VIA CRUCIS dalla parte di Lei Maria
di Vittora Addari Petrucci
- Centro Studi Marsicani "Ugo M. Palanza" -
Prefazione
di + Lucio M. Renna
Tante cose, situazioni, eventi, problemi della nostra vita rimangono incomprensibili per chi li guarda e, addirittura, per chi li vive. Tra tutti, perà, la preghiera é avvolta dalla nube densa del mistero, perché è un dialogo d'amore con Dio: misterioso é Dio; misterioso é il colloquio dell'orante. La preghiera, con una bellissima immagine, é stata paragonata a una freccia di fuoco, scoccata dall'arco del cuore dell'uomo, che, attraverso le labbra, raggiunge il cuore di Dio.
Tutto ciò che tocca Dio, diventa inesprimibile ed ineffabile. Per questo, nella preghiera si avverte la presenza di qualcosa che non si può descrivere. Vittoria Addari Petrucci mi ha chiesto di presentare il suo pregevole scritto: "Via Crucis -dalla parte di Lei, Maria". E io mi trovo in una situazione di disagio. Infatti, da una parte vorrei riuscire ad esprimere i sentimenti di tenerezza, di gioia, di grande emozione che ho provato nell'accostarmi al suo testo. Dall'altra, trovo estrema difficoltà a dire con parole il fondo d'ineffabilità e di mistero, che é proprio della preghiera. Ricordo un bel pensiero di Tagore: "nell'ebbrezza del canto, dimentico me stesso e chiamo Te, amico, che sei il mio Signore". Come ridire, a parole mie, questa profonda esperienza di amore? Nella preghiera Vittoria si incontra col Signore Gesù, lungo una strada fangosa, aspra, dolorosa che conduce al Calvario. Il cammino del Figlio di Dio, fa zampillare nella mente e nel cuore della orante, pensieri, riflessioni, preghiere. In genere ogni incontro, evento meraviglioso nella vita, puà narrarlo chi lo vive. Chi ne ascolta il racconto, percepisce solo una minima parte dell'emozione che esso produce. Nel caso, Vittoria realizza due incontri: con Gesù e con la Madre di Gesù.
Ella, ripercorrendo la via della Croce, in compagnia di Maria, cerca di indovinarne i "sentimenti umani" di una donna del popolo che sa ingiustamente condannato suo figlio e lo vede deriso, umiliato, maltrattato, affranto, inchiodato, rantolante e morto sul patibolo dell'infamia, che diventa simbolo di redenzione e di liberazione. Lo strazio della Madre del condannato si comunica alla sua compagna, che se ne fa portavoce per il lettore. Incrocio di esperienze dolorose, di incontri, di preghiera, di emozioni, che trasmettono i brividi di una passione d'amore infinito. Nel leggere le riflessioni sulle 14 stazioni e sulla risurrezione, un'immagine é balenata nella mia mente: quella di una melodia, mesta ma piena di speranza, eseguita a quattro mani sulla tastiera della vita di due donne: Maria, la madre; e di Vittoria, la compagna.
Prefazione
di Vittoriano Esposito
"La scienza, dicono, ha reso impossibile la poesia; non c'è poesia nelle automobili, nelle radio. Né abbiamo la religione. Tutto è tumultuoso e transitorio. pertanto, cosi dice la gente, non ci puo essere rapporto tra poeta e l'epoca attuale. Ma questa è certamente un'assurdità". Cosi scriveva, nel 1932, la grande scrittrice inglese Virginia Voolf, in una sua "Lettera ad un giovane poeta", riscoperta recentemente, indirizzata ad un giovane poeta, John Lehmann, che le aveva chiesto dove stesse andando la poesia o se non fosse "già morta".
Per tutto il Novecento si è continuato, da più parti, a porre lo stesso interrogativo e a dare, con accenti diversi, la stessa risposta e cioè: sarebbe assurdo, non diciamo il pensare, ma anche il solo sospettare, che la poesia possa morire. E infatti, nonostante il discusso primato della scienza, nonostante l'avanzata irresistibile della tecnologia con il depauperamento dei valori etico-civili che essa comporta, la poesia ha resistito e continua a resistere, facendosi sempre lucida testimone e fedele interprete delle pene e delle speranze umane.
Lo stesso va detto per la religione: da Nietzsche in poi, assai più che in precedenza, si sono moltiplicati i predicatori della "morte di Dio", eppure il sentimento religioso è vivo più che mai, e più che mai si accompagna alla poesia offrendole materia ispiratrice di buona caratura, sconfessando da un lato i teorici del vecchio e nuovo idealismo estetico, arroccati sulla difesa autonomistica di una impossibile bellezza pura, dall'altro lato contrastando i fautori d'ogni forma di immanentismo, chiusi ad urgenze metafisiche e incapaci di avvertire il brivido del mistero.
Non si giudichi inopportuno questo preambolo, inteso unicamente ad introdurre un'opera singolare di poesia religiosa, ispirata alla "Via Crucis". E' risaputo che la passione e la morte di Gesù Cristo, l'evento forse più emblematico e indubbiamente più doloroso di tutta la storia del Cristianesimo, ha scosso l'animo e mosso la fantasia di numerosi artisti d'ogni tempo, soprattutto pittori e scultori. Anche molti poeti (per non parlare di teatro, cinema e televisione) ne sono stati commossi e sollecitati a scrivere pagine memorabili. Ultimo grande esempio è quello di Mario Luzi, il cui "commento" fu letto l'anno scorso alla sacra cerimonia del Colosseo, celebrata da Papa Vojtila.
Vittoria Addari Petrucci, dunque, con questo suo lavoro, non fa che inserirsi umilmente in una tradizione d'alto prestigio. Ed è per questo da lodare molto. Ma c'è qualcosa di più nella non facile impresa cui si è sottoposta: ha inteso seguire il percorso della Croce, stazione per stazione, accompagnandolo con delle "meditazioni" di Maria, la madre di Gesù. Di qui la prima bella novità, non puramente formale, di questo lavoro: calarsi nelle vesti della Madonna, per una donna che conosce le trepidazioni e le angosce d'esser madre, non è di per sé impossibile, sotto il profilo propriamente umano. Ma qui si tratta della Madre di un Uomo che è anche Dio, un uomo condannato alla crocefissione per attuare il disegno del Padre, stabilito ab aeterno e inteso a sconfiggere il peccato, che è la morte dell'anima. Per riuscire nel suo nobilissimo intento, l'autrice ha dovuto compiere uno sforzo di logica non meno che di fantasia.
E cosi il "pianto della Madonna", per dirla con Jacopone, non viene espresso in modo "gridato", né disperatamente "esibito", né ostentato con accenti di scomposto dolore, ma con tono dimesso, trattenuto, quasi soffocato dalla certezza che dal sacrificio del Figlio verrà la vita eterna per tutti. Ecco perchè la via del dolore e della morte si chiude nella luce della Resurrezione. A questi elementi di novità intrinseca, infine, bisogna aggiungerne degli altri riguardanti la struttura complessiva dell'opera: dopo la Preghiera d'apertura, ad ogni Stazione segue un brano del vecchio e del nuovo Testamento (scelto con molta oculatezza), a cui si accompagna la "meditazione" di Maria.
Il tutto, ovviamente, mira a ricreare l'atmosfera drammatica del supremo sacrificio del Golgota, nello spirito della migliore tradizione delle "sacre rappresentazioni". E sacra rappresentazione", in fondo, si può definire questo lavoro di Vittoria Petrucci; oppure, se si preferisce, un poemetto religioso, d'ispirazione cristocentrica, anche se il filo conduttore sembra snodarsi "dalla parte di Lei, Maria".
Premessa
di Vittoria Addari Petrucci
Ho assistito sempre con emozione sincera e con vivo turbamento al rito cattolico della Via Crucis, alle letture, alle meditazioni, ai canti liturgici; ogni volta mi sembrava di rivivere personalmente, tra la folla, questo cammino di Gesù, figurandolo cammino dell'uomo su una strada di dolore e di agonia da cui doveva germogliare la Resurrezione. Ogni volta, accanto alle sofferenze fisiche ed interiori del FIGLIO, mi venivano in mente i patimenti della MADRE che si separava dal figlio in una maniera cosi crudele e straziante.
Quale forza per condividere, in silenzio, le fatiche, le tribolazioni, le angosce, le umiliazioni, le amarezze della via della Croce! Quali potevano essere i suoi pensieri? Come donna della terra, Maria non poteva non provare sentimenti "umani" nel vedersi il figlio innocente maltrattato, deriso, umiliato, dolorosamente crocifisso come un comune malfattore! Come donna prescelta da Dio, Maria non poteva non accettare di percorrere con il Figlio un cammino obbligato che doveva portare al riscatto del genere umano e alla Resurrezione! Questi pensieri e questi sentimenti contrastanti dovevano convergere e farsi un tutt'uno nel volere di Dio.
Gli uomini giudicavano e condannavano Gesù? Maria, indubbiamente trafitta e addolorata, doveva accogliere nel suo cuore con profonda pietà e con misericordia quegli avvenimenti perché portavano il contrassegno della fragilità di tutti i peccatori che procedono "ciechi" nel loro cammino umano. Maria, Madre, inevitabilmente coinvolta con la mente, con l'anima, con il cuore, con ogni fibra del suo essere nella vicenda, da lontano, ma vicina al sentire del Figlio, doveva essere capace di confortarlo nel cammino mortale in un crescendo di sollecitazioni, di premure, di slanci, di parole, di carezze, di preghiere sussurrate che dovevano alleviare il dolore dell'UOMO e del DIO. E chi poteva confortare Maria nelle afflizioni del momento se non il Padre Celeste del quale aveva accettato incondizionatamente la volontà?
Eccomi, sono la serva del Signore,
avvenga di me quello che hai detto".
Il disegno di Dio doveva compiersi e lei, Maria, e lui, Gesù, nato da quell'annuncio di alleanza, dovevano essere esempi per gli uomini ed insegnare che affidarsi al creatore è condividerne la volontà anche nella sofferenza per condividerne le gioie nella gloria.
Anche Gesù aveva insegnato ai discepoli la preghiera per il Padre; "Sia fatta la tua volontà come in cielo cosi in terra". Nel cammino della Via Crucis, nel dolore e nelle af'flizioni dei corpi e delle anime, si compie pienamente la volontà del PADRE nel FIGLIO e con il FIGLIO, si realizza il progetto di DIO nella MADRE e con la MADRE, per la redenzione degli uomini.
Ho iniziato a scrivere le meditazioni che seguono pur sentendomi "piccola cosa" di fronte al tema da trattare, ma non sono stata capace di rinunciare e di vedere appassire questo mio progetto. Chi si introduce a queste letture lo faccia con lo spirito di tolleranza e di condivisione proprio del popolo di Cristo e con l'intenzione di accogliere la voce di una madre qualunque che tenta di penetrare l'impenetrabile nella Madre di tutte le Madri.
Chiedo perdono prima di tutto a Lei se ho osato troppo! Io, come tutte le donne di questa terra, e come tutti gli uomini, sono "cieca" in esilio, ma sono convinta che un filo si tende da noi a quella mano che ci ha creati. Ho tentato di fare di questo filo una piccola trama. Spetta a chi legge ricucirne, quando è necessario, gli immancabili strappi che il viaggio comporta. A nessuno sia negato un sorso d'acqua e un raggio di luce. Queste meditazioni sono il mio raggio di luce, il mio sorso d'acqua.

