Mo' ve racconte: ce stèva 'na 'ota ..
Presentazione
di Angelo Melchiorre
Questo volumetto di Antonio Pitoni, pubblicato, per iniziativa del figlio, a 100 anni di distanza dalla nascita dell'autore, è una raccolta di liriche in lingua e in vernacolo, che si propone lo scopo della completezza e, nelle intenzioni del curatore (Giovanbattista Pitoni), della cronistoria del percorso poetico del padre: cronistoria che è anche analisi della maturazione poetica e della conquista graduale, da parte dell'autore, di una sempre maggiore consapevolezza umana ed estetica.
Antonio Pitoni è nato poeta dialettale, pur avendo iniziato a scrivere versi in lingua. Nel dialetto egli dà il meglio di se stesso: piccoli scorci di vita locale e familiare (il terremoto, la madre, angoli e personaggi di Avezzano, lo "scopino", la moglie, il diploma, la "fregatura", la "ciccia di cavallo"). Con il dialetto egli sa essere efficace sia nelle minute descrizioni, sia nel delicato umorismo con cui rappresenta non solo la gioia ma anche la sofferenza e la morte, non soltanto l'allegria ma persino la malinconia e il pianto.
Si pensi a "J'amore", dove l'autore sottolinea l'emozione che si provava nel passato di fronte ad una semplice caviglia femminile appena appena scoperta, emozione oggi spenta dalle `gonnelle che arrivano sopra alle ginocchia": ci si sente già satolli, mentre prima il "mistero" acuiva il desiderio e... il sentimento.
Oppure, in "Je dipròma", alla delusione che il padre prova dopo che il figlio ha conseguito la "maturità": tante aspettative deluse, perché solo allora ci si accorge "guanto sta lontana Roma da casa" e persino il Papa non può far niente, tanto che il figlio dovrà "tenersi la coccia della rapa".
Ma si pensi anche al ragazzo insonnolito di "Mamma me", che sta mangiando senz'appetito un tozzo di pane, quando arriva, improvviso e violento, il terremoto; la mamma gli grida di scappare, lui non fa in tempo e la casa crolla su di loro: "Io non mi feci niente, mamma; tu ti lamentavi sotto le macerie, mi rispondevi, ma, verso sera, dicesti Oddio! e non parlasti più".
Immagine lapidaria, che però riesce, in soli quattro versi, a rendere il dramma, la tragedia, la sorpresa, il dolore, lo sconforto, la desolazione di quel catastrofico evento del 13 gennaio 1915.
Quando Antonio Pitoni, giovanissimo, comincia a dedicarsi alle poesie in italiano, è molto evidente in lui l'influenza della retorica del tempo, sia nelle scelte tematiche, sia nel lessico (possanza, ore obliose, gaudi e laudi, tepenti dita dell'alba, il murmure profondo, il virente faggio, l'algida tenebra, tu mi conquidi, lo slancio d'amore che proba la serba, l'algore delle gramaglie, ecc.) e nella struttura metrica. Tuttavia, già in queste poesie si nota lo sforzo dell'autore teso alla ricerca di un linguaggio tutto suo, più sincero, più spontaneo, tendente alla suggestione più che alla descrizione: vedasi "Mattino sul mare", con immagini di stampo impressionistico (orizzonte colorato di rosa, confini dei cieli misteriosi, il mare che rigetta le gocciole di fuoco), ma anche con intuizioni più moderne (i monti svelati, il plebiscito delle onde, la nobiltà del vero – metafore già abbastanza ardite, che saranno poi proprie, dopo gli anni Trenta, di una certa poesia ermetica) o "Il Fucino" (nell'accostamento tra la memoria dell'antico lago e il gioioso immergersi tra le immagini e le sensazioni della fertile campagna d'oggi): è scomparsa la marea del lago, che si frangeva impetuosa contro i monti; e sono scomparsi barche e pescatori; ma c'è il germogliare delle sementi sparse, lo stormire dei pioppi, le voci lontane degli uomini, e l'odore, fragrante, del pane. Una dimensione poetica del Fucino prosciugato, che nessuno aveva mai saputo creare prima di Antonio Pitoni, e che successivamente potrà ritrovarsi soltanto nelle rappresentazioni pittoriche di un Marcello Ercole o di un Dante Simone.
Il ritorno al dialetto, dopo l'ultima guerra, è una ripresa dei vecchi motivi, ma con una migliore padronanza della tecnica versificatoria, che gli consente di scrivere brevi composizioni agili e musicalmente valide. Molte di queste poesie potrebbero gradevolmente essere trasformate in canzoni popolari.
Si veda "Je cinquantenàrje", da mettere al confronto con il precedente le cinquantenàrje" già pubblicato sulla "Bocaletta": in questo secondo caso siamo di fronte ad uno scoppiettante e veloce saltarello, brioso e scanzonato, mentre nella prima composizione la tematica appare, nella sua lunghezza, ancora quasi prosastica e scontata: ci si ritrova più anziani e la vecchia Avezzano è ormai scomparsa, rimanendo viva soltanto nel ricordo, ricco di notazioni particolareggiate, dalle chiese di S. Rocco e S. Bartolomeo ai personaggi caratteristici, il "Toscano" e il "Muto Coccione"; dalla "Banda di Castruccio" alla pupazza di Franceschino detta "Cornacchietta"; e, poi, dal terremoto al dopo-terremoto, dalla Avezzano di ieri a quella di oggi.
Le poesie in italiano degli ultimi anni mostrano una maturità ormai pienamente conseguita, che determina maggiore autonomia rispetto ai modelli e una più intensa profondità di sentimenti, per cui le stesse tematiche di un tempo vengono espresse con maggiore attenzione ai risvolti psicologici, alle attese magiche dell'infanzia, all'angoscia della solitudine, al dramma della guerra, all'incanto della natura.
Si legga, ad esempio, il "Canto della violenza": alla fatica del contadino, "dolce violenza istintiva racchiusa nel disegno divino", a quella dell'aurora che, "violentando il sogno degli esseri, li riporta alle concretezze del giorno", a quella infine del giovane con la sua "violenza del cuore", viene contrapposta – e fermamente condannata – la violenza che "sprigionasi dai forzieri dell'egoismo insaziabile", generatore di guerre e di atroci delitti. E le parole d'amore, gridate affidandole al vento, si disperdono "nel turbinio della tempesta".
E altrettanto negativamente viene giudicato il progresso, che è certamente "bello", ma intanto "la vita ci sfugge" in mezzo a `funebri rintocchi di campane in quest'orrido deserto di sentimenti".
Ecco qual è la poesia di Antonio Pitoni, che abbiamo letto con interesse e piacere, proprio perché ci ha fatto "sentire" e meditare.

















