La Bella Addormentata
novella di Angelo Melchiorre
Mario e Claudio erano uniti da una profonda amicizia, pur essendovi una notevole differenza d'età fra i due:Mario, infatti, aveva appena quindici anni, Claudio era più vecchio di lui di almeno dieci. Eppure nessun segreto esisteva tra i due giovani: la loro amicizia era fatta di un affetto puro, disinteressato, di confidenze e di consigli, generosa e sincera. Mario si abbandonava volentieri alla maggiore esperienza e alla maturità di Claudio; costui sentiva profondamente e godeva la freschezza, l'ingenuità e la bontà quasi infantile del primo, di cui capiva il bisogno di protezione e d'appoggio e dal quale riceveva entusiasmo e ottimismo, che lo sollevavano in momenti particolarmente difficili della sua vita.
Si erano conosciuti in montagna, durante l'estate. Mario era andato, con un gruppo di amici, a compiere una escursione sul Brancastello. Avevano colto numerose stelle alpine, erano sulla via del ritorno.Prima di giungere alla stazione terminale della funivia di Campo Imperatore, che li avrebbe ricondotti giù nella valle, dovevano percorrere un tratto roccioso, dove il sentiero spariva improvvisamente, pur restando una lieve traccia rossa, segnata dagli uomini del Club Alpino perché gli escursionisti non perdessero la strada. In quel punto occorreva molta attenzione e somma prudenza: si andava avanti con l'aiuto delle mani, ma era necessario che non si commettessero sciocchezze e che non si avesse paura. Mario era l'ultimo della fila: i suoi amici avevano già superato il tratto pericoloso, e Mario si accingeva a passarlo, quando, giunto a metà del roccione, vide qualche metro più in basso un fiorellino bianco, che spiccava sulla roccia con il suo stelo dritto e lungo: una meravigliosa stella alpina.«Guardate quant'è bella!», esclamò, fermandosi con i piedi puntati sulla. roccia.
«Sbrigati!», gli gridarono i compagni. «Non cercare di prenderla, eh 'è pericoloso» .
Mario sorrise e cominciò a scendere.
«Mario, fermati! non essere sciocco!»,Non sentiva più le voci dei
compagni. Gridavano ancora, ma egli ormai era fermamente deciso: voleva raggiungere e cogliere quel fiore. Sarebbe stata, la sua, una bella vittoria, la più bella della giornata, una conclusione magnifica della sua gita. Stava particolarmente attento a puntare i piedi sulle sporgenze della roccia: solo quando si sentiva ben fermo su un appiglio solido e le mani erano particolarmente sicure, Mario muoveva lentamente un piede, alla ricerca di un gradino più basso. Era a pochi centimetri dalla candida stella alpina: si curvò per coglierla, quando un urlo di terrore risuonò in alto, dov'eranoi suoi compagni. Avevano visto muoversi lo spuntone sul quale poggiava il corpo di Mario, ed alcuni frammenti di roccia e molto terriccio rovinare in basso. Mario aveva perduto l'appoggio, ed ora si sosteneva soltanto con la forza delle braccia; tentò due o tre volte di raggiungere con i piedi qualcosa di solido, ma trovava solo il vuoto.
«Aiuto, tiratemi sù! Mamma mia, salvarni!!!»
Uno dei compagni si sfilò la giacca a vento e, tenendola per una manica, gridò a Mario di afferrare l'altro capo. Mario, però, era completamente impegnato nello sforzo di tenersi appeso nel vuoto e non poté fare il minimo movimento per afferrare il lembo della giacca: sentiva già che le forze gli venivan meno. Invocò ancora la mamma. I suoi amici, in alto, erano paralizzati dal terrore: nessuno di loro aveva il coraggio di muoversi di un solo passo, qualcuno piangeva. Fu in quel momento che giunse Claudio. Aveva assistito da non molto lontano alla scena. Tornava anch'egli dal Brancastello con due amici: erano li per motivi di lavoro, studi sulle rocce per conto dell'Agip Mineraria. Ogni giorno, prima del tramonto, tornavano all'albergo della funivia, dove avevano stabilito la loro sede. Da oltre due mesi lavoravano sulla montagna, ne conoscevano ogni angolo, anche il più riposto, e sapevano i pericoli che la montagna nasconde soprattutto ai più inesperti.
Il grido di Mario e dei suoi compagni aveva colto lui e gli amici di sorpresa; ma, passato il primo attimo di sgomento, Claudio si era subito ripreso ed aveva intuito che solo la velocità delle sue gambe avrebbe potuto salvare il ragazzo.
«Purché quel benedetto incosciente riesca a resistere!», pensava tra sé con angoscia, mentre saltava sul sentiero con l'agilità di un camoscio.«Bella roba, mandare sulla montagna da soli ragazzi così giovani! Prenderei a schiaffi i genitori».
Aveva raggiunto ormai il roccione; cominciò la discesa, badando attentamente soprattutto a non far cadere qualche pietra sulle mani o sulla testa del ragazzo, e intanto lo incoraggiava con richiami che volevano infondere fiducia, non solo al ragazzo, ma anche a se stesso.
«Forza, che ci siamo».
Gli era giunto vicino, l'aveva afferrato fortemente per un braccio e, con uno sforzo sovrumano, lo tirava lentamente sù; ma la fatica era enorme, perché il ragazzo pesava come un corpo morto. Claudio temette di non farcela e recitò tra sé una preghiera. Intanto erano giunti anche i suoi due colleghi. Issarono sù lui e il ragazzo. Avevano del cordiale, accostarono la borraccia alle labbra di Mario, che bevve un sorso di quel liquore, troppo forte per lui, tale da farlo tossire. Dalla tosse ai singhiozzi il passo fu breve: poi Mario scoppiò in un pianto disperato. Claudio e gli altri tentarono di consolarlo, lo ricondussero giù all'Aquila più morto che vivo. Mario passò qualche giorno a letto, per riaversi dalla paura subita. Da allora era sorta l'amicizia tra lui e Claudio.
Claudio tornò l'estate successiva e riprese la sua attività sul Gran Sasso. Era contento del suo lavoro, che trovava interessante e ricco di soddisfazioni. Aveva conseguito la laurea in geologia due anni prima ed era stato subito assunto dalla società petrolifera per compiere alcuni sondaggi sulle montagne dell'Abruzzo. Aveva, quindi, percorso in sù e in giù tutti i sentieri, aveva compiuto numerosi rilievi sulle rocce, aveva passato notti e notti nel silenzio solitario e maestoso di quella montagna sotto una piccola tenda da campo, aveva scalato canaloni e superato brecciai, tanto che ormai si sentiva completamente padrone di tutti i segreti della bella montagna abruzzese. Erano stati, però, due anni di duro lavoro: mai una volta era riuscito a compiere un'escursione per solo divertimento, o anche soltanto per gustare la bellezza e il candore di quel monte.
«Mario», disse una sera all'amico mentre passeggiavano sotto i portici del Corso, «ho pensato di fare una gita sul Gran Sasso, domani. Verranno anche i miei due colleghi. Vuoi venire anche tu?»
Mario lo guardò con sincera meraviglia:«Ma come», esclamò, «sei sempre sul Gran Sasso e domani vuoi farvi una gita! Che gusto c'è?»
«Mario, cerca di capirmi. Ho conosciuto la montagna solo come campo della mia attività. Prima di tornare a casa, nella mia Ravenna, voglio provare, almeno una volta, a sentirla e gustarla come si gustano e si amano le cose pure e belle. Voglio salire in alto, senza preoccupazioni, senza impegni professionali: a vedere i monti attorno, il mare lontano, le valli, la tua città (dev'essere meravigliosa, vista di lassù).
Per un giorno solo voglio sentirrni libero e forte come un'aquila».Mario lo guardò Con ammirazione e quasi con invidia.
«I miei non mi lasciano più venire, Claudio. Mi dispiace sinceramente, ma non potrò essere con voi».
Il giorno successivo Claudio partì per andare sulla «sua» montagna. Mario pensò a lui in continuazione. Dalla città dell'Aquila il massiccio del Gran Sasso si scorgeva biancheggiare in lontananza: «la Bella Addormentata», lo chiamavano gli abitanti del luogo, e Mario se ne domandava il perché. Dava veramente l'impressione di una fanciulla che dormisse profondamente, giovane e bella: ma improvvisamente sembrava mutarsi in un mostro gigantesco, ergeva minaccioso un braccio che pareva volesse stritolare qualcuno: una figura umana, che si agitava e tentava di svincolarsi da quella morsa adunca. Poi, improvvisamente, si formava una grossa macchia oscura che s'ingrandiva sempre più, con rapidità impressionante. Mario si riscosse da quella visione: il Como Grande non si vedeva più, tutto avvolto da grosse nubi che provenivano dal versante teramano e scendevano su tutto il monte, avvicinandosi minacciosamente alla valle. Spirava un vento rigido, primo sintomo dell'autunno sopravveniente. Mario si tirò sul collo il bavero della giacca e tornò a casa. Provava un senso di sgomento, una sorta di presentimento, pensando all'amico che si trovava in mezzo a quei nuvoloni. Tuttavia, tra sé e sé, andava ripetendo, quasi per rassicurarsi: «E' tanto pratico della montagna, che non può succedergli proprio nulla».
La sera del giorno seguente si sparse in città la notizia: tre giovani scalatori risultavano dispersi sul Gran Sasso. Sarebbero dovuti tornare per ora di cena all'albergo della funivia, ma ormai erano passate più di ventiquattr'ore e di loro non si sapeva ancora nulla. Certamente erano stati sorpresi da una tormenta di neve: vi era la sola speranza che si fossero rifugiati entro qualche cavità del monte e attendessero che la tempesta diminuisse di intensità Mario visse due giorni di ansia terribile: non dormiva più, mangiava poco, non ascoltava più nessuno. Scrutava sempre il cielo, dalla parte del monte, nella speranza che si vedesse una schiarita. Per due giorni nulla. Si informava se si avessero notizie sui dispersi: niente.
Finalmente, dopo tre giorni, il tempo parve migliorare notevolmente. Cominciarono le ricerche, alle quali collaborarono membri del Soccorso Alpino, militari del centro reclute, carabinieri e volenterosi. Anche un elicottero era stato inviato dall'Agip Mineraria, perché aiutasse nelle ricerche, esplorando dall'alto luoghi dove fosse difficile giungere a piedi. Per vari giorni tutto fu inutile.
Si stava già per interrompere le ricerche, quando un soldato vide affiorare dalla neve uno zaino: furono ritrovati più in alto i corpi dei tre giovani, che la neve aveva conservati intatti e freschi, come se fossero caduti in un lungo placido sonno. La «morte bianca», come la chiamavano i montanari, aveva fatto altre tre vittime.San passati molti anni: Mario
oggi non è più un ragazzo, ma il suo sguardo corre sempre a quel gigante marmoreo che biancheggia, maestoso e solenne, di lontano: a quella fanciulla addormentata che un giorno tramuta in un mostro orrendo e crudele, dal quale invano egli ancora attendeva il ritorno del suo più caro amico.
Tratto da Radar Abruzzo



















Commenti
da piccola ho abitato per
da piccola ho abitato per qualche anno a S. Benedetto dei Marsi. Lì ho lasciato il mio cuore, tanti bellissimi ricordi, gli abbruzzesi è vero: forti e gentili, grazie a tutti loro per questi bellissimi ricordi. Ci sono ritornata a trovare qualche persona amica e la loro gentilezza e affetto sono immutati. Ma, fra i tanti ricordi, la Bella Addormentata è quella che rimane fra le cose più attraenti da vedere, che spettacolo!!!!!!!!!!!!!!!!!! E' da vedere
Scusa sono di nuovo
Scusa sono di nuovo Pierfrancesco se vi ricordate di me e mi conoscevete mandami un mail abatemattep@posteitaliane.it
Buonasera sono Pierfrancesco
Buonasera sono Pierfrancesco di Roma avevo 9 anni stavo in vacanza a San Benedetto dei Marsi mentre passeggiavo e mi ero accorto che una collina che sembrava una donna che dormiva è vero "bell'addormendata" che bellissima infatti adesso ho 42 anni non mi dimentico mai in questo paese ed avevo le amicize di nome Peppino, Cicella, Luca, Danilo, Francesco e alcuni amici di Peppino e saluti a tutta la gente di San Benedetto dei Marsi
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