Storia, leggende, poesie a braccio
PRESENTAZIONE
Molte persone conoscono e talvolta mandano a memoria i sonetti dei grandi Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), Cesare Pascarella (1858-1940), Carlo Alberto Salustri alias Trilussa (18711950); altre, da veri cultori della poesia romanesca, sanno citare Giuseppe Berneri (1637-1700 ca.), Giggi Zanazzo (1860-1911) o anche Aldo Fabrizi (1905-1990), conoscono insomma in modo approfondito le cosiddette poesie dialettali. Recitate in più occasioni, esse costituiscono una maniera, per così dire, popolare per esternare un sintetico e giocoso richiamo a pregi, ma più spesso, a difetti di personaggi del periodo. Sono nello stesso tempo una miniera di informazioni e notizie non sempre di secondaria importanza.
Tali composizioni si esplicitano generalmente nella forma del «sonetto» che ben si adatta a focalizzare una situazione, una persona, appunto, un luogo. Sovente i sonetti hanno un fine moraleggiante e si rivolgono all'umanità in genere.
Domenico Iannucci, seppure non all'altezza dei grandi, nel suo «poetare» in vernacolo si limita ad esaltare o comunque a criticare bonariamente chi ha conosciuto durante la sua lunga vita. Egli, nato a Poggio Cinolfo, si esprime in una lingua-dialetto che non era quella appresa nell'infanzia, ma, è da mettere in evidenza, il «dialetto» di Roma era per lui la «lingua» nobile, la «lingua» usata oltre che dai poeti famosi, anche da persone cosiddette di rango e perfino da Papi nel parlare quotidiano.
Non dobbiamo dimenticare che fino agli anni sessanta del '900, il popolo dei nostri paesi gravitanti su Roma, considerava «cafone» chi parlava il dialetto locale e persona acculturata chi si esprimeva in «romano».
Passando gli anni, è cambiato anche il gusto e l'atteggiamento della gente verso i poeti dialettali. Da ciò l'idea dell'attuale pubblicazione-ristampa già da tempo nelle nostre intenzioni.
Numerosi sono coloro che, ricordando Domenico Iannucci che declamava l'annuale discorso per i caduti in guerra (Davanti a questa pietra santa, mi sento come un nodo nella gola...) seguito da l'inno musicale composto da lui stesso e suonato dalla banda - chissà se mai si ritroverà lo spartito - ricercano il libretto di poesie scritto nel 1950 contenente «la storia di Poggio Cinolfo» in versi romaneschi. Le copie circolanti nella zona, nel tempo sono state perse o distrutte dall'incuria, oggi, tramite la stampa giacente nella Biblioteca Nazionale di Roma e per merito di chi ha saputo conservare integra l'edizione originale, è sembrato utile riproporre «la storia» in una nuova e moderna veste grafica.
Nella loro semplicità i sonetti si susseguono uno dopo l'altro raccontando, tra il serio e il faceto, tra realtà e favola, la fondazione del piccolo centro, esaltando la leggenda di Agilulfo che fa costruire chiese, fontane, case, ospedali o ricordando, alla maniera popolare, San Pietro, San Rocco, Santa Fortunia. Scorrendo i fluidi endecasillabi in romanesco si evidenzia un animo sincero, buono, religioso. Domenico Iannucci nato a Poggio Cinolfo nel 1878, solo andando a Roma in cerca di lavoro riesce ad imparare a leggere e a scrivere e ricorda sempre in maniera appassionata il suo paese di origine. I suoi componimenti sono scritti nel vernacolo romanesco di tutti i giorni, ma due sonetti, risaltando come piccoli acquarelli, vengono timidamente inseriti e scritti in quel dialetto tipicamente «poietanu» apparentemente poco nobile per essere stampato su un libro.
Alla «storia», ho ritenuto doveroso aggiungere altri tra i più significativi e divertenti sonetti tratti da un'altra sua piccola opera: «Uomini e cose d'Abruzzo» stampato a Roma nel 1956.
Curiosa ciò che possiamo chiamare una sorpresa. In un opuscolo trovato sempre nella Biblioteca Nazionale di Roma (Roma che canta..., Giuseppe Diotallevi
(Bellomoro).
Il nuovo astro della canzone romana nelle sue meravigliose creazioni, Roma 1932), notiamo che i testi di due canzoni sono di D. Jannucci. Ho voluto riportarli per intero pur non avendo potuto accertare con sicuro riscontro, se l'autore sia effettivamente la stessa persona artefice dei versi narranti la storia di Poggio Cinolfo.
È comunque tempo di rimettere in circolazione queste composizioni che nonostante siano passati quasi sessanta anni, suonano ancora fresche e schiette, inserendosi in quella letteratura popolare di poesia spesso recitata a braccio, che ha fissato nel tempo storia, colori, personaggi e modi di vivere che è sempre bene tenere a memoria.
In questo stesso volumetto mi è sembrato opportuno, per attinenza nel versificare, rendere nota un'altra opera poetica sempre in romanesco, intitolata «Borriposo»: tratta da «XIV Leggende della Campagna Romana» di Augusto Sindici. Essa è una «zinfonia» assolutamente leggendaria su Santa Fortunia protettrice di Poggio Cinolfo, e che si dipana lungo quattordici sonetti. L'opera di Augusto Sindici, prolifico verseggiatore dell'Agro Romano, si fregia di una prefazione scritta da Gabriele D'Annunzio. E riporto integralmente questa nota del Vate per mettere in evidenza come anche i grandi poeti osservano con attenzione e simpatia i «fratelli minori» che scrivono in dialetto.
Augusto Sindici nacque a Roma 1'8 Marzo 1839.
Patriota, prese parte alle campagne del '59, '66 e '70. Entrò a Roma travestito la vigilia della Breccia di Porta Pia per agevolare l'opera delle truppe italiane. Nel 1895 cominciò a dare alle stampe le sue poesie in romanesco. Ingegno prismatico fu ritenuto «brillante e valoroso ufficiale di cavalleria, bollente duellista, elegante viveur». Le «leggende» uscirono in fascicoli nel 1895, poi nel 1901 e con i tipi di Treves nel 1902. Venne chiamato «il poeta della Campagna romana» in quanto conoscitore di persone, personaggi e luoghi di tutto l'agro. Muore a Roma a 85 anni il 19 settembre 1921. (Cfr. ETTORE VEO, I poeti romaneschi, Roma 1927, pp. 181-183).
Sono particolarmente grato al sig. Arnaldo De Santis che, ancora una volta, ha voluto contribuire fattivamente sponsorizzando per l'Associazione Lumen la stampa di un lavoro riguardante Poggio
Cinolfo.
Ringrazio inoltre Domenico Flamini di Virginio per avermi fornito
le copie originali de «La storia di Poggio Cinolfo» e di «Uomini e cose d'Abruzzo» scritti da Domenico Iannucci e infine tutti coloro, compreso lo studioso Gabriele Alessandri, che mi hanno fornito notizie riguardanti Domenico Iannucci e Augusto Sindici.

