Il Biabbà
PREFAZIONE
Nel concludere la nota informativa sulle fonti utilizzate per le sue ricerche, Quirino Lucarelli, con una modestia pari solo alla sua straordinaria sensibilità, afferma che il suo lavoro non è stato altro che quello di un solerte raccoglitore di notizie, catalogate ed ordinate in circa 36.000 (trentaseimila) schede, ed annotate su tantissimi bigliettini, scontrini, cartoncini di scatole di cerini, pacchetti di sigarette, bordi di giornali, carta rustica, foglietti volanti, che per trent'anni della sua vita egli era venuto accumulando, conservando e collazionando. Addirittura, avendo raccolto le "notizie" soprattutto dalla viva voce di "poveri analfabeti" del suo paese natio, Trasacco, egli giunge a dire che l'opera, in fondo, più che sua, è della "modesta gente trasaccana".
Chi ha conosciuto da vicino Quirino Lucarelli, avvocato oltre che docente di materie giuridiche ed economiche negli Istituti Tecnici, non si stupirà di questa professione di umiltà. Io mi onoro di essergli stato amico al punto di averlo "costretto" a rompere il duro cerchio della sua riservatezza e farlo venire, come si suol dire, allo scoperto.
La nostra amicizia sorse appunto agli inizi delle sue ricerche, verso la metà degli anni Sessanta: facevamo insieme i pendolari tra Avezzano e Roma come commissari agli esami di maturità e, sapendo dei miei interessi per la critica letteraria, una mattina mi lesse alcune sue "poesiole" (così le chiamava) in dialetto. Mi piacquero molto; particolarmente mi commosse il sonetto in cui "raccontava" di aver sognato la giovane moglie, che era scomparsa da poco lasciandolo solo con tre figli in tenerissima età. Lo incoraggiai a scrivere ancora, anche perché - gli dissi - lo "sfogo" lo avrebbe consolato di tante tristezze. Se ne convinse tanto che, ad ogni incontro successivo, m'informò puntualmente delle cose scritte ed io lo "perseguitai" benevolmente con le mie pressioni e impressioni, fino a quando non si decise a pubblicarle in un denso volume, dal bel titolo "Ratiche de paese" (Edizioni dell'Urbe Roma 1988, Collana dei poeti dialettali da me ideata per l'Istituto dialettologico d'Abruzzo e Molise, fondato da Giovanni Pischedda, dell'Università dell'Aquila).
Nelle lunghe ore passate in treno per tutto il mese di luglio, il caro amico non mi lesse solo poesie, più o meno ispirate alle sue vicende dolorose, ma mi parlò anche della sua nascente passione per l'antropologia in generale e per la dialettologia in particolare. Una passione, compresi subito, non da curioso dilettante, ma da ricercatore scrupoloso e pertanto mi sentii in dovere di sollecitarlo - ricordo bene - ad approfondire gli studi di linguistica romanza (avendo egli alle spalle una formazione classica di tutto rispetto come usava un tempo) congiuntamente agli studi di abruzzesistica.
Più volte, in seguito, gli chiesi come procedesse il lavoro e lo vidi preoccupato per la "montagna di carte" che aveva da sistemare. Finalmente, qualche anno prima della morte, mi consegnò una decina di fascicoli con circa duemila cartelle fittamente dattiloscritte. Ne rimasi ovviamente strabiliato, non tanto per l'opera che in sé mi parve subito monumentale, quanto per il rigore "scientifico" dell'ordinamento che era riuscito a dare ad una materia sterminata. Veramente entusiasta dell'opera, colsi di lì a poco l'occasione di farne ampiamente cenno nella sala consiliare del Comune di Trasacco il giorno in cui, su mia proposta, gli fu reso un pubblico omaggio con la consegna di una targa ricordo; e pregai caldamente amici e autorità presenti di adoperarsi affinché il frutto prezioso di tale lavoro non andasse perduto.
Temevo, francamente, che con la scomparsa dell'autore l'opera rischiasse di essere dimenticata nei cassetti della sua scrivania. Ed invece, per fortuna non è stato così, per merito esclusivo di Tito Lucarelli, fratello di Quirino, e Francesco Cardarelli, docente di materie classiche nel Liceo "A. Torlonia". Bisogna dire infatti che l'opera, pur giunta alla stesura definitiva, non aveva avuto l'ultima mano, cioè mancava della cosiddetta rifinitura: specialmente negli ultimi tempi, colpito da un grave malanno agli occhi, il povero Quirino aveva lasciato qua e là errori di battitura, apportato correzioni pressoché indecifrabili, annotato aggiunte e ripensamenti difficili da ricostruire e collocare al punto giusto. I curatori hanno dovuto, pertanto, affrontare un lavoro pazientissimo di rilettura, ripulitura e, qua e là, ricucitura: un lavoro, si pensi, durato ben otto anni, ma che ha consentito il miracolo di rendere pubblicabile l'opera nella sua completezza.
Un'opera enciclopedica, a dir poco, che sfugge ai parametri dei generi letterari: il sottotitolo Storia di una cultura subalterna sarebbe piaciuto indubbiamente al grande antropologo Alfonso di Nola, che ebbe modo di leggerne pagine esemplificative restandone ammirato fino al punto da disporsi spontaneamente a caldeggiarne, se la morte non l'avesse nel frattempo sopraggiunto, la pubblicazione presso qualche grande editore.
A mio modesto avviso, l'opera è di una così alta e varia cultura, che trascende - a tratti - i confini della cosiddetta subalternità: nata dalla curiosità di "spigolare" tra le parole e le cose del mondo agro-pastorale-artigianale, via via è venuta poi spaziando nell'aforistica, nell'aneddotica, nella storia, nell'archeologia, nella toponomastica, nella religione, nella letteratura, nella poesia, perfino nelle scienze mediche. Ne risulta un vero monumento al sapere, specchio di tutta una civiltà destinata al tramonto e recuperata in extremis sulla scorta di una documentazione di pregio inestimabile.
Per avere una sia pur vaga idea dell'immensa fatica costata all'autore, si dia uno sguardo alla straripante bibliografia che, per sua esplicita confessione, ha dovuto per più di trent'anni indagare, consultare, catalogare: centinaia di pubblicazioni in volume, migliaia di opuscoli, riviste, giornali, in gran parte reperiti presso archivi pubblici e privati, perfino registrazioni di lezioni e conferenze tenute da specialisti delle più varie discipline.
E si pensi alla incalcolabile mole di appunti, come ricordato in premessa, raccolti dalla gente comune, per le strade e le piazze, nelle case e nei bar, nei quartieri più popolosi e nelle isolate periferie: una vera e propria miniera di "fonti orali", senza le quali sarebbe stato impossibile approntare l'apparato linguistico di base.
Fatica davvero improba, questa di Quirino Lucarelli, ma altamente meritoria, per non dire impareggiabile: opera imponente nel suo insieme, eppure accessibilissima per la limpidezza della forma espositiva e, quel che più conta, di agevolissima fruibilità per la sua interna strutturazione di tipo dizionaristico.
Avezzano, Aprile 2002
Vittoriano Esposito
















