Il patronato contro le tempeste nella devozione martiriale della Marsica: i casi di Cerchio e Celano
di Antonio M. Socciarelli
Le indagini antropologiche svolte negli ultimi decenni nei contesti tradizionali italiani hanno largamente dimostrato le profonde trasformazioni che si sono imposte nell'espressione della ritualità festiva e nei cicli cultuali legati al sistema socio-economico della civiltà agricola e pastorale, intaccando lo stretto legame che univa gli uomini e le loro attività con le figure preminenti di questi sistemi, ovvero quelle dei santi patroni. Una tendenza analoga si è riscontrata anche nella Marsica, quell'area geografica dell'Abruzzo appenninico dove per secoli i sistemi di culto si erano affermati e sedimentati secondo i modelli propri della religiosità popolare.
A seguito dei mutamenti economici e sociali intercorsi negli ultimi due secoli nell'alveo fucense, i sistemi cultuali hanno subìto in alcuni casi un inevitabile ridimensionamento, in altri una ridefinizione della dimensione festiva e del culto dei santi, i protagonisti che ogni comunità aveva posto al centro della vita religiosa e ai quali affidava le proprie attività e la propria esistenza.
Nella fase attuale la ritualità festiva espressa nella celebrazione dei santi patroni si è via via conformata agli standard odierni, perdendo interamente quel legame intimo con le fasi del calendario annuale della comunità, nel quale le feste patronali, le celebrazioni religiose e i pellegrinaggi trovavano una rispondenza con le fasi cruciali del ciclo agricolo. Questa particolare forma di religiosità, diffusa maggiormente nel Mezzogiorno, era il risultato di un lungo adattamento che spesso è sfociato in forme eterodosse di culto. Una delle caratteristiche di santità che più di tutte risultò esaltata fu senza dubbio quella di protezione dalle avverse condizioni atmosferiche ovvero dalle siccità, dalle tempeste e dalle grandinate, veri e propri flagelli per quei gruppi umani che riponevano nelle attività agricole e nel raccolto delle messi l'unico sostegno per vivere. In altre parole, il tempo climatico era un fattore determinante nelle società agricole, poiché da esso dipendeva la sussistenza e, come spesso accadeva in passato, la sopravvivenza del gruppo. In questo meccanismo, nel quale l’uomo non poteva incidere se non con i propri sforzi quotidiani, né tanto meno poteva conoscere e modificare i voleri imperscrutabili del divino, i santi, ognuno col proprio patronato, venivano a rappresentare quelle figure oggettivamente, tangibilmente, più vicine alla natura umana, di cui hanno sperimentato i patimenti e per questo costituiscono lo snodo dell’intermediazione tra la sfera terrena e quella divina (1). La peculiarità del culto dei santi nell'ambito popolare si esprime talvolta anche nella trasformazione del loro patronato in funzione di una tutela particolare demandata dalle esigenze del gruppo sociale, assumendo caratteri e valenze diversi a seconda dei contesti culturali e delle varie epoche storiche. Un esempio valido di questo fenomeno, territorialmente vicino al contesto marsicano, è quanto rappresentato dal culto di S. Domenico, in cui il patronato antico contro le febbri e le tempeste, si è evoluto a Cocullo ed in altre aree abruzzesi in quello antiodontalgico e antimorso, che ha costituito la base per il consolidamento attuale della caratteristica sagra delle serpi del primo giovedì di maggio (2).
Tornando all'area marsicana si possono citare i casi dei martiri e patroni venerati a Cerchio, Giovanni e Paolo, e nella vicina Celano, Simplicio, Costanzo e Vittoriano. I due casi dimostrano chiaramente un adattamento popolare del patronato: dalla necessità del modello socio-economico delle due comunità è stato demandato, in entrambi i casi, il soccorso contro le conseguenze negative dei fenomeni meteorologici, caratteristica di cui non si ha traccia nelle fonti agiografiche o nelle prime fasi del culto.
La fase iniziale della venerazione dei martiri Giovanni e Paolo a Cerchio può essere fatta risalire a grandi linee intorno alla fine del Cinquecento, con una decisa affermazione già nei primi anni del Seicento. Tuttavia il passaggio da devozione privata a culto pubblico avvenne agli inizi del Settecento con il riconoscimento ufficiale e la conferma dell'elezione a patroni e protettori del paese nel 1705, quando a seguito dell'accoglimento della richiesta fatta dal popolo di Cerchio alla S. Congregazione dei Riti si ottenne l'assenso e il decreto di Francesco Bernardino Corradini, vescovo dei Marsi. Seguirono a breve l'inizio dei lavori della nuova chiesa parrocchiale ad essi dedicata, e l'arrivo a Cerchio delle loro reliquie nel 1727 (3).
La statua venerata e conservata attualmente nella chiesa parrocchiale probabilmente risale agli inizi del secolo scorso e raffigura i due santi abbigliati da soldati romani, con tanto di spada al fianco, schinieri, clamide e corazza. Ai loro piedi due scudi lignei ricordano con altrettante brevi iscrizioni il patronato sul paese e sul popolo di Cerchio: l’una recita “Circuli Terrae Patroni”, l’altra “Populum Protegite Viriliter”. Tra le due figure si eleva un angelo che tiene in entrambe le mani delle verdi fronde di palma, simbolo del martirio. La loro funzione protettiva è ribadita dalla riproduzione in miniatura del paese che è sorretta dal palmo della mano di uno dei due santi. Lo stesso martire che sorregge il paese tiene strette nell’altra mano due folgori, simbolo inequivocabile della protezione dalle tempeste, frequenti nel periodo estivo e di mietitura. In quest’ottica trova dunque una giustificazione la presenza, altrimenti inspiegabile, delle folgori raffigurate nell'opera. Questa particolare caratteristica antitempestaria non sembra trovare riscontri nelle notizie agiografiche (4) ma risultava diffusa in area tedesca dove i martiri celimontani erano e sono venerati come "wetterpatronen" ovvero patroni del tempo climatico (5); lo stesso accadeva in alcune aree popolari francesi dove si registra la diffusione del loro patronato contro i fulmini (6).

Statua dei martiri Giovanni e Paolo a Cerchio
Dalle testimonianze archivistiche ed orali appare evidente un forte legame tra i SS. Giovanni e Paolo e la mietitura, innanzitutto perché la celebrazione della festa cadeva il 26 giugno, ossia nel periodo in cui la mietitura era prossima o, talvolta, già iniziata: questa impegnativa fase del lavoro agricolo rappresentava una sorta di "banco di prova", essendo la raccolta dei cereali la principale risorsa dalla quale dipendeva la sussistenza dell’intera popolazione. Per questo si configurava come un periodo critico della vita sociale ed economica, che andava propiziato dalla funzione fortemente protettiva dei santi patroni. La festività, dunque, costituiva un segmento, un momento, indispensabile nella visione agro-pastorale dell’anno ciclicamente inteso sulla base delle diverse fasi del lavoro e dei bisogni contingenti della comunità. La preservazione dagli esiti disastrosi di siccità e tempeste trovava espressione anche in processioni “straordinarie”, allorquando le insidie del tempo minacciavano le colture e pertanto era richiesta l'intercessione dei SS. Giovanni e Paolo (7).
Un'analoga capacità di regolare il tempo climatico è quella attribuita ai santi martiri Simplicio, Costanzo e Vittoriano, patroni di Celano, di cui abbiamo un'attestazione cultuale più antica rispetto a quella cerchiese (8). Anche in questo caso la specificità del patronato non è testimoniata nelle notizie agiografiche ufficiali (9). Il loro culto è indubbiamente più antico se si considera che le fonti a disposizione farebbero risalire al 1059 il ritrovamento delle spoglie mortali dei tre santi da parte di Giovanni da Foligno (10) e la loro traslazione per opera del vescovo dei Marsi Pandolfo (11), che provvide a riporle in un'urna di cui è testimoniata l'iscrizione «Hic requiescunt corpora sanctorum martyrum Simplicii, Constantii et Victoriani. Recondita tempore domini Pandulfi episcopi (12)». Tuttavia un notevole sviluppo della venerazione verso i martiri di Celano dovette essersi consolidato nel corso del Quattrocento (13), epoca fiorente della Caput Marsorum. Grazie ad una preziosa testimonianza manoscritta della prima metà del Seicento (14), redatta per ricostruire la cronistoria del culto dei «Corpi Santi» di Celano, si hanno precisi riferimenti al loro patronato sul tempo climatico. Nel 1630 il vescovo dei Marsi dispose la raccolta delle notizie disponibili circa il ritrovamento e la venerazione dei SS. Martiri, comprendendo l'interrogatorio di diversi testimoni sia di Celano sia dei paesi vicini, tanto religiosi quanto secolari (15), su un questionario composto da diversi articoli. Dagli interventi dei testimoni emergono interessanti note sulla caratteristica dei martiri celanesi quali regolatori del tempo atmosferico. Tutti confermarono di aver assistito a prodigiosi mutamenti delle avverse condizioni atmosferiche per intercessione di quei santi. Spesso si rendeva necessario effettuare processioni straordinarie oltre a quella canonica del 26 agosto, giorno della celebrazione festiva, in ogni occasione in cui i raccolti risultavano minacciati o compromessi. Particolarmente suggestiva è tra le testimonianze quella di Cesare Evangelista, sacerdote di Celano, che narra di un evento miracoloso verificatosi l'8 maggio del 1608 e al quale assistette personalmente. Egli raccontò che «essendo tempo nubiloso et piovoso, la cui continuità era di gradissimo danno alli campi, furno cavati in l'hora de vespri questi Santi Corpi et subito cominciò ad apparere la serenità et forno viste tre stelle nel celo [sic] accompagnare questi Santi martiri, le quali sparirno al reintrare che si fece nella chiesa di S. Giovanni di Celano, et di queste gratie di serenità et pioggia ce ne sono infinitissime (16)».

Reliquie dei Santi Martiri di Celano
Come ringraziamento per le preghiere eseudite, le comunità contadine non potevano che ricambiare i propri patroni con donativi e solenni festeggiamenti. Erano perciò frequenti le elargizioni di offerte di grano che servivano anche all'organizzazione delle feste loro tributate. A Cerchio, durante la mietitura, i procuratori designati per l'organizzazione della festa effettuavano la questua nei pressi delle trebbiatrici poste lungo il Regio tratturo. Qui ognuno portava, secondo le proprie intenzioni e disponibilità, il grano falciato e legato in fasci, i cosiddetti “manoppi” (covoni). Nel 1850, forse a seguito di un raccolto abbondante, si ha notizia di una donazione eccezionale di “manoppi” di grano, infatti così ne parla l'arciprete di allora in una lettera alla Curia di Pescina: «Per testimone dell’abbondante raccolta, tutte e singole famiglie del Comune di Cerchio in attestato di ringraziamento ai SS. Protettori Giovanni e Paolo presentarono nella chiesa parrocchiale offerte di manipoli, o manoppi di grano in spiche di sorprendente quantità, e n’era quasi ripiena la chiesa sudetta [sic], onde al più presto solennizzare una seconda festa ai detti Santi [...] (17)». Questa forma di ringraziamento entrò in crisi nel corso del Novecento con la graduale perdita di preminenza dell'attività agricola nell'economia fucense, mutamento che ha determinato l'emergere di diverse esigenze sociali e, parallelamente, il riassetto della religiosità da forme arcaiche a modelli nuovi.
NOTE:
1) Sullo sviluppo del culto dei santi nei primi secoli del Cristianesimo cfr. BROWN P., Il culto dei santi. L'origine e la diffusione di una nuova religiosità, Einaudi Torino, 2002.
2) Si veda in proposito PROFETA G., Il serpente sull'altare. Ecologia e demopsicologia di un culto, Japadre Editore, L'Aquila-Roma, 1998, pp. 22-25; AA.VV., Il rituale di S. Domenico a Cocullo, Editrice Rivista Abruzzese, Lanciano, 2007, pp. 33-36.
3) Per una cronistoria del culto dei SS. Giovanni e Paolo a Cerchio cfr. SOCCIARELLI A. M., I santi Giovanni e Paolo martiri protettori di Cerchio nel Terzo centenario del loro culto, M.C.M., Carsoli, 2006, pp. 9-13.
4) Acta Sanctorum junii, Tomus V, ristampa anastatica dell'edizione di Anversa del 1709, Culture et Civilisation, Bruxelles, 1969, pp. 158-163.
5) FRANZ A., Die kirchlichen Benediktionen des Mittelalters, ristampa di Graz, Akademische Druck, 1960, vol. II, pp. 17 e ss; DI NOLA A. M., Scritti rari, vol. I, a cura di Bellotta I. e Giancristofaro E., Edizioni Amaltea, Corfinio, 2000, p. 208.
6) CANADÉ-SAUTMAN F.,CANADÉ-SAUTMAN F., La religion du quotidien. Rites et croyances populaires de la fin du Moyen Age, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1995, p. 66.
7) L’uso di effettuare processioni straordinarie per allontanare pericoli di ogni genere dalle comunità risulta attestato anche in passato. Si ricorda ad esempio la processione guidata da S. Gregorio Magno per ottenere l’intercessione dei santi Giovanni e Paolo affinché liberassero Roma dal flagello della peste. Cfr. in proposito MARGARUCCI ITALIANI B. M., Il Titolo di Pammachio, Santi Giovanni e Paolo, Edizioni Multigraf, Venezia, 1986, pp. 66-67.
8) Per maggiori dettagli sul culto dei martiri celanesi cfr. MARUCCI G., Spunti per un'analisi antropologica di un culto celanese, in Rivista Abruzzese, n. 4/1988 e n. 1/1989, Lanciano, pp. 291-307 e 65-78.
9) Acta Sanctorum augusti, Tomus V, ristampa anastatica dell'edizione di Anversa del 1741, Culture et Civilisation, Bruxelles, 1970, pp. 778-781.
10) Dell'inventione de' Corpi de' SS. Martiri Costantio, Simplicio e Vittoriano, Stefano, Giovanni e Vittore fondatori della Chiesa di Celano e vita del Beato Giovanni da Foligno, in Muzio Febonio nel quarto centenario della nascita (1597-1997). Atti del Convegno. Avezzano 9 maggio 1998, a cura di Giorgio Morelli, Colacchi, L'Aquila, 1998, pp. 266-267.
11) COLAPIETRA R., Profilo storico di Celano medioevale, Edizioni d'Arte Legenda Celaniana, Celano (Aq), 1979, p. 9.
12) Acta Sanctorum augusti..., op. cit., p. 778; Archivio storico Diocesano dei Marsi (ADM), C, B. 7, fasc. 198, f. 20.
13) Le fonti archivistiche testimoniano l'esistenza nel Seicento di pitture murali raffiguranti i martiri celanesi in una cappella della chiesa di S. Giovanni Battista, opere realizzate nell'anno 1458 (ADM, C, B. 7, fasc. 198, f. 25).
14) ADM, C, B. 7, fasc. 198.
15) I dieci testimoni citati furono i seguenti: Antonio Mattucci, preposto di Ovindoli (anni 82); Berardino Rico, preposto di Aielli (anni 76); Alfonso De Rubeis, arciprete di Cerchio (anni 70); Antonio De Leonardis, curato di Santa Eugenia (anni 72); Giovanni Cappelli, notaio di Cerchio (anni 78); Giovanni Ferdinando (o Ferrante) Rico, notaio di Aielli (anni 75); Ascanio Ciaccia, dottore in teologia e preposto di Celano (anni 57); Attilio Ciampaglioni, sacerdote di Celano (anni 55); Marco Antonio Caione, canonico della chiesa di S. Giovanni di Celano (anni 70); Cesare Evangelista, sacerdote di Celano (anni 52).
16) ADM, C, B. 7, fasc. 198, ff. 13v-14r.
17) ADM, C, B. 80, fasc. 1594.
















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