Primo giovedì di maggio a Cocullo*
di Antonio M. Socciarelli
Tra le innumerevoli feste tradizionali che, col ritorno di maggio rigoglioso, fissano incontri quasi quotidiani nel calendario, ecco il primo giovedì del mese, appuntamento annuale con la festa cocullese di san Domenico. Paese in bilico sia storicamente che geograficamente tra la Valle Peligna e la Marsica, Cocullo appare nelle prime ore del mattino nella sua posizione ormai inconfondibile, pronto ad essere invaso dalla grande folla di curiosi che romperà per un giorno la tranquilla dimensione paesistica, per condividere mai con troppa convinzione quel legame intimo che lega i pochi abitanti del paese ed i pellegrini al santo taumaturgo.
Gruppetti di persone attraversano frettolosamente la lunga schiera di macchine e mezzi, anch'essa molto simile ad un lungo serpente che snoda le spire lungo le curve che scendono verso il paese, ansiosi di immergersi nel caotico intrico delle antiche stradine, dominate da archi di pietra che sembrano scrutare severi come occhi onnipresenti quella chiassosa invasione. Quando si raggiunge la piazzetta dominata dall'antica chiesa di Santa Maria delle Grazie è come varcare una soglia invisibile che immette il visitatore in una Babele disordinata, sospesa a metà tra arcaici vissuti e segni di una modernità dalle molteplici forme e incertezze ma che, paradossalmente, continua a tenere in vita questa festa pur avendola spesso saccheggiata a piene mani e "mistificato" i suoi peculiari contenuti. È il caos del festivo che si consuma, avvolgendo ovunque la folla brulicante. Frotte di curiosi si stringono intorno ai moderni "ciaralli" adorni di serpenti, chi con sguardi attoniti, chi alquanto diffidenti, chi con contenuto ribrezzo, per farsi fotografare trionfalmente dopo storiche attese. Dappertutto i fotografi vagano per il paese alla ricerca dello scatto perfetto. In mezzo a questo marasma quasi risultano stridenti le file ordinate dei pellegrini che si dirigono nella chiesa per l'incontro con il santo, tra canti ed atteggiamenti che appaiono storicamente lontani ed umanamente non condivisi.
A mezzogiorno la statua compare sul sagrato: è l'immagine topica che riassume in sé secoli di vicende umane e significati che sono risultati incomprensibili alla buona fede del nuovo parroco polacco che ha disertato la celebrazione; è l'immagine che rapisce e sbalordisce gli astanti, famelici di immagini da portare a casa come ricordo.
Vivere la festa dei serpari è anche fermarsi a parlare con un vegliardo gaglianese seduto in un angolo che, nella sua bonaria compostezza, cerca nei passanti con lo sguardo bramoso un interlocutore con cui trascorrere qualche momento nella rievocazione "dei tempi andati". Quest'uomo all'età di ottantaquattro anni rinnova il suo appuntamento annuale con il santo dei serpenti, per condividere e rendere meno greve il pesante fardello della sua esistenza, una vera e propria odissea fatta di campagna d'Albania, prigionia nei campi di concentramento tedeschi, emigrazione in Francia. Eppure è qui che il suo vissuto continua a ritrovare dignità e quelle sofferenze esistenziali ad essere condivise nell'espressione devozionale verso la figura potente di san Domenico.
Ci si accomiata con una stretta di mano, gesto d'onore e di sincerità che vale "il prezzo del biglietto", che dà la coscienza individuale di essere venuti qui per "partecipare" e non solamente per "assistere" con fredda impassibilità e che, per usare l'espressione del compianto Alfonso M. di Nola, ci dà la consapevolezza di aver potuto «stringere la mano ad un uomo», un piccolo grande uomo delle nostre montagne.
E quando si riparte lo si fa sempre con un pizzico di malcelata tristezza ma anche con la consapevolezza di aver compiuto ancora una volta il viaggio nel quale l'uomo incontra sé stesso, in bilico, come il paese, tra essere e non essere, tra anonimia individuale e identità collettiva. È la storia di un giorno che rispecchia quella di una vita. Di innumerevoli vite.
* Pubblicato su "Marsica Domani", Anno XXIX, n. 17/2006, p. 27.


















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