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Lecce dei Marsi. Un profilo storico*

Ritratto di Utente anonimo

di Silvia Terra-Abrami

La recente via, che da Lecce dei Marsi sale al valico per le sorgenti del Sangro fino alla località la "Guardia", si snoda a quota 1250 ai margini di un antico borgo, le cui cadenti e diroccate strutture si presentano quasi improvvisamente dopo una curva nell'ampio scenario dei monti. Sono le rovine dell'antico Letium (il castrum Litii dei documenti medioevali), il fortificato "Castellum" che è l'antenato di Lecce attuale. Sorto nell'alto medioevo ove i Marsi nel sec. V a.C. avevano eretto un oppidum a difesa di un alpestre via di accesso al cuore del Sannio, ebbe una notevole importanza nel contesto della storia marsicana a cominciare dall'epoca dei Longobardi, insediatisi dopo una capillare e lenta penetrazione nella zona intorno al Fucino.

Espandendosi entro una singolarissima pianta che si apriva a ventaglio verso sud, sud-ovest, l'antico Litium, incombendo precipite sul lato nord, aveva una posizione strategica notevolissima a controllo di una via montana di non secondaria importanza (la via del Vallone), che collegava le strade circonfucensi alla Valle del Sangro (la Valle "Regia" dei document medioevali).
Situato al vertice di una zona che subì nei due versanti ripetute invasioni Saracene (documentate a Pescina, Trasacco e Barrea nell'882-883 e nel 937) si può presumere che il "Castellum" sia stato coinvolto in queste drammatiche vicende. La denominazione di "Guardia" (punto strategico di difesa e di segnalazione) sembrerebbe confermarlo.
Il primo dato documentario che specificamente si riferisce a "Litium" risale al sec. XII e riguarda la «Ecclesia Sanctae Mariae» ricordata in una bolla di Clemente III indirizzata a Eliano vescovo dei Marsi. La splendida chiesa dopo secoli di vita è segnalata e descritta nell'opera del Piccirilli "La Marsica Monumentale" del 1904. Ciò dimostra che nonostante alcune trasformazioni subite attraverso i secoli era ancora a questa data integra nelle sue strutture.
Nell'età in cui i Normanni dopo la conquista dell'Abruzzo appenninico si affacciarono nella zona fucense (nel 1143 Ruggero II si presentò a S. Benedetto), Litium non è soltanto un centro fortificato; è ricordato infatti tra le "Università Marsicane" cioè tra quelle libere associazioni di cittadini che si reggevano su norme di diritto privato fissate in statuti, mantenute dai Normanni in una più o meno diretta soggezione attraverso i giudici e favorite in seguito da Federico II di Svevia in funzione antifeudale.
Dopo la battaglia di Tagliacozzo (1268) Litium andò incontro ad una serie di avvenimenti tutti documentati; fu concesso in feudo ad un seguace di Carlo D'Angiò, fu venduto da costui al convento di S. Maria della Vittoria eretto tra Scurcola e Magliano a ricordo della Vittoria angioina su Corradino di Svevia, passò in seguito «sub dominio et demanio Reali», fece infine parte dal 1413 del feudo dei Conti di Celano.
Molte notizie permetterebbero di ricostruire la vitalità di Lecce durante i secoli XVI e XVII, ma data la richiesta schematicità di queste note, mi limito a segnalare preziosi dati statistici riguardanti il numero degli abitanti in rapporto agli altri paesi della Contea. Nel 1625 ad esempio Lecce è dopo Celano il più popolato dei centri della Marsica e tale rimase per alcuni decenni fino ad una flessione dovuta fra l'altro all'essersi nel 1656 propagata la peste. Legata a questo triste evento è l'ultima iniziativa presa dai Leccesi per la loro comunità, cioè l'ampliamento di una cappella dedicata a S. Pietro e la sua trasformazione nella chiesa barocca di S. Elia, protettore come S. Rocco degli appestati. Poi l'inizio di una lenta decadenza.
Estorsioni, favori arbitrari da parte di autorità amministrative e militari spagnole (ciò accadeva in molti paesi di Abruzzo) crearono un clima di grigiore, di malcontento. A questo si aggiunse il fatto che molte famiglie le cui case antichissime erano deteriorate, cominciarono ad abbandonare l'alpestre paese, preferendo abitare ai Casali, che a quote via via meno elevate erano dislocati verso le rive del lago, più vicino alla cultura dei campi e ai nuovi centri di attività economica. L'esodo fu inarrestabile e la popolazione si concentrò a "Castulo" ove ora è Lecce nuovo. Rimanevano a quota 1250 i pascoli montani verso cui annualmente risalivano i greggi dopo il soggiorno nel Tavoliere , rimaneva per poche famiglie l'abitudine di tornare nei mesi estivi nelle case amorevolmente restaurate, fino a che gli incendi e i danni apportati dai briganti (1865) e l'ultima calamità del terremoto del 1915 decretarono la definitiva rovina dell'antichissimo Borgo.
Così di anno in anno le linee architettoniche del diruto paese appaiono a chi torna nella zona sempre più incerte, sempre più illegabili. Molto presto scompariranno e la natura prenderà il sopravvento. Allora solo la documentazione storica custodita dall'interesse e dall'intelligenza degli attuali cittadini e da una cultura locale consapevole potrà testimoniare di questa alpestre comunità e farne rivivere le vicende che, pur legate a fatti di più vasto respiro, rimangono in sé nella loro "specificità" preziosamente irripetibili.

 

* Il presente articolo venne pubblicato con il titolo "L'antica Lecce dei Marsi si spopolò dopo una terribile peste" nell'edizione de Il Tempo del 28 dicembre 1986.
 

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