Caraibi

Magie e culti controluce*

di Alfonso M. di Nola

Ancora quest'anno, nella folla di contadini, pastori e operai che circondava la statua di S. Domenico dei Serpenti, a Cocullo, nell'esterno lembo della Marsica, ho visto una madre contadina apporre un serpente vivo sul capo dei propri bambini, a proteggerli contro il rischio di morsicature della vipera e dell'aspide che qui, come in tutta la desolazione rurale d'Italia, ritornano.
E, nei paesi dell'antica sponda del Fucino, le donne segnano la pasta per il pane con la croce perché lieviti bene e dia cibo salutare, e le mogli dei pastori che preparano la quagliata per il formaggio pecorino sanno bene che intorno si agitano le streghe e che occorre accompagnare l'opera manuale con esorcismi e preghiere. Nella notte dei morti, la mensa resta coperta per i fantasmi dei defunti che tornano assetati e affamati alle loro case, invisibili, in attesa della pietà della loro gente.

E chi, a piedi o in autobus, compie il pellegrinaggio penitenziale a Vallepietra, al santuario montano della Santissima Trinità, deve tornare con un segno dell'impresa consumata, il fiore della Santissima, simile al cardo, o il bastone inciso. E gli uomini di Trasacco, come nel Medioevo, salgono al santuario della Candelecchia per ritirarsi in un triduo esclusivamente maschile, nel quale l'anima recupera dimensioni perdute e corrono antichi racconti e parlari. A Villavallelonga la civiltà industriale sembra non avere cancellato le tradizioni pastorali nella loro incisiva persistenza: la festa o celebrazione dei morti, che normalmente cade il 2 novembre, si trasferisce al 15 agosto, alla festa dell'Assunta, quando la teoria lenta delle donne avanza verso il cimitero con le candele accese. È memoria dell'epoca delle transumanze, nella quale, per celebrare la riconciliazione con i trapassati, occorreva attendere il ritorno dei pastori dalla Puglia.

Sono questi i giochi emblematici di una cultura di margine e di povertà, almeno all'origine, quale fu quella della Marsica, una terra leonum per la ricerca antropologica, fuori, parallelamente, dei grandi itinerari di transito commerciali dell'Italia antica e dell'osservazione antropologica, qui e lì fatta oggi disgustosa terra di rapina da parte di dilettanti e di televisionari. A Cocullo ho osservato, come animali rari e presuntuosi, quasi fauna dei vivai dell'industria televisiva, svedesi e giapponesi, americani e francesi, alla caccia di un degradante "pittoresco" in senso gramsciano. E, invece, intorno, la gente esprimeva e gridava arcaici dolori e remote speranze, dinanzi ai quali i miei studenti napoletani si sono offerti in una compartecipazione disponibile e civile, cogliendo quanto di intensamente umano era al di sotto dei riti ofidici, per esempio all'uscita o partenza della compagnia di Atina fatta di uomini e donne con i volti solcati dalle lacrime.
 

Stretta fra i confini dell'antico regno di Napoli e quelli dello Stato pontificio, la Marsica è un mosaico di centri fortemente diversificati, anche nei dialetti, e quasi del tutto inesplorati. I grandi demologi abruzzesi, il Finamore, il De Nino, il Pansa, la avvertirono come distante dai loro interessi, così che i patrimoni culturali degli altri Abruzzi, che furono sistemati tra la fine dell'Ottocento e i principi di questo secolo nella scia dei metodi ora positivistici, derivanti dal Pitrè ora filologici, sono stati salvati, e qui, invece, nulla è stato fatto.

La civiltà post-industriale, con il suo potenziale deculturante e omologante, ha distrutto gran parte delle memorie, anche se, contraddittoriamente, attuali comportamenti e modi di pensare rivelano il permanere di strutture contadine e pastorali dell'epoca precedente. In fondo l'industria, con i grandi centri nel comprensorio del Fucino, è trascorsa modificando decisamente l'economia e ha inserito questa terra nel sistema della più avanzata cultura tecnologica, con la installazione, proprio nel Fucino, dell'antenna parabolica di Telespazio. Ma qui e lì trovate le tracce dell'arcaica umanità contadina. Basterebbe pensare, in questo transito dagli universi bracciantili a quelli industriali, alla attuale ritualità che accompagna i processi di formazione della famiglia allargata e il gioco degli scambi e dei doni.

Operai delle fabbriche o contadini del Fucino, che lavorano a part-time, avvertono ancora la necessità di assicurarsi in un sistema di protezione umana, che superi gli stretti limiti della famiglia di sangue: e si realizza, così, come negli altri Abruzzi, la trama intricata dei comparatici, che non sono soltanto quelli liturgici e consacrati dalla tradizione ecclesiastica nella nascita, nella cresima e nel matrimonio. Ci si fa compari in ogni occasione festiva, ampliando l'ambito delle proprie relazioni. Ad Aielli, ricorda De Nino, nel giorno di San Giovanni Battista, le giovanette andavano alla fonte, prendendo per tre volte giumelle d'acqua, che poi versavano nelle giumelle delle compagne; quindi, togliendosi un capello dalle trecce e poggiandolo sul capo dell'amica, ciascuna di loro si autoconsacrava "commmare" in nome di San Giovanni. Ma non si tratta di ritualità sepolte, perché attualmente i marsicani che vanno a Vallepietra stringono vincoli di comparatico extraliturgico immergendo per tre volte i mignoli stretti dell'un l'altro in un corso d'acqua.

La medesima esigenza di solidarietà, per qui e lì violata da remota aggressività, da odi e da concorrenze contadine, residua nel gioco ininterrotto e obbligato dello scambio dei doni in tutte le occasioni importanti, così che ogni famiglia deve porre nel proprio bilancio annuale una quota notevole di spese destinate a doni per amici che sposano o hanno figli o celebrano comunioni o tornano dall'ospedale o muoiono o si laureano e così di seguito: nel quale scambio si determinano l'attesa di restituzione quando l'offerente viene a trovarsi in analoghe situazioni e, insieme, una forma esibitoria di ricchezza e di potere di gruppo di tipo potlatch.

Ora nelle pieghe delle tradizioni marsicane interviene uno studioso impegnato da anni nella scoperta delle realtà nascoste, Angelo Melchiorre, con un suo libro agile, ma seriamente documentato, Tradizioni popolari della Marsica (Roma, Edizioni dell'Urbe, 1984, con un'appendice musicale di E. Blasetti). Melchiorre è un uomo che si compiace di vivere nei rigori della ragione e che ha assimilato i grandi insegnamenti dell'histoire-homme e delle scuole italiane di De Rosa e di Galasso e perciò, nel rintracciare la cronaca minore di una periferia italiana, opera con tensione etica, ma non si addormenta nei compiacimenti e nei rimpianti tardo-pasoliniani per il mondo contadino sparito o emergente solo occasionalmente. Abbiamo, così, dinanzi agli occhi un itinerario esemplare attraverso vicende che sono quelle di una pietà marsicana, con le sue feste ricorrenti, la quale fonde la devozionalità controriformata con i segni di lontane cultualità pagane (si pensi, per esempio, alla sequenza opinabile fra la divinità marsa dei serpenti, Angizia, e San Domenico di Cocullo). Ma in questa pietà concorrono, nella documentazione di Melchiorre, molti elementi che frantumano l'immagine romantica del mondo contadino: la costante litigiosità delle confraternite, la conflittualità che si incanala proprio nelle occasioni festive, il bisogno alimentare che emerge nei pranzi collettivi (le panarde), l'aggressività che si esprime nei canti di insulto bracciantile (le incanate) e nei cerimoniali osceni consumati nelle chiese. Il libro è costruito su osservazioni attuali condotte sul campo (con metodo di diretto intervento che supera gli arcaismi dei pochi studiosi marsicani legati al tavolino), ma, nella definizione di una continuità storica fra l'oggi e l'ieri, convoca, nel discorso, una eccezionale documentazione folklorica proveniente dall'archivio diocesano dei Marsi che Melchiorre ha ordinato e sistemato recentemente. Il tutto in un discorso critico di grande acutezza che, al di là del caleidoscopio delle credenze, delle magie, degli indemoniamenti, delle superstizioni, pone problemi teorici estremamente attuali, da quelli riguardanti la stessa definibilità di folklore a quelli dei motivi che spiegherebbero vasti vuoti folklorici nel paese marsicano.

* Il presente articolo del compianto antropologo campano apparve nelle pagine del quotidiano "Il Mattino", nell'edizione del 3 agosto 1984.
 

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