Don Orione e la Marsica. Nel ricordo di Ignazio Silone

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di Vittoriano Esposito
 
1) A giudizio quasi unanime della critica, la singolare novità di Ignazio Silone come uomo e come scrittore, nel quadro della letteratura europea e non solo italiana, sta soprattutto nel fatto che, pur non essendo egli né un credente né un praticante nel senso comune dei termini, con l'opera sua ci ha dato una visione essenzialmente religiosa della vita e della storia, una visione ispirata ai principi di un cristianesimo tutto evangelico, deprivato cioè delle sovrastrutture dottrinali accumulatesi nel corso dei secoli e riconducibile, nei suoi fondamenti, alla tradizione pauperistica.

Le fonti principali di questa tradizione, com'è noto, sono state individuate nel misticismo medievale, impersonato particolarmente nelle straordinarie figure di S. Francesco, Gioacchino da Fiore e Celestino V. Stranamente si è dimenticato che il primo e più determinante impulso in quella direzione gli venne dall'incontro con "uno strano prete", cioè con don Orione, il quale gli ha poi dettato - sul filo della memoria - alcune delle pagine più belle di Uscita di sicurezza. E, si badi, questa non è una nostra supposizione più o meno opinabile e neppure una interpretazione discutibile, ma una sicura certezza che poggia sulla storia personale di Si Ione, oltre che su alcuni suoi scritti autobiografici, a partire dal Confiteor, là dove egli cita appunto don Orione con Gramsci Trotzki Ragaz e Camus, tra i "personaggi noti" con cui ha avuto "gli incontri più importanti" della sua vita. Quello con don Orione, poi, per sua stessa esplicita ammissione, come vedremo tra poco, fu un incontro che ebbe una "risonanza profonda e duratura" nell'anima sua.

Sarà opportuno, a questo punto, per ritrovare le ragioni occasionali di quell'incontro, tracciare brevemente l'itinerario bio-bibliografico di Silone sottolineandone i momenti cruciali, dall'inquieta adolescenza alla tormentata militanza politica, al doloroso esilio, alle incomprensioni e alle delusioni amare che lo accompagneranno fino alla morte

2) "Non è facile, in età matura, tornare nei luoghi dell'infanzia, se durante l'assenza il pensiero non se n'è mai distaccato, se in quei luoghi, da lontano, si è continuato a vivere avvenimenti immaginari. Può essere perfino un'avventura pericolosa".
Così si esprimeva Ignazio Silone in un racconto autobiografico dal titolo Ritorno a Fontamara, divenuto poi La pena del ritorno e incluso in Uscita di sicurezza (1965), scritto nell'immediato dopoguerra, poco dopo il suo rientro in Italia dal lungo esilio imposto dalla dittatura fascista.
 
SiIone aveva lasciato la Marsica (era nato a Pescina il 10 maggio 1900, da una famiglia di origine contadina), subito dopo la fine della prima guerra mondiale, per dedicarsi alla politica attiva nelle file della Gioventù socialista. Aveva avuto un'adolescenza inquieta, turbata da alcuni "episodi desolanti" e dal disastroso terremoto del gennaio 1915, che distrusse Avezzano e gran parte della Marsica, con tremila vittime (già orfano di padre, egli vi perse la madre e un fratello).
Convertitosi poi al "socialismo rivoluzionario", Si Ione aderì al Partito Comunista, nato dal congresso di Livorno (1921), e ne divenne ben presto un esponente molto apprezzato dallo stesso Gramsci. Incaricato di varie missioni in Europa, durante le quali conobbe il carcere in Spagna e in Francia, poté partecipare con Togliatti ad una seduta straordinaria del Comintern (Mosca, maggio 1927), in cui si decise l'espulsione di Trotzki e Zinovieff per ordine di Stalin. Preso da "disgusto" profondo per l'accaduto, si ritirò in Svizzera e visse "giornate di cupo scoraggiamento" che lo portarono ad una grave crisi di coscienza, conclusasi solo apparentemente con l'espulsione dal partito come un "caso clinico". Ammalatosi nel frattempo di tisi, si diede a scrivere un romanzo, come per lasciare una testimonianza su quel momento doloroso della sua vita non meno che della storia d'Italia. Ecco come, più tardi, rievocherà quella che fu la scoperta della sua vocazione di scrittore: 
 
   " ... nel 1930, rifugiatomi ammalato in un villaggio di montagna della
Svizzera, credevo di non aver più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un racconto al quale posi il nome di Fontamara. Mi fabbricai da me un villaggio, col materiale degli amari ricordi e dell'immaginazione, ed io stesso cominciai a viverci dentro. Ne risultò un racconto abbastanza semplice, anzi con delle pagine francamente rozze, ma per intensa nostalgia e per l'amore che l'animava, commosse lettori di vari paesi in misura per me inattesa".
 
Il grande successo di pubblico e critica (in due anni il romanzo ebbe più di venti traduzioni in Europa e in America) dovette convincerlo a proseguire per la nuova strada e nel giro appena d'un decennio,oltre a importanti saggi sul Fascismo e su Mazzini, scrisse delle novelle (Un viaggio a Parigi, Zurigo 1934) e due romanzi: Pane e vino (ivi, 1935-36) e Il seme sotto la neve (1939-40), ambientati anch'essi nella Marsica.
 
Rientrato in Italia nell'ottobre '44, Si Ione si riaccostò alla politica attiva nel Partito Socialista, ma nel '49 tornò a far parte "per se stesso", per dirla con Dante, dopo aver constatato dolorosamente l'impossibilità di creare una "terza forza", tra DC e PCI e, in campo internazionale, tra l'America e la Russia. Ripresa l'attività di scrittore a tempo pieno, scrisse e pubblicò altri tre romanzi: Una manciata di more (1952), /I segreto di Luca (1956) e La volpe e le camelie (195960), accolti con qualche riserva dalla critica italiana. Seguirono più tardi due opere che s'imposero all'attenzione anche dei critici più ostili, soprattutto di parte comunista: Uscita di sicurezza (1965) e L'avventura d'un povero cristiano (1968).
 
Con queste ultime, SiIone offrì un'ampia giustificazione della formula che lo accompagnerà fin oltre la morte e, cioè, di "Socialista senza partito e cristiano senza chiesa". Gli ultimi anni della sua vita, si sa, furono afflitti da gravi malanni, che gl'impedirono di portare a termine la stesura di Severina, un "romanzetto" - così lo chiamò - a cui si potrebbe attribuire anche il valore d'un testamento spirituale, con a protagonista una giovane suora che lascia il convento e aderisce alla "contestazione" del movimento studentesco e operaio (siamo nel '68), rimanendo poi uccisa accidentalmente dalle forze dell'ordine durante una manifestazione di piazza a L'Aquila.
 
SiIone muore in una clinica di Ginevra il 22 agosto del 1978.
Nelle disposizioni testamentarie aveva chiesto che ai suoi funerali non si desse carattere "né politico né confessionale", che il suo corpo fosse cremato e che le sue ceneri, possibilmente, venissero "sotterrate nella parte vecchia di Pescina, ai piedi del campanile della chiesa, ora abbandonata, di S. Berardo", ricoperte da "una pietra della montagna col solo nome e cognome e, sul muro accanto, "una piccola croce". E così fu fatto.
 
Estremamente significative, a nostro parere, queste ultime volontà dello scrittore: la terra natia, per Silone, non era stata solo un luogo della memoria negli anni di vita clandestina (1925-28) a in quelli dell'esilio (1928-1944), ma anche e soprattutto "il paese dell'anima" - come ebbe a definirla egli stesso -, dal quale era stato possibile allontanarlo con la forza, ma giammai sradicarlo. Si comprendono bene, pertanto, le ragioni che lo indussero ad ambientare le storie dei suoi racconti e romanzi, con la sola eccezione di La volpe e le camelie, nella Marsica. Ma si può comprendere ugualmente anche perché, tornandovi nel 1945 per una visita fuggevole, egli avvertisse, nel riscoprire luoghi e genti così cari al suo cuore, una gran pena. In un altro bellissimo racconto, Ai piedi d'un mandorlo, Si Ione vi accenna in termini espliciti come questi: 
     "... Di questo angusto luogo, in altri tempi, io conoscevo ogni vicolo, ogni casa, ogni fontana, e quali fanciulle, in quali ore, vi attingessero acqua; ogni porta, ogni finestra, e chi vi si affacciasse, in quali momenti. Per una quindicina d'anni, questo fu il chiuso perimetro della mia adolescenza, il mondo noto e le sue barriere, lo scenario prefabbricato delle mie angosce segrete. Ma - adesso me ne rendo conto - il sentimento che poc'anzi m'ha fermato il passo, non è la comune ansietà degli emigrati, né il cruccio o sgomento di certi uomini anziani di fronte al fatale scorrere del tempo: bensì qualcos'altro".
 
Il "qualcos'altro" gli discendeva da un sentimento di infinita tristezza di fronte al muro che gli anni frapponevano inesorabilmente tra il passato, sentito come "parte centrale" della sua vita, e il presente di "un mondo estraneo, che continua a vivere per conto suo", anche senza di lui, "nella maniera che gli è propria, con naturalezza e indifferenza".
E così la pena del ritorno gli si configura come "uno stato d'animo umile e desolato: quello della irrimediabile solitudine e precarietà dell'esistenza individuale". Uno stato d'animo che, a ben riflettere, non caratterizza solo quel particolare momento della sua vita, poiché costituisce la dimensione più intima e più vera della sua condizione umana.
 
Di qui la necessità, a nostro parere, di collocare Ignazio Silone sulla linea della narrativa europea più impegnata in direzione delle problematiche esistenziali. Non a caso i protagonisti delle sue "storie", tutte fondamentalmente drammatiche, sono dei "ribelli" o dei "folli" che resistono alle insidie e alle violenze del potere costituito, politico e religioso, in nome della coscienza e inseguono delle "sante utopie", a costo di farsi schiacciare dalle forze brutali della storia.
C'è da stupirsi pertanto, e non solo da rammaricarsi, del fatto che esista tuttora una credenza molto diffusa, avvertibile anche in testi autorevoli adottati nelle scuole superiori, che fa di Silone uno scrittore dall'impegno esclusivamente politico-sociale, più o meno sul modello del verismo ottocentesco, e addirittura un moralista con i paraocchi della borghesia occidentale. Interpretazioni riduttive che non corrispondono a verità in quanto non tengono affatto conto del messaggio "rivoluzionario", sul piano dei valori e non delle teorie, che Ignazio Si Ione ci ha lasciato.
 
3) Tra gli eventi che hanno più dolentemente segnato la vita di Silone si può ritenere, senz'alcuna ombra di dubbio, che al terremoto del gennaio 1915 vada assegnato il triste privilegio di un'assoluta priorità, e non solo per motivi di ordine cronologico: senza quell'evento, infatti, Si Ione non avrebbe avuto la famiglia distrutta, l'adolescenza ferita e sbandata, la forzata interruzione degli studi; ma non avrebbe avuto neppure il bene che, nonostante tutto, poi sarebbe scaturito da quella esperienza angosciosa e, cioè, l'incontro con don Orione, la ribellione ad un destino assurdo, la solidarietà con i poveri e gli sventurati, la "scelta dei compagni" nelle classi più umili, la conseguente ferma volontà di battersi per il riscatto degli oppressi.
 
A tale scopo, decisiva fu soprattutto la conoscenza più che fortunata di don Orione, per il seme fecondo che il suo esempio e le sue parole gettarono nell'animo del ragazzo e che, col tempo, frutteranno l'acquisizione sempre più netta del valore della vita come educazione permanente alla testimonianza della verità morale, intesa come presupposto di ogni altra verità, anche di quella politico-sociale.
Don Luigi Orione (Pontecurone, Alessandria, 1872 - San Remo 1940) ormai è passato alla storia della Chiesa cattolica come fondatore di istituzioni benemerite, saldamente radicate nella realtà contemporanea: la "Piccola opera della Divina Provvidenza", i "Figli della Divina Provvidenza" e le "Piccole suore missionarie della Carità". Ma egli ebbe larga notorietà già in vita, per essersi prodigato più di tutti nel soccorrere gli orfani del terremoto calabro-siculo, detto di Messina (1908) e di quello marsicano, detto di Avezzano (1913).
 
E fu appunto tra le macerie ancora fumanti di Pescina, il paese del comprensorio fucense più colpito dal flagello sismico, che il quindicenne Si Ione vide per la prima volta don Orione. Ecco come poi lo scrittore, a distanza di oltre trent'anni, ricorderà il suo primo incontro:
   " ... Una di quelle mattine grigie e gelide, dopo una notte insonne, assistei ad una scena assai strana. Un piccolo prete sporco e malandato, con la barba di una decina di giorni, si aggirava tra le macerie attorniato da una schiera di bambini e ragazzi rimasti senza famiglia. Invano il piccolo prete chiedeva se vi fosse un qualsiasi mezzo di trasporto, per portare quei ragazzi a Roma. La ferrovia era stata interrotta dal terremoto, altri veicoli non vi erano per un viaggio così lungo. In quel mentre arrivarono e si fermarono cinque o sei automobili. Era il re, col suo seguito, che visitava i comuni devastati. Appena gli illustri personaggi scesero dalle loro macchine e si allontanarono il piccolo prete, senza chiedere il permesso, cominciò a caricare sopra una di esse i bambini da lui raccolti, ma come era prevedibile, i carabinieri rimasti a custodire le macchine, vi si opposero; e poiché il prete insisteva, ne nacque una vivace colluttazione, al punto da richiamare l'attenzione dello stesso sovrano. Per nulla intimidito, il prete si fece allora avanti, e col cappello in mano, chiese al re di lasciargli per un po' di tempo la libera disposizione di una di quelle macchine, in modo da poter trasportare gli orfani a Roma, o almeno alla stazione più prossima ancora in attività. Date le circostanze, il re non poteva non acconsentire".
 
Sorpreso e ammirato, Silone chiese chi fosse quell'uomo straordinario e una donna anziana, che gli aveva affidato il suo nipotino, rispose: "Un certo don Orione, un prete piuttosto strano".
Di qui la definizione ormai famosa, a cui si lega comunemente il nome di don Orione.
 
4) La storia dei rapporti del futuro scrittore con lo "strano prete" doveva avere sviluppi imprevedibili. È noto che per interessamento del Patronato della Regina Elena Silone poté riprendere gli studi presso un collegio romano. Ma ben presto una vicenda spiacevole rischiò di complicare tutto: avvenne infatti che egli fosse espulso dal collegio per indisciplina (si era allontanato per tre giorni, insofferente del clima opprimente di quella "gelida caserma"); per sua fortuna, su richiesta della nonna, fu affidato a don Orione, il quale decise di portarlo in un suo istituto di San Remo. E fu nelle lunghe ore del viaggio in treno, che durò tutta la notte, che egli ebbe modo di darsi ragione della "stranezza" di quel santo sacerdote: nel commosso ritratto che ne disegna, per rapidi scorci e non con oleografico profilo, ne pone in risalto la pazienza infinita, la mitezza dei gesti e dell'eloquio, la totale dedizione al servizio del prossimo, ma soprattutto "la pacata tenerezza dello sguardo".
 
È da credere, tuttavia, che fossero le parole e le idee ad avere maggior presa sulla coscienza inquieta dell'adolescente Silone, tanto da fargli decidere che l'indomani ne avrebbe fissato per iscritto le linee essenziali, per poteri e imprimere meglio nella memoria. Ecco perché, nel ricordo sia pure a distanza di tanti anni, balza viva la figura del piccolo prete che ama chiamarsi "un autentico asino della Divina Provvidenza" e che gli racconta dei particolari "comici e commoventi" della sua vita (la nascita da famiglia povera, un viaggio a Roma con una pagnotta e cinque lire in tasca, l'allontanamento da un convento francescano perché di salute apparentemente inadatta ai sacrifici della vita monastica); gli confida perfino d'aver avuto un'udienza privata dal papa, al quale aveva inviato una lettera (gliene legge la minuta in "uno stile veemente e bellissimo", sul modello di Santa Caterina da Siena), con l'audace proposta "di un'iniziativa cristiana tra i popoli per mettere al più presto fine alla guerra (in corso), all'infuori dei governi recalcitranti"; gli parla, infine, dell"'accorata tristezza" del papa non meno che sua, per l'inattuabilità della proposta che gli fa toccare con mano "che la situazione del Cristianesimo nella società moderna è più tragica e contraddittoria di quello che avesse pensato scrivendo la sua lettera".
 
5) Ed è, si badi bene, nel riferire quest'ultima amara riflessione che Silone annota testualmente, sia pure in forma parentetica: ("Non so se don Orione potesse allora prevedere la risonanza profonda e duratura che le sue parole avrebbero suscitato in me; credo di sì,altrimenti tutto il suo discorso sarebbe stato ingiustificato").
Il colloquio si era aperto con l'immagine del prete "asino di Dio" e si chiudeva col richiamo alle condizioni drammatiche del cristiano costretto a dibattersi per nobili aspirazioni in una realtà deprimente fatta di conflitti odiosi, a tutti i livelli della vita sociale. Tra l'inizio e la fine della lunga conversazione, c'è stato un importante avvertimento che Silone riferisce testualmente: "Ricordati di questo", mi disse ad un certo momento, "Dio non è solo in Chiesa. Nell'avvenire non ti mancheranno momenti di disperazione. Anche se ti crederai solo e abbandonato, non lo sarai. Non dimenticartelo".
 
Parole dette con estrema semplicità, sottolinea Silone, "ma mi accorsi che i suoi occhi erano lucidi di lacrime".
A questo punto, chiunque abbia una sia pur approssimativa conoscenza dell'iter umano e letterario di Ignazio Silone, si convincerà agevolmente che davvero "profonda e duratura" è stata la risonanza che le parole e le idee di don Orione hanno avuto nelle sue opere e nel suo pensiero. Se ne sente chiaramente l'eco nelle considerazioni di alcune figure religiose delle sue opere, sostanzialmente "ribelli" al conformismo del clero ufficiale: si pensi a don Benedetto di Pane e vino, padre spirituale di Pietro Spina, alter ego dello scrittore; a fra Gioacchino del dramma Ed egli si nascose, con la sua visione pascaliana del Cristo che "è ancora e sempre in agonia, sulla croce"; a don Nicola, il curato di San Luca in Una manciata di more, detto il "parroco socialista" per la sua costante difesa dei più poveri; a don Serafino, parroco di Cisterna, in /I segreto di Luca capace di ammettere manchevolezze negli "obblighi tremendi del suo ministero"; ma si pensi, soprattutto, a fra Pietro Angelerio, protagonista de L'avventura d'un povero cristiano, divenuto papa Celestino V, propugnatore di una Ecclesia spiritua/is contro l'Ecc/esia tempora/is del cardinale Caetani, che gli succederà sul soglio pontificio col nome di Bonifacio VIII.
 
Ecco, per concludere, ci sembra che l'insegnamento di don Orione abbia avuto la sua incidenza maggiore proprio nella postulazione siloniana di una Chiesa concretamente impiegata non nelle dispute dottrinali, ma sui problemi dell'uomo entro i confini della storia, nel segno di un'autentica imitatio Christi.
Sul filo dell'avventura di poveri cristiani il destino di Silone si è Incrociato perfettamente con quello di don Orione. Da quell'incrocio, a nostro modesto avviso, scaturisce indubbiamente un messaggio straordinario, foriero di utili riflessioni.
 

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MA SOPRATTUTTO CHE FINE HA FATO LA TERRA ?ERA TERRA PULITA?O CONTAMINATA.O LE LEGGI...
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