Caraibi

L'ultimo brigante tra vento racconti e leggende

Premessa di Romolo Liberale

LA MEMORIA IL RACCONTO LA POESIA


Quando avvertiamo aliti di vento che ci portano racconti e leggende per parlarci dell'ultimo brigante, il pensiero corre a Collarmele, a Forca Caruso, a quella paesanità tanto amara quanto amata che ha il sapore domestico delle ansie, dei patimenti, dei sogni, della vita sovente sentita come incompiuta.

A tutto questo ha attinto, come ape inquieta e famelica, Artesio Di Legge il quale, dando alle stampe il volume che abbiamo tra le mani, non so dire se è risalito o ridisceso dalla lirica alla prosa senza dimenticare, laddove urgeva, di dar luce e respiro alla poesia che poi, uscita dal testo narrativo, si condensa nella parte finale di questa sua ultima fatica letteraria.
E vi è tutto nel libro: vi sono gli uomini, con le proprie nobiltà e le proprie miserie; e vi sono le cose, figlie di un tempo e di un destino inesorabili; e vi è il magma sociale, fertile e prepotente, che alimenta memorie, si fa evocazione di condizionamenti umani, e si dilata, infine, a sintesi di sentimenti che ci piace chiamare "lirici" anche se conservano la cadenza incantata del racconto.

E vi sono, nel volume, pensieri e parole che al solo ascoltarli smuovono l'archivio di tempi e fatti nei quali è sedimentato quel lungo pezzo di storia entro la quale presero forma e contenuto le coordinate di una società agro-pastorale che solo mezzo secolo fa ancora condizionava la vita e i pensieri degli uomini. Era il piccolo mondo che "arrancava" mentre altrove il vasto mondo, rimasto per troppo tempo nella "rurbanica", già cominciava ad avere sapor di nuovo.
Artesio insiste, cerca pensieri e parole nei labirinti della memoria e sa che pensieri e parole vengono da una quotidianità che è rimasta nel ricordo e che, nel parlar d'oggi, conservano riferimenti a usi e costumi che, pur tra mille asprezze, furono vita. Abbondano, nel vocabolario di Artesio, le parole montagna, collina, macchia, grotta, bosco, costone, altura, messi.

E quando "all'ombra di un mandorlo in fiore" la meditazione incantata si libera in canto lirico, è il "dono" di una lacrima a fissare il tempo nel tempo perchè quelle parole divengano significanze per le quali sono passati silenzi e grida, turbolenze e rassegnazioni, sofferenze e sogni di riscatto. E vi è posto anche per l'alba, quella un po' ritrosa e pudica, a far capolino dalle alte grazie di Monte Ventrino commuovendosi al cospetto di "povere cose" che parlano, imperterrite, di quanto va salvato dalla maledizione dell'oblio.
E lo seguiamo Artesio per i mille rivoli del suo racconto.

Ed ecco quella "miseria sempre compagna", figlia negletta dell' "avarizia della nostra polverosa terra"; ecco "l'onnipotente vento" destinato implacabilmente "a chi lo vedeva" e "a chi lo sentiva"; ecco quel "poco ricco avere" e quel "pranzo fatto di niente"; ecco la furba confessione di sfida ai morsi di un destino impietoso nel dire prima "i peccati più leggeri" e poi, in un sussurro che vuole apparire timido e che va cercando complicità, quelli "più pesanti"; ecco quel "capire l'importanza di saper leggere" e quell'insaziato desiderio di non voler "far parte del mucchio"; ecco, come manifesto etico del proprio essere, quel sentirsi "figlio di povera gente" che considera altamente preziosa la sola eredità dello stare tra gli uomini con "pochi insegnamenti" come "l'onestà e il rispetto" che hanno la dimensione dell'essenzialità.
Se è vero come ha lasciato scritto il Giusti che
il fare un libro è men che niente
se il libro non rifà la gente
c'è da dire che il racconto e i versi di Artesio, impegnando la memoria a cavalcare a ritroso le nostre esperienze, ci "rifà" nella meditazione del presente e nella immaginazione del futuro.

E vivono nel libro, come perle nascoste di una manualità che noi, più anziani, abbiamo conosciuto, e loro, i più giovani, è giusto che sappiano. E sono le manualità che hanno disegnato un tempo e una condizione umana per poi dissolversi man mano e andare dormire in quella particolare storia che è stata definita dei subalterni. Il conciatore di pelli e il maniscalco, il falegname e il sarto, il ramaio e i vinaio, il lanaiolo e lo stagnino, il contadino e il mugnaio, il pastore e il fabbro e il barbiere: ecco i "santi laici" di un faticare lento e duro negli affanni nei quali risiede la nostra stessa identità.
E la santità laica di questi si esprimeva – coscienti di appartenere allo stesso destino - in un vincolo di solidarietà che consentiva di sopravvivere al rosario delle negazioni.L'ultimo brigante, come i briganti di tutti i tempi, erano lontani da questa laboriosità e da queste coordinate di socialità. Erano, i briganti, solitari cavalieri disperati, potenti e prepotenti, per fortuna non contro chi nulla aveva e nulla poteva dare.

E l'emblema di questo "nulla avere" era – Artesio lo ricorda – la libretta: una sorta di "massime eterne" dei poveri a cui si ricorreva con sentimenti di apprensiva devozione. Era, la libretta, il mitico "appunta debiti" in attesa di poterli saldare in tempi più benedetti da una provvidenza troppo a lungo distratta.Nelle poesie che seguono il racconto che ha sapore di leggenda, il mondo evocato da Artesio si riverbera in una sintesi espressiva che ha parentela stretta con quanto 'narrato. È vero quel che hai detto, caro René Char: Il poeta? "Il poeta è conservatore degli infiniti volti di ciò che vive". E noi ti crediamo. E quel che vive, è anche dentro quel crogiuolo di eventi che chiamiamo storia e che Artesio rivisita per restituircela con cadenza narrante e immagini di poesia.Le due poesie iniziali – una dedicata alla madre, l'altra al padre – al di là dell'affiato affettivo, sono echi di un continuo sostare su temi-cardine intorno a cui l'autore è maturato come figlio e ci parla come uomo.

Quelle "finite stagioni" sulle ginocchia materne e quel meditare il proprio "mezzo secolo di vita" pensando il padre quali riferimenti esistenziali, sono una sorta di traiettoria luminosa per non smarrirsi tra i frastuoni del nostro tempo così bisognoso di corse e così ricco di affanni. E ci viene incontro l'audace Aurora, brigantessa-farfalla, con addosso un destino in cui le ore "scorrono senza vivere"; e ci viene incontro quel "ragazzo già uomo" dentro una società che impegna a crescere in fretta, spietata com'è, con i suoi fragili argini alle negazioni; e ci viene incontro "la ragione di un chiodo dentro una preghiera" che marca il tempo e si fa storia di cose che ci
appartennero.

Ecco perchè possiamo affermare, concludendo, che la testimonianza di Artesio che ha ispirato la parola narrante e la parola di poesia, si dilata a fatto corale per cui ognuno può dire: in questa storia c'è una parte di noi.

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Servi del re, galantuomini e briganti

(verità nascoste)

Un vecchio proverbio abruzzese ci dà la giusta dimensione di quell’immane fenomeno che si sviluppò nel meridione del Regno d’Italia e che i Piemontesi definirono sprezzantemente “brigantaggio”.
“Abbiate paura del brigante alla macchia, ché vi viene a prendere i soldi”, recitava l’antica saggezza popolare “ma un giorno”, proseguiva, “i soldi li dovrete portare a casa sua, dove il brigante vi aspetterà, comodamente seduto alla sedia”.
È forse una leggenda? Ma le leggende, è ovvio, nascondono sempre profonde verità e non devono mai essere sottovalute. Soprattutto da chi, come Artesio, ha la sensibilità giusta per ricercare verità nascoste ai più.
C’è gente che ancor oggi va per grotte a scavare improbabili ricchezze nascoste dai briganti. Anche Artesio, beato lui, va per grotte alla ricerca di inverosimili tesori.

Ma chi vi ha mai raccontato di un’associazione di gentiluomini, di un club di notabili che si siano legittimamente impadroniti di un tesoro?
I ladroni devono essere, per forza o per ragione, solo i nostri briganti. E la nostra storia, lo sappiamo, è passata attraverso avvenimenti cruenti e dolorosi, come quelli relativi ad una vera e propria guerra che si combatté nella Marsica tra l’esercito del Regno d’Italia e quei contadini, pastori, delinquenti comuni, ex soldati borbonici e renitenti alla leva che passarono alla storia come “i briganti”. Le storie di questi ultimi tra gli ultimi parlano tutte la stessa lingua, una lingua dettata dalla fame e dalla miseria che le nostre genti sopportarono per secoli e il cui retaggio è ancora drammaticamente sotto i nostri occhi.

È proprio così che le cronache del brigantaggio si intrecciano con le vicende dei ceti più umili: pastori, carbonai e contadini; e sono storie dolorose di queste montagne, di questi paesi, la cui eco risuona ancora tra i valloni e le creste boscose che chiudono l’orizzonte delle nostra aspra terra.
“Bastava un cane solitario con il suo ululato lamentoso ad impegnare l’intera valle,” esordisce Artesio “per riscoprire e render vive vecchie e rivissute credenze popolari, per indurre la gente a ravvivare i fuochi tra brividi rinsecchiti di paure antiche”.
Ancor oggi, a Sulmona, proprio come in una paura antica, sotto un arco dell’acquedotto medievale, sopravvive il gancio dove si appendeva la gabbia con i resti dei briganti catturati.

Ma ovunque, in tutte le province che avevano composto il decaduto Regno di Napoli, i cadaveri dei briganti venivano lasciati marcire dall’esercito savoiardo per giorni e giorni, smembrati e sanguinanti, come monito per la popolazione civile.
E fu quello l’errore più grossolano commesso dai governi del neonato Stato unitario. Non si vollero capire le ragioni complesse che covavano come brace sotto la cenere.
Si stava prefigurando già allora un fenomeno che, nel fondo delle cose, era solo uno “scontro di classe” puro e semplice, privo di ogni forma di mistero.

La storia, o leggenda che sia, è figlia dei tempi, della cultura perbenista che ha sempre avuto interesse ad attribuire ai briganti misfatti veri, presunti, e più spesso inventati.
Allora, se la storia è completamente inventata, dov’è la verità profonda contenuta nel racconto senza tempo di Artesio, incorniciato nello spazio, questo sì, definito da Forca Caruso e dalla sua tramontana?
Restiamo per un attimo a scrutare meravigliati il buio della notte di Forca, dello stesso valico attraversato da Artesio in compagnia del suo “viandante”. E dalle rocce sottostanti suoni irreali e inquietanti arriveranno alle nostre orecchie, portate dal vento freddo che piega le cime scure dei faggi. Voci, risate, lamenti che rompono il silenzio della montagna. Probabilmente sarà solo il vento che gioca negli anfratti delle rocce!
Ma per Artesio quei suoni irreali sono le voci dei briganti che tornano a noi.
Oggi come ieri.
“Papà, di chi era quel grido così accorato?” si interroga Artesio nel suo viaggio iniziatico all’interno di quel mondo ancora oscuro, pieno di misteri che “ai fanciulli non devono interessare”.
Il vallone di Forca diviene così luogo onirico, capace di racchiudere un piccolo convento, al limitar del bosco. Così bello e così povero da esser persino scarno d’immagini di santi.

Ma, in una notte senza tempo, un fumo sacro e scellerato ammutisce una campana ad intonare il vespro.
E ce lo vuole proprio testimoniare il raccontare piano di Artesio: su questi monti aspri e desolati, sconvolti e saccheggiatii dalla miseria più nera, il confine che ha diviso le figure di eremiti, briganti e pastori è stato sempre veramente labile, come può esserlo solo un sogno scordato al mattino.
Dagli annali dei briganti, secoli di rapine e predazioni, angherie e sottomissioni.
"Caro don Sisto,” recitava una lettera minatoria datata 7 giugno 1866,
“Cosa vi dice il cuore quest'anno? Favoritemi 3000 ducati, due orologi d’oro con le catene d’oro di Francia, dieci vestiti completi e la spesa per 60 individui. Subito senza perdita di tempo e senza scusa. In caso contrario vi farò un’ altra bella carezza meglio dell'anno passato, ché se non mi sono sufficienti i beni di campagna vi verrò a salutare in casa!"
Ma, nonostante tutto, è una storiografia mendace quella che ci ha tramandato gli eventi connessi all’unificazione forzata della penisola nel neocostituito Regno d’Italia.
E non è ingannevole la nostra immaginazione, è solo partigiana, nello svelare come l’ultimo brigante possa essersi incarnato finalmente nel primo dei cafoni.

Come Berardo Viola, come le storie dei giorni nostri.
Il lucente fucile de “L’ultimo brigante” narrato da Artesio sarà stato sicuramente un bottino di guerra strappato all’ultimo dei carabinieri uccisi in un agguato. Mi rammenta troppo il kalashnikov nelle mani di un guerrigliero afghano, anche se non porterà mai fortuna né al brigante, né al guerrigliero, né al carabiniere.
"In nome della legge, arrenditi!", un colpo di fucile ed il sibilo di una pallottola, nelle mani ancora stretto quel fucile lucente.
È nell’epilogo, a ben riflettere, la verità più profonda del racconto di Artesio.

Ed eccola questa verità, nemmeno troppo nascosta: in troppi, nei periodi tragici di una storia comune che si ripete in forme diverse, ma sempre uguali in un drammatico realismo, hanno saputo trarre vantaggio dal sangue e dal sacrificio di chi osa ribellarsi al sopruso della legge ed alla legge del sopruso.
I contadini sfruttati del più remoto angolo del meridione del mondo diventano così i nuovi briganti, i moderni appestati, gli uomini fuori dal consorzio umano, i perturbatori di un ordine costituito, ma soprattutto imposto.
Gente da eliminare ad ogni costo e senza pietà dal moderno ciclo produttivo “globalizzato”.
Tocca a noi, abituati a leggere tra le righe, ricercare verità nascoste per smontare finalmente le falsità di una storia costruita ad uso e consumo di chi l’ha scritta.
E ci tocca pure combattere le leggende e i luoghi comuni.
L’ultimo brigante narrato da quel brigante di Artesio mi lascia pensare sì al guerrigliero afghano con quel suo kalashnikov stretto tra le mani, ma mi richiama alla mente pure l’ultimo dei carabinieri, quello visto in televisione, proprio quello partito nel miraggio di una paga oltre la fame e che è tornato a casa con tutti gli onori, come sempre avvolto in uno splendente tricolore.

Oggi come ieri, verità non troppo nascoste.

Orazio Mascioli 

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