Essere donna
di Vittora Addari Petrucci
- Edizioni dell'Urbe -
Prefazione
di Vittoriano Esposito
E' opinione dominante, tra gli esperti e i cultori in genere della letteratura contemporanea, che la linea fondamentale della poesia italiana del Novecento sia quella che passa attraverso le opere di Campana, Onofri, Ungaretti, Montale, Quasimodo e che risale, per vie diverse, al modello della lirica " pura " fissato dai maestri del simbolismo europeo. Ne consegue che tutti coloro i quali hanno rifiutato il principio innovatore della poesia intesa come magia o alchimia o brivido sonoro o potere orfico o gioco funambolico e simili, si sarebbero quasi autoesclusi dallo svolgimento della civiltà letteraria del nostro secolo, apparterrebbero cioè più al passato che al presente, in quanto dotati d'un gusto e d'uno stile che i critici più benevoli usano definire non di avanguardia. Eppure, accanto alla linea sopra indicata e u tatti più o meno nota, se ne può tracciare un'altra, forse meno appariscente ma non meno valida, contrassegnata da una sensibilità altrettanto moderna, anche se aperta al canto disteso e perfino colloquiale; ed è quella che, per citare solo qualche nome più rappresentativo, si parte da Gozzano e Corazzini, passa per Camillo Sbarbaro e Clemente Rebora, per Vincenzo Cardarelli e Umberto Saba, giunge fino a Carlo Betocchi, Adriano Grande, Sandro Penna, per chiudersi con Cesare Paoese, Pier Paolo Pasolini e i realisti lirici dell'ultimo dopoguerra.
Si tratta di nomi, è eero, che non hanno suscitato troppo clamore, salvo il caso del tutto isolato di Pavese e Pasolini, ma che sono destinati a crescere nella stessa misura in cui crescerà la persuasione che la purezza della poesia non è affatto un privilegio esclusivo degli ermetici e che il gusto più avanzato non coincide necessariamente col tecnicismo pià oirtuosistico. Perché, ci si chiederà, un preambolo così generico e apparentemente divagante, per introdurre alla lettura delle pagine di una donna che, per quanto non più giovanissima, tenta per la priva volta di salire alla ribalta, se non della storia, almeno della cronaca letteraria? La risposta è semplicissima: siccome siamo un po' tutti abituati al giudizio schematizzante per poter incasellare più agevolmente un libro in questa o in quella corrente, richiamando alla memoria modelli o lezioni o ascendenze che ci aiutino a comprendere meglio quello che leggiamo, ci par doveroso far intendere subito che Vittoria Addari Petracci si è lasciata guidare da una occasione essenzialmente istintiva, finendo cosi per collocarsi da sé nel solco di una tradizione che porta a giustificare la poesia come testimonianza immediata e perfino sfogo impulsivo di sensazioni non meno che di idee e sentimenti.
Si pedano, in proposito, il componimento d'apertura che presta il titolo all'intera raccolta e, spulciando qua e là, quelli d'intonazione domestica (" Attesa ", " Vivere ", " Mare e sole ", " Padre ", " Madre " e qualche altro), tutti dettati col cuore in gola, come usa dire, ma - bisogna ammetterlo - non sempre ben risolti stilisticamente, anche se hanno una loro forza interiore di indubbia genuinità. Accanto a queste pagine dal timbro patetico-discorsivo, ve ne sono altre dal solido supporto di un'ispirazione tra il fiabesco e il memoriale, che creano un'atmosfera più suggestiva nella sua indefinitezza. Qualche esempio: " Zabbù ", " La bergamina ", " Sudario ", " Immagine ".
Su un gradino ancora superiore porremmo alcune pagine più intime, dove l'urgenza dell'amore riesce a coniugarsi con motivazioni esistenziali(" A te ", " Con l'alito del vento ", " Orme ", " Silenzio "); e qualche altra che, par prendendo l'abbrivo da situazioni soggettive o da contingenze provvisorie, si allarga fino a contemplare l'universale e a sfiorare l'assoluto (" Libertà ", " Piccolo mio ", " Solitudine ", " Non uccidere ").
Ma, se dovessimo indicare le pagine più belle secondo una scelta strettamente personale ci soffermeremmo in città "Solamente un'ombra ",i" "Non voltarti ", " Tutti insieme ", " Una vita diversa : qui ci sembra che le valenze emozionali riescano a istituire una correlazione più profonda con gli esiti formali sul piano di una modernità di accenti che si avvicina alla raffinatezza senza cadere nel preziosismo. È in questa direzione, a nostro giudizio, che Vittoria Addari Petrucci dovrebbe muoversi con più fermezza, se vuole che la sua feconda inventiva non si esaurisca in quella effusa sensibilità che finora pare la connotazione prevalente della sua poesia.















