Attilio Salci
Costanza Tavian
Attilio Salciccia, (Sante Marie, AQ), cammina a piedi nudi tra i solchi incisi dalla punta di un pennello tutto dedito al lavoro attento e ricercato sul colore e i materiali di base, che scatenano le sensazioni forti, di cui si imbeve ogni opera della sua Arte. l’emozione si fissa nella materia, in una complementarietà di smalti ed acrilici su tecnica mista che recano il senso di primarietà originaria e di una spontanea naturalezza, conservate dalla sofisticazione e dirette quasi sfacciatamente alla percezione dell’osservatore. Le forme vincono sulla materia di cui si nutrono.
Un gioco, in cui l’immagine si libera da ogni vincolo formale, per esplodere nella nudità espressiva di una propria essenza, estraniata dalla materia stessa in cui vive e da cui trae spirito autonomo e vitale. Scardinata ogni concretezza, l’idea trasale dalla pittura in cui si fonde. Le figure si dematerializzano, sprigionate energicamente nella propria nitida astrattezza, e diffuse pure, istintive, sincere. Una modalità espressiva diretta e genuina, i cui motivi semplici ed essenziali si spingono dal fondo grezzo sottostante per proiettarsi astratti, in modo schietto e passionale, in un mondo in cui i sentimenti profondi e malinconici della natura, il senso della precarietà per una Bellezza spiata ed irraggiungibile, la tenerezza vulnerabile, la sofferenza, scarnata dal dolore e giudizi propri di valore convivono, in un nostalgico macerarsi interiore. Un insieme di rappresentazioni trattate in modo ingenuo, che vivono attraverso l’intensità della lavorazione sapiente e pionieristica del colore. La fondamentale ricerca della semplicità e dell’astrazione, si distilla attraverso una spiccata ricercatezza artigianale, che e indagine del particolare.
Un’estroversione cromatica spogliata di complessità concettuale, evocatrice di sensazioni immediati, viscerali, che legano col mondo immolandosi ad emblema ed esorcismo di quanto segna, in questa vita. Ma anche a riscatto della meraviglia, della freschezza e della gioia che la Speranza può ancora salvare. Una pittura, dunque, che si manifesta nel dissociarsi dalla realtà, per intuirne i valori simbolici e trascendenti, con la purezza incontaminata degli occhi di un bambino. Da questo, l’emergere della manieristica istintiva di Salci, che scelse fin da subito la rinuncia a qualsiasi legge che non fosse quella dell’intuito e dell’emozione. Le tonalità interiori fuoriescono dall’opera nel getto selvatico di un espressionismo primitivo.
Graffi sovrapposti di colore, si susseguono nell’elegante ritmo dei contrasti, senza mai eccedere nel rozzo e nel caricaturale. I marroni si mischiano col cotto, da cui emergono verdi, indaco, punti di rosso acceso e gialli vivi, dando corpo al lieve aroma dei tulipani, ai profumi delle foglie e della terra del sottobosco, alla secchezza del paesaggio, alla carnalità sensuale della donna. Si sente gridata la fame di bocche spalancate. Un frastuono di voci chiassose, fra gli odori indistinti e pungenti del mercato. Nelle voragini nere di girasoli maturi, la cruda profondità della ferita. Pesci corallini si fossilizzano nel marmo bianco, o fluttuano nell’eternità oceanica dei blu. I volti umani si sublimano, rarefatti al punto di divenire spirito, luce pura.
Si evince cosi un ritratto interiore fatto di immagini che assumono spessore da nuclei archetipici, investiti di propria energia emozionale. Un’Arte, quella di A. Salci, che prescindendo dal gusto indotto da ogni schema fisso, si rivolge al consenso di chi può farsi raggiungere nelle remote, estreme pieghe del cuore.





