Enea Merolli, poeta del primo '900
di Vittoriano Esposito
Enea Merolli, laureato si all'età di 21 anni in giurisprudenza e cinque anni dopo in filosofia, per molto tempo fece l'avvocato e poi l'insegnante, ma finì per dedicarsi esclusivamente alla carriera forense. Ebbe vasta e profonda dottrina: conosceva bene il latino, il greco, il francese, il tedesco e l'inglese; s'intendeva anche di sanscrito; s'interessò a lungo di critica e di estetica, oltre che naturalmente di filosofia e diritto. Ma una passione particolarmente sovrastò su tutte le altre fin sulle soglie della maturità: fu quella per la poesia, che si riaccese straordinariamente negli ultimi anni della sua vita, quando volle affidare alla nostra umile e devota collaborazione il compito di allestire una sorta di crestomazia della sua notevole produzione letteraria. Purtroppo, vari accidenti c'impedirono di eseguire quel comune lavoro, che gli avrebbe indubbiamente assicurato almeno una parte delle consolazioni che si meritava dopo una vita lunga e difficile. Ed oggi pare che la coscienza ci rimorda per il fatto di non aver saputo richiamare l'attenzione della critica sul suo nome e sulle sue opere. A ben vedere, ci sarebbero sufficienti ragioni per suscitare un « caso Merolli », ma non c'è da meravigliarsene, poiché l'Italia letteraria ha avuto dei casi ben più clamorosi.
Non potendo qui lumeggiare tutti gli aspetti della poliedrica personalità del Nostro, ci limiteremo a tracciare un rapido profilo del poeta, passato attraverso tre maniere uguali e insieme diverse: la prima, tutta giovanile nello spirito e nella forma, si riassume nel volume che va sotto il titolo di Versi) pubblicato nel 1907 con lo pseudonimo Ariele di Lemma (Casalbordino, Nicola De Arcangelis Editore); la seconda, che si potrebbe definire della incipiente e più genuina maturità, si conclude con la pubblicazione de Il trionfo della Vita) un poderoso poema di oltre 6000 versi (ibid., 1916); la terza, infine, comprende una raccolta di liriche inedite e senza titolo, che l'autore avrebbe voluta (ma non poté) dare alle stampe quale segno « di definitivo congedo dalle lettere che, già da tempo, aveva ben capito non poter essere per lui un'attività puramente marginale» (citiamo da una lettera privata).
La prima opera, dedicata ai genitori e ai fratelli e alle sorelle, contiene nove componimenti: «La morte di Makaroff », « Il sogno», «L'inesorabile», «La moglie di Agesilao », «La rave », « Taedet anirnam meam », « Gli eventi che non furono », « A due care fanciulle» e « Il ritorno dei morti Samurai ». Fra tutti spicca decisamente, e non solo per la sua maggior stesura, il poemetto in endecasillabi sciolti ispirato alla figura di Makaroff, il vice ammiraglio russo morto gloriosamente a Port-Arthur nel 1904, saltando con la sua nave e con l'equipaggio. Intorno a quell'eroico episodio ben presto si diffuse fra i contadini russi una leggenda, secondo cui « il Makaroff e i suoi marinai non sarebbero punto morti, ma, nelle profondità del mare, inginocchiati sul ponte della nave sommersa, pregherebbero per la Russia, finché per la Russia non venga il giorno della salvezza» (cfr. la nota in fondo al volume). Ed è la Russia che campeggia al centro dei duemila versi circa del poema, una Russia presentita già allora, nel suo bene e nel suo mare, come fulcro della nuova storia, mentre questa è proiettata nell'avvenire come nesso di problemi morali e religiosi. Non esageriamo nel dire che in molte pagine il Merolli qui raggiunge un'epica grandezza, come là dove presenta i cortigiani dello Zar che si alzano dalla mensa ebbri e corrono a capo d'eserciti e province e ardono di ira di fronte alle moltitudini sofferenti, giudicando un insulto « alla regia maestà il soffrire », e invocano per esse forca e mitraglia' prigione e Siberia; oppure quando descrive la strage compiuta nelle repressioni dai soldati inferociti, specie quelli dei reggimenti Rostof e Pàulowski, e la folla che infuria contro se stessa e « Come serpente invelenito, morde / La propria coda» e, presa da mania sanguinaria, «giù da11e finestre / Precipita bambini e scanna vecchi, / E sventra donne, e scassa e atterra e ruba, / E vodka beve, e vodka e vodka chiede ». Il poema si chiude con un inno alla Legge di Dio, un po' freddo pur nella sua onda oratoria, perché redima gli uomini dalle terrene passioni, li affranchi dal miraggio di una libertà « frodale n ta », li riconduca « Alla profondità del proprio cuore» e « Alla pienezza vera della vita », illuminata dalle due fiamme inestinguibili e immote dell'infinito e dell'eterno.
Ma la prova più alta e originale delle sue eccellenti doti di poeta il Merolli doveva offrirla con Il trionfo della Vita, un poema epico-lirico cui lavorò intensamente durante gli « anni migliori della sua dolorosa giovinezza».
Egli definisce il suo libro « un atto di adorazione di un'anima contristata », un fiore « cresciuto a stento sull'arida roccia », frutto di un'ebbrezza sconfinata per la Vita più libera e profonda, ricerca spasmodica di una intima comunione con la Realtà infinita (cfr. Prefazione). Si tratta, in verità, di una poesia vissuta prima ancora d'essere scritta, e che perciò porta, dalla prima all'ultima pagina, il suggello d'un travaglio esistenziale. Un poema assolutamente nuovo nella storia della poesia italiana, nuovo per il contenuto, che è tutto impregnato d'un misticismo schietto e vigoroso, e per la forma, che si avvale d'un verso ampio e solenne, che somiglia all'esametro dattilico per un suo analogo « ondeggiamento oceanico », ma se ne distacca frequentemente perché « suscettibile di anacrusi, di catalessi e di parecchie altre modificazioni che sarebbe lungo l'enumerare» (cfr. Prefazione). Pubblicato in un momento assai difficile della prima guerra mondiale, Il trionfo della Vita non poté circolare negli ambienti letterari e fu conosciuto solo da pochissimi amici dell'autore, tra cui Benedetto Croce, il quale mostrò di apprezzarlo abbastanza nel suo complesso, ma non senza riserve poiché « gli parve un dispiegarsi di figurazioni astratte, simboleggianti situazioni filosofiche, piuttosto che rappresentazioni immediate di una vita concreta e corpulenta, fine a se stessa»; tuttavia, il già celebre critico ebbe a rilevare « che il sentimento del trapasso, della irripetibilità, vi aveva trovato accenti di una intensità rare volte raggiunta nella storia delle lettere », come ad es. nel passo « dell'amore a cui si rinunzia perché senza sbocco ormai», passo che aveva letto perfino alla moglie, la quale « ne era rimasta profondamente commossa» (citiamo da alcuni « Appunti» fornitici, a suo tempo, dallo stesso autore).
Anche a noi, certo, sembra che qua e là l'ispirazione si carichi di un simbolismo alquanto rarefatto e che talvolta l'accensione metafisica si disperda in un meditare troppo lucido e assorto; ma quando l'elemento narrativo trova il suo giusto sostegno nell'esaltazione lirica, allora anche certe inclinazioni filosofeggianti trovano il necessario calore dell' anima per disciogliersi in poesia. V'è da dire, però, che il difetto principale è nella elocuzione, in alcuni tratti prosastica e addirittura un pò sciatta, frutto più d'impazienza che d'imperizia tecnica, come ebbe ad ammetterci lo stesso autore ormai ottuagenario, il quale ben volentieri si sarebbe sottoposto alla fatica di una revisione integrale dell'opera, se avesse potuto disporre d'un certo periodo di riposo tra i soffocanti impegni della professione forense. Siamo comunque convinti, per parte nostra, che nel Trionfo della Vita ci siano dei pregi che sopravanzano di molto i difetti e il primo, fra tutti, ci pare la sofferta partecipazione dell'uomo, grande pur nella sua nullità materiale, al mistero sconfinato dell'essere e di Dio.
Quella che si disse terza maniera della poesia del Merolli è attestata soprattutto da tre lunghi componimenti di una raccolta inedita in nostro possesso, e cioè: «Il convento», « Sera d'inverno sul marciapiede» e « La disfatta ». Nei suoi « Appunti» si legge in proposito: «Bisogna starei molto attenti. Il metro adoperato nei detti componimenti, è a base logaedica, o, per essere più precisi, è tutto un intreccio, ma non casuale, di ritmi giambico-trocaici con ritmi dattilici. Dico: non a caso, perché l'intrecciarsi dei ritmi è in corrispondenza dell'intrecciarsi di particolari stati d'animo, sentimenti intensi ma fuggevolissimi, colti a volo mediante il ritmo ». Se nella ricerca del nuovo metro del Trionfo della Vita gli era stata d'esempio e d'incitamento l'esperienza del Thovez, questa volta il Merolli guarda con profitto al verso-liberismo di Lucini, di certo D'Annunzio e di molti futuristi, ma senza dimenticare del tutto quel « fluttuare melodico delle strofe pindariche » che si portò sempre nell'animo « come il melodioso fruscìo di un fiume lontano nella notte ». Il Merolli credette di aver conseguito, in questi componimenti, quella perfezione formale che gli era sfuggita nel poema precedente per certa sua « spregiudicatezza del gusto »; noi, francamente, non siamo d'accordo, non solo perché Il trionfo della Vita in numerosissime pagine raggiunge la bellezza dell'arte vera, ma anche perché la nuova maniera è frutto più d'artificio che di spontaneità, anche se vi prevale « un tono familiare, quasi di conversazione ».
A ben intendere, poi, solo di rado questo tono si eleva « fino ad un'alta intensità lirica »: accade, in modo evidente, solo in alcune lasse de «La disfatta », mentre « Il convento », egloga moderna in forma dialogata, colpisce unicamente perché, muovendo dallo stupore per le rovine di un convento plurisecolare, sfocia in un perplesso sgomento per l'inesorabile declino dell'uomo e delle sue cose. Degli altri tre componimenti contenuti nella raccolta inedita, « Angoscia» si stacca come un bel pezzo di bravura, dove si mescolano in giusta dose la sincerità e l'artificio; «Alla stazione» può soltanto interessare per il suo « vecchio motivo della donna sconosciuta e appena intravista, e che poteva essere perdutamente amata », motivo ripreso in chiave un pachino scherzosa; infine, 1'« Inno alla Divinità », che doveva fungere come preludio al Trionfo della Vita, lascia forti impressioni per quel suo anelito a vincere la fralezza della « carne opaca» e, secondo noi, fece male l'autore a espungerlo dal poema solo perché non gli parve « in perfetta sintonia col distacco epico del Trionfo della Vita, nato come "Laus Dei", come puro atto di adorazione del Divino ».
Comunque, a ben riflettere, questo «Inno alla Divinità », messo in fondo alla piccola raccolta, non occupa un posto sconveniente, anzi viene a sigillare degnamente tutta l'attività poetica di Enea Merolli, attività indubbiamente caratterizzata, sul piano tematico, quasi sempre da un forte senso del Divino non disgiunto, come egli stesso disse, dall'« impegno di celebrare (nel senso vichiano) l'umanità dell'uomo », e sul piano stilistico, da una tecnica abbastanza scaltrita e perfino complessa, cui concorrono in egual misura « valore del ritmo, valore (non esclusivo s'intende) delle forme quadrate, valore dell'immediatezza, valore della costruzione salda, armoniosa, del verso, della frase, della stofa».

















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