Luigi Venturini

Luigi Venturini (1887-1964), di Tagliacozzo, compiuti gli studi classici, si trasferì per qualche tempo all’estero, dove tra l’altro insegno l’italiano nelle scuole del Lussemburgo. Rientrato in Italia, si stabili nel paese natio e, dopo il 1952, a Pescara, presso una nipote. iLunga e intensa la sua attivita poeticomusicale (circa 300 composizioni, quasi tutte musicate prodigiosamente « ad orecchio »), andata in gran parte dispersa per il fatto che usava scrivere i versi su dei foglietti volanti. Solo molto tardi, nel 1950, penso di raccoglierli e riordinarli, ma si limito al triennio 1927-1930. Nel 1972, per interessamento degli amici del « Circolo G. Mameli » e a cura di Gaetano Blasetti, uscì una nutrita antologia di sue Canzoei e poesie, che si può definire senz’altro un panorama più che sufficiente per evidenziare la tematica autenticamente paesana e popolare del Venturini, in linea con la migliore tradizione della poesia dialettale di gusto melodico: vi si trovano, infatti, accanto ai motivi dell’amore e della natura, spunti scherzosi o malinconici, allusioni maliziose, situazioni tristi o umoristiche, ragioni morali e perfino politico-sociali. 
 
Quanto ai risultati stilistici, sono per lo più dignitosi, ma risentono quasi sempre di una certa improvvisazione e non rifuggono, talvolta, da forme italianizzanti. 
Niente più che frutto d’un decoroso dilettantismo, nel senso migliore del termine, possono ritenersi i versi di GINO SEBASTIANI (1883-1959) e di GAETANO PELUSO (1893-1970), ambedue di Avezzano, l’una insegnante di lettere, l’altro autodidatta.
 
La Sebastiani, che si esercito anche in romanesco essendosi trasferita per molti anni a Roma, conosce meglio i segreti della tessitura metrica e la tecnica della trascrizione segnica, ma il Peluso e più ricco di sentimento, capace di svariare dal patetico ( Je prime amore) all’umoristico (L’annata secca), al paesaggistico (Je Suroiane) e perfino al moralistico (Agli cococciari).
 
Più cospicua, anche per gli esiti formali, la produzione del sulmonese LEONARDO FECCHIA (1889-1965), raccolta sotto il titolo Le rime de Furefuricchie (1964) a cura di R. Panza e O. Giannangeli. Benché si sia esercitato a lungo anche in versi italiani, e in quelli dialettali che egli e riuscito a lasciare una certa impronta di se, come « di un poeta istintivo e di un cronista che segua passo passo la vita della Città, che descriva e ironizzi, che faccia dell’umore di buona lega, che sogni soprattutto evasioni dal caseggiato agli orti e alle vigne » (Giannangeli). 
Poeta nient’affatto istintivo invece, contrariamente a quanto si e a lungo pensato, e da ritenersi Umberto Postiglione (1893-1924), anche se nella sua breve parabola di vita apparve come uno spirito inappagabile, degno della più autentica « scapigliatura romantica ». Nato a Raiano, crebbe e si formo agli insegnamenti dello zio Alfonso Postiglione, giustamente definito « un apostolo delle Scuole rurali » (A. Silveri). Conseguito il diploma di ragioniere, emigro in America (1910), dove fece di tutto: l’operaio di vetrerie, di fonderie e perfino di miniere, il commesso di negozio, il sindacalista, il bibliotecario e il giornalista. Rientrato in Italia subito dopo la fine della prima guerra mondiale, consegui l’abilitazione magistrale e si dedico all’insegnamento, con la persuasione di educare una « Gente Nuova, capace di vivere senza frusta ne briglia ». Ma il suo sogno ebbe brevissima durata: colpito da una violenta polmonite, mori poco dopo i trent’anni. 
 
Aveva appena preparato un bel sussidiario di cultura regionale, La terra d’Abruzzo e la sua gente, che apparve ad un anno dalla sua morte, quasi contemporaneamente al volume commemorativo curato da Vincenzo Marchesani, contenente un profilo biografico, lettere, scritti vari e otto poesie dialettali, le uniche rimasteci. Troppo esigua, certo, la produzione in versi per poter tracciare un esauriente ritratto del poeta; ma noi riteniamo che quelle otto poesie possano essere annoverate tra le più vere e sofferte, se non tra quelle meglio rifinite, di tutta la poesia abruzzese. Un vero gioiello d’arte, tra le otto, ci sembra "A na rinnele", che, pur nata da evidenti suggestioni di memoria leopardiana, vive di vita propria, in quell’aura di struggente malinconia che pare sia il connotato essenziale del Postiglione uomo e poeta. 

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