Milionia

(Rivoli di Ortona dei Marsi) . Le prime notizie sulla esatta ubicazione di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi ci sono date dal canonico e teologo della cattedrale dei Marsi don Andrea Di Pietro: «Milonia.  detto Melogna per la pronuncia corrotta del paese, corrispondente alla contrada denomina­ta adesso Casa/e. La popolazione che rimase ad abitare nelle case riattate di quella Città cospicua, aveva nell'indicato secolo decimo-secondo la chiesa di S. Quirico, o di S. Quinco. giusta la parole che si leggono nella Bolla di Clemente III, Sancii Quirici in Melogne; e le altre scritte in quella di Pasquale Il Sancti Quinci in Melogne.

I beni di questa Chiesa furo­no da Monsignor Colli aggregati alla Prepositura e Cononicati di Ortona (Rilevasi da gli atti di visita fatta ai 19 Agosto dell'anno 1583)>>. Sulla chiesa di San Quirico in Casale di Melogna si hanno menzioni in documenti del XlV secolo e l'ultima attestazione in un docu­mento inedito cinquecentesco conservato nella Curia vescovi le di Avezzano, poi se ne per­dono le tracce. Precedentemente al Di Pietro, l'area era stata solo sfiorata dalle descrizioni seicentesche di Muzio Febonio, ripreso dal successivo vescovo Pietro Antonio Corsignani. che però avevano ignorato l'abitato di Cesoli e Rivoli rivolgendo la loro attenzione solo ad Ortona e il vicino Carrito.
Nel secolo XVIII il Lanzi aveva dato notizia di una iscrizione marso-Iatina del III seco­lo a.c. dedicata alla dea Vesuna, trascritta dal barone Marino Tomasetti di Pescina e trova­ta dallo stesso "ne' Marsi vicino a Milonia", probabilmente sul sito di Collecavallo di Ortona. Quindi non vicino ad Opi, come creduto dagli autori successivi, dato che tale paese rientra in un 'area culturale di tipo "osco" e non "umbro" come l'iscrizione del Tomasetti, iscrizione realizzata in un dialetto marso-Iatino affine all'umbro e non all'asco di area sangritana. Successivamente la importante iscrizione fu trascritta da altri autori fino ad essere inserita nella monumentale opera epigrafica dello studioso tedesco Mommsen nel nono volume insieme alle altre quattro epigrafi funerariese: VAiediu/Veune/Erinie et/Erinie/patre/dono mei/libs. Ora rivista dal Letta: V A(t)iediu(s) / Ve(s)une / Erinie et Erine / patre / dono (m) me(r)i(to) / lib(en)s.
Nel 1892 il sito viene indagato da Antonio De Nino che da una minuta descrizione del sito di Rivoli e Cesa li ma, erroneamente, mette in discussione I'ubicazione del Di Pietro di Milonia sul sito di Rivoli365  Queste le notizie contenute negli archivi della diocesi dei Marsi, in Vaticano e nelle opere degli storici abruzzesi dal XVII al XIX secolo, ma altre notizie sull'area sono presenti in altri autori antichi e medievali.  Sulla vecchia e famosa città marsa di Milionia abbiamo due riferimenti precisi nel gran­de storico romano antico Tito Livio, nella sua monumentale Storia di Roma, in cui si narra la sconfitta dei Marsi ad opera del dittatore romano Marco Valeria Massimo nel 302 a.c. al termine della Seconda guerra sannitica: (tr. it.) «Il dittatore, mossosi con l'esercito, con una sola battaglia sbaragliò i Marsi. Li ricacciò quindi nelle loro città fortificate di Milionia, Plestinia e Fresilia, che entro pochi giorni conquistò e, dopo aver condannato i Marsi a cedere una parte del territorio, rinnovò con loro il patto di alleanza».
La sconfitta marsa ad opera di Valeria Massimo era la conseguenza del tentativo marso di fermare l'accerchia­mento romano del loro territorio, attuato tramite la creazione delle colonie romane di Carseoli, Alba Fucens e Sora sui margini del loro ager, con l'occupazione armata delle aree coloniali, come quella del 302 a.c. in cui i Marsi si impadronirono del territorio equicolo carseolano evitando cosi la creazione della colonia di Carseoli che si avrà solo nel 298 a.C.  La sconfitta marsa ebbe conseguenze dirette con la mutilazione territoriale, l'obbligo ad un trattato di alleanza (foedus) e forse la presenza di presidi militari romani in alcuni del centri fortificati come Milionia nella Valle del Giovenco ed Antinum nell'alta Valle del Liri (Val Roveto).
L'aspetto più vistoso era rappresentato dalla perdita del territorio ovest del Fucino (da Celano ad Avezzano) e della bassa Val Roveto: territori fertili e con evidenti caratteristiche agricole che verranno assegnati alle colonie di Alba Fucens e Sora.  Lo sfondamento della Valle del Giovenco in territorio marso del 302 a.c. e le precedenti prese di Bovianum del 311 e 305, permisero ai Romani di introdursi nella Valle del Sangro e conquistare nel 298 a.c. Aufidena. La pericolosità della presenza romana nella Valle del Giovenco fu avvertita dai Sanniti Pentri di area sangritana, ancora in guerra con Roma. che nel 294 a.c. eliminarono il presidio romano di Milionia e posero loro presidi nei centri for­tificati marsi posti sugli sbocchi fuccnsi come il vicino Feritrum sullo confine peligna di Forca Caruso, mentre altre azioni militari furono attuate verso la media Valle del Liri in direzione di Sora. 
A frenare la nuova offensiva pentra viene da Roma inviato nel Fucino. il console Lucio Postumi o che nello stesso anno, il 294 a.c., riconquistò Milionia e prese anche il centro for­tificato marso di Feritrum, posto all 'imbocco di Forca Caruso, la medievale Furca Ferrari (tI: it.): «Postumio tentò dapprima di espugnare Milionia con l'azione di forza. poi, visto che quel sistema dava scarsi risultati, fini col conquistarla avvicinando alle mura opere di approccio e "vigne" (tettoie mobili). Dopo che la città era già presa, vi si combatté in ogni luogo dalla quarta all'ottava ora (dalle dieci alle ore quattordici), con esito a lungo incerto; infine i Romani s'impadronirono della piazzaforte. Furono uccisi tremiladuecento Sanniti, e furono presi quattromilasettecento prigionieri, oltre ad altra preda. Le legioni furono quindi condotte a Feritro, donde gli abitanti si allontanarono di notte, in silenzio, uscendo dalla porta posteriore, con tutta la loro roba, quella che si poté portare e trascinare via.
A dunque, non appena giunse il console, dapprima si fece sotto alle mura con le truppe inquadrate e schierate, come se si dovesse affrontare la stessa lotta che s'era avuta a Milionia ». Con la conquista di Milionia e F eritrum del 294 a.c. si concludono le operazioni militari roma­ne lungo la valle del Giovenco e nel 290 a.c. i Sanniti Pentri firmeranno, come i Marsi in precedenza nel 302 a.C; un trattato di alleanza (foedus) con Roma.  Nulla conosciamo della valle del Giovenco e della vecchia città di Milionia nelle epoche successive, ma dalle iscrizioni, tombe e materiali rinvenuti sappiamo che il centro continuò a vivere lungamente, anche se in forme ridotte, sul solo sito di Rivoli e Collecavallo, fino al V-VI secolo d.C., inserito nel territorio marso dell Municipium di Marruvium (San Benedetto dei Marsi) iscritto alla tribù Sergia ed inserito nella IV Regione augustea.  Sul finire del mondo antico troviamo la Marsica e la Valle del Giovenco inserita nella Marsia regione interna alla provincia tardo-antica romana Valeria.
Con l'arrivo dei Longobardi, sul finire del VI secolo, il piccolo vicus (villaggio) di Milionia ebbe fine insieme alle piccole ville rustiche romane e villaggi che costellavano il territorio posto fra Milionia ed Hortona; anche la collina di Cesulae fu probabilmente sede di un piccolo vicus romano come testimoniato da resti murari e tombe.  Solo nel x secolo d.C. in pieno periodo franco-longobardo si hanno notizie sui terreni agricoli della valle inseriti nella Contea dei Marsi del Ducato di Spoleto e nell'interno della Diocesi dei Marsi, terreni appartenenti al monastero femminile benedettino di Sanctae Mariae de Apinianicum di Pescina, prepositura fucense del grande monastero di San Vincenzo al Volturno come si evince da tre documenti degli anni 989, 997 e 998 d.C. in cui vengono citati terreni in località Melonie o Melongie: 
1- Doc. 177, dato a Capua il 2 agosto dell'anno 989 d.C. Roffredo, abate del monastero di S. Vincenzo al Volturno, col consenso degli altri monaci, da a livello, per ventinove anni, a Benedetto del fu Orso, abitante in "Rateria " nel territorio Marsicano, il quale gli aveva prestato una libra di denari per restaurare il monastero di S. Maria in Apinianici di Pescina, le proprietà monastiche poste a «Melongie, ubi Pratu vocatur» e nelle affiancate località Fundella e Cacalani, oltre ad altri terreni nella Marsica.. 
2 - Doc. 181, in Valva, il 4 giugno del 997 d.C. Lo stesso abate Roffredo, già citato, concede a livello per ventinove anni a Girardo ed Ottone del fu Girardo di Valva, che avevano prestato quaranta soldi al monastero, i beni monastici posti nel territorio di Valva ed in quello Marsicano i beni di S. Pietro in Apinianici nelle località Bazzano, Campo di Ample, Berniano, e la terza parte della terra «que est in Melonie, in campu de Aczanu».
3 - Doc. 178. dato in Marsi, il 4 giugno del 998 d.C. Lo stesso abate Roffredo, concede a livello per ventinove anni, ad Azzone del fu Leone, Dodo figlio del fu Lioduno, Alberto e Berardo figli del fu Adalberto, abitatori di Apinianici, i quali avevano prestato all'abate trenta soldi per restaurare il monastero, le terre appartenenti alla chiesa di S. Pietro in Apinianici poste nelle località "Bezzano, Apinianici, Campo de Papule, Bernianu, « et est una pecia de terra vestri monasterii in Melonie, in campu de Azzanu, » ed altre terre in Valva (Valle Peligna).   In questi tre documenti si fa riferimento a Melonie con la sua «via, que fuit antiqua», la via publica, e le località di Pratu, Fundella, Rivus (il torrente Rivoli), Cacalani, Campu de Aczanu (ora Campo Tazzano) e le terre di Martini, Amiconi e «Temmari, et de consortibus suis». Solo a partire dal XII secolo, nella bolla di Clemente III del 1115 e Pasquale II del 1188, appare nel luogo la chiesa di Sancti Quirici in Melogne, chiesa rimasta in piedi nella località Casei fino agli inizi del cinquecento come si evince da due documenti conservati nell'Archivio vescovile di Avezzano. 
La riscoperta della localizzazione di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi si deve allo studioso inglese Andrew Slade, che nel 1975 si recò sul posto studiandone i resti e collegandoli con le notizie del Chronicon Vulturnense e dell' Archivio della diocesi dei Marsi. Nello stesso anno i resti furono studiati dallo scrivente, mentre nel 1976 si procedette ad un rilievo scientifico dell'area con la collaborazione dell'amico geometra Fausto Colucci dell'Arssa. Prima il Letta e poi lo stesso scrivente ne diedero notizia in numerosi studi dedicati ai centri fortificati della Marsica a partire dal 1979-80.  Attualmente delle località e dei resti descritti dagli autori antichi, medievali e postrinascimentali, rimangono ancora testimonianze sulla quota 867 posta a nord-ovest dall'attuale Cesoli dove è visibile un tratto della recinzione muraria in opera poligonale vista dal De Nino nell'Ottocento, recinzione che doveva racchiudere un'area di circa cinque ettari relativa ad un medio centro fortificato (ocri in lingua italica locale) marso dell'Età del ferro. 
Più consistenti sono le testimonianze archeologiche di Rivoli dove del centro fortificato di Milionia rimane gran parte della recinzione muraria in opera poligonale di I maniera, racchiudente un'area interna di oltre 30 ettari e dotata in antico di probabili cinque porte di cui solo due ancora visibili: la prima sull'accesso della strada vecchia Pescina-Carrito lungo il Vallone Severino (ora distrutta dal passaggio dell'autostrada Roma-Pescara); la seconda, a corridoio interno obliquo, ancora individuabile sull'altura dell'acropoli di Casei a quota 904; la terza individuabile sul settore di Campo Tazzano dove entrava la strada antica proveniente dalla Valle di Carrito, anch'essa del tipo a corridoio interno obliquo; la quarta, coperta da costruzioni moderne, lungo l'accesso a Rivoli della strada proveniente da Cesoli; la quinta sullo sbocco del Vallone interno detto di Liborio verso la strada di fondovalle sul percorso del Giovenco. 
I resti murari più consistenti sono sul versante est verso "Cornito di sotto" e "Campo Tazzano" con muri alti fino a due metri ed un sistema di raddoppio della recinzione sul versante sud dell'ingresso della porta di Campo Tazzano. In complesso la recinzione racchiudeva nel suo interno ben tre alture: quella più alta di Casei (quota 908) verso nord che fungeva da acropoli; quella a sud di Colle Cavallo (quota 865) a strapiombo sul Giovenco; quella di Rivoli ad est (quota 862) la più pianeggiante. All'esterno le difese erano potenziate a nord-ovest dal Vallone di Severino, a sud-ovest dal corso del Giovenco, a sud dal corso del torrente Rivoli, a nord-est dalla orografia della valle di Cornito di sotto, mentre ad est dalla doppia recinzione verso il piano di Campo Tazzano.
In complesso siamo di fronte ad una struttura fortificata marsa di ampie dimensioni, una vera e propria "città" arcaica fucense creata nel v secolo a.c. agli inizi del periodo "urbano" che caratterizza gli insediarnenti nelle aree interne centro italiche al termine dell'età arcaica. Una maggiore arcaicità è da attribuire ad un medio centro fortificato di Cesoli dove la ceramica dell'Età del ferro sembra documentare una presenza abitativa almeno a partire dal VIII secolo a.c.  Fuori delle mura sul pianoro posto ad est (località Campo Tazzano e Campo di Rivoli) sono venuti alla luce, in passato, numerosi resti di sepolture dall' età arcaica fino alla tarda età romana. Si segnalano armi in ferro (punte di lancia e giavellotto, gladi a stami e spade di VII-V secolo a.c.) e bacili in lamina di bronzo con orlo perlinato del VI secolo a.c.
Le sepolture di età romana erano poste lungo le vecchie strade che uniscono Casei-Rivoli con Carrito (<>) e Cesoli (<>) come confermato dai vecchi ritrovamenti ottocenteschi di tombe ed iscrizioni funerarie già descritte.  Nell'interno, sul'altura di Casei, si rinviene numerosa ceramica ad impasto di VI-IV secolo a.c. (il "bucchero italico" del De Nino), mentre verso le alture di Collecavallo e Rivoli sono diversi terrazzamenti in opera poligonale (cosparsi di tegoloni e ceramica acroma, a vernice nera e sigillata africana), resti di murature in opera incerta con pavimenti in cocciopesto, opus spigatum, mosaico in bianco e nero. Fra questi resti sono state rinvenute in passato diverse monete in bronzo, di Neapolis, Capua, Poseidonia, Arpi, romano-campane e romane delle serie prorata repubblicana, oltre a numerose altre di età imperiale fino a Costantino. Diversi sono i frammenti lapidei riferibili a blocchi modanati, fusti di colonne rastremate lisce e capitelli di stile tuscanico di calcare locale. 
A Collecavallo, sul lato a monte della strada Provinciale (a circa 200 metri dal sottopassaggio autostradale del Vallone di Severino) è da ubicare un'area sacra dato il rinvenimento di ex-voto in terracotta, fra cui una testina femminile con fronte diademata (alta cm 4,3) databile entro la fine del IV secolo a.C. Il ritrovamento nell'area, nel Settecento, dell'iscrizione di Vesuna, documenta il culto di questa divinità italica nell'interno della recinzione muraria di Milionia. Vesuna (Vesune in marso) è una divinità femminile dei popoli centro-italici di cultura sabina con diverse attestazioni fra cui due in area marsa, a Milionia ed Antinum (Civita d' Antino).
Secondo i recenti studi di Licia Luschi' e di Cesare Letta, la dea era legata alla vegetazione e alla fertilità femminile: in poche parole una Cerere italica. Nelle vicinanze, sul pendio dell'area sacra, sono inoltre ben evidenti i resti in opera cementizia di una cisterna mononave a pianta rettangolare di età imperiale romana: lunga sei metri (non misurabile la larghezza perché interrata) con tubo di alimentazione in piombo di cm 6,5 di sezione; a valle della stessa resti di un pavimento con mosaico in bianco e nero.  Maggiore consistenza di resti sull'abitato di Rivoli, tra gli edifici moderni posti nelle vicinanze del fontanile sul lato nord della strada provinciale Pescina-Ortona dei Marsi. Un pozzo o cisterna circolare in opera cementizia con diametro metri 2,40 con murature spesse cm 50 ed altezza conservata di metri 1,65. Una grande cisterna a pianta rettangolare, mononave con copertura a volta, di metri 13,38x3,45, ben conservata ed utilizzata come cantina da due abitazioni contigue: spessore delle pareti di base e di cm 80 ed altezza di metri 1,29, pareti sovrastate da una copertura a volta con spessore di cm 35 ad altezza di metri l,58 con bocche di alimentazione ed accesso superiore sulla stessa.
L'altezza complessiva è quindi di metri 2,87, mentre sulle pareti è presente un rivestimento in opera signina ed a contatto con le pareti e il fondo è visibile una modanatura a cuscinetto su tutta la perimetrazione, modanatura avente anche un foro di uscita.  Le strutture presenti a Collecavallo e Rivoli evidenziano l'esistenza di un abitato (vicus) nella parte mediana e meridionale del centro fortificato marso, utilizzato dal III a.c. fino al termine del mondo antico come evidenziato dal ritrovamento di un vaso a listello di ceramica africana di altezza di cm 7 e diametro esterno di cm 23, databile fra la seconda metà del IV alla prima metà del VI secolo d.C. (Forma Hayes 91 B) e monete di Costantino.

Giuseppe Grossi

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