Caraibi

Natale 1943

Testi di Vittoria Addari Petrucci
- Centro Studi Marsicani -
    
PREFAZIONE
di Vittoriano Esposito

Sono ben lieto di sentirmi, in un certo senso, corresponsabile della "conversione" di Vittoria Addari Petrucci al lavoro teatrale. Utile, a tale proposito, ricordare un piccolo episodio: si assisteva insieme, una sera, alla rappresentazione di una commedia in dialetto avezzanese e al termine, sospinto dal vasto consenso del pubblico presente, mi permisi di esortare l'ex alunna, ormai cara amica, a cimentarsi anche lei in un'opera del genere, essendo dotata - a mio parere - di una personalità poliedrica,capace di ottenere eccellenti risultati in ogni campo. Ebbene, a distanza di un anno, o poco più, ecco già pronto questo Natale 1943 e, addirittura, messo in scena con grande successo. L'esortazione, dunque, era stata ben recepita e aveva dato i frutti sperati. E veniamo ad una rapida lettura dell'opera. Si tratta, com'è risaputo, di un testo drammatico. Il titolo rimanda ad un lavoro celeberrimo di Edoardo De Filippo, ma solo per un vago accostamento sul filo della memoria. Qui, infatti, siamo in tutt'altro mondo: in un paesino della Marsica, Ortucchio, alla vigilia del Natale '43. Fu, quello, un Natale tristissimo per noi tutti: trovandoci nelle retrovie del fronte di guerra di Cassino, patimmo tutte le pene dell'occupazione tedesca (bombardamenti, sfollamenti, rastrellamenti, deportazioni, eccidi, ecc.). Per di più, in quel clima di terrore e disavventure, si moriva anche di fame.

Vittoria Addari Petrucci ha saputo ricreare l'atmosfera di quel difficile momento della nostra storia, ponendo sulla scena non dei personaggi autorevoli, di quelli che fanno grandi cose, ma gente umile: una famiglia di modestissima estrazione sociale, che aveva già conosciuto gli artigli della miseria e che ora rischiava di passare a digiuno anche la festa del Natale.
Si può comprendere perché, per tutto il primo atto, si insiste sul motivo della fame, che suscita dolorose battute di "mammetta" Mariannina e vivaci controbattute della nuora Filuccia.

È il secondo atto, poi, che c'introduce gradualmente, come in crescendo, nelle drammatiche vicissitudini della guerra così come furono realmente vissute da queste parti (io c'ero e, benché ancora adolescente, mi resi conto di tutto). La conclusione, tuttavia, è a lieto fine: l'evento natalizio intenerisce i cuori, movendo a pietà perfino il comandante tedesco.
E così il dramma volge all'ottimismo, come solo di rado accade nella realtà, soprattutto perché l'autrice ha preferito lasciare un messaggio di speranza.

Sul piano propriamente letterario, a mio parere, l'opera è pregevole: concepita e composta nel dialetto del paese natio, che l'autrice conosce ben a fondo al punto da averne fissato le regole di fonologia e morfologia in un apposito trattato, riesce ad equilibrare sapientemente l'uso vivo della parlata ortucchiese col rigore di una scrittura tecnicamente accuratissima.
Teatralmente, inoltre, il dramma ci sembra ben strutturato: ambientazione, vicende, motivazioni, personaggi, tutto risulta ben costruito ai fini di uno spettacolo di successo.
E grande successo ha ottenuto la Compagnia teatrale "Alle radici" che lo ha rappresentato più volte, tra scroscianti applausi, al Teatro "Don Orione" di Avezzano.

TESTIMONIANZA
di Rosa Di Genova

È stato un vero piacere vedere "Natale 1943" di Vittoria Addari Petrucci. Questa rappresentazione teatrale è nata in seguito agli eventi bellici che hanno contrassegnato la fine dell'anno 2001. Ispirandosi ad un suo racconto precedentemente pubblicato su "Bambini con noi" l'autrice lo ha sceneggiato arricchendolo di particolari e di riferimenti all'occupazione tedesca del 1943 e ai fatti avvenuti a Ortucchio, suo paese d'origine. Il lavoro risulta tanto gradevole, misurato nell'ironia, compito nelle forme, quanto emotivamente coinvolgente.

I personaggi entrano in scena in punta di piedi e connotano già dalle prime battute, ma senza brutalità, una condizione di povertà, di miseria, che sfuma dal realismo di una fame che "attorciglia le budella", al sogno ricorrente di un piatto proibito. Ma tu spettatore percepisci immediatamente che se la fame toglie coerenza al ragionare dei protagonisti, una energia positiva ne rinforza la coesione, li stringe uno all'altro e li fa pazientemente sperare.

Essi puntano sulla Provvidenza e in attesa dei suoi segni apprezzano anche quel nulla che hanno. Mentre le battute si susseguono e la vicenda si delinea piano piano, oltre i fatti del palcoscenico si apre lo scenario reale di questi nostri tempi, ancora di GUERRA! E di fame, di povertà e di paura, come sempre, più di sempre. Ma presto l'inquietudine si ricompone e non scivola nell'angoscia perché l'autrice ti prende per mano e con la sensibilità che la contraddistingue ti addita ciò che di buono è nell'uomo e che neppure la guerra riesce a cancellare. Per esempio la solidarietà, la tenacia di certi sentimenti che possono far fiorire l'eroismo. La cornice che incastona questo spettacolo e gli dà luce, calore umano e vivacità è il dialetto.

La scelta può sembrare ardua dal momento che il "villaggio globale" in cui viviamo impone anche la globalizzazione linguistica per comunicare in tempo reale con chiunque, dovunque nel mondo. Ma l'autrice parte da un vissuto autentico, scolpito nella sua memoria nei termini dialettali del suo paese di origine e lo riferisce in quella stessa parlata, nobilitando un mezzo, il dialetto, che solo può connotare certe esperienze umane degli strati sociali un tempo emarginati e derelitti.

E coglie nel segno, grazie ad una puntuale ricerca linguistica e alla bravura di tutti coloro che hanno lavorato per la buona riuscita della rappresentazione: al loro esordio, gli attori Annamaria Fracassi, Antonella Nenni, Walter Spera, Gianfranco Conte, Andrea Mendolicchio, Eleonora Conte, hanno dimostrato notevoli capacità espressive e, soprattutto hanno recitato brillantemente usando il dialetto ortucchiese che non conoscevano e che hanno imparato avvalendosi della guida di Maria e Luciana Petrucci che hanno curato la regia e la recitazione con sobrietà ed attenzione ai particolari.

Ben documentata, accattivante ed incisiva la presentazione di Roberto Di Romolo che ha saputo creare per la platea un'atmosfera suggestiva, ricca di aspettative; efficaci i supporti tecnici, la ricerca musicale, la scenografia e l'ideazione della locandina pubblicitaria curati rispettivamente da Maremilio Paolini, Nicola Salucci, Sandro De Mutiis e Giuliano Pignataro.
Noi tutti ci auguriamo che la compagnia appena costituita possa offrire ancora piacevoli emozioni.

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