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La chiesa di Santa Maria Nuova in Gioia dei Marsi

di Angelo Melchiorre

Lo storico Gabriele De Rosa nel suo volume Vescovi, popolo e magia nel sud, così definisce le chiese ricettizie: «[...] erano chiamate ricettizie dal termine giuridico "receptitius", riservato [...], proprio perché queste chiese erano riservate esclusivamente ai preti recepti: vale a dire, erano ammessi al governo e alla partecipazione dei relativi frutti di massa comune solo coloro che erano nativi del luogo». Infatti, tali chiese, essendo di origine laicale e privata, dipendevano strettamente dal patrono e dalla famiglia che ne avevano promossa l'istituzione.

La chiesa di Santa Maria in Gioia dei Marsi era di questo tipo. I suoi venti e più «preti partecipanti» o ricettizi provvedevano direttamente all'elezione dell'arciprete e alla suddivisione egualitaria della «massa comune», opponendosi spesso a qualsiasi ingerenza esterna, fosse pure quella del loro vescovo.

Le origini di tale chiesa di Santa Maria sono avvolte, come quelle del paese, da un alone di leggenda. Si racconta ancor oggi della distruzione degli antichi villaggi di Templo e Montagnano, i cui abitanti avrebbero costruito, di comune accordo, il paese di Gioia, innalzandovi appunto la chiesa di Santa Maria. La costruzione di tale chiesa, tuttavia, non può essere anteriore al XII secolo (il Piccirilli e il Bindi parlano di elementi architettonici tra il romanico e il gotico); ed è del 1188 la prima citazione di tale chiesa in un documento ufficiale (nella bolla di Clemente III).
 

Passata sotto la giurisdizione del monastero di Santa Maria della Vittoria di Scurcola, essa vi rimase per oltre un secolo, almeno fino al 1429, quando - a dire dell'Antinori - tutto il «castello» di Gioia venne acquistato dai conti di Celano.
Verso la fine del Cinquecento, in seguito al saccheggio operato dal brigante Marco Sciarra, anche la chiesa (come tutto il paese) subì gravi danni, cui pose rimedio, qualche decennio dopo, un generoso abitante del luogo, l'architetto Domenico Cataldi, che fece ricostruire l'edificio abbellendolo con dieci altari o cappelle laterali.
 

In seguito, essendosi spostati i gioiesi verso la pianura (in località Manaforno), le funzioni parrocchiali cominciarono a svolgersi nella chiesa di Sant'Angelo (o San Michele Arcangelo), sostituita in periodi più recenti da quella di Santa Maria ad Nives. Ma unica chiesa parrocchiale rimase sempre e solo quella di Santa Maria, denominata "Nuova" dopo i restauri effettuati dal Cataldi. L'arciprete, dunque, continuò ad essere l'unico responsabile ufficiale della cura delle anime. Ma, di fatto, in Manaforno operava un altro sacerdote, che veniva eletto direttamente dalla popolazione «in pieno parlamento», stando a quanto riferiva nel 1783 l'allora vescovo dei Marsi monsignor Francesco Lajezza.
 

Il terremoto del 1915 distrusse il paese e la chiesa. Questa fu ricostruita solo dopo il 1950, per iniziativa di un solerte comitato, sollecitato dall'entusiasmo e dalla volontà dell'ingegnere Vincenzo Falcone.
 

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