’ambito del “Complesso Bandistico Città di Civitella Roveto”, infatti il Direttivo, ha deciso per la stagione artistica 2011/12 di affidare la direzione musicale non più solo all’acclamatissimo Maestro Direttore e Concertatore Adone Sabatini, ma di affiancargli due nuove leve del panorama musicale abruzzese e non solo: il Maestro Giovanni Piacente diplomato in Corno francese al conservatorio A. Casella di L’Aquila e il Maestro Gabriele Sabatini diplomato in Sassofono, sempre presso il conservatorio di L’Aquila.
    I due valorosi e giovani musicisti, entrambi di Civitella Roveto, sono “cresciuti in banda” ed ora con la maturità acquisita negli anni potranno certamente contribuire alla crescita del Complesso Bandistico, che ormai si cimenta non più soltanto nella musica tipicamente bandistica (marce sinfoniche e militari), ma esegue con grande carattere brani di musica classica, sinfonica e contemporanea.  “Questo è certamente un modo per valorizzare le capacità dei nostri giovani, "spiega il Presidente del Circolo Culturale, Fernando Romano, "e per cominciare a dar loro le prime responsabilità, per poi cedere in futuro, il testimone di questo glorioso e anzianissimo Complesso Bandistico”. Non resta che augurare ai novelli “Toscanini”, buon lavoro e buona musica.


  • Ritratto di L.T.

    di Pietro Maccallini

    Zitto e mosca!, non si potrebbe forse trovare un’espressione più efficace (si usa anche il solo mosca!) di questa che però nello stesso tempo è una delle più oscure quanto all’origine di quella mosca, contrariamente a come si possa invece pensare. La quale, peraltro, ci tallona da presso in un’altra espressione legata al silenzio, cioè Non voler sentire una mosca volare. Ma in questo caso la mosca non sembra comportarsi da inquilino abusivo, perché è chiaro, almeno a questo punto dell’analisi, che la frase vuole significare che il volo di una mosca già sarebbe, per chi pronuncia quell’espressione dall’alto della sua autorità, un disturbo insopportabile, naturalmente esagerando, come si fa in questi casi. A meno che non si voglia sostenere — cosa a mio parere impossibile— che la parola mosca nell’espressione interiettiva voglia essere un estremo compendio, frutto di una mente votata all’ermetismo, di tutta la corrispondente e distesa frase negativa. La presenza, nel vocabolario abruzzese di D. Bielli, dell’espressione moscatë! (silenzio!) fa capire che anche mosca! è un imperativo di 2° persona sing. e non un sostantivo che alluda al ronzio impercettibile della mosca. Si potrebbe però anche in questo caso argomentare che il verbo è un denominativo da mosca e tutto tornerebbe come prima. Ma uno dei principi imprescindibili della mia ricerca, e cioè che la Lingua nomina le cose per quello che sono e non per via indiretta, mi costringe a sostenere quello che subito dirò.


    Lasciandomi guidare dal mio fiuto, ho prima pensato che in questo caso la parola mosca potesse avere qualcosa in comune col lat. muss-are ‘soffocare la propria voce, bisbigliare, tacere’ e che la prima possibile sua componente doveva trovare riscontro nel gr. -ō ‘chiudo (labbra, occhi, ecc.), mi chiudo, serro, sto quieto, tacito. La doppia –s- di lat. muss-are può essere anche il risultato di un precedente o parallelo *musc-are: il lat. pessulu(m) ‘chiavistello’, abbiamo visto in un altro articolo, era affiancato da varianti più o meno dialettali come pesculu(m), pestulu(m). Ma, essendo per così dire quasi certo il primo elemento mú-, connesso col verbo greco citato, come si potrebbe spiegare l’elemento successivo –sc-, secondo il principio della ripetizione tautologica? La radice di gr. sig ‘silenzio’(cfr. a. a. t. swig-en ‘tacere’) andrebbe molto bene per formare un composto tautologico *mu-sig-are > *musc-are, per influsso di lat. musca(m)’mosca’. Riflettendo un po’ più approfonditamente su questa mia ricostruzione ipotetica, mi accorgo in effetti che essa permette di sostenere (cosa di cui ho riscontrato la verità anche in altri casi) che l’espressione tradizionale che parla di silenzio in cui non si sente mosca volare potrebbe essere partita all’inizio senza il suo valore metaforico attuale in cui la mosca ha preso, anche se —debbo riconoscerlo— molto icasticamente, il posto dell’originario brontolio, bisbiglio, concetto espresso allora da un termine andato poi a confondersi col lat. musca(m) ‘mosca’. E questo si inserisce nel contesto della considerazione, più volte da me ripetuta, che la Lingua ama nominare le cose direttamente per quello che sono, senza nemmeno gli abbellimenti metaforici, dunque, di cui l’ homo loquens poteva all’origine paradossalmente fare a meno essendo ogni parola, per quanto riguarda il suo significato, già pirandellianamente una nessuna e centomila per sua propria natura, sicchè solo nell’atto pratico della comunicazione le parole cercavano rapidamente di assumere significati particolari che distinguessero una mosca ‘essere vivente’, ad esempio, da un suo sosia col significato di ‘bisbiglio’, ma percepito anch’esso come un essere vivente.


    Ragazzi! Che grande avventura è la Lingua! Non finisce mai di stupirmi! Vi garantisco che è cento volte meglio restare solo nel chiuso della mia stanza a cercare di costringere le parole a confessare la loro plurimillenaria e fantasmagorica vita che tentare di svagarmi altrove, forse senza successo, rincorrendo vanamente il fantasma del rilassamento e della felicità con caterve di persone che si addensano come nugoli di mosche lungo le belle (dove non c’è inquinamento!) spiagge italiane. D’altronde io mi ritrovo il passo lento e l’animo solitario, se non proprio scontroso, del montanaro nato, cresciuto e pasciuto e per di più succube spesso d’un desiderio vano d’un mondo che più non è.


    Che i suoni per natura volano (cioè si diffondono) lo si sa almeno dal tempo di Omero, con le sue parole volanti! Eppure l’abbinamento del suono, elemento costitutivo delle parole, col volo può riuscire un poco stonato, sgradevole. Una cosa è certa: dinanzi alle parole, specie quelle delle frasi idiomatiche, dobbiamo scappellarci in devota adorazione: esse hanno preso acqua e sole a profusione per una infinità di stagioni e recano a noi i profumi i gusti gli echi e i segni di epoche lontanissime anche se a poco a poco si sono talora deformate, spesso consumate, rese quasi irriconoscibili, in un gioco ambiguo tra il voler nascondersi per uno spiccato senso di signorile pudore e il lasciare trapelare qualcosa della loro straordinaria natura e storia a noi ignari, ignoranti e spesso indegni loro fruitori!


    Che esistessero per così dire due tradizioni, una rappresentata dal logudorese muschiare ‘bisbigliare, brontolare’ che richiama il supposto *musc-are ‘bisbigliare, tacere’ e l’altra dal logudorese musc-ire1 ‘bisbigliare, fiatare, zittire’ che potrebbe derivare sempre dalla stessa radice musk- o magari dalla sua variante muss- di lat. muss-are ‘bisbigliare, tacere’, mi sembra abbastanza accettabile. Anche nel Bielli è presente la forma muschi-are2 ‘ronzare’ che sembrerebbe in collegamento con il sostantivo mosca: ma abbiamo visto che simili connessioni sono ingannevoli. Piuttosto, l’abruzzese muschi-are ‘ronzare’ rimanda ad un precedente *muscul-are che a mio avviso combacia con il siciliano trapanese musculi-àtu ‘ventilato, battutto dal vento’ Subentra quindi anche un’idea di vento connaturata a quella di ‘bisbiglio, fiato, soffio’ proprio della radice. A meno che non si voglia dar retta a coloro che collegheranno senz’altro questo vocabolo a sic. muscaloru ‘ventaglio per vari usi’ che deriva sì da un lat. *muscariolu(m) diminutivo di muscariu(m) di cui parlerò più sotto, ma senza la necessità di legarlo mani e piedi al concetto di mosca, come fanno quelli che amano restringere e soffocare i limiti dello spirito piuttosto che espanderli. Il problema è di capire come mai una radice per ‘bisbiglio’ si presti a indicare anche il ‘silenzio’. All’origine di questo fatto mi pare che possa porsi l’abitudine, diffusa un po’ dappertutto almeno in Europa, di intimare il silenzio mediante l’emissione di una sorta di sibilo, ma forse, più in profondità, resta la considerazione che sia il sibilo sia il silenzio sono effetto di una pressione tesa da un lato ad esprimere suoni e parole, dall’altro a comprimere le labbra come ad evitare che sfugga alcunchè dalla bocca. Abbiamo già parlato della radice mu- che ha dato origine sia al sscr. muk-as ‘muto’, abruzzese muccë ‘silenzio’ che al lat. mut-u(m) ‘muto’; il serbo-croato mostra di possedere la radice se in quella lingua il ‘silenzio’ suona muč-anje. Ma esiste , per così dire, anche un’altra variante abruzzese mopë, mupë ‘silenzioso, muto’, il che sembra dare forza alla mia convinzione che le parole, uscendo dalla bocca degli uomini preistorici, potevano prendere qualsiasi direzione in quanto composte di elementi omosemantici.


    Il problema si complica, ma nello stesso tempo chiarisce alcuni miei principi fondamentali, quando osserviamo che in sardo musca significa anche ‘ebbrezza, sbronza’. In campidanese muschittu, oltre chemoscerino’ significa anche ‘fregola’ che è un altro modo di sentirsi eccitato rispetto al precedente ‘sbronza’. Allora bisogna prendere atto di una tendenza della radice (di tutte le radici) ad allargare sempre di più il ventaglio delle sue possibilità espressive che tutte rientrano nell’idea di ‘forza’ la quale può generare il sibilo, il vento, e qualsiasi altra forma di energia come l’ eccitazione provocata dal vino o quella provocata dal sesso o dall’amore. In effetti si incontra in espressioni di alcune lingue europee ancora la parola mosca ad indicare sentimenti che ruotano intorno ai concetti di ‘ira, stizza , agitazione, furia’ come nel fr. prendre la mouche fotocopia del dialettale (Aielli e altrove) pijjà la mosca ‘prendere la mosca’, espressione sì riferita agli animali (ma anche agli uomini) che si imbizzarriscono o scalciano improvvisamente perché punti da qualche insetto, ma che aveva una vita già propria, in quanto la parola mosca conteneva già di suo quei significati ruotanti intorno alla ‘eccitazione’, come dimostrano le parole sarde. Lo stesso avveniva d’altronde per il gr. oîstr-on (da cui it.estro) che poteva significare ‘tafano, pungiglione, estro poetico, furia, passione’ e simili, tutti significati provenienti da quello fondamentale del verbo -mai ‘mi slancio, mi avvento’. E certamente anche la musica, con quel nome un po’ troppo scintillante e pomposo se inteso come i Greci lo intendevano, cioè (arte) delle Muse, credo debba più modestamente riallacciarsi al sibilo del supposto verbo *mu-sig-are > musc-are che deve averle dato i natali. Naturalmente un sibilo può accrescersi e trasformarsi in ispirato canto o concento che come tale cade sotto la protezione delle divine figlie di Giove e Mnemosine, abitatrici immortali dell’Elicona e del Parnaso, le Muse, amanti del canto, della danza, della musica e di ogni espressione artistica dell’uomo nata sotto il pungolo irresistibile della loro possente mania ‘furore, ispirazione’ creatrice. La questione linguistica, però, si risolve non lasciandosi attrarre dal fascino pericoloso delle belle dee antiche, ma ponendosi pragmaticamente questa domanda: sono state le Muse a dare il nome alla musica o il contrario? Ma certamente il contrario!, dato che ogni divinità non è altro che la ipostatizzazione di fenomeni naturali che dovettero ricevere i loro nomi prima o al massimo contestualmente alla loro trasformazione in divinità! vivaddio, la Natura precede ogni sovrastruttura ideologica! Ora credo di aver finalmente capito il significato profondo del nome delle Muse per il quale taluni propongono anche, direi opportunamente, l’etimo che richiama la radice men molto diffusa tra le lingue indoeuropee e connessa col lat. mente(m) ma anche col gr. mén-os ‘forza vitale, passione, volontà, ira, furore’. Dimenticavo lo spagnolo familiare mosque-arse ‘arrabbiarsi, prendersela’ che mantiene una scintilla della divina eccitazione come l’it. saltar la mosca al naso ‘ venire un attacco di rabbia, irritarsi’. Il naso di questa espressione meriterebbe maggiore attenzione, ma rimando la cosa ad altra occasione. La noiosa mosca oggi la fa da padrona nel nostro lessico facendo anche del torto ai cosiddetti mosconi ‘corteggiatori insistenti e noiosi’ i quali, prima che si incontrassero con l’insetto, dovevano essere solo ‘corteggiatori’ o ‘innamorati’ presi seriamente dal sacro fuoco dell’amore, e bisognosi quindi di maggiore rispetto.


    Il sardo nuorese fàchere su músiu significa ‘fare le fusa’ e quindi il campidanese fai sa música dello stesso significato non ha valore metaforico, ma indica direttamente il ron ron delle fusa simili ad un sibilo. E in effetti non ci vuole molto a mettere al posto della musica (che evoca nella nostra mente bande, squilli di tromba, fanfare e trionfi) una povera mus(i)ca ‘mosca’ dal ronzio monotone et éphémère, che poi ci accorgiamo essere anch’essa, benchè più realistica della musica (infatti suonerebbe più concreto e aderente al contesto dire che il gatto fa la mosca invece che la musica), un fantasma svanente in un sibilo appena avvertibile. C’è poco da fare! i significati sono qualcosa di estremamente mobile nel corpo della parola che sembra presentarceli invece cristallizzati, incapsulati (fatte salve le normali oscillazioni semantiche) per sempre fin dall’origine, come se essi non fossero, al contrario, espressione di un momentaneo e superficiale guizzo atto a rendere più perspicua la comunicazione, di un magma sotterraneo e incandescente, che pure vorrebbe atteggiarsi ad entità ben solida e duratura! E lo studioso che non avverte questo fondamentalissimo fenomeno è destinato ad arrancare dietro fantasmi che infine lo lasciano beffardi con un pugno di mosche! Si direbbe anche che, man mano che la si riavvicina all’origine, la parola diventa, starei per dire, sempre più seria, perde qualsiasi atteggiamento ludico che sembrava distrarla dal suo vero ed originario compito, quello di tentare di mettere ordine nelle cose del mondo, nominandole e non giocando con esse.


    In catanese musia vale ‘allegria’: siamo semptre nell’ambito della ‘eccitazione’. Il lat. musc-ariu(m) ‘ventaglio scacciamosche, coda di cavallo, fogliame ad ombrello’ è il punto d’incontro di almeno tre significati diversi legati alla radice musc-, cioè quello di sibilo, vento; quello di mosca, e quello di cespuglio, pianta. Quest’ultimo si riscontra, ad esempio, nel trasaccano mosca-tàna3 ‘cespuglio spontaneo usato per l’addobbo di Natale’, sicchè non bisogna credere al presunto valore metaforico di italiano (con riscontri dialettali) mosca, moschetta ‘ciuffo di peli tra il mento e il labbro inferiore’. Questo tipo di mosca va confrontata con gr. móskh-os ‘germoglio, ramo, animale giovane, vitello, fanciullo, rondinino (che è un volatile come la mosca)’ e con lo stesso lat. muscu(m) ‘muschio’, sardo campidanese musc-erra ‘mosca carnaria, moscerino, ragazzaglia’. Certamente non mi appaga, quindi, l’etimo dato per napoletano musch-ìllë4 ‘ragazzino assoldato dalla malavita’ ma anche solamente ‘ragazzino’. Nel libro di cui alla nota, infatti, si sostiene che il significato alluderebbe metaforicamente ad un ‘moscerino’. Ma abbiamo visto che il problema non si risolve in questo modo, perché dentro l’involucro esterno del moscerino potrebbero trovarsi tante scatoline cinesi ciascuna contenente il significato particolare che quel tratto di sonorità ha assunto di parlata in parlata, di età in età, e il rapporto che il linguista crede di scoprire a gioco fermo potrebbe anche essere rovesciato nel senso che potremmo chiederci se è l’idea di ‘moscerino, mosca’ ad attivare un rapporto con quella di ‘ragazzo’, di ‘vitello’, ecc. o viceversa. Il gr. moskh-ári-on ‘vitellino’, simile formalmente a musc-erra ‘ragazzaglia’ può senz’altro chiarire l’idea. Non ci confonda il suffisso peggiorativo –aglia , un riflesso dovuto al significato di ‘suono, rumore’ che la radice esprimeva, come abbiamo visto, in altri contesti.


    Il gioco della mosca-cieca deve essere ripetizione tautologica del concetto di ‘cieco’: ricordare che greco mú-ō significa anche ‘chiudo gli occhi’ oltre che ‘chiudo la bocca’. A pensarci bene la radice in questo caso esplicita la sua funzione di copertura adombrata già in lat. muscariu(m) ‘fogliame ad ombrello’ e presente, a mio avviso anche nel lat. musc-ulu(m) ‘galleria, macchina al riparo della quale i soldati si avvicinavano alle mura di una città per demolirle’.


    Acqua in bocca! La frase, in bocca ai parlanti del mio dialetto (ma anche di quelli di mezza Italia) suonerebbe acqua ‘mmocca , una bella base di partenza per ricavarne un’espressione come *áku’ i muka ascolta (greco ákoue) e taci! (sscr. muk-as ‘muto’): una ingiunzione che tornerebbe a fagiolo negli appostamenti della caccia e nelle esplorazioni militari della preistoria! Nel gallurese esiste il verbo micà ‘tacere’ ma pure l’impagabile Bielli ci regala la voce muccë ‘silenzio’ (pìjëtë quess’e mmuccë ‘prendi codesto e buci!’), anche se dietro la vocale indistinta doveva esserci una –i- degli imperativi dei verbi in -ire. Sicuramente la voce ricorrerà in diverse altre parlate. Perché mai, in effetti, dovremmo metterci acqua in bocca (che potrebbe sfuggirci via o essere inghiottita) e non magari un po’ di foglie, d’erba o un fazzoletto (molto più sicuro!) per tacere, se proprio uno non ne può fare comodamente a meno? Come ci appaiono ridicole e improbabili queste locuzioni ora che ne abbiamo scoperto il meccanismo! In effetti non ci sarà stato mai nessuno che avrà messo dell’acqua in bocca per mantenersi silenzioso. L’altra espressione dare i calci della mosca ‘rivolgere ingiurie e percosse inoffensive’ non può essere nata a tavolino: al posto della mosca potevano nominarsi caterve di altri animaletti inoffensivi! Qui credo che il termine abbia avuto, all’origine, lo stesso significato della frase analizzata più sopra riguardante chi è preso dalla mosca (furia, eccitazione). Una volta uscito questo significato fuori del contesto, la parola mosca non poteva fare altro che adattarsi alla nuova situazione, in cui una povera mosca non può che essere innocua!


    Il Bielli riporta anche la strana espressione abruzzese mosc’a la ceštë ‘zitto e mosca!’ il cui 2° nome non può che significare una nuda ‘cesta’ (lat. cistam). Il mistero si scioglie non appena si pon mente all’ingl. hiss ‘sibilo, sibilare’ la cui fricativa iniziale h- rimanda ad una precedente velare sorda k-; all’interiezione inglese che intima il silenzio hist! ‘sst!’; all’ingl siss=hiss; al m.i. siss-en,ciss-en ‘sibilare’; all’ingl. hush ‘silenzio, calma’; al ted. zisch-en ‘sibilare, fischiare’, sp. chis! ‘zitto!’, sp. chiche-ar ‘zittire’, sp. sise-ar ‘zittire’, sp. chist-ar ‘fiatare, parlare’, sp. chit-on! ‘silenzio!’: tutte queste voci simili, che non sono onomatopeiche nonostante l’apparenza, fanno venire l’idea che anche l’it. zitto abbia subito una trafila di questo tipo: *cisto>citto>zitto.


    Concludendo, non si può passare sotto silenzio che queste radici per ‘taci!’ che spuntano qua e là in diverse parti d’Italia, non possono spiegarsi come il portato più o meno recente di aleatorio materiale romanzo, ma debbono provenire da strati lontani, anche molto, nel tempo.


    Mosc’a la ceštë!, dunque, a tutti gli scholars che sicuramente borbotteranno dinanzi a queste mie intemperanti divagazioni non certo ortodosse che per loro sono come noiose moscacce importune, benchè essi non abbiano trovato finora, che io sappia, né riusciranno forse a trovare mai una spiegazione, sufficientemente soddisfacente per l’espressione, diversa dalla mia! La sfida è aperta! coraggio! cerco chi mi dia una lezione tale da farmi perdere, se non il gusto di vivere, quello di divertirmi con le parole! Di mezzi ce ne avete sicuramente più di me! An clarissimi grammatici, despecto provocatore, mussant? (O forse gli illustrissimi studiosi tacciono per l’insignificanza dello sfidante?)



    1 Cfr. A. Rubattu, DULS, http://www.toninorubattu.it/ita/DULS-SARDO-ITALIANO htm.
    2 Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq. 2004.
    3 Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003.
    4 Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998.


     


     


  • Ritratto di L.T.

     Il signor Emilio Terra di Lecce dei Marsi nel 2008, diede al professor Zazzara Franco Francesco un “ricordino-necrologico”che aveva trovato tra le carte di sua madre in un cassetto, una foto di un sacerdote nato nell’anno 1885 che, dal 1912 al 1942 era stato arciprete nella parrocchia del suo paese e si chiamava Giovanni Zazzara. Pur avendo lo stesso cognome non ne sapeva nulla.


    Se voleva sapere notizie del suddetto arciprete, gli fu consigliato di informarsi presso il canonico della chiesa Cattedrale di Santa Maria delle Grazie di Pescina (Aq), Don Giovanni Venti, che era stato prete a Lecce dei Marsi per qualche anno.


    Il canonico gli permise di consultare dei volumi chiusi in un” polveroso armadio”, si trattava del Liber Baptizatorum (Registro dei battezzati) dell’antica Diocesi dei Marsi con sede in Pescina,


    restaurato nell’anno 1996, nel quale scoprì la parentela del predetto arciprete con il nonno Franco, rivelatosi essere suo cugino, dalla data di nascita che gli aveva fatto conoscere il padre Antonio.


    Con molta curiosità visionò anche le prime pagine del LIBER che iniziano dal gennaio 1572 e notò che….”la mammara della terra (ostetrica) Elizabeth De La Zaczara”….era stata presente ad un battesimo celebrato nella Cattedrale di SANTA SABINA della “Villa Sancti Benedicti”(attuale San Benedetto dei Marsi), precedente sede della Diocesi dei Marsi.


    Pensando che la data della consacrazione della Cattedrale di Santa Maria delle Grazie di Pescina era avvenuta nell’anno 1580 ed iniziò prima a sfogliare, poi a tradurre quelle antiche pagine che gli rivelavano parola dopo parola e rigo dopo rigo, sorprendenti realtà di descrizioni di nascite in casa e di battesimi in Chiesa di neonati non solo locali, ma anche di lontani paesi e città, di cognomi e nomi sconosciuti ed oggi scomparsi nel tempo, (con accanto l’accenno al lavoro svolto dai genitori o dai testimoni dei battesimi, i “patrini”); e di altri divenuti piu’conosciuti, ancora esistenti nel mondo, e di molti diventati famosi.


    Posizionando tutt’intorno alla sua scrivania fogli bianchi con le lettere dell’alfabeto su cui avev scritto i cognomi e nomi, i paesi e le città che ha incontrato, traducendoli da quel latino ecclesiale, consumando sei penne biro per scrivere piu’di mille pagine.


    Ha scannerrizzato su computer le pagine originali, con l’aiuto del figlio Christian Emanuele, e specularmente ha collocato la loro traduzione, suddividendo i cento anni, (dal 1572 al 1671), in cinque volumi. Ha preparato gli indici in ordine alfabetico dei cognomi, dei paesi e delle città.


    Ha infine appuntato, come notazioni suggestive, curiosità, ricordi, notizie storiche apprese da tradizioni orali (ascoltava molto gli anziani,da ragazzo), da libri di storia e coincidenze intuitive in modo da far interessare il lettore curioso, a queste nostre radici che riguardano i nostri antenati che ci hanno preceduto di quasi quattrocentocinquanta anni e che sono stati battezzati nella Chiesa Cattedrale della Diocesi dei Marsi, in Cristo.


     


    Alcuni appunti d'interesse 


    I VOLUME (ANNI 1572-1602) 


    Dal primo volume che comprende gli anni 1572-1602,annoto alcune notizie interessanti:


    a pagina 17 della traduzione in italiano è descritto l’atto di battesimo di Giannantonio Gianmarini


    “il giorno 21 febbraio 1577 nella Chiesa cattedrale santa Sabina in San Benedetto” dei Marsi e nelle seguenti descrizioni si può notare la variazione delle sedi delle chiese;


    a pagina 38…..”nel giorno 28 gennaio 1582….il chierico Albenzio ha tolto dal fonte Paolo Antonio….nella Chiesa di Santa Maria del Popolo di Piscina”…..era la Chiesa ,già Della Porta del Castello, prima di diventare la Chiesa di San Berardo.


    A pagina 50…..il giorno 6 ottobre 1583….” Il magnifico Giovanni Pietro Bufalini Romano tolse


    Dalla fonte del battesimo Massima”…..Il Bufalini diventerà parente di Pietro Antonio Mazzarino,


    padre del futuro Cardinale ,poiché sua sorella Ortenzia sarà sua moglie.


     


    A pagina 114 ho avuto la certezza di una scoperta storica interessante perché:…..”il giorno 25


    maggio 1594……Nobilia figlia del magnifico N.Di Nicola e di Caterina…..e dal sacro fonte la


    tolse PIETRANTONIO MAZZARINO de GUASTO e Pascuccia”…..Secondo fonti attendibili


    dal paese di Mazzarino di Sicilia( dal fenicio MAKSAR-frumento) ,ho saputo che Guasto è un


     


    sobborgo di Caltanissetta,da dove provenivano i Mazzarino prima di trasferirsi a Palermo.


    Il citato Pietrantonio si trovava a Pescina già otto anni prima della nascita di suo figlio Giulio


    Raimondo (1602), frequentava persone del posto,quindi non è stato solo un caso che il Cardinale


    Sia nato a Pescina , come ho avuto modo di constatare dopo ,anche perché nel 1605 gli nasce un altro figlio,Alessandro.


     


    A pagina 160….”il giorno 22 maggio 1602….Lucrezia figlia dell.mo Felice Peretti e di Vittoria…


    E la tolse dal fonte l’ill.mo Carlo Silverio Piccolomini”… ,sono nominate due famiglie


    Ragguardevoli.


     


    A pagina 162 viene riportato l’atto di battesimo del futuro Cardinale:…”.il 14 luglio 1602…


    Giulio Raimondo figlio di don Pietro Mazzarino palermitano e di donna Ortenzia fu battezzato da


    Me don Pasquale Di Pippo”……


      


    NEL II VOLUME (ANNI 1603-1619)


    A pagina 18 della trascrizione in italiano si trova l’atto di battesimo : ..”il giorno 11 agosto 1605,


    Alessandro figlio del signor Pietro Mazzarino e di Donna Ortensia sua moglie fu battezzato da


    Me don Pasquale Di Pippo e dal sacro fonte lo tolse donna Santa Del Vecchio”; è il fratello


    Minore di Giulio Raimondo,anch’egli sara’ Cardinale,ad Aix en Provence.


     


    A pagina 21 c’è il battesimo di (9 novembre 1605) “Natalina Proiecta di San Nicola Ferrato


    Di Pescina”,una bambina figlia di sconosciuti che era stata portata all’orfanotrofio che si trovava


    Nei pressi del valico di Forca Caruso.Sono ancora presenti ,in maggior numero a Cerchio,


    i cognomi Proietti ,e Sannicola ,a ricordo di quel periodo.


     


    A pagina 32…”il giorno 1 aprile 1608…..la tolse dal sacro fonte Marta di Cola Panicellla del


    castello di Cocullo..”,questo cognome diventerà dopo Panella e Pannella.


    Ancora per dimostrare la presenza di battesimi con cognomi venuti da lontano,a pagina


    140….”il giorno 22 del mese di giugno 1615…..dal fonte del battesimo lo tolse Muzio Ponziani


    di Venezia e Grazia…”.


     


    A pagina 176 …”nel giorno 21 aprile 1619….ho battezzato un bambino nato il giorno 19 di detto mese … da Alessandro Agiptio,dal popolo detto zincaro e da Candida …..”.


    Insediamenti di gitani,zingari,erano già presenti in Abruzzo ,Molise e Calabria dal 1400,ma di


    Provenienza indiana.


    Dall’etimologia Agiptio si risale a nomi di paesi ,es.Gissi e cognomi come Gizzi,Del Gizzi e


    Iezzi molto presenti in questo Liber Baptizatorum


     


     


    NEL III volume (ANNI 1620-1636)


    A pagina 23 ho incontrato ……”il 29 aprile 1621..lo tolse dal fonte del battesimo,Maria di Mastro


    Antonio Longbardi ,detto Zaurrini ..”


     


    A pagina 91 c’è la descrizione ,”il 16-agosto 1627” del battesimo in cui tolse dal fonte ,l’ill.mo


    Reverendo Francesco Berardino Fucani dell’Ordine del Santo Spirito in Sassia di Roma…”;


    dall’Ospedale Santo Spirito fondato dai Sassoni ,dipendeva l’Orfanotrofio di San Nicola Ferrato di


    Pescina.


     


    A pagina 98 ,a proposito del testimone del battesimo del “giorno 19 del mese di marzo dell’anno del Signore mille seicento venti otto: …madrina fu Alessandra moglie del fu Mastro Marco Calciatore


    Di Rocca di Botte della Diocesi dei Marsi”..,ho scoperto che nei pressi del paese c’era una cava di


    Idrato di calce, da li’,probabilmente il cognome di mastro Marco.


     


    Ho notato una buona quantità di simpatici soprannomi,come ad esempio a pagina 105,in occasione


    Del battesimo del ..”bambino nato il giorno 25 ottobre 1628 da Francesco detto MEZZANOTTE….”e a pagina 110 “…..un bambino nato il dodici del mese di febbraio 1629


    Da Francesco Baccili detto MAGNAPERTICA di Sulmona e Maria di Gagliano”…,e tanti altri.


     


    A pagina 119 ,ancora un altro mistero legato probabilmente alla famiglia Mazzarino,secondo il mio parere,..perchè…..”il giorno 9 del mese di gennaio 1630 è nata Maria da Pietro Paolo Ricci e


    GERONIMA coniugi di Pescina che…a casa fu battezzata dall’ostetrica Liberatoria Mancini….


    E ..”nel giorno e nell’anno come sopra ….in presenza del sacrestano di questa Cattedrale ,ho battezzato una bambina nata dai predetti Pietro Paolo e GERONIMA coniugi e ho imposto


    Il nome OLIMPIA….


    Si tratta di Geronima Mazzarino sorella di Pietro Antonio?!


    MARIA e OLIMPIA sono le nipoti del Cardinale ( les Mazarinettes)?!


    Chi è questo Pietro Paolo Ricci che ….”il giorno 21 agosto 1595….figlio di Cesare Ricci e di Lucrezia e dal sacro fonte lo tolse il Signor OTTAVIO BUFALINI ROMANO ?!::


    Queste domande necessitano di una risposta,poiché la storia sa di una Geronima vedova Mancini


    Lorenzo e di queste figlie nate a Roma sei anni dopo(1636).


     


     


    IV VOLUME (ANNI 1637-1652)


    A pagina 5 annoto che” ..il giorno 20 del mese di giugno 1637 è nato Silverio Giustini di San Lorenzo ,della Diocesi Aquilana ……e lo tenne Pasquale Lepore di Raiano, della Diocesi di Sulmona….”


     


    A pagina 7 avviene il battesimo di “”Giulia Ceresani …e tutte le altre cerimonie sono state fatte


    Nella nostra chiesa di San Berardo della città di Piscina..” Da precisare che dopo il 1631 la chiesa di Santa Maria della Porta o del Popolo fu dedicata al patrono della Marsica, San Berardo,ubicata dentro le mura del Castello.


     


    Nella pagina 17 ..” il giorno 19 del mese di aprile ……. padrino fu Giovanni Battista Ferrante di Peschio Costanzo”..


     


    A pagina 23 stupisce la presenza di….”Sacrantonio Ferrandino della città di Como cui viene battezzata”una bambina nata il giorno 23 del mese di ottobre 1638 e padrino fu Pietro Perinetti


    Di Como….


     


    Mi soffermo anche a pagina 39 per appuntare che il ..”20 ottobre 1639 fu battezzato ……e padrino e madrina furono Antonio Botticella e Geronima di Giovanni Battista Botticella di Colle Longo…”


     


    Come pure a pagina 40 dove trovo che il 18-11 -1639 ..ӏ nato un bambino da Geronimo Cristofano


    Di Brata Massa dello Stato di Urbino”…


    E dopo , a pagina 42..il “giorno 25 dicembre 1639…”padrino fu il Nobil Dominus Francesco Campero di Ferrara”…


    Ed ancora, a pagina 65,..”Fra Domenico Chelli calabrese Priore di San Nicola di Ferrato.


     


    Molto interessante a pagina 72 trovo la registrazione del battesimo del ..”17 dicembre del 1641


    Di un bambino nato da GIOVANNI CANALE e CATERINA coniugi,cui è imposto il nome


    FRANCESCO ANTONIO”……


    Come le cose dimenticate tornano al momento giusto, debbo con forza far sapere che il Canale è lo scultore ,fonditore e architetto,tra i piu’ importanti e fidati collaboratori di G.L.Bernini,con il quale collaborò per la fabbrica di San Pietro,nella costruzione del Colonnato e in particolar modo nella fusione della Cattedra ,con il bronzo prelevato dal tetto del Pantheon.


    Questo 1641 dovrebbe essere l’anno della trasformazione del nome della chiesa di San Francesco a Pescina , fatta costruire dallo stesso Santo insieme a Fra Tommaso da Celano , in quello di Sant’Antonio ,come si può evincere dal doppio nome del figlio di Giovanni Canale.Lo stile barocco della facciata e dell’interno sono un suggello indelebile della mano e dell’ingegno del Canale,detto Artusi,il Pescina.


     


    Continuando a soffermarmi tra le notizie che mi hanno colpito,faccio presente che a pagina 74


    …” nell’anno del Signore 1642 e il giorno 14 gennaio..il vicario generale dei Marsi..alla presenza del governatore della città di Piscina ha battezzato….e padrino fu don Antonello Antonelli di Arsoli,addetto alla camera del vescovo dei Marsi Don Lorenzo Massimo….


    E che alla pagina 84…”lo tennero alla fonte Giacomo e Santa Di Pronio,Genovesi ( in seguito diverrà il cognome Di Genova) ,della terra di Litio(Lecce),profumieri (aromatarius,speziali).


     


    Mi fermo a pagina 100, dove “nell’anno 1643 e il giorno 4 del mese di settembre…..madrina fu Lidia moglie di Stefano Pisciotta di questa città di Piscina”,….e annoto che in seguito questo cognome diventerà Pisotta;


    invece con sorpresa , a pagina 116 scopro che per la prima volta il nome di Piscina viene scritto con la vocale E (Pescina),nell’anno 1644 e il giorno 6 novembre.


    Noto la presenza ,a pagina 144 “nel giorno 24 del mese di novembre 1646 di Marco Antonio Buttiglione di Isola Sorana,che tolse dal sacro fonte Prudenza”….


    Ed ancora a pagina 172 viene rimarcato come ..”anno del Giubileo “….,alla data del 17 gennaio 1650,l’anno Santo di Papa Innocenzo X,che evidenziò il contrasto tra spiritualità e temporalità e rappresentò il vertice dell’età barocca.


    Infine ,a pagina 182 incontro pure ..”don Andrea Apicella Napoletano…regio uditore della Provincia dell’Abruzzo Ultra…alla data del 22 febbraio 1651.


     


     


    Nel V VOLUME (ANNI 1653-1671)


    Continuando ad annotare individui interessanti,scopro che molti padrini sono venuti nella Cattedrale di Santa Maria delle Grazie, da molto lontano,ed ancora oggi, anno 2011 sono presenti almeno come cognomi,a Pescina, come ad esempio ….”il giorno 1 marzo 1653 ,di una bambina nata da Lucente Mezzanotte ,padrino fu Bartolomeo Paoloni di Orvieto”……


    A pagina 29 trovo ….”Mastro Antonio Maiacci di Roma che fu padrino di una bambina nata da Francesco Cesa di Caramanico”…..


    Inoltre a pagina 42 c’è la presenza come officiante del battesimo ….”il giorno sette del mese di giugno 1657 Alessandro Silverio Piccolomini abate dei Santi Quirico e Giuditta ,preposto della terra di Celano” che battezza un bambino di Alfiero di Pietro Masciarelli ,e padrino fu Giovanni Policano di Spoleto”……


    Altro officiante importante a pagina 61: …” nell’anno 1659 io Giovanni Andrea Degli Afflitti ,Reverendo della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri della città de L’Aquila ,battezzo una bambina nata dal Perf:mo Signor Giovanni Giuseppe Mattucci della terra di Tocco”….


    Il suddetto officiante ,di famiglia Pescinese ,sarà proclamato BEATO a L’Aquila.


     


    Ancora,in successione ,padrini provenienti da città del Nord Italia ,quali …”Francesco Dioguardi


    Di Milano,Governatore della Città di Pescina “ a pagina 77 e a pagina 87, Francesco


    Domenico Limbetti della terra di Imola,che è padrino di un bambino di Nicola Melchiorre nato il giorno 12 gennaio 1662.


    Il giorno 5 del mese di febbraio 1662 il ..Canonico don Lattanzio Botticelli della terra di Collelongo battezza un bambino di cui è padrino il dottore fisico Giovanni Botticelli.


    A pagina 90 incontro un personaggio che diventerà famoso per la sua Historia Marsorum in tre libri,


    …….”il giorno 25 marzo dell’anno del Signore 1662 io MUZIO FEBONIO di Avezzano ho battezzato un bambino…cui è imposto il nome Giovanni Ciro Cricenzio”….


    Ed infine,a pagina 155, ……..”nell’ anno 1667 e il giorno sette del mese di aprile ,per procura del segretario Paolo Ripa Milanese abitante a Collelongo,a nome di Carlo…Melandri Scola .lo tenne al sacro fonte”………


     


    >> Liber Baptizatorum (Registro dei battezzati)


     


  • Ritratto di Utente anonimo
    Oggi..."naturagiochiamo"

    Avezzano. Sabato 30 luglio presso la "Casa del Pellegrino", si terrà “Naturagiocando”, laboratorio di educazione ambientale per bambini. Un appuntamento che vuole far riscoprire alberi e animali attraverso una didattica giocosa, tradizioni e usi di materiali naturali per divertire piccini e grandi. Il territorio della Riserva sarà per l'occasione un parco giochi e divertimenti, dove saranno proposte attività nel segno del recupero di ritmi naturali, della socializzazione, dello stare all’aperto.
    La partecipazione è aperta a tutti, per prenotarsi chiamare il numero 0863/501249 oppure inviare una e-mail all'indirizzo:www.riservasalviano@comuneavezzano.it .
     

    Data di riferimento
    30 Luglio, 2011

  • Ritratto di Vinicio Di Giamberardino
    "Vestiamoci di storia"

    Barrea. Si svolgerà domenica 24 luglio 2011, la presentazione al pubblico della copia del costume tradizionale di Barrea. La realizzazione della copia del costume barreano è un progetto dell'Associazione Volontari Barrea che dopo un lungo lavoro di ricerca e di attenta analisi delle fotografie conservate dai barreani, in particolare dal signor Raffaele Di Iulio e dal signor Edmondo Di Loreto e, soprattutto, dell'unico reperto conservato presso il Museo delle arti e tradizioni popolari di Roma, ha individuato le caratteristiche dell'abito indossato a partire dall' '800 fino ai primi decenni del '900. Nel riprodurre la copia del costume si sono usate tecniche antiche: la lana è stata fornita dal lanificio Scotucci Paolo di Penne (PE), il tessuto è stato realizzato con un antico telaio dalla tessitrice Valeria Belli di Cepagatti (PE), la tintura con colori naturali è stata eseguita dal tintore Alessandro Butta di Montefiore dell'Aso (AP), la follatura tradizionale in acqua con follante della tintoria Chiodini di Marcallo con Casone (MI).

    Per la presentazione al pubblico del costume tradizionale, l'Associazione Volontari Barrea ha organizzato, per domenica 24 luglio, un evento distinto in due parti:

    ore 10,30 presso la sala consiliare del Comune di Barrea convegno "Vestiamoci di storia" nel corso del quale, dopo l'introduzione della Presidente dell'Associazione, interverranno Roberta Di Cola, assessore alla cultura del Comune di Barrea, gli storici Vincenzo Accardo e Franco Cercone e la tessitrice Valeria Belli.

    ore 16,00 sfilata di costumi tradizionali con animazione del gruppo "Agorà 81" di Capistrello e musiche e balli della tradizione abruzzese "La cumbagnìe", Gruppo Universitario Tradizioni Antiche.. Quindi ci sarà la presentazione del costume tradizionale di Barrea in Piazza Umberto I e a seguire l'esibizione del Coro amatoriale di Barrea, alla loro prima performance pubblica.

    La serata proseguirà con musiche, canti, balli e degustazione di specialità barreane.

    L'evento è stato patrocinato dal Comune di Barrea, dalla Provincia di L'Aquila, dall’Ente Autonomo Parco Nazionale d'Abruzzo, dall'Associazione Borghi autentici, dalla Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici per l'Abruzzo - L'Aquila e con il contributo del Comune di Barrea e della Banca di Credito Cooperativo di Roma.

    Il convegno “Vestiamoci di storia” e la presentazione del costume tradizionale di Barrea si inseriscono tra le attività culturali svolte dall’Associazione Volontari Barrea e hanno come obiettivo la riscoperta e la salvaguardia dell’identità storico-culturale della nostra gente e di un passato ancora presente nel ricordo degli anziani.

     

    Data di riferimento
    24 Luglio, 2011

  • Ritratto di Utente anonimo
    Consegna borse di studio "in Riserva"

    Morino. Il Comune di Morino, in collaborazione con la Riserva naturale "Zompo Lo Schioppo", consegnerà Domenica 31 Luglio presso il Piazzale Lo Schioppo, a partire dalle ore 16,30, dopo la Santa Messa, le borse di studio "Renato Donatelli" e "Alessandra Pallocca". Saranno presenti all'evento, il Sindaco di Morino Roberto D'Amico e la Direttrice della Riserva Rita Rufo.


    Verranno inoltre presentati gli impianti fotovoltaici realizzati a Morino dalla Cooperativa AGAPE.


    per informazioni tel . 0863.978809 email info@schioppo.aq.it 

    Data di riferimento
    31 Luglio, 2011

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purtroppo accade ogni volta che piove, non mi spiego perchè nessuna amministrazione comunale se ne...
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ma guarda un pò dopo neanche una settimana.............
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