ALLE RADICI
di Vittora Addari Petrucci....
Note di fonologia e morfologia del dialetto di Ortucchio
- Centro Studi Marsicani -
Presentazione
Qualche mese fa, quando ebbi notizia di questo ultimo lavoro di Vittoria Petrucci, confesso che restai stupito: conoscevo altri lavori di Vittoria, ma non avrei mai pensato a questo, cioè ad una grammatica del dialetto di Ortucchio. Ora devo dire che, come ortucchiese, me ne compiaccio, perché un’opera del genere è frutto del legame, forte e mai interrotto, che l’autrice ha con il suo paese natale, dal quale ha tratto ispirazione per molte sue belle poesie e per vari suoi racconti, che parlano di fatti, di tempi e di persone della sua e della mia infanzia, di un mondo cioè che lei fa rivivere con amore e capacità poetica e nel quale è bello, - per chi quel mondo, quelle “radici” sente ancora nell’animo -, immergersi ancora per trarne motivi di vita e ispirazione di valori.Tutti gli Ortucchiesi, ne sono convinto, di tutto questo e per l’amore che ti lega al nostro paese, ti esprimono il loro compiacimento!L’Amministrazione comunale di Ortucchio é onorata di dare il suo patrocinio alla tua opera “Alle radici”, con la certezza che essa entrerà a far parte del nostro patrimonio culturale insieme alle altre tue opere, ispirate ad Ortucchio ed alla sua gente.
Mi auguro fortemente che questo lavoro ci rammenti che un popolo non solo ha in comune la lingua, in questo caso il dialetto, ma altri valori deve sentire cari ed irrinunciabili, quali l’amore per la propria terra, per il suo sviluppo, per la sua crescita culturale ed economica, ma soprattutto, il più grande, il sentimento della solidarietà: questi valori abbiamo appreso nel dialetto trasmesso dai nostri Padri, questi valori dobbiamo trasmettere ai nostri figli.
Grazie di cuore, Vittoria, di tutto questo!
Ortucchio, lì 17/10/2001 Il Sindaco
(Prof. Mario Frigioni)
Prefazione
di Vittoriano Esposito
Non c’è da stupirsi che, accanto alla “questione della lingua” (avviata da Dante col De vulgari eloquentia, risolta apparentemente col primato del bembismo nel Cinquecento, ma continuamente dibattuta dall’Otto al Novecento, fino ai giorni nostri), si ponga oggi con vigore una “questione del dialetto”, anzi “dei dialetti”, che molti ritengono in via di estinzione, in conseguenza della cosiddetta “scolarizzazione di massa” e della grossolana acculturazione prodotta dalla diffusione capillare dei mezzi audiovisivi.
Ormai è risaputo che, conseguita l’unità d’Italia, accanto alla letteratura nazionale si è avuta una straordinaria fioritura di letterature regionali in forma bilingua, con una netta prevalenza del dialetto, nel variegatissimo panorama delle parlate locali. Contemporaneamente si è venuta affermando una vera e propria scienza che studia la nascita e l’evolversi dei dialetti, la dialettologia, nobilitata a tal punto dai suoi cultori da meritarsi anche cattedre universitarie. Purtroppo c’è da osservare che, nonostante una diffusa incredulità in proposito, se è vero che molti hanno avvertito e avvertono il bisogno di scrivere in dialetto, è altrettanto vero che pochi hanno saputo e sanno usarlo in modo corretto, a causa di gravi carenze nella conoscenza delle norme che ne regolano la scrittura.
Si pensa ancora, erroneamente, che il dialetto, per serbare la naturalezza popolare, non debba cristallizzarsi in regole fisse; anzi, che le regole debbano essere così flessibili da consentire illimitata libertà, se non addirittura qualsiasi arbitrio.
Da qualche tempo, per fortuna, si sta ponendo un po’ di freno al dilagante dilettantismo, grazie non solo alla pubblicazione di glossari settoriali e dizionari compilati secondo i criteri della lessicografia etimologica, ma anche alla codificazione di una normativa in linea con gli stessi princìpi della lingua italiana. È un dato di fatto ormai che, dove più dove meno, questo lavoro si sta compiendo in ogni regione. Anche in Abruzzo, ci risulta, si è avuto un crescente interesse in tal senso, sulle tracce dell’opera complessiva, altamente meritoria, di Ernesto Giammarco, ma più nelle zone costiere che nelle zone interne della regione.
Nella Marsica, ad esempio, solo negli ultimi tempi sono stati pubblicati degli studi, di carattere scientifico, degni di apprezzamento.
Ai pochi finora apparsi si aggiunge, ora, questo di Vittoria Addari Petrucci, che riguarda il dialetto di Ortucchio, piccolo centro della conca fucense. Si tratta, come si vedrà, di un lavoro concepito e strutturato in modo organico, col quale si riesce a sistemare, in via teorica e pratica, la conoscenza del dialetto ortucchiese sotto il profilo fonetico, morfologico e sintattico, sulla base dell’uso vivo appreso dall’autrice negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, senza l’avallo di una tradizione letteraria (che non esiste). Vittoria Petrucci, avvalendosi di studi approfonditi su testi specialistici, conduce una indagine di tipo descrittivo-sincronico, intesa cioè a fissare le forme che il dialetto ortucchiese ha assunto in una certa fase del suo sviluppo, e nel far ciò, con estrema cura, ha tenuto sempre presente, per un esame comparato, il nesso dei rapporti con la lingua italiana.
Sul modello degli studi più rigorosi, qui non si procede unicamente per via di astrazioni teoriche, ma col sostegno di un ricco apparato di esemplificazioni concrete, desunte puntualmente dal parlato giacché, come si è già rilevato, non si dispone di testi letterari, come quelli utilizzati per analoghe indagini sull’italiano. Doveroso aggiungere, inoltre, che pur senza rilevare uno spazio specifico alla lessicologia, il lavoro fornisce una cospicua documentazione di recuperi lessicali davvero preziosi per chiunque voglia, in seguito, riscoprire le radici di un modo di sentire e di pensare, oltre che un modo di vivere, che si ha ragione di rimpiangere.
A giustificare il rimpianto, a nostro giudizio, può valere una considerazione molto semplice, fatta alla luce di una verità storica. Ed è questa: con i “modi”, appena accennati, sono scomparse purtroppo anche le “cose”, le “sensazioni” e le “idee” che vi si esprimevano, stando ad una oculata intuizione della linguistica moderna, che nessuno potrà smentire.
Premessa
di Vittoria Addari Petrucci
Mi piace scrivere racconti in dialetto perché così posso ricordare a me stessa e riferire a chi leggerà quelle esperienze umane, culturali e sociali di uomini, di cose, di avvenimenti che io ho osservato, conosciuto, sperimentato, amato, condiviso, disapprovato in un periodo della nostra storia, durante e dopo la seconda guerra mondiale, quando le ombre della vita erano più numerose delle luci e i dolori più frequenti dei piaceri.
Quando ho iniziato a scrivere i miei racconti, mi sono posta più volte la domanda: “In lingua o in dialetto?”. Alcune pagine le ho scritte nell’una e nell’altro per verificarne l’efficacia. Ho scelto, per molti, il dialetto perché quei “quadretti” di vita perdevano calore, colore, luce, vitalità, effervescenza se detti in lingua; perdevano le connotazioni particolari di una esperienza contadina che può non conoscere confini, ma va registrata in “quella parlata”, nell’unità di tempo e di luogo personali.Ma come scrivere il dialetto? Bisognava documentarsi!
Il professor Vittoriano Esposito, mio insegnante ai tempi delle scuole superiori, illustre critico nel panorama culturale italiano e prefatore dei miei libri in lingua, mi fu di grande aiuto, fornendomi riviste e libri specifici. Così cominciai a “studiare” come scrivere il più correttamente e chiaramente possibile il dialetto. Man mano che procedevo nei miei “studi”, scoprii che “fior fiore” di letterati, glottologi, filologi, grammatici o semplici appassionati, si erano occupati del “problema dialetto” e che, nel tempo, si erano moltiplicati su vari fronti, studi, convincimenti, teorie, dispute, opinioni. Tutto questo però non risolveva il mio problema!
Partendo dalle notizie che avevo appreso dai libri e dalle osservazioni che mi andavo annotando, mentre leggevo pubblicazioni di poeti che avevano scritto nei loro dialetti, incominciai a tracciarmi delle note di ortografia, di ortoepia, di grammatica riferite al “mio” dialetto. Devo confessare che in questo mio lavoro mi è stato di grande aiuto la mia esperienza di insegnante elementare perché mi sono posta di fronte alle parole come si pone il bambino di fronte allo scoglio della lettura e della scrittura. Lì c’è la parola, la so dire perché la uso nel “parlare quotidiano”, ma la devo “conoscere” per leggerla e scriverla nei diversi contesti.
Nella “parola” ci sono “suoni” che devono diventare “segni” e viceversa; bisogna scrivere questi “suoni” ricollegandoli all’alfabeto, nel rispetto di una etimologia della parola, evitando “accorpamenti” che snaturano la scrittura ed il significato della parola nella frase, agevolando, così, una lettura scorrevole. Le regole di fonologia, di grammatica, di sintassi sono seguite istintivamente da chi parla il dialetto giornalmente, ma diventano “problemi” non solo per coloro che si accingono a codificarle in trattati di dialettologia, ma anche per coloro che, volendo raccontare “se stessi accanto agli altri”, devono scegliere una linea di scrittura che agevoli una lettura accessibile a tutti. Ho cercato di non maltrattare il mio dialetto, soprattutto nel rispetto di chi “ha vissuto e vive” di questa parlata popolare, cercando, attraverso essa, di comunicare per crescere umanamente e socialmente con gli altri e per gli altri. Non so se ci sono riuscita.
Posso dire solo che queste note raccolte mi sono state di grande aiuto per scrivere, perché all’inizio ero nel buio più intenso: ho dovuto accendere una alla volta le luci che mi hanno reso più agevole il cammino. Potrebbero essere utili a qualcuno queste note? Lo spero.
Ma spero soprattutto che questo mio lavoro, sicuramente incompleto, solleciti i giovani a dedicarsi allo studio della “parlata locale ortucchiese” per riscoprire le proprie radici e riportare alla superficie l’espressione vera, genuina della propria terra e della propria gente prima che il tempo ne spazzi via la memoria storica. I giovani sono chiamati a salvaguardare il nostro patrimonio!
Teniamo nel dovuto conto che i testi dialettali non sono soltanto riscoperta di motivi folcloristici, ma sono pensieri che si sono fatti vita reale; sono sentimenti scaturiti dalle regioni più profonde degli animi; sono valori acquisiti in ambienti umani e sociali difficili e spesso nemici; sono tradizioni, usanze, costumi maturati dalle esperienze dei “saggi”; sono testimonianza di una religiosità genuina che permeava di divino ogni avvenimento quotidiano; sono gioie e malinconie, tristezze e speranze, scherzi e crudeltà reali, arguzie e debolezze che ci raccontano vicende individuali proiettate negli spazi di una storia universale.
I dialetti sono un vivaio di sapienza; sono messaggeri di prezioso valore e compongono i profili di una civiltà che seppe dare luce alla vita tra le avversità e le ingiustizie della storia.
Una storia che sfogliava le sue pagine tra fatiche, dolori, soprusi, rinunce, speranze e pienezza di sentimenti e di affetti anche nei silenzi, nei silenzi inquieti di ombre da mettere in fuga per dare anima all’anima e resuscitare per nuovi sogni e nuove speranze da offrire a quei figli che scrutavano i padri e da loro apprendevano la forza che s’innalza e si fa valore di vita reale anche nei patimenti del cammino. Seppero tingere, così, l’avvenire di campi di grano e i giorni si sommarono ai giorni in un calendario che additava percorsi nuovi per approdi nuovi. Non possiamo disperdere al vento il nostro patrimonio passato!















