Il "libro dei conti" della SS.ma Trinità di Aielli
di Pietro Maccallini
[Il presente scritto è l'intervento integrale tenuto dal prof. Pietro Maccallini durante la presentazione del volume "Il libro dei conti della SS.ma Trinità di Aielli. Caratteri di una chiesa e di una comunità nella Marsica del primo Cinquecento" (Ass. Cult. Lumen, 2009) di Antonio M. Socciarelli, tenutasi nella Sala consigliare di Aielli, il 26 dicembre 2009.]
Ho cominciato a conoscere Antonio Socciarelli, l'autore di questo Libro dei conti edito nel marzo 2009 dall'Associazione Culturale "Lumen" di Pietrasecca di Carsoli, di cui oggi si fa la presentazione, diversi anni fa attraverso le pagine di Marsica Domani, dove egli pubblicava qualche articolo di taglio antropologico su usi e costumi e festività di Cerchio e altri paesi della Marsica. Chiesi informazioni a Fiorenzo Amiconi, l'altro appassionato ricercatore di cose antiche qui presente, il quale mi assicurò che si trattava di un giovane cerchiese con preparazione di livello universitario che peraltro metteva nelle cose che diceva una passione e un impegno non comune. Ho avuto modo poi di conoscerlo direttamente e anche attraverso la lettura dell'altro suo libro, frutto della sua tesi di laurea, intitolato Trasformazioni sociali e innovazioni nella ritualità festiva e incentrato sulle festività del paese di Cerchio. Ora, con questo Libro dei conti, ho avuto la conferma della sua vocazione antropologica e della sua ampia preparazione che si rivela anche nell'estrema accuratezza con cui affronta gli argomenti, nella grande capacità, come un provetto studioso, di ricavare tutte le notizie e le informazioni possibili da documenti in fondo scheletrici, aridi, che scoraggerebbero molti altri, anche se dotati di qualche cultura.
L'opuscolo inizia col dare notizie sulla Chiesa della SS. Trinità a cominciare dalla sua fondazione che, secondo qualche documento risalirebbe al 1362, ad opera del conte Ruggero II di Celano, e secondo altri documenti sembrerebbe essere fondata dai Piccolomini di Celano nei due anni fra il 1477 e il 1479. Questa incertezza dell'anno della fondazione della chiesa forse è una diretta conseguenza della lunghissima causa svoltasi per rivendicare la giurisdizione sulla stessa, iniziata verso la metà del XVI secolo e finita oltre un secolo dopo, causa intercorsa fra il Vescovo dei Marsi e il Capitolo della chiesa di San Giovanni in Laterano di Roma, in quanto la chiesa della Trinità di Aielli pare fosse stata eretta su suolo lateranense. Evidentemente le parti in causa ebbero tutto il tempo per procurarsi testimonianze di cittadini e amministratori o per contraffare documenti a proprio favore, altrimenti non si spiegherebbe la durata così spropositata del contenzioso. E a quei tempi inoltre non si può certo credere che la giustizia avesse un profilo di democratica autonomia come dovrebbe essere oggi in Italia secondo il dettato costituzionale. Socciarelli in ultima analisi crede che la chiesa fosse stata fondata, su suolo lateranense, nel castello di Aielli Vecchio, ad opera del conte Ruggero, e che un'altra chiesa dello stesso nome fosse stata fondata dai Piccolomini sul sito dove si trova attualmente. Io mi permetto di supporre che, anche quella edificata da Ruggero nel 1362, si trovasse all'interno della cinta muraria di Aielli da lui costruita, sul suolo dove essa si trova attualmente. Però, in base al rito arcaico di propiziazione delle messi che in detta chiesa si svolgeva, quello dello spargimento di grano sul suolo della chiesa da parte di un contadino (rito esaustivamente spiegato dal nostro Socciarelli in un suo articolo presente in internet), debbo pensare non solo che ad Aielli Vecchio dovesse esistere una chiesa dedicata alla Trinità, magari di proporzioni più piccole, prima che quel castello si trasferisse qui, nel sito dell'Aielli attuale, insieme ad altri castelli e casali, ma anche che l'origine del culto della Trinità in quella chiesa si perdesse nella notte della preistoria. Secondo un meccanismo che ho potuto scoprire in altri casi e contesti, nella mia ricerca linguistica, succede che divinità pagane o preistoriche continuano a sopravvivere, con l'avvento del Cristianesimo, grazie ad un loro processo mimetico, innescato proprio dai nomi. In altri termini potrebbe a mio avviso, e sottolineo il condizionale "potrebbe", essersi verificato, come è avvenuto in tanti altri casi, che il nome di una divinità cerealicola preistorica si sia mimetizzato, per assonanza, in quello della nuova divinità cristiana che suonava Trinità. E credo di aver individuato la radice di questa ipotetica divinità (almeno fino a quando non si trovi in altri paesi qualcosa di simile) nel greco theros 'stagione calda, estate' ma anche 'messe, raccolto, prodotto', significato quest'ultimo che con l'aggettivo therin-ós, potrebbe giustificare l'esistenza in aree rurali di una divinità, magari poco conosciuta, delle messi come la più famosa Cerere, da cui vengono linguisticamente i cereali. Ognuno può notare la somiglianza tra il termine trino costitutivo della Trinità e l'eventuale di therin-ós costitutivo di quella divinità di cui vado parlando. Fermo restando il carattere suppositivo del mio discorso, è comunque accertata la stretta connessione tra i riti che si svolgono in un luogo di culto e il nome della relativa divinità.
Dopo questa introduzione Socciarelli passa ad analizzare il manoscritto, costituito da circa un centinaio di fogli, conservato nell'Archivio storico della Diocesi dei Marsi ad Avezzano. Egli lo ha sviscerato e rivoltato letteralmente con competenza e passione, ricavandone tutte le notizie possibili, non solo per gettare uno sguardo sulla vita socio-economica locale ma anche cercando di riallacciare nel contempo la nostra piccola storia a quella più ampia marsicana e regionale con addentellati con quella più generale del'Italia centro-meridionale. E tutto questo da striminzite notazioni in dialetto locale scritte di anno in anno dai semianalfabeti procuratori della Chiesa della Trinità, persone laiche deputate alla gestione dei beni, delle spese, delle entrate e uscite della detta chiesa.
Il registro in questione copre i 5 anni che vanno dal giugno 1507 all'anno 1512 ed è il più antico e sistematico documento amministrativo della Marsica. La sezione più consistente del manoscritto riguarda i "debiti delli morti" (77 pp.) in cui sono registrati tutti i nominativi dei debitori della chiesa, suddivisi secondo i casali d'origine che si erano qui trasferiti, che a questa data erano solo quattro. I casali erano: Aielli Vecchio, Musciano, Bovezzo e San Giovanni in Ozzanello (Sante Janne). Gli altri si aggregarono successivamente a questa data. Essi erano: quello di Monte (chiesa di san Pietro), di Alafrano, di Subezzano, di Ponderone, di Pentoma e di Foce, come sono ben riportati dal Di Pietro nelle sue Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi. Con la cifra di carlini 6 e soldi 10 ogni cittadino si assicurava la funzione funebre in chiesa più la relativa sepoltura nel cimitero annesso. Da questa sezione si ricavano varie notizie non ultima quella relativa ai cognomi allora esistenti, diversi dei quali sono arrivati fino a noi. I cognomi a questa data non erano ancora stati fissati per legge come dimostra anche il modo diverso di scriverli che d'altronde non collima esattamente con le versioni attuali degli stessi. In questo periodo, in poche altre parti d'Italia erano già stati fissati, lì dove l'insorgere e diffondersi per larghi strati della società di più complesse e rigorose istituzioni e procedure sia civili (economiche, amministrative, giuridiche e notarili) sia religiose avevano comportato la necessità e l'obbligo della immutabilità del cognome. Qui da noi si registrano ancora oscillazioni che il nostro manoscritto riporta come è il caso di un Berardo Macchalino (Musciano) e di un Marcho Machalino (Musciano). Chi oggi porta il cognome Coletta o Letta, dinanzi ad attestazioni come Colecta o Lecta presenti in questo registro, è portato a credere che la forma originaria del suo cognome fosse questa con il gruppo consonantico -ct- ma in realtà queste forme erano solo effetto di un fenomeno linguistico chiamato ipercorrezione. Coloro che cominciarono a registrare questi cognomi cercarono di dare una patina di antichità o ufficialità agli stessi adattandoli, per analogia, alle molte parole latine che terminavano con quel gruppo di consonanti come factum 'fatto', actum 'atto', lectum 'letto' ecc. Ma si dava qui il caso che il cognome Coletta non derivasse dal latino ma fosse un diminutivo del nome Nicola di origine greca con la caduta della sillaba iniziale Ni-. Il cognome Letta è a mio avviso un ulteriore diminutivo di Coletta con la caduta della sillaba iniziale Co-. Tornando al registro si nota che spesso si verificava che uno pagasse i suoi debiti, o facesse delle offerte alla chiesa, non in denaro ma in natura, soprattutto in grano. L'importanza delle attività cerealicole in Aielli è attestata anche dal rito propiziatorio di cui abbiamo parlato sopra, nonché da frammenti di due epigrafi ritrovate quando si sistemò il garage comunale attiguo all'oratorio, ora sala don Andrea Di Pietro, dedicate una alla divinità cerealicola per eccellenza dell'antichità italica cioè Cerere e l'altra a divinità sconosciuta, come dice il Grossi. Nel documento non ci sono attestazioni da cui ricavare notizie sulla pastorizia che pure, come risulta da altri documenti coevi, doveva essere fiorente. Evidentemente i cereali si prestavano meglio negli scambi minuti tra la gente, potendo essi essere suddivisi con facilità fino a raggiungere misure piccolissime.
Il manoscritto contiene anche due lettere, una del 1504 e l'altra del 1507, cucite tra i fascicoli quando la Soprintendenza Archivistica per l'Abruzzo ne fece il restauro nel 1994. Anch'esse contribuiscono a sapere qualcosa in più sugli anni immediatamente anteriori alla redazione del manoscritto. Facevano parte della corrispondenza che i procuratori della chiesa intrattenevano con alcuni personaggi importanti di Celano. Come prova dell'oculatezza con cui Socciarelli esamina le cose, egli non si è lasciato, ad esempio, sfuggire il fatto che la filigrana della carta delle lettere raffigura un paio di forbici racchiuse in un cerchio, uno dei marchi usati nel XV secolo dalle cartiere di Sulmona, città con una fiorente tradizione cartaria. Il contenuto della prima lettera si riferisce ad un ammanco riscontrato nella revisione dei conti dell'amministrazione di Marianicto e Martino de Petracha. Anche qui, a proposito del nome Marianicto si nota quello che dicevo sopra circa la ipercorrezione. È evidente che Marianicto, diminutivo di Mariano, presenta un indebito intervento di cosmesi latineggiante nella sillaba finale. La seconda lettera è piuttosto oscura nel contenuto, dato che i concetti vengono espressi in una forma veramente sconclusionata e malsicura dal procuratore estensore della medesima. I procuratori, come abbiamo accennato sopra, erano persone del popolo poco aduse alla scrittura. E se pensiamo che essi erano forse stati eletti procuratori proprio perché, a differenza della maggior parte delle persone di Aielli, sapevano leggere e scrivere, anche se a malapena, possiamo farci un'idea di quanto bassa dovesse essere all'epoca la percentuale dell'alfabetizzazione degli aiellesi.
Attraverso le precise annotazioni dei debiti, delle entrate e delle uscite, Socciarelli ha potuto ricostruire il sistema monetario vigente ad Aielli nella prima metà del Cinquecento affermando, tra l'altro, che "una certa problematicità ha sempre contraddistinto le analisi su questo argomento, soprattutto per l'alto grado di differenziazione dei sistemi di misura che si riscontravano in passato anche nell'ambito dello stesso territorio". L'unità di base allora usata era il soldo. Nel documento si incontrano, come nota accuratamente Socciarelli, anche le forme "sollo" (talvolta anche "solo", con la -l- scempia, forse una svista dell'estensore) e "soglio". Anche in questo caso si possono fare interessantio osservazioni linguistiche (e spero di non annoiare il gentile uditorio). La forma "sollo" rappresenta quella che tecnicamente si chiama assimilazione progressiva della -d- di "soldo" alla -l- precedente, come ancora avviene nel nostro e in tanti altri dialetti per il termine "caldo", dal lat. calidum, caldum che da noi diventa "callë". La forma "soglio" rappresenta un incrocio tra il suddetto "sollo" e l'it. "soglia", dal lat. soleam, termine quest'ultimo di più ampio uso rispetto al letterario "soglio". Ma forse, più correttamente e più direttamente, bisogna pensare ad una pronuncia palatale della doppia -l- di "sollo" (come quella di dialettale "cojjë", 'collo'), divenuto pertanto "sojjë" e italianizzato come "soglio". Nel verso cioè la facciata posteriore della seconda lettera, c'è una breve annotazione che certifica la revisione dei conti avvenuta alla fine dell'amministrazione dei procuratori Vagnilista de Iannitella e Barnaba de Ialonga, i quali consegnano ai nuovi procuratori il denaro e il grano che hanno in cassa. Ve la leggo tanto per farvi sentire il sapore del volgare di allora, in questo caso, a dire il vero, abbastanza comprensibile, perché forse dettato o suggerito dal ragioniere, di cui non si fa il nome, che era presente alla revisione:
"Cunto veduto a vagnilista de iannitella e barnaba de ialonga per mani delli rasonere | e nui procuratori cioe petri de amicho e ioanni de piperne de celane deve | refare lu detto vagnilista e varnaba carlini udice solli un(...) e de grane coppe | otto le quale (...) mani varnaba | lo supradicto Varnabao a pagato de condante carlini quattro dico k 4."
Qui debbo ribadire ancora l'importanza linguistica di questi documenti a proposito, ad esempio, del pronome personale comparente nell'espressione nui procuratori. Questo che mi accingo a dire rappresenta una scoperta anche per me. Ho sempre letto, nelle note a piè di pagina delle antologie in uso nella scuola, ma anche nei vocabolari italiani come quello di Tullio De Mauro, che nui sarebbe una forma aulica, letteraria del nominale noi. Ed è in parte vero, dato che alcuni poeti l'anno spesso usata nella nostra tradizione letteraria, come nella famosa ode del Manzoni Il cinque maggio, lì dove il poeta si chiede Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza: nui chiniam la fronte al Massimo Fattor... Nessuno, che io sappia, ne ha indagato fino a fondo l'origine che, come dimostra il testo poco sopra letto, era radicata nella lingua del popolo e si è mantenuta d'altronde anche nel nostro dialetto di oggi nella forma nu' e pertanto direi che essa si configura come una variante arcaica di noi, la forma che poi ha preso il sopravvento in italiano.
Un caso simile è quello rappresentato dall'articolo -il- usato, davanti alla parola zappatore al posto del grammaticale -lo-, dallo stesso Leopardi nella famosa poesia del Sabato del villaggio nel distico che recita: e intanto riede alla sua parca mensa, | fischiando il zappatore. Nei commenti alla poesia solitamente si afferma che si tratta di licenza poetica. Nulla di più falso, perché se si vanno a leggere le prose dello stesso Leopardi e di altri autori ci si accorge che le due forme erano a volte intercambiabili: evidentemente la lingua non aveva ancora operato in quel torno di tempo l'opzione divenuta poi tassativa per la forma -lo-, dinanzi alla zeta o alla esse impura. Queste osservazioni non sono di poco conto, erudite, marginali, perché potrebbero concorrere, insieme ad altre, ad aiutare i critici nella formulazione del loro giudizio su un testo poetico dovendosi chiarire, ad esempio, se un componimento ha una coloritura popolaresca o invece letteraria, aulica, e se usa un linguaggio dal registro basso, medio o alto.
I multipli del soldo erano il carlino (da Carlo I d'Angiò di Napoli) equivalente a 15 soldi e il ducato (inizialmente coniato a Venezia durante il periodo dei dogi, da cui il nome), equivalente a 10 carlini. Una moneta intermedia tra il soldo e il carlino era la cella, un pezzo d'argento coniato nella zecca dell'Aquila, emesso dalla regina di Napoli Giovanna II d'Angiò. Il termine è un accorciativo di aucella, lat. *avicellus da cui l'it. uccello: su un lato, infatti, la moneta recava inciso il nobile uccello, l'aquila. La cella equivaleva a 2 soldi e mezzo, come ha potuto stabilire Socciarelli dai raffronti con il valore delle altre monete. Le misure per gli aridi e granaglie erano la coppa, arrivata quasi fino a ieri, e il quartario. La libbra, usata per l'acquisto di beni commestibili e i beni d'uso come l'incenso, oscillava tra i 300 e i 350 grammi. Tre libbre formavano un rotolo. La misura per il vino era il potitto, equivalente a poco più di un litro. Il pane era venduto a poste, misura difficilmente quantificabile, forse corrispondente al peso medio di una pagnotta. Il passo misurava la lunghezza delle funi delle campane. Il suo valore non è noto.
Cognomi registrati nel manoscritto che durano tuttora:
1) "In nagello vecchio" (Aielli vecchio): de Lecta, dello Mancino, de Rico, de Iacobucio, de Angelitto, de Valteri (Gualtieri), de Ciarallo, de Polla.
2) "In musciano" (Casale di Musciano): de Colecta, de Machalino, Marinitto (Marinucci?), de Petracca, de Coritto.
3) "In vovecze" (Bovezze): dello Cecato, de Angelono.
4) "In Sancte Ianni" (San Giovanni, Vëcenna): de Ianocta, de Macerola, de Nucio, dello Pinto, de Petrachia.
Ringrazio il gentile pubblico nonché le autorità civili e religiose augurando a tutti Buone Feste.










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