Terre Marsicane
La voce della Marsica

Relazione sulla Marsica del Sottintendente Borbonico Romeo (1842-1845)

Nella Biblioteca Nazionale di Napoli abbiamo esaminato una relazione redatta dal sottintendente borbonico del distretto di Avezzano. È un importante rendiconto di ventisei pagine inviato al re Ferdinando II di Borbone nell’aprile del 1845 (1).

Al termine del suo mandato triennale, Don Romeo Indelicato scrisse un dettagliato rapporto intitolato: «Commiato dalla Marsica del Sottintendente Romeo», pubblicato nel 1846 dalla stamperia di Stato.

Si tratta di una accurata descrizione del prospetto topografico fisico della Marsica, delle sue contrade, delle situazioni socio-amministrative, dell’estensione delle terre produttive, della classificazione degli abitanti, della topografia georgica-geologica, delle terre produttive, dell’economia agro-pastorale, delle opere pubbliche, delle spese comunali, delle rendite, della fondiaria e, infine, dello spirito pubblico vigente nella zona.

Nel manoscritto originale (che dall’intendente dell’Aquila fu inoltrato al re come da prassi gerachica), si possono rilevare le critiche condizioni socio-economiche dell’intero comprensorio ma anche i miglioramenti apportati dallo zelante funzionario napoletano, che affermò, tra l’altro, di aver «fatto il possibile ne’ tre anni per conseguir tanto scopo» (2).

In premessa alla sua relazione, richiamandosi ai sacri principi dettati dal paternalismo borbonico, scrisse: «E poiché la civiltà si diffonde in ragione se si migliorano i mezzi di comunicazione fra gli uomini», occorreva terminare al più presto la strada carrozzabile da Sora ad Avezzano e fino all’Aquila, utilizzando ben 5881 ducati deliberati dai comuni marsicani «ne’ loro Stati Discussi», approvati con voto del Consiglio Provinciale.

Occorre pensare che qualche anno prima, le comunicazioni con Napoli erano molto difficili:«Dappoiché per una strada quasi tutta carrozzabile oggi scendiamo alla Capitale, mentreché da tre anni in avanti non si potea da Sora venire al Capo Distretto, che a cavallo, a mala pena, e con pericolo della vita in tempo d’inverno».

Di là dalle difficoltà incontrate, le iniziative prese dal funzionario governativo alla fine del suo mandato, risultarono positive. Tuttavia, così espose la concretezza dei suoi traguardi raggiunti: «si è cominciato dall’agricoltura, proponendo il possibile per migliorare i metodi di coltura, a promuovere utili piantagioni, ed a bonificare le campagne di Scurcola e di Magliano, ribassando il bacino del fiume Imele nel sito in cui prende denominazione di Salto. Inoltre, a rendere irrigabile tutto il Campo Palentino è stato iniziato il ripulimento di un acquidotto costruito dalla Repubblica di Roma attraverso il Monte Aurunzo, per trasportare le acque del Liri fino ad un sito dove oggi si trova la frazione di Cese, ed è stato proposto il necessario per menare quest’opera a compimento» (3).

A detta del sottintendente, anche la pastorizia «della quale viveva una sesta parte della popolazione del Distretto», fu sostenuta dalla sua intensa attività rivolta specialmente alla persecuzione dei reati di dissodamento delle «terre salde», che gravavano sui tributi. L’agevolazione e l’emigrazione degli animali «in tempo d’inverno per le Puglie e per lo Stato Pontificio, e curando diligentissimamente alla osservanza della legge per la custodia dei boschi, che sono principal sostegno della pastorizia, e perché il fuoco è sovrano elemento della vita», permise una più redditizia economia nell’intera Marsica.

Prendendo in esame i dati annuali sull’emigrazione stagionale nell’Agro romano, che coinvolgeva ben cinquemila contadini marsicani, il funzionario espresse parere favorevole, poiché il fenomeno fu ritenuto «come un prodotto sovrabbondante del Regno»; insomma, un vero e proprio surplus per l’intera popolazione del comprensorio. Occorreva anche esaminare gli appezzamenti coltivabili dell’esteso territorio marsicano per esprimere un giudizio critico della questione. Le sue considerazioni in proposito, non lasciano spazio a dubbi: «La campagna destinata alle coltivazioni del Distretto di Avezzano può distinguersi per tre campi, e quattro vallate. Primo di quelli in ampiezza è il Campo Marsicano propriamente detto, il quale per sette a dodici miglia di larghezza dalle pianure di Albe si distende in sino a quelle di Pescina, Manaforno, e Villavallelonga, percorrendo in lunghezza da tredici fino a venti miglia legali. Il Lago di Fucino sta quasi al centro di questa pianura. Il Campo Palentino, è secondo, in ordine di ampiezza, al Marsicano; perché da Capistrello si prolunga per una parte le dieci miglia che si fanno da questo Comune a Tagliacozzo, e dall’altra le dodici miglia che separano Capistrello dal confine de’ Marsi cogli Equicoli. Il Campo Carseolano, finalmente, detto pure de’ Colli, è il terzo de’ suaccennati, che partendo dalle pianure di Pereto e Carsoli si distende quasi un cerchio del diametro di otto miglia, a’ confini dello Stato Romano». Nonostante ciò, la più amena delle zone coltivabili fu ritenuta la Valle Roveto: «comunemente si fa terminare in Pescocanale, io qui ritengo per tutte le venti miglia che percorre il fiume Liri da Cappadocia in sino a Balsorano». Le altre fertili vallate erano quella di Ortona «che col fiume Giovenco scende per lo spazio di dieci miglia da Bisegna a Pescina, quella di Pescasseroli, che per altrettante miglia si prolunga dalle pianure di Opi fino a Manaforno [l’attuale Gioia], e quella delle Sante Marie, la quale di distende nelle quattro miglia che separano questo Comune da Tagliacozzo» (4). A suo avviso: «Tanta estensione di terreno è cagione che l’offerta del lavoro nella Marsica è inferiore al consumo; di modo che, malgrado il moderato prezzo dei generi di sussistenza, una giornata si paga 25 grana, e fino a 35 grana. È pur quella estensione di campo il motivo per lo quale la Marsica rende grano in tanta copia da alimentare i suoi ottantatremila abitanti, e di esportarne di continuo al mercato di Sora o nello Stato della Chiesa, senza che il suo prezzo ecceda i quindici Carlini al tomolo legale». In conclusione, l’emigrazione annuale dei contadini verso l’Agro romano, non avveniva per difetto di terreno coltivabile né per mancanza di lavoro, ma per il clima rigido della Marsica, che non permetteva da novembre a marzo di lavorare i campi; mentre, nella Comarca di Roma, a causa di una temperatura molto più mite, l’agricoltore marsicano poteva sopperire alla sua disoccupazione, evitando così le fredde giornate invernali, stando in ozio dentro le osterie dei paesi.

Per quanto riguarda la pastorizia, il funzionario governativo, ribadì: «Le fide di pascere ricadono tutte contro la pastorizia e l’aumento smodato di queste di queste fide, anzi la non osservanza dell’articolo 190 della legge, menerebbe allo esterminio delle piccole industrie, delle quali prendono origine tutti i Locati. Il dazio sulla molitura diminuisce con il consumo la produzione del grano, e quando a questa oltre di quel dazio, si aggrava una privativa sopra la cuocitura, o la vendita del pane, un’altra sopra la trebbiatura del grano, e poi una tassa per diritto di piazza al mercato, è lo stesso che menare a distruggerla» (5).

Tuttavia, a rendere odiosi nella Marsica i numerosi balzelli (tra cui il dazio sulla molitura, la privativa sopra la trebbiatura e la cottura del pane), contribuiva il sistema delle gabelle gestite in maniera spasmodica nel distretto di Avezzano, centro incontrastato di contese tra potenti famiglie di possidenti, rappresentati politicamente nei consigli distrettuali e provinciali. Le rendite patrimoniali «e quasi tutti i suoi dazi riduconsi a’ cosiddetti ruoli di cesinati, fide di pascere, dazi sulla molitura, e privative». La materia di simili delicate questioni (tra cui le quotizzazioni, le usurpazioni, etc.), che provocarono spesso reclami e tumulti di piazza, rimase poi al centro della famosa «questione meridionale». Come è noto, le forti divisioni di ceto sociale videro schierati da una parte contadini, braccianti e pastori; dall’altra, proprietari terrieri e armentari, ecclesiastici e nuovi aristocratici, che difesero strenuamente i propri privilegi fino al 1860 ed oltre.

Infine, l’attenzione del sottintendente di Avezzano (lo ricordiamo citato nel libro di Edward Lear per l’ospitalità dimostrata proprio al viaggiatore inglese nel 1843), fu rivolta all’educazione delle masse che, attanagliate dalla miseria seguitavano la «mala pratica» dei furti di bestiame e di un brigantaggio endemico molto preoccupante. Oltretutto, il funzionario borbonico prese atto di uno smodato uso del vino in tutta la Marsica, che spesso provocava nei paesi ferimenti e delitti, per i quali si era verificato un preoccupante sovraffollamento delle prigioni del distretto, dove molti detenuti gemevano in condizioni disumane.

 

Note

  • N.N., Inventario VA1, 1518355, Coll.V.F.153K, 20 (008), Opuscolo, Miscellanea.
  • Commiato dalla Marsica del Sottintendente Romeo, Napoli 1846, p.4.
  • Ivi, p.5.
  • Ivi, pp. 9-10.
  • Ivi, p.7.

Del periodo 1842-1845 abbiamo consultato gli Annali Civili del regno delle Due Sicilie; il Giornale Abruzzese e il Giornale dell’Intendenza: pubblicazioni utilissime per avere una fotografia più completa della Marsica borbonica.

Commenti