Caraibi

ORTUCCHIO, dal Lago al Telespazio

Nota del Presidente del Circolo
Questo libro di foto d’epoca e il frutto di ben 15 mostre. La prima risale al 1977. Le foto presentate in quella occasione furono un omaggio alle donne di Ortucchio per il lavoro svolto come braccianti nell’azienda del Principe Torlonia. Allora si occupo di stamparle, gratis, l’amico Rocco Trabucco, titolare di un’agenzia fotografica in Roma. Per la stampa delle foto delle altre mostre invece, presentate con cadenza annuale a partire dal 1991 al 2004, ho provveduto io personalmente, in quanto ho potuto utilizzare un ingranditore fotografico regalatomi da Umberto Scalia e da sua moglie Bruna Negrini che ben conoscevano la mia passione per la fotografia. Questo aumento il mio interesse per le foto d’epoca e mi stimolo nella loro ricerca presso le famiglie ortucchiesi per poterle riprodurre ed esporre nelle mostre.Grazie a questo lavoro certosino e alla disponibilità degli ortucchiesi, in 15 edizioni di mostre sono state presentate più di 1200 foto, che, come si evince da questo libro, rappresentano Ortucchio e la sua gente in tantissimi aspetti.

Poiché ritengo pero, che le foto, memoria visiva del paese, siano patrimonio di tutti gli ortucchiesi, ho voluto che l’ordine fotografico del libro fosse opera di un gruppo di professionisti competente e appassionato, elencato nella pagina precedente. Infine, ciò che mi sento di affermare con assoluta onesta e che questo volume e il risultato di anni di sacrifici e di notevoli spese economiche. E questo si può fare so lo se si ha rispetto e amore per il proprio paese e per la gente che lo ha vissuto e che lo vive.

                    Ercole Gigli

 

Nota del sindaco
Questa raccolta di fotografie che ricordano aspetti e situazioni ormai lontane nel tempo del nostro paese, e senza dubbio una novità di grande interesse storico che, so no convinto, sara gradita e apprezzata da tutti quelli che avranno l’opportunità di scor rere una pagina dietro l’altra, rivivendo situazioni e fatti probabilmente cancellati dal tempo. Per questo motivo l’Amministrazione Comunale di Ortucchio ha dato il patrocinio alla pubblicazione dell’opera che, sono certo, tutta la popolazione apprezzerà perché essa entrerà a far parte delle cose a cui ciascuna famiglia tiene in modo particolare, in quanto parte della propria storia familiare.

Molti di noi rivivranno situazioni vissute molti anni addietro, rivedranno come era vamo cinquanta e più anni fa, come era Ortucchio negli anni passati, avranno modo di rivedere persone scomparse, la cui fisionomia forse non era più tanto chiara agli oc chi e alla mente. I giovani avranno modo di poter vedere in sequenza quale era Ortucchio negli anni passati, come vivevano i loro padri, quanta strada e stata percorsa per arrivare a quel lo che Noi e il nostro paese siamo diventati oggi. Il mio pensiero va a quei ”fotografi” che ci hanno lasciato questo patrimonio di immagini: ”a loro esprimo postuma la mia gratitudine!”. A Ercole Gigli, che quest’opera ha ideato e voluto, a tutti coloro che hanno messo a disposizione le foto, alla Commissione che le ha selezionate e ordinate, l’apprezza mento più vivo, dando atto che con il loro impegno e la disponibilità dimostrata, hanno contribuito a redigere un lavoro, per il quale avranno sicuramente la gratitudine di tutti gli Ortucchiesi. L’Amministrazione Comunale, nell’esprimere l’apprezzamento e il grazie per quest’o pera, fara in modo che essa sia inviata a tutti gli Ortucchiesi emigrati nelle varie parti del mondo.

                                Il sindaco Mario Frigioni

 

Prefazione
Alle benemerenze culturali, gia numerose, che Ercole Gigli poteva vantare sul conto del suo paese natio, Ortucchio, oggi se ne può aggiungere un’altra, di non lieve rilevanza, con questa ”storia” dell’ultimo secolo, raccontata attraverso un ricco apparato di immagini fotografiche, recuperate in molti anni di pazienti ricerche e qui distribui te per nuclei tematici, seguendo un criterio essenzialmente cronologico. Senza voler minimamente presumere di rifare la storia della fotografia, dai primi e sperimenti del Settecento agli sviluppi straordinari dell’Ottocento e agli approdi clamorosi del Novecento, si può senz’alcun dubbio affermare che l’immagine fotografica, nel secolo scorso, pur non rinunciando alla sua funzione primaria di riproduzione fedele della realtà quotidiana, finisce per esplicare anche una funzione artistica, grazie non solo ad una tecnologia sempre più sofisticata, ma anche alla sensibilità e alla capacità inventiva dell’operatore-fotografo.

Non si esagera, oggi, col dire che la documentazione fotografica investe ormai ogni campo della vita sociale, in privato e in pubblico, con una vastissima gamma di applicazioni, che vanno dall’editoria in genere (giornali, riviste, libri) al teatro e al cinema, dalla letteratura alle scienze più diverse (si pensi soprattutto ad alcuni settori della medicina, della criminologia, della fisica, dell’astrofisica, ecc.). Ma non deve apparire un paradosso se, restringendo lo spazio delle nostre considerazioni, ci limitiamo a rilevare che questo album fotografico può avere addirittura un valore altamente etico-civile, poiché registra puntualmente, in un lungo arco di tempo (dal terremoto del gennaio 1915 all’avvento di Telespazio), l’evoluzione storica di un’intera comunità, ricostruita attraverso vicende drammatiche, ma anche nei mo menti di proficuo lavoro e duri sacrifici, di gioco e di svago, di raccoglimento religioso, di ansie e turbamenti, di riposo e intima riflessione. Il curatore dell’album, ovviamente, non si prefigge una finalità estetica, che possa cioè trascendere il significato puramente documentale del lavoro compiuto.

Eppure non si può negare che, qua e la, in alcuni scorci paesaggistici, in alcune ”pose” spontanee, in alcune ”scene” familiari, in alcuni ”ritratti” individuali e collettivi, si riesca a cogliere un barlume di quella genuinità primigenia che sembra in via di estinzione. Doveroso aggiungere che le ”premesse” poetiche ad ogni sezione dell’album sono di Vittoria Petrucci, ortucchiese di origine e formazione, giunta ormai a larga notorietà per la sua cospicua produzione in poesia, narrativa e teatro.

                                  Vittoriano Esposito

Presentazione
In un mio breve ”Profilo storico di Ortucchio”, pubblicato dall’editore Polla nel 1984, davo, tra l’altro, questa succinta descrizione del paese: ”Ortucchio... e un paese atipico, che ancor oggi, nonostante la scomparsa di qualsiasi traccia del suo passato (eccetto il bel castello), conserva intatta la propria originalità rispetto a tutti gli altri paesi del territorio marsicano: un paese bianco e silenzioso che, privo di un effettivo centro o corso, offre ancor oggi lo spettacolo inconsueto di qualche donna o di qual che anziano che siedono davanti la porta di casa; un centro abitato posto in posizione eccentrica rispetto alle principali arterie stradali del comprensorio fucense; un castello che svolge più la funzione di silenzioso e solenne guardiano del paese, che quella di documento artistico o di attrazione turistica; una carenza quasi assoluta di documentazione storica, cui fa riscontro pero l’ansia, più evidente che altrove, di scoprire e recuperare la propria identità etnica e culturale; un laghetto, piccolo, ma sempre sufficiente a ricordare il proprio passato di isola del Fucino; e, soprattutto, il patrono Sant’0rante, con la sua originalissima tazza da pellegrino e il fascino misterioso della sua non documentata e non documentabile storicità.

A distanza di oltre vent’anni dalla stesura di quel profilo, mi sentirei di ripetere le medesime parole, specialmente dopo aver guardato con attenzione il prezioso lavoro di recupero fotografico operato dall’infaticabile Ercole Gigli: il paese era, ed e ancor oggi, quello bianco e silenzioso di cui parlavo allora, con quelle figure austere e solenni che posano davanti alle porte, quasi presaghe di dover un giorno diventare ”icone storiche” di un’intera comunità; il castello, sempre più simbolo di poderoso ”guardiano” della terra e dei suoi abitanti; il laghetto, unica traccia di quello che fu il meraviglioso e terribile lago Fucino; il santo protettore, nel ricordo del quale numerosi cittadini di Ortucchio presero il nome di Orante; e, in particolare, l’ansia degli ortucchiesi di riscoprire, pur soltanto attraverso semplici immagini fotografiche, quello che fu il loro passato: la loro memoria e le loro radici.

E, questo, il lavoro che ha fatto Ercole Gigli: ha raccolto cioé, e ordinato per temi, le figure statiche e sbiadite del tempo trascorso e le ha fatte rivivere attraverso un’operazione culturale di grande impegno, fisico e intellettuale. In queste foto c’e tutta la storia del paese, dal terremoto del 1915 ad oggi: anzi, da prima del terremoto, se si guardano con attenzione le immagini iniziali, che ci fanno vedere il paese con il lago, i bastioni e la torre del castello, la chiesetta di S. Orante e la centrale via Ovidio con i suoi archi e i suoi personaggi, tipici di quell’epoca e di quella cultura. Il terremoto, ovviamente, occupa uno spazio importante del volume: se si pensa che Ortucchio conto ben 1200 vittime, le foto qui riportate acquistano una ben maggiore evidenza e una più intensa drammaticita, che ha il suo culmine nella foto che raffigura  la celebrazione della Messa proprio in mezzo ai ruderi di quella che era stata la chiesa parrocchiale.

Già in alcune di queste foto appaiono i volti, i ”ritratti” degli uomini, del le donne, dei bambini del paese, cui poi Ercole Gigli dedica un’apposita sezione del vo lume: c’e la donna con la conca sul capo, ci sono le vivandiere con le ceste per terra, i soldati sulle macerie, la folla silenziosa davanti alla baracca che funge da ”Forno Roma”, il carretto con l’asinello davanti ai ruderi del castello, e rovine rovine rovine. Comun que, e soprattutto la distruzione dei due gioielli artistici di Ortucchio, ossia la chiesa di S. Orante e il castello, il primo aspetto del terremoto che ferisce la vista, aspetto a cui si aggiungono, poi, lo squallore e l’anonimato delle baracche e la sofferenza della gen te, che si aggira sperduta in mezzo alle macerie e considera ancora quel Forno, pur se temporaneamente collocato in una baracca, il punto di riferimento per tutti. Il restauro della chiesa di S. Orante, inizialmente eseguito in legno, insieme alla chiesa nuova, di chiaro stile fascista, e alle case popolari inaugurate nel 1941, testimonia lo sforzo collettivo per la rinascita.

Molte di queste immagini, che ci presentano le autorita in divisa fascista, collegate con quelle della sezione scolaresche (in cui tutta la classe, maestro compreso, e in divisa), evidenziano l’interconnessione tra la storia lo cale e storia nazionale. Ma la rinascita successiva al terremoto si vede anche dalla foto del mercato settimanale, simbolo della ripresa delle attività economiche e della ristrutturazione del paese, come dimostrano la foto di Via Roma nel 1950 e quella di via Piccolomini negli anni ’60. Nella sezione ”Tutti in posa” l’obiettivo, diretto più sulle persone che sugli ambienti, inizialmente ci offre uno spaccato socioculturale del paese intorno agli anni ’30 – ’40, spaccato ben in armonia con quello nazionale dello stesso periodo, caratterizzato da forti differenze sociali e poverta diffusa.

E evidente, infatti, il contrasto tra la mag gioranza delle famiglie poveramente vestite, anche se con l’abito migliore, davanti alle loro modestissime abitazioni e le famiglie dei notabili, rispettosamente chiamati col ”don” e immortalati in tutta la loro dignita borghese, come dimostrano i ritratti di don Nicola Irti e del dott. Chiola, strettamente collegate a quelle, catalogate nella sezione ”ritratti”, di don Angelo D’Ovidio, di don Camillo D’Ovidio e moglie, di don Pietro Tirabassi, padre del futuro senatore Angelo. Significative in quest’ottica sono anche al tre foto della sezione ”Ritratti”, eloquenti ”pitture” delle donne del periodo esamina to, rese anziane prime del tempo dal lavoro, dalla fatica e dalle privazioni.

Ma, man mano che si sfoglia l’album, si cominciano a notare (grazie al progresso, le cui testimonianze come la trebbia a vapore sono nella sezione lavoro) volti meno segnati dalla fatica, abbigliamento meno austero e più moderno, un atteggiamento luci do e scherzoso e un’intensa vita comunitaria della collettività che, pur nel permanere di antiche abitudini agropastorali come le pecore vicine al paese e l’allevamento di conigli per l’alimentazione, rivelano il progressivo diffondersi di un certo benessere economico, minori disuguaglianze sociali, maggiore serenità di vita.

Ciò che emerge, sfumata di malinconia, e soprattutto la dimensione umana e corale del paese di una volta (dimensione presente anche e soprattutto nella sezione ”Feste”), evidente nella folla assiepata a salutare i missionari in partenza o nelle donne riunite a preparare le pizze. Ma l’avanzare del progresso, simboleggiato dalle prime biciclette, trasforma, con alcune concessioni al consumismo, questo tipo di vita, che comincia a dare spazio al superfluo con le scampagnate, col complesso musicale e con la locale squadra di calcio.

Le immagini della sezione ”Ritratti” sembrano strettamente correlate con tutte le al tre, ma particolarmente con quelle della sezione successiva ”I bimbi ci guardano” (do ve i piccoli vengono spesso inseriti in un ritratto familiare collettivo), con quella delle ”Famiglie” e quella dei matrimoni, perche in tutte l’accostamento delle varie generazioni, il cambiamento dell’abbigliamento e delle mode ci permettono di fare un’anali si comparata tra le varie epoche, come dimostra la differenza tra Giovanna Guarracini, sposa nel 1942 anno di guerra, Maddalena D’Angelo, sposa nel 1948 anno di gran de difficoltà economica, e Anna Pisotta, sposa nel 1961, anno di ormai acquisito benessere economico. Ma ancor più interessanti, attraverso queste sezioni, sono l’analisi dei cognomi più frequentemente ricorrenti ad Ortucchio e la visione dei volti ingenui e sbarazzini di persone oggi mature e famose, come Natalino e Umberto Irti o Vittoria Petrucci ed altri.

Nella sezione ”Lavoro... lavoro” il dato che maggiormente lascia riflettere e l’unione di tante donne nel bracciantato agricolo. Ciò vuol dire che la donna, eseguendo i lavori agricoli non più o non soltanto nella povera terra di famiglia, ma presso un datore di lavoro insieme a molte altre donne, comincia ad acquisire consapevolezza della propria forza economica e sociale sia in fa miglia sia fuori e, quindi, nel ’50 costituisce una grande forza d’urto nella lotta contro Torlonia. Dopo la riforma agraria, il panorama lavorativo appare diverso: l’Ente Fucino intende potenziare le variegate attitudini di uomini e donne: perciò per queste ultime organizza scuole di taglio e cucito e, per gli uomini, cantieriscuola. Infine, le ”Feste”: sono, queste, un forte momento di vita collettiva, in cui e coinvolta tutta la comunità ortucchiese.

Processioni, monete appese sulle statue dei santi, celebrazioni per San Rocco e S. Orante, per la SS. Trinità o per il Corpus Domini o anche per i morti, sono soprattutto un elemento di coesione di tutto il paese, oltre che un momento di devozione e relax dopo il lavoro. Si tratta, dunque, di ”storia” nel vero senso del termine. Non la storia dei grandi avvenimenti e dei grandi personaggi (anche se le vicende nazionali, come abbiamo visto, appaiono nello sfondo), ma quella ”historia minor” che e poi la più autentica e la più vera, perché e fatta dalla gente, non dalle istituzioni o dagli strateghi militari: e fatta dagli umili e non dai potenti. In questo senso, il volume di Ercole Gigli merita tutta la nostra attenzione e la nostra ammirazione. Un cenno a se meritano le brevi composizioni poetiche di Vittoria Petrucci, che precedono le varie sezioni del volume. Sono impressioni liriche di grande valore, ma con temporaneamente sono anch’esse pagine di ”storia”, perché sottolineano con efficacia descrittiva e psicologica quegli ”angoli di mondo” che le fotografie rendono visibili a tutti noi. Esse sanno comunicare sentimenti e sensazioni, tanto che la ”historia” narrata diventa realtà concreta, vita del cuore e della ragione.

           Angelo Melchiorre

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