Devastazione nella valle della Marsica
Passerà qualche giorno prima che queste note possano esser lette, non avranno il pregio della freschezza, ma credo che per certi soggetti eccezionali avviene come per le diverse riproduzioni di uno stesso modello ritratto da una svariata accolta di artisti in cui anche la più deficiente può offrire dell'interesse. Siamo forse in questo caso, tanto più che si tratta di un modello quasi irriproducibile per la sua tragicità raccapricciante e funesta. Credo anzi che l'efficacia maggiore, meglio che gli uomini di lettere o gli artisti, la conseguono gl'indotti che sono sempre più sinceri e meno enfatici; un contadino di Magliano dei Marsi per dire della sua impressione del terremoto sì espresse così: «Era come se si fosse stati sopra un coperchio di una pentola che bolle, tutto quello che c'era sopra rovinò, e continuò a rovinare e mentre il coperchio ballava rinsaccava ogni cosa ». Vale a dire che fra casa e casa non restava più spazio, e fra le case v'erano le persone.
A Messina in parte era così, in parte no, camminando sopra un vasto campo di macerie si
camminava alle volte sopra uno dei terzi piani; si praticava un foro fra le macerie e si poteva penetrare fra vani e si chiedeva : - Vuoi aiuto ? - e spesso rispondeva la flebile voce di chi, dopo diversi giorni s'era tenuto vivo masticando della paglia o delle scarpe.Ad Avezzano e in tutti i paesi della Marsica è invece, per tutto, una terribile amalgama compatta, aderente, impenetrabile e i vivi si trovano doveuna miracolosa trave di legno o di ferro li ha messi a riparo dalla rovina. Vi arrivai di notte ad Avezzano, e dopo dodici ore di treno, dove se ne impiegano tre in tempi normali.Ma v'erano i treni dei feriti che scendevano a Roma e la linea dispone di un solo binario.
Avevamo dovuto lasciarli passare, via, via, e noi fermi per lunghe ore alle stazioni perché i feriti sono coloro che urge salvare raccogliendoli, medicandoli e curandoli: l'energia umana disponibile deve essere tutta, e fulmineamente, dedicata ad essi, gli affamati vengono dopo di loro perché possono sopravvivere ed aspettare ancora un giorno ed anche due, il tempo che si possano organizzare i servizii, il tempo della mobilitazione del terremoto che deve farsi sopra un binario solo senza che nascano nuovi guai o nuove catastrofi. Era la seconda delle due notti spaventevoli quando vagavano ancora gli scampati, quando i vagoni ferroviari che arrivavano non erano sufficienti ad accogliere la gente che accorreva tutta ad Avezzano da Paterno, da Cappelle, da Scurcola, da Celano e da tutti gli altri paesi vicini devastati: una strana folla imponente che non mandava un lamento, avvolta in quel lugubre silenzio della desolazione assai più spaventevole del clamore che impreca. La notte sovrastava su tutto, non si delineava neppure il nerume delle lunghe file di vagoni che già coprivano e circondavano Avezzano. Dov'era Avezzano? Non si riusciva a scoprirla, era distesa nel buio, senza torri e senza campanili, senza lumi, senza voci: abbattuta, fracassata, informe.Là sotto v'erano chi sa quanti esseri viventi che invocavano la salvezza ma i cui lamenti venivano soffocati dalle rovine! V'erano i vivi che nelle tenebre interrogavano le macerie colla voce, coll'occhio :-Angelina! Angelina! Dio, Dio mio, Angelina! Mi senti? Rispondi, Angelina!E l'invocazione moriva nel pianto sconsolato, sommesso e angoscioso.Come avevano fatto a penetrare fra quel frantume minaccioso?
Erano donne quelle che avevano osato sfidare le ascensioni micidiali arrampicandosi fra montagne di macerie, aggrappandosi alle travi oscillanti, svoltolando massi sospesi, tegole e pietre; affondando nei calcinacci, avventurandosi in cima ai più pericolosi scoscendimenti: davvero che la pietà infonde alla donna una forza sovrumana al cui confronto l'energia degli uomini resta immensamente inferiore! Si discerne fra le ombre cupe della notte un altro gruppo di donne accoccolate, hanno cercato tutto il giorno e parte della sera e sono là silenziose, deluse e pare non sentano affatto le punture del freddo; aspettano il nuovo giorno per ricominciare le loro ricerche angosciose. Volgendo gli occhi attorno pare che la vita sia completamente esulata, anche la febbre delle ricerche pare sia spenta. Non una forma di casa attorno, non più un muro, nulla; il terremoto ha livellato tutti i cumuli di macerie. In fondo a questo sentiero che fu strada, a questo avvallamento di frana s'immagina la strage e pare che qualche cumulo bianco di detriti si muova e che palpiti, il groviglio delle travi divelte e contorte sembra sia scosso da braccia disperate. Tutta questa lugubre visione di sterminio appare e dispare, illuminata a scatti dal bagliore floscio e improvviso del fanale di qualche autocarro lontano che fa il giro incerto e pauroso attorno al campo della morte mandando dei brevi gemiti sommessi.
Devo allontanarmi, le ronde notturne s'irradiano. Un treno deve scendere verso Sulmona e deve attraversare la zona che dicono terribilmente colpita. Entro quasi per forza in un compartimento affollato, sospinto bruscamente a mia volta da altra gente che vuol partire. È la notte fredda e lugubre che ci caccia via, ritorneremo domani. Ed il treno si muove, procede lentamente verso Paterno, verso Pescina e Celano, dovrebbero comparire man mano le luci di altri paeselli ma non si vedono mai, non si vedranno più. Appare invece tutt'intorno una corona di fiamme, di gruppi di fiamme, inquiete e scoppiettanti, arrampicate sui poggi ad anfiteatro, pare un'adunata notturna primordiale, o un bivacco di nomadi: sono gli scampati che non hanno più casa e si proteggono dal freddo attorno alla vampa data dai frantumi delle loro porte e delle loro finestre! I paesi distrutti cancellati dal bagliore delle fiamme restano inghiottiti dalle tenebre.Al bagliore di quelle luci sinistre vediamo avanzarsi strani gruppi che portano a spalla dei feriti, sono feriti gravi e vengono portati davanti al treno che aspetta. Ma dove si mettono? Eppure la voce imperiosa: largo ai feriti! pare ci faccia tutti rimpicciolire, diminuire di volume.
Nessuno di noi vuoi correre il rischio di dovere abbandonare il treno e chi è seduto si alza e lo spazio si fa per incanto. Il ferito tutto ravvolto viene disteso nei cuscini, non manda un lamento e se ne resta cogli occhi sbarrati e le pupille vaganti.- Largo signori, non lo soffocate! Tutti dottori, lasciate fare al medico!Si son chiuse le finestre e non s'intravvedono che fiammate e falò, vicini e lontani.Una fermata: è quella di Collarmele, che ci lascia contemplare a lungo i quattro quadrati neri delle stanze superiori del capo stazione; pare uno di quegli spaccati di bastimenti che si vedono esposti negli uffici di navigazione per mostrarne le comodità. Ma là dentro l'unica comodità è il letto del capo stazione che accoglie un gran cumulo di pietre. Il treno continua; poi son lunghe fermate silenziose, senza spiegazione, e talune, purtroppo, nelle gallerie! - Se venisse il terremoto mentre stiamo qua sotto! - Le donne si rannicchiano, gli uomini si provano a sorridere e quando il treno corre all'aperto anche il nostro ferito vuole che si abbassino i vetri delle finestre; e allora le lingue delle vampe corrono a lambire il treno, scoppiettano le scintille e ci arrivano soffi brevi di calore.
Tutti quelli della campagna si riversano alle stazioni, si affollano ai treni, anche a quell'ora avanzata, ma il nostro non potrebbe più caricare nemmeno i feriti, e d'altronde pare che qui non ce ne siano tanti. - Dove, a Pescina? Pietra sopra pietra! - mi dice laconicamente un profugo. - Dov'è Pescina ?- Di qui non si può vedere nulla, il paese è a mezz'ora di carrozza dalla stazione.- Dovrebbero dunque esserci delle carrozze al servizio dei profughi e dei feriti. - Vuol scherzare lei! E dove sono i vetturini, e dove sono i cavalli? Non la vuol capire che non esiste più nulla! Alla fioca luce dell'unica lampadina elettrica restata intatta nel vagone vidi che quell'uomo mi lanciò un'occhiataccia terribile.- E tu che sai allora? - riprende con una cert'aria di compatimento. - Se queste mani potessero parlare! - E mi mostrò le sue mani piene di certi graffi che pareva avesse lottato col leone. - E' vero - risposi. - E' perché son quattordici ore che viaggio, ma vi ritornerò quassù appena giorno, e col primo treno che sale da Sulmona.Il treno in quel momento aumentò la sua velocità, si mise a correre discendendo rapidamente verso le gole del Sagittario.
Cominciano a vedersi i paesi, perché là attorno, ad onta della fortissima scossa, erano restati tutti in piedi, e si vedevano in maniera fantastica, parevano manate di brillanti disseminati e sparsi per tutta la gran valle del Morrone alle gole dei Popoli.- Son tutti illuminati a luce elettrica - mi dice l'uomo che mi aveva strapazzato. - Vedi, quella è Pratola, quell'altra è Roccamele, e quella di sotto è Corfinio, e più sotto ancora Pentima e Rajano.Guarda, sporgiti fuori, a man dritta, ma di molto sporgiti. Vedi quella fila lunga di stelle, come tu dici, vedi? Quella è Sulmona.- Così grande ? E dobbiamo fare tutto quel giro?- Si fa presto, è che la notte allontana i paesi.-
Descriveremo come una u - interrompe un giovanotto; - dobbiamo passare sopra il ponte del Sagittario, sa, il Sagittario di d'Annunzio.- E' diventato di sua proprietà ?- No, quello che descrive nelle novelle della Pescara.S'era messo a recitare lo squarcio, ma uno tutto ammantellato lo interrompe :- Sta zitto che il ferito dorme.
Al mio interlocutore brilla negli occhi una stella come uno dei lumicini dei paesi che andavamo passando.Mi dice colla voce tremante :- Tutte queste cose le sapeva a memoria anche il mio povero figliuolo.- L'avete trovato ?- L'ho seppellito; e ora vado a trovare la sua mamma che me l'han portata vìa stamattina colle gambe spezzate !Alle due di notte il treno riempì la stazione di Sulmona di feriti e di scampati. Anche là bruciavano per le strade dei focherelli che scaldavano la gente che vi stava attorno raccolta.La scossa era stata forte anche a Sulmona e molte case erano state lesionate, le donne coi bambini in grembo non erano andate a dormire.All'albergo la padrona mi dice che non le resta che una camera sola e che è disponibile perché lesionata, ma mi assicura che per la fessura non vi passa aria. La prendo per passarvi le poche ore che restano alla partenza del treno per Avezzano. La bella cittadina, patria di Ovidio e di Catone, era già animata, prestissimo, e anche col cielo tutto grigio non perdeva della sua grazia medievale. Ma la popolazione è nervosa; Sulmona ebbe molto a soffrire dai terremoti che nel 1903 e nel 1906 la devastarono.Le restano sempre però quei mirabili monumenti che richiamano il periodo storico ed artistico che comincia cogli Angioini e va sino alla fine del secolo quindicesimo, come Santa Maria della Tomba e la cattedrale di San Panfilo che sorsero sul luogo ove sorgevano dei tempii pagani. Fra le cartoline che sceglievo in fretta da una mattiniera tabaccaia me ne viene offerta una della casa di Ovidio, sorrido e la respingo; di queste case natali di Ovidio ne vengono additate tante e tutte arbitrarie, così come per le statue che sebbene non siasi mai rinvenuta un'autentica immagine di Ovidio, pure non difettano in Sulmona statue del cittadino poeta.
Di certo v'è la data della sua nascita che è il 20 di marzo dell'anno 711 di Roma, poi l'amore d'Ovidio pel suo paese che non dimenticò mai e che ne descrive più volte i pregi:Sulmo mihi patria est, gelidus uberrimus undis, Milia qui. novies distat ab urbe decem, Editus hic ego sum.Tutte le rimembranze d'arte e di storia si dispersero d'incanto fra la ressa che voleva e doveva prender posto nel treno di Avezzano; era un treno di soccorso e vi dovevano trovar posto soltanto le persone e le cose che servivano a portar soccorso agl'infelici colpiti dal disastro, così è che al fine di farsi largo siamo diventati d'un colpo tutti medici o farmacisti, ingegneri, capimastri o costruttori di baracche.
Curiosi ? No, non lo eravamo tutti, la maggior parte accorreva trepida della sorte di parenti, di amici, di corrispondenti, di socii, perché Avezzano era una città industre e laboriosa, prospera e ricca. V'erano i superflui ma non tanto quanto colui che non si peritò di affermare che correva ad Avezzano per potere riscuotere dal sindaco certi decimi per lavori di pavimentazione!- Aspettate almeno che ritrovino il sindaco !... - gli osservò un viaggiatore che lo sapeva sotto alle macerie.Il treno sale lentamente girando attorno all'ampio bacino di Sulmona, che è pur sempre maestoso anche senza il suo bel verde primaverile e la dorata maturità autunnale delle sue querce. L'azzurro estivo dei monti e del cielo è sostituito ora da una sinfonia di toni che sfuma le gole, le balze e le case che traspariscono fra le lunghe distese dei pioppi senza foglie.Il sole può apparire quando vuole, la grigia cortina delle nubi non si perpetua, ed eccolo infatti in quel sottil taglio di bisturi da cui esce timido un filo di sangue, laggiù nella cortina montana che domina la valle del Sangro e il piano di Cinquemiglia Ma dall'altro lato, dalla parte di tramontana, la montagna prende atteggiamenti inaspettatamente severi: è l'alpe bruna ed arcigna, che domina, sbarra e s'innalza a duemila metri.
Sulmona riappare e domina il suo bacino e quello del Gizio: manda due strisce lucenti di rotaie verso Aquila che vanno a passare su ardite opere d'arte campate sull'orrida solitudine rocciosa della gola di San Venanzio, e altre tortuose che vanno a Pescara lungo le coste del Morrone.Seguita l'ascesa lenta del pesante convoglio: Anversa-Scanno, v'è una folla impaziente che rumoreggia. I due paesi stanno nascosti là dentro nella valle dello spumeggiante Sagittario, sono a mezzo crollati e la paura enorme degli abitanti è accresciuta dalla loro recondita giacitura. Laggiù lontano, molto lontano, era nascosto Scanno, lo strano paese dove accorrevano tanti artisti per studiare i costumi e la bellezza olivastra delle donne. Vennero dall'Asia Minore e dal Mar Rosso, dicono, forse come quelle di Nettuno che il Tassoni cantò :Le donne di Nettuno stan sul lido In gonna rossa e col turbante in testa.Quel turbante famoso delle donne di Scanno reso popolare dagli studii di Camillo Innocenti.Ancora uno sparpaglio di piccoli paesi che paiono intatti e han tutti sofferto. La valle di Sulmona scompare e il treno s'insinua nelle gallerie per riuscire in un intrigo di montagne brulle fra le curve fantastiche del Sirente. Ed ecco Goriano tutto rovinato i cui detriti pare precipitino dal colle, e poi Cocullo come un mucchio di ghiaia scaricata appena dal carro; in fondo lontano tanti piccoli paesi distrutti che paion palate di calce viva!
L'immagine della catastrofe qua si fa spaventevole; davanti ai mucchi di detriti che furono stazioni s'affollano donne e bambini, si avventano agli sportelli, stendono la mano, invocano e ne ricevono pane e monete, tutto quello che si può dare, tutto ciò che v'è di disponibile sopra e presso di noi, a portata di mano, dentro alle valigie e nei fagotti dei profughi ; ma il treno fischia e s'allontana e quella povera gente leva alti lamenti di soccorso che ci fanno venire le lacrime agli occhi.Una breve apparizione del Fucino in fondo alla gola del Giovenco dominata dai ruderi del castello di Pescina; una corona di montagne fa indovinare l'ampiezza della conca fucense dove fu il lago; poi Cerchio, Collamerle, Celano. Ora l'antico lago si domina tutto fino alla montagna dov'era Trasacco. Quella che è stata una ridente e magnifica plaga è ora sparsa di cimiteri, come quelli d'Oriente che stanno fra le rovine. Il gran piano è avvolto da un greve e bigio manto funereo che pare disteso dalla natura per dire del suo cordoglio; come paiono di cipressi spogli le lunghe file di pioppi rigidi e stecchiti che circondano i casolari diroccati.Dell'immane fremito tellurico, ne fu scosso il pianalto d'Aquila e i monti della
Marsica fino alle elevate masse del Velino e alle alte valli del Liri e del Sanso.Tutta la valle di Celano che scorre per 13 miglia da Pescina ai campi Palentini e a Tagliacozzo che abbraccia il meraviglioso bacino del Fucino, fino ad Avezzano dove il moto convulso della terra si determinò vibratorio e più violento.Tutto questo perché il Torlonia ha voluto disseccare il lago! E lo dicono sul serio qua dentro nella mia carrozza, e lo dice gente a cui non si può sorridere in viso!- A Celano prima del disseccamelo del Fucino il clima vi era più mite - osservava qualcuno.E può esser vero poi che le grandi masse d'acqua hanno influenza notevole nelle condizioni climatiche d'una regione; ma si dimentica che secondo molti geologi il Fucino occupava il cratere d' un vulcano, per cui spesso il lago si elevava minacciando di distruggere i numerosi villaggi disseminati attorno alle sue rive pittoresche. Veramente non fu questo il motivo che ispirò a Giulio Cesare l'ardito tentativo del prosciugamento, egli voleva trarne il grano necessario per combattere la carestia che travagliava l'accresciuta popolazione di Roma.Con l'apertura dell'istmo di Corinto, del porto d'Ostia e dello scolo delle paludi Pontine, questa nuova opera doveva migliorare le condizioni dell'impero e consolidare il potere di Cesare, ma gli idi di marzo troncarono quei progetti prima che ne tentasse l'esecuzione. Claudio adottò due dei progetti del suo predecessore: il porto d'Ostia e il prosciugamento del Fucino.
Il prosciugamento rappresentava una delle più straordinarie imprese dell'antichità romana.L'emissario di Claudio, i cui avanzi si vedono ancora ad Avezzano, era una galleria sotterranea lunga più di 5600 metri. Nella grandiosa opera furono impiegati per undici anni trentamila operai: Plinio ci da notizia della grandezza della difficile impresa. Essa fu compiuta nell'anno 52 dopo Cristo in quell'anno stesso s'inaugurò l'uscita delle acque con una naumachìa che non se n'era mai vista una eguale, a tre e quattro ordini di remi. Claudio volle che prima di dar corso all'acqua diciannovemila schiavi addetti a quei lavori dovessero uccidersi fra loro. Le rive, i poggi, i fianchi delle montagne erano brulicanti di spettatori. Claudio, coperto dal manto d'imperatore in battaglia, con l'imperatrice Agrippina in manto d'oro, presiedeva alla festa. Tacito narra la tragica scena di questi infelici schiavi che si dovevano scambievolmente trucidare. Un tritone coperto d'argento uscì a fior d'acqua e squillò il segnale di battaglia. Gli schiavi fecero echeggiare il famoso Ave Caesar imperator, morituri te salutant. Il lago si fece rosso e finita la strage si aprì l'emissario. L'acqua passò, ma abbassatosi il livello del lago e restando troppo alto quello dell'imbecco si dovette sospendere e pensare a rimediare.Quando nella seconda inaugurazione fu dato l'ordine di schiudere, l'acqua urtò con violenza contro le pareti della galleria, rigurgitò dal pozzo nel vecchio bacino ingombrato dai palchi dell'Arena e del padiglione imperiale che ne fu fortemente scosso ponendo in pericolo la vita dello stesso imperatore. Morto Claudio, nessuno si curò più del Fucino fino ad Adriano.
Dopo qualche altro tentativo infruttuoso tanto le costruzioni della presa d'acqua, quanto l'emissario caddero in rovina e nessuno più se ne occupò, fino al secolo XIII in cui Federico II ne ordinò il restauro, ma ben poco seppero conchiudere i suoi incaricati.Nel 1783 il Fucino riprese a crescere e a dilatarsi, e nel 1816 raggiunse un livello allarmante elevandosi di oltre 10 metri, di guisa che interi villaggi e le circostanti pianure rimasero per più anni inondate piombando le popolazioni in preda ad una miseria desolante. Sulla fine del secolo XVII un abate Solli di Avezzano aveva studiato il modo di darvi riparo, egli s'era convinto che in altri tempi il Fucino s'era scaricato nel Liri attraverso l'emissario e scrisse molte memorie al fine di provare la veridicità del suo asserto, ottenendo dal Governo di Ferdinando IV di Borbone la direzione dei nuovi tentativi di sgombero e di restauro. Ma la morte del Solli e la rivoluzione mandarono tutto a monte e il lago continuò a gonfiarsi fino a sommergere S. Benedetto ed Ortucchio.Venne il 1859 in cui furon affidati i lavori a privati e sorse la prima società, ma per la scarsezza dei capitali man mano la società finì a restringersi ad un solo, ad Alessandro Torlonia, che avendo già sottoscritto per una metà del capitale sociale ricomprò la parte assegnata agli altri soci.
Dell'ardimento del Torlonia e delle difficoltà che dovè superare, trattandosi non di un restauro ma di un lavoro tutt'affatto nuovo, sarebbe troppo lungo narrare e le vicende fortunate di quei grandiosi lavori son troppo noti. Basterà ricordare che dopo otto anni di incessanti ed improbe fatiche le acque del Fucino poterono alfine gettarsi nel fiume Liri, risolvendo un problema affannosamente ricercato per ben 13 secoli. Quest'opera colossale compiuta nel 1869, oltre all'allargamento dell'emissario che richiese una fitta rete di canali lunga 285 chilometri, diede all'agricoltura una superficie di 16000 ettari, una pianura immensa chiusa da 52 chilometri di circuito e solcata da 206 chilometri di strade. Eppure percorrendo i paesi intorno al Fucino si resta meravigliati di udire non solo dei lamenti e delle critiche ma delle vere imprecazioni contro questo magnifico ardimento degno del secolo che vide il taglio dell'istmo di Suez. Ora... è colpa del Fucino se la
Era cinta di mura, aveva vie regolari ed era adorna di palazzi dovuti alla necessità di fissarvi il centro degli affari relativi al disseccamento del Fucino. La gran piazza intitolata al principe Torlonia era circondata di edifici di stile quasi uniforme. Su questa piazza sorgeva il palazzo del principe. Aveva la specola astronomica ed un museo destinato ad accogliere gli oggetti di pregio rinvenuti nella lavorazione del Fucino.Ritorno al mio treno che s'è fermato a Pescina, ma per abbandonarlo. A Pescina v'è già un forte nucleo di soldati intenti ad esplorare il triste campo della distruzione; una lieve ondulazione, una nuova scossa che spaventa i superstiti; i soldati seguitano nelle loro ricerche ma con risultati poco notevoli, di sepolti vivi non ve ne sono, non si estraggono che poveri corpi orribilmente sfracellati. E' come a Cappelle, mi si dice, come alla vicina Venere, che su mille abitanti ne restarono duecento.Povera Pescina che vantavi tanti pregiati frammenti di antiche chiese e palazzi.


















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