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La religiosità di Ortucchio nei documenti d'archivio

di Angelo Melchiorre
Documenti d'archivio riguardanti Ortucchio mettono in risalto tre elementi caratteristici della popolazione di quel centro nei secoli passati: l'estrema povertà della gente (la cui attività economica preminente era quella della coltivazione dei pochi terreni, che potevano essere sottratti alle acque del Fucino, e quella della pesca); la sua profonda religiosità; la precisione quasi burocratica con cui tutto veniva catalogato, classificato, inventariato.



Il primo tema (quello della campagna e del Fucino) è facilmente documentabile, essendo molti i documenti in proposito: si lavorava la terra «alle Fornache» e alle «Sbolte di S. Manno», nelle vicinanze della badia di S. Quirico e nelle pertinenze della chiesetta della Madonna del Pozzo, a Cirmo, a Torricella, a Casamurata, tutti nomi di località che tornano spesso nei documenti e che furono ricordati dal Di Pietro nella sua storia della diocesi marsicana. Il pericolo più grande, per Ortucchio, era quello rappresentato dalle periodiche alluvioni del Fucino, che spesso, sommergendo anche le terre coltivate, isolavano completamente Ortucchio dalla terraferma. Nell'archivio diocesano vengono ricordate le inondazioni del 1701 («il Lago si aveva assorbito una gran parte di detti terreni»), del 1731 (quando rimase completamente isolata persino dal resto del paese la chiesa parrocchiale di S. Rocco), del 1770 (con allagamento di gran parte dei terreni coltivabili), del 1805 («per la serie luttuosa de' mali, a quali è stata assoggettata questa gente dall'acque inondatrici di Fucino»), del 1810 (allorquando fu danneggiata anche la «Chiesa sopra il Monte»), del 1836 (gran parte delle terre completamente sommerse dalle acque), ecc.
 


Nonostante le continue disgrazie (o, forse, proprio per questo), la popolazione di Ortucchio ebbe sempre a manifestare, con devozione e attaccamento superiori a quelli degli altri paesi, la propria profonda religiosità. Gli altari (o cappelle), sorti in seguito a lasciti testamentari o a generose donazioni in vita, sono numerosissimi: quello di S. Antonio Abate (fondato nel 1506 da Domenicantonio Di Stefano), quello di S. Giovanni Battista, e ancora: del Rosaro, della Madonna della Pietà, di S. Orante, di S. Antonio di Padova..., oltre naturalmente alle numerose chiese e chiesette (S. Maria di Capodacqua, Madonna del Pozzo, la parrocchiale dedicata a S. Rocco, e così via). Infine, la puntigliosa precisione con cui tutto veniva catalogato, tanto che Ortucchio risulta (almeno dalle carte dell'archivio diocesano) il paese più ricco di inventari e di fogli catastali.
Tra i fatti curiosi, ve ne sono alcuni che meritano un particolare rilievo. In un manoscritto del 1673 si fa riferimento all'antica usanza di esigere dalla famiglia del defunto «una tovaglia, o ver fazzoletto, et le candele secondo il potere di ciascheduno». In un altro documento, del 1718, è riferito un episodio gustoso: un ortucchiese viene denunciato per aver lanciato contro i soliti «cantatori notturni» non solo alcuni colpi di archibugio, ma anche «cipolle fracide e pezzi di cocuzze». In tempi molto più vicini a noi, nel 1885, la popolazione di Ortucchio insorse contro un frate del luogo, il quale esponeva pubblicamente la reliquia di S.Orante, ricavandone «responsi come negli antichi oracoli» e pronunciando formule magiche, con le quali - asseriva lui - si sarebbe potuto curare e guarire le più temibili malattie.
 


L'episodio più eclatante, tuttavia, fu quello del 1° gennaio del 1800, allorquando entrarono in chiesa, mentre si celebravano le solenni funzioni del Capodanno, i «fucilieri reali», i quali cominciarono a sparare all'impazzata, uccidendo ai piedi dell'altare ben tre ortucchiesi: Pasquale Gentile, Fedele Rosati e Giovanni Barile. Un preannuncio delle successive «lotte del Fucino». Non sappiamo, ma certo un episodio che va ben al di là della piccola cronaca di provincia e che acquista un carattere drammaticamente emblematico.
 

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